Parliamo di libri proposti dai lettori 4 Gennaio 2022

 

Parliamo di libri proposti dai lettori 4 Gennaio 2022

 

@Ro_Berta_42 propone:

“Il pastore d’Islanda” Gunnar Gunnarsson Iperborea

“Nella sua semplicità evocativa, un racconto che diventa parabola universale sui valori essenziali dell’uomo, un inno alla comunione tra tutti gli esseri viventi e la Natura”

 

@Laura_Simonazzi propone:

“L’elenco telefonico degli accolli” Zero Calcare Baopublishing

“Protagonista di questa raccolta il demone dei nostri tempi: essere sempre connessi.

Fa ridere, ma anche riflettere su se stessi e il proprio “cammino sulle uova”.

 

@ciroizzo3 propone:

“Guerra digitale” Francesca e Luca Balestrieri Luiss

“Adesso è l’insieme dell’economia digitale a generare le potenzialità tecnologiche e le basi industriali.

Forzando un pò, si potrebbe dire che tutto il mondo digitale è potenzialmente un asset militare.”

 

@tafudany1 propone:

“Patria” Fernando Aramburu Guanda Editore

“Due famiglie vivono in un paesino basco: il capofamiglia di una verrà assassinato in un attentato dell’Eta, nelle cui fila milita il primogenito dell’altra.

Con uno stile personalissimo Aramburu racconta la forza distruttiva del fanatismo.”

 

@PoKi33847251 propone:

“Le vergini” Alex Michaelides Einaudi Stile Libero

“Un thriller psicologico, un noir ben congegnato, con atmosfere gotiche.

L’autore riesce a confonderci e a sviare la nostra attenzione, tenendosi col fiato sospeso fino all’ultimo.”

 

@patchonki propone:

“Sempre tornare” Daniele Mencarelli Libri Mondadori

“Un racconto di un viaggio che sembra prosa ma è poesia pura, parola dopo parola!

Emozionante.”

Grazie a tutti e complimenti 📚

“I rondoni” Fernando Aramburu Guanda Editore

 

Parlare di “I rondoni”, pubblicato da Guanda Editore, non è impresa facile.

Significa cimentarsi con un affresco monumentale dove ogni frase, ogni parola, ogni verbo non sono scritti a caso.

Un libro che sa raccontare l’umanità con sguardo limpido, diretto.

Uomini e donne che affrontano le salite e le discese tra cedimenti e spinte in avanti.

Toni rappresenta tutti noi e di questo siamo grati all’autore.

La scelta di stabilire una data di morte può essere letta come una forte provocazione o come una sfida al destino.

Questo antieroe non ha timore nel mettere in discussione il rapporto con l’insegnamento, l’incapacità di proporre ai suoi allievi una prospettiva di futuro.

Si interroga sull’amore che ha dato e ricevuto e tanti sono i buchi neri che mostrano il fallimento affettivo.

Prima di compiere il gesto supremo bisogna scandagliare il passato, sminuzzare i giorni, i tormenti, gli incontri.

La demitizzazione del padre, la complicata interazione con la madre, la paternità ferita: pezzi di un puzzle che bisogna ricostruire.

Le pagine scorrono veloci grazie ad una scrittura immediata ed empatica.

Un film a tratti in bianco e nero con lampi di luce sempre presenti.

La Spagna è il colore di Madrid che sbiadisce nel ricordo di eventi dolorosi.

Non aspettatevi un romanzo triste, non mancano le trovate sardoniche e un’ironia sottile che da sempre costituisce la cifra identificativa dell’autore.

La caratterizzazione dei personaggi secondari è così netta da regalare anche le trasparenze interiori.

È come se ognuno avesse una tridimensionalità che difficilmente la letteratura sa restituire.

Cercare di cogliere le simbologie è un gioco intrigante ed il lettore potrà costruire un suo itinerario interpretativo.

Provare a confrontare questa opera magistrale con “Patria”, altro grandioso romanzo dello scrittore, è esercizio poco utile.

“I rondoni” nasce e viene metabolizzato dopo lunghi anni di silenzio e si colloca in un presente afflitto dalla pandemia.

C’è una meditazione molto profonda che si esprime attraverso ragionamenti rigorosi.

E il protagonista è voce che raccoglie altre voci, come un megafono che mette insieme categorie differenti in un quadro complessivo di movimento continuo.

Gli uccelli migratori citati nel titolo rappresentano un’ipotesi di mondo dove ognuno è libero di scegliere dove vivere.

Nel volo voglio immaginare  un inno di speranza.

 

“Gelosia” Jo Nesbø Einaudi Stile Libero

 

Tutte le forme di “Gelosia” prendono corpo nella raccolta di racconti pubblicati da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, tradotti da Eva Kampmann.

Si squarcia il velo delle ipocrisie e l’essere umano appare illuminato dalla luce di verità molto scomode.

“Il mostro dagli occhi verdi” dell’Otello si materializza come una presenza disturbante che affiora mostrando volti sempre differenti.

“Ho fornito a noi lettori una nuova angolazione da cui osservare noi stessi, la nostra vita, i nostri cari e il nostro ambiente.”

Il lettore non può fare a meno di confrontarsi con la punta dolorante di un sentimento che prova a respingere.

Jo Nesbø ha la capacità di smascherarci e di mostrare con il suo solito atteggiamento dissacratorio come nasce e come si alimenta la gelosia.

Indugia sulle reazioni dei personaggi creando degli scenari differenti ma sempre molto provocatori.

Sorprendono le battute finali per la originalità di una trama che viene ribaltata.

Ci aspettavamo uno scioglimento narrativo e ne subiamo un altro.

La creatività prorompente dello scrittore ci investe e ci travolge ma l’aspetto più interessante è la molla mentale che scatta.

Ne sentiamo le vibrazioni e in questa costante alterazione del ritmo narrativo si sviluppa un percorso intellettivo.

Le ossessioni sembrano deformate, la verdetta assume contorni sfilacciati, la rabbia preme pronta ad esplodere.

In ogni storia poche le incidentali, la scrittura è lineare pur nascondendo un disegno tortuoso.

Viene da chiedersi quanto sappiamo fermarci in tempo prima di varcare la soglia del non ritorno.

Ci sono buoni e cattivi?

Quale parte del doppio che ci rappresenta vincerà nella costante guerra tra ragione e impulso?

 

 

“Miti personali” Matteo Marchesini Voland

 

“Ora Orfeo ricomincia a muovere la testa a scatti, da tutte le parti, e scivola indietro, sempre più indietro, finchè scompare nell’inferno notturno di una città che non è più sua.”

Ricostruzioni fantasiose che riorientano l’idea della leggenda.

Capacità di raccontare l’epica restitituendo ai personaggi l’umanità e la fragilità.

Achille ed Ettore “ombre complici, mere varianti dell’Uno che aveva voluto dividersi per gioco e farsa emotiva.”

Matteo Marchesini in “Miti personali”, pubblicato da Voland, non abbandona la prosa poetica rendendo i sedici racconti pittoriche rappresentazioni di un flusso di immagini.

Il momento in cui Socrate sta per abbandonarsi alla morte diventa attimo privato che non conosce la gloria.

La complicità tra Giocasta ed Edipo stringe in un patto d’amore che annulla il peccato.

Il lago in cui si specchia Narciso può essere luogo senza confine o spazio di pace.

Ogni narrazione prevede più interpretazioni ed il lettore può provare a partire dal finale per elaborare un nuovo percorso narrativo.

Il pensiero si libera dall’azione e regala la purezza della creatività.

La scrittura segue il corso di un fiume agitato, si interrompe o si incastra in esercizi di stile.

La parola si apre e spezzando la sua forma certa diventa vocale o consonante in una spettacolarizzazione esplosiva.

“Tutto è vero, anzi non è vero né falso ma è reale.”

Questa continua oscillazione tra verità e finzione è l’alchimia di una letteratura che sa improvvisare nuovi scenari offrendo versioni emozionanti di quei blocchi culturali che hanno edificato la mitologia.

“Il club” Takis Würger Keller Editore

 

La struttura narrativa di “Il club”, pubblicato da Keller Editore e tradotto da Giovanna Ianeselli, è così intrigante che è difficile interrompere la lettura.

Diviso in brevi capitoli il romanzo dà voce ai numerosi personaggi in una concatenazione di ruoli e di figure simboliche.

Protagonista assoluto è un sentimento forte, devastante, capace di bruciare e ardere senza pietà.

La vendetta nasce da una violenza subita, da uno squarcio dell’anima.

È pericolosa, inquinante, maligna.

Contagiosa, ossessiva, affilata.

Takis Würger si rifà alla tragedia greca con una scenografia contemporanea.

Molte figure sono attori secondari, utili a dare al testo sfumature fuorvianti.

Il lettore viene più volte allontanato dalla verità attraverso continue digressioni.

Mi piace definire la trama come un noir dell’anima con un incipit sereno ed un crescendo sempre più circolare.

Pedina di un gioco troppo pericoloso è Hans, giovane studente che alla morte dei genitori viene invitato dalla zia a frequentare la prestigiosa università di Cambridge.

Un’oasi privilegiata che mostra fin da subito attrazioni perché rappresenta il mondo del potere di una elite.

In questa scenografia artefatta il ragazzo deve scegliere da che parte stare.

Sventare la menzogna, la violenza, il morboso nascosto dei Club privati o adeguarsi.

Saranno due donne a fargli saltare il fosso.

Diverse nella caratterialità ma entrambe frantumate nella mente e nel corpo.

Nel finale drammatico si pareggiano i conti ma resta un senso di smarrimento.

Una storia forte che mantiene un linguaggio pacato, lineare, pudico.

 

 

 

@filo_gagliardi propone una sua poesia

@filo_gagliardi propone una sua poesia

Ma il tempo
cambia
ritorna
si ferma.
 
Siamo attimi
di un Tutto.
 
Sempre identici
a noi stessi.
 
E se
per caso
un Ricordo ci attraversa
sentiamo la Storia
il passato
pulsarci addosso.
 
Ci ritroveremo
domani
come oggi
naufraghi
fra i flutti di un nostos
con  il sale lacrimoso
tra gli occhi.

“Sulla riva” Francesca Violi Elliot Edizioni

La scrittura di Francesca Violi è un vento impetuoso che trascina creando mulinelli di immagini, vortici che giocano col tempo.

“Sulla riva”, pubblicato da Elliot Edizioni, non conosce sfumature cromatiche.

Si concentra sui colori fangosi di un dolore che sorge lento ed esplode in pozze sanguinanti.

Nicola e un padre che non l’ha mai riconosciuto come erede.

Figura losca, oscura, fastidiosa che entra di prepotenza nell’esistenza come  presenza invadente.

Figlio che barcolla troppe volte, si perde, non si concede assoluzioni.

Paga il suo bisogno di amore con la fuga da sè stesso, da responsabilità che lo opprimono.

Mauro, fratellastro e ombra che si allunga mostrando gli oscuri meandri del cuore.

Le donne, rassegnate, infuriate, coraggiose, vittime.

Sono tutte presenti nella danza degli opposti.

La scrittrice affronta la paternità da più sfaccettature, osserva le regressioni affettive, analizza gli eventi.

Non si lascia tentare da giudizi affrettati e resta in un angolo mentre le tante storie si intrecciano, si scompongono, si auto alimentano.

I suoi personaggi non sono mai come appaiono, nascondono segreti, si sgretolano come maschere di cera.

Per scelta la trama non è lineare, ha infinite strade che possono incontrarsi o dirottare verso interrogativi senza risposta.

Mentre il fiume ingoia filamenti di un Male che non può essere redento, la notte scende silenziosa e copre con pietà la fatica di vivere nella menzogna.

 

Recensione di Maria Franco (@cmariafranco) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

La recensione di Maria Franco (@cmariafranco)”Il treno dei bambini” di Viola Ardone (Einaudi)

viola«Mia
“Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due dei miei. (…) Mia mamma avanti e io appresso. Dove stiamo andando non lo so, dice che è per il mio bene. Invece ci sta la fregatura sotto, come per i pidocchi. È per il tuo bene, e mi ritrovai con il mellone.”
Amerigo Speranza ha quasi otto anni. Non ha mai conosciuto il padre (la madre dice che è andato a cercare fortuna in America e che tornerà ricco, ma nessuno l’ha mai visto) né il fratello, morto prima della sua nascita.
Sua madre, Antonietta, si arrangia come sarta e conservando sotto il letto il caffè del piccolo mercato nero di un uomo che frequenta casa, Capa ‘e fierro. A scuola è andato per poco tempo, prendendo molte scoppole dalla maestra, ma nel vicolo lo chiamano Nobèl perché, in strada, ha imparato tanto. Raccoglie stracci nelle case e nella mommezza e con il suo amico Tommasino ha organizzato la vendita delle zoccole con la coda tagliata e «pitturate di bianco e di marrò con la vernice per le scarpe» come fossero criceti finché una pioggia battente ha svelato il trucco.Ha un modo tutto suo di farsi compagnia: «Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. (…) sommo i punti delle scarpe per far passare la paura. Conto sulle dita fino a dieci, succederà una cosa bella, così è il gioco. La cosa bella fino a mo non mi è mai capitata, forse perché ho contato male i punti.»La camminata nei vicoli con la madre è il preludio di un grande cambiamento nella sua vita. Amerigo parte, con tanti altri bambini, alla volta dell’Emilia Romagna. Dove ci sono la nebbia e la neve (scambiata, la prima volta, con palline di pane che scendono dal cielo e ricotta sparsa sulla strada) e tante famiglie che li accolgono.

Amerigo capita, nel modenese, con Derna, sindacalista che vive sola, ma è vicina di casa della cugina Rosa, di suo marito Alcide e dei figli, Rivo, Luzio e Nario, che, chiamati insieme, fanno: rivo-luzio-nario. Scopre il sapore della mortadella, del parmigiano, della cioccolata, i regali per il compleanno e la festa per Babbo Natale e la Befana, il lavoro dei campi e l’allevamento degli animali.

Va a scuola, comincia a lavorare nella bottega di Alcide, che diventa il suo «babbo» e a suonare il violino. Apprende un’altra lingua e, con essa, un altro mondo: «Pure qua nell’Alta Italia già mi sono fatto conoscere da tutti quanti, dal verdummaro, che però si chiama fruttivendolo, dal chiancière, che si dice macellaio, dallo zarèllaro, che per loro è il merciaio; che ci sono dei mestieri di giù che qua invece non esistono proprio, come l’acquafrescàio e il carnacottàro.»

Quando torna a Napoli, dalla madre, non ci si ritrova più: scappa per tornare nella famiglia dove aveva trascorso un inverno diverso da quelli della sua prima infanzia.

Il treno dei bambini di Viola Ardone, recentemente edito da Einaudi – caso editoriale dell’ultima fiera di Francoforte e in corso di traduzione in 25 paesi – parte da un fatto storico. Nel secondo dopoguerra, su iniziativa del Partito comunista e in particolare dell’Udi, Unione Donne Italiane, ben 70.000 bambini del Sud e, soprattutto, di Napoli vennero trasferiti in Emilia Romagna: un “affido” temporaneo di alcuni mesi che salvò un’intera generazione dalla miseria e dalla fame.

Nel libro sono presenti alcune figure che ebbero un ruolo nell’organizzazione di quel trasferimento di massa come Maurizio Valenzi, poi sindaco di Napoli, e Gaetano Macchairoli, in seguito raffinato editore, e trova voce un giovane biondo, Guido Piegari, successivamente espulso dal Pci, che «ogni due e tre dice: questione meridionale e integrazione nazionale» (lasciando nel dubbio il nostro protagonista ormai cresciuto se «l’ha risolta poi quella questione meridionale.»)

Si sente, nelle pagine di Viola Ardone, l’impatto forte che quel movimento suscitò: «Da quando si è saputo il fatto dei treni, dentro al vicolo abbiamo perso la pace. Ognuno dice una cosa diversa: chi sa che ci venderanno e ci manderanno all’America per faticare, chi dice che andremo in Russia e ci metteranno nei forni, chi ha sentito che partono solo le creature malamenti e quelle buone se le tengono le mamme, chi non se ne fotte proprio e continua come se niente fosse, perché è ignorante assai.»

E la fatica a far accettare alle madri una tale separazione

«Quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scese in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate, e ci stavo pure io. Questa è come un’altra battaglia, ma contro nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri!», dice Maddalena Criscuolo, che ha partecipato alle Quattro Giornate) e il dolore, spesso muto e scontroso delle donne che intuiscono che far andare via i figli è un amore più grande che trattenerli, e la disponibilità di tanti che aprono le loro case.

«Quando c’è la necessità, siamo tutti padre e madre di chi ha bisogno. E per questo vi stiamo portando da persone che si prenderanno cura di voi e vi tratteranno proprio come figli, per il vostro bene.») Per una forma di solidarietà politica e sociale: «Siete tra amici che vi vogliono aiutare, anzi tra compagni, che è più che amici, perché l’amicizia è una cosa privata tra due persone e può anche finire. Tra compagni invece si lotta insieme perché si crede nelle stesse cose»: «Non esistono Nord e Sud, esiste l’Italia.»

È una fortuna che arrivi un libro simile nell’Italia delle indagini di Bibbiano e della ventilata autonomia regionale dei ricchi.

Ma Il treno dei bambini non è un saggio storico né un pamphlet sociale e non trova il suo centro in una ideologia. È, semplicemente, un romanzo: meglio, un grande romanzo. Se si vuole inserirlo in un genere, è un romanzo di formazione. Per tre quarti di libro, il lettore vede e sente gli avvenimenti attraverso lo sguardo e la voce freschi di un bambino ingenuo ma non privo di malizia, non sempre capace di separare il reale e l’immaginario, che lotta per la sopravvivenza senza cattiveria ma con una certa diffidenza nei confronti degli adulti, perché ha già appreso che i grandi, almeno molti grandi, non capiscono niente dei più piccoli.

Nella quarta parte del libro, il protagonista, quasi cinquanta anni dopo, torna a Napoli dove farà i conti con il bambino che è stato, con l’uomo che è diventato e con il maturo signore che sarà ancora, e di nuovo, Amerigo Speranza.

Se i protagonisti bambini nella nostra letteratura sono pochi (bellissimi l’Arturo dell’omonima isola della Morante e il Michele di Ammaniti in Io non ho paura, ma anche Lenù e Lila dell’Amica geniale della Ferrante) ancora meno sono quelli che, fatto il viaggio di andata verso la maturità, tornano, come gli eroi greci, nel luogo di inizio: l’allontanamento e il ritorno per arrivare al sé più profondo e più vero.

Amerigo Speranza, con i tutti i suoi compagni, nonché la sua famiglia naturale e quella affidataria, entra a far parte dei personaggi (piccoli solo per età) più belli della nostra narrativa.

Romanzo tenero e forte, intenso e delicato, ironico, profondo con leggerezza, Il treno dei bambini accompagna una trama sapientemente semplice, la cui carica emotiva è trattata con sorvegliato equilibrio, con una lingua affabulante, che fa rientrare nell’italiano cadenza e ritmo di un napoletano antico, più dolce di quello attuale.

Lascia il cuore smosso e nello stomaco quel tipo di languore che danno le lacrime trattenute di una commozione genuina e senza sdolcinatezze.

Un libro per tutti, adulti e ragazzi. Da leggere dovunque: a Sud e a Nord.

Nota personale: Viola Ardone è tra gli autori (uomini e donne) che hanno partecipato al Laboratorio di Scrittura dell’IPM di Nisida. Lo farà anche quest’anno. Uno dei racconti che ha scritto all’interno del Laboratorio continua ad essere il più recitato dal Laboratorio di Teatro di Nisida. Ritrovare Nel treno dei bambini, appena rielaborata, una frase di Roberto Dinacci, posta nell’omonima aula dove il Laboratorio si svolge – «Tutto quello che si può si deve fare» –è stata un’emozione in più.

 

Intervista alla blogger Sara Galletti Manfroni @Ladivoralibri

 

@Casalettori dialoga con la blogger Sara Galletti Manfroni, su twitter @Ladivoralibri

 

Come nasce la passione per la lettura?

“La passione per la lettura nasce per lo stesso motivo per cui nascono i grandi amori: il divieto di farlo. Ai miei genitori non piaceva che leggessi i best-seller che arrivavano a casa per corrispondenza, perché molti erano dell’orrore. Uno su tutti mi era proibito toccare, e fu proprio da quello che iniziai. Rintanata sotto il letto alto di mia madre, coperta dalla lunga trapunta, leggevo. Poco per volta allenavo la mia velocità di lettura per paura che i miei mi scoprissero prima che potessi arrivare alla fine della storia e perché volevo leggere più libri che potevo. Provavo delle sensazioni talmente esclusive, l’atto della lettura mi apparteneva come un segreto, che non misi mai più giù un libro.”

 

 

Leggere perché?

“Ci sono diversi motivi per cui si legge, per riconoscersi nelle parole di qualcun altro e abbattere la percezione di un’intima solitudine, per spostare i propri orizzonti abbracciando tempi e luoghi mai conosciuti, ma soprattutto per vivere delle storie. La possibilità che si ha leggendo è straordinaria, il tempo ha una valenza diversa quando viene messo nero su bianco e trasferito alla pagina, sfidiamo la mortalità. Scrivendo e, per motivi altrettanto necessari, leggendo la percezione è quella di lasciare una traccia significativa su questa terra. Penso a quell’ unicum che sono i frammenti di Saffo. Mentre li leggo la distanza, anche temporale, si azzera. Per questo motivo scrittura e lettura sono intimamente legate tra loro, perché senza l’una non esisterebbe l’altra.”

 

 

Con tre aggettivi come definirebbe il suo sito?

“Informale, preciso e appassionato.”

 

Come concilia la sua vita privata con la scrittura?

“Ci pensavo proprio l’altro giorno. La scrittura la vivo come pulsione. È una necessità, un bisogno che sento prepotentemente e in continuazione. Scrivo e leggo in qualsiasi momento io riesca a farlo. Per riuscirci, con due figlie piccole, mi capita di estraniarmi mentre giocano o di restare più del dovuto in macchina anziché salire subito in casa con la spesa oppure, quando il fisico ancora regge, scrivo mentre dormono e spesso mi detesto perché mi rendo conto di sottrarre quel tempo alla mia famiglia, ma è come se non potessi comandare l’istinto, diventa un automatismo, una specie di infermità mentale, una monopolizzazione che fa concorrenza al più fervido degli amanti.”

 

 

Nella scelta del libro da recensire quali le priorità?

“La priorità nel recensire un libro è la trasmissione della sua, mi si passi il termine inflazionato, bellezza. Quando finisco un libro ed è un buon libro o, meglio ancora, un ottimo libro, l’urgenza è quella di dirlo a tutti, a chi non l’ha letto e a chi l’ha già letto per avere un confronto. L’arte ha la capacità di stupire e di unire.”

 

 

A chi legge poco quale titolo consiglierebbe?

“Uno dei libri che mi porterei su quella famosa, e mai vista, isola deserta: I tre moschettieri di Dumas.”

 

 

Il classico nel quale si identifica?

“Madame Bovary. Flaubert era un genio.”

 

 

Leggendo le sue recensioni traspare una grande competenza linguistica, quanto è importante la parola oggi?

“La parola è importante perché sta alla base del pensiero umano. È uno strumento di cui l’uomo ha l’esclusiva, che lo definisce in quanto tale e che permette la circolazione delle idee. Penso che sia fondamentale anche se oggi si utilizzano molti altri codici di comunicazione, soprattutto visivi, lo vedo sulle mie figlie.”

 

 

Gli errori e i pregi dell’editoria italiana?

“Molti dicono, pubblicare meno, pubblicare meglio. Io trovo che in Italia ci siano molte realtà editoriali, anche piccole, che producono libri di qualità. Tutto sta nell’avventurarsi – accettando anche il rischio della sòla – in un regno che al giorno d’oggi offre molta più scelta rispetto a cinquant’anni fa. Nelle questioni di carattere economico non mi addentro, non ne ho le competenze. Certo che da lettrice appassionata quale sono mi piacerebbe potermi permettere molti più libri di quanti già non compri.”

 

 

Quanto sono importanti i blogger nella promozione di un testo?

“Dipende dal pubblico a cui si rivolgono. Penso che in molti, soprattutto giovanissimi, parlino un linguaggio, anche estetico – quelle tanto vituperate fotografie che accostano i libri al cibo, i libri ai fiori, i libri ai fiocchetti e ai pizzi, per intenderci – diverso da quello che spesso si propone con la critica letteraria da cui difficilmente vengono toccati. Credo che la competenza in materia sia fondamentale e che altrettanto lo sia la capacità di divulgazione. La trasmissione della cultura se elitaria serve a poco, perciò apprezzo anche quei blogger che vicino al libro ci piazzano lucine colorate e merletti. I contenuti però devono esserci. Altrimenti si parla del nulla.”

 

 

 

Se fosse ministro della Cultura quali le priorità?

“Ho una formazione classica ed una specializzazione in archeologia, perciò agevolerei la fruizione della cultura sotto ogni sua forma – l’insegnamento di qualità negli istituti scolastici sta alla base di questo concetto – e promuoverei la conservazione e la valorizzazione di tutto quello che ha interesse storico e artistico, permettendo ai tanti, ottimi professionisti che si sono formati nel settore dei beni culturali di mantenersi svolgendo una professione che venga loro riconosciuta come tale.”

 

 

Oltre a Twitter quali altri social frequenta?

“Utilizzo anche Facebook e Instagram, più in là non mi spingo, mi servirebbero giornate di 48 ore.”

 

 

Un sogno nel cassetto?

“Ne avevo due, il primo l’ho realizzato e ce l’ho accanto ogni giorno della mia vita, il secondo ha incontrato molte difficoltà a decollare nel panorama lavorativo attuale, ma mi ha portata ad essere quella che sono e ad incontrare la persona con cui ho realizzato il primo, tra i due decisamente il più grande.”

Intervista a Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

@CasaLettori dialoga con Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

 

Come definirebbe con 3 aggettivi Michele?

“Michele è ingenuo, lucido, ossessivo.”

 

 

Siamo tutti inguaribili?

“Ognuno di noi è alla ricerca delle proprie passioni e della propria felicità; spinti da questi impulsi siamo più o meno capaci di combattere inguaribilmente. Ognuno lo fa a partire dalla propria storia e con i mezzi che ha.”

 

 

Giorgia e Gemma, due opposti?

“Non lo so, davvero. Penso che possano essere amate entrambe, che ci sia del bello in entrambe. Michele, però, non ha dubbi: Gemma lo muove, lo sorprende, lo turba, lo affascina.”

 

 

Cosa l’ha spinta ad introdurre nel romanzo la figura del “coniglio bianco”?

“Il “coniglio bianco” è una specie di Virgilio sfuggente, che porta Michele ad attraversare altre forme di realtà, ricompare anche nel film “Matrix”, tatuato sulla spalla di una ragazza che Neo, il protagonista, seguirà per incontrare Trinity e il suo destino di liberatore dell’umanità. Infine è anche il personaggio più libero del film “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, innamoratissimo di Jessica. Mi è sembrato doveroso che Miché avesse almeno una specie di guida da seguire, che nel romanzo si chiama Ratter e che, in modi non proprio ordinari e classici, lo aiuta a non perdere il contatto con sé stesso.”

 

 

“Ci siamo trasformati, seduti, sfilacciati” Non siamo più capaci di riconoscere il cambiamento dell’altro?

“Penso che i miei personaggi lottino con le proiezioni che tendono a formarsi dell’altro. Amarsi, forse, è riuscire ad andare oltre, è tenere vivo il ricordo del bello che ci è successo, ma anche capire che c’è molto altro bello che può venire, fuori dalla Petite Princesse, nella vita che si vive da coscienti. Gemma e Michele ci provano e, forse, ce la faranno.”

 

 

Quanto il mondo virtuale ha influenzato la sua scrittura?

“Sono uno che legge il giornale mentre fa colazione (quindi su schermo), paga le fatture da casa, risponde alle email, recupera film o trasmissioni televisive sul computer. Il mondo virtuale ha trasformato anche la mia vita, in modo profondo, persino troppo. Ho però scelto di non frequentare le reti sociali, non perché abbia un giudizio negativo ma perché, come forse direbbe DFW, rischiano di tenerti attaccato allo schermo fino a farti vivere una vita alternativa-alienante. Questo tema mi interroga, credo sia interessante e, tutto sommato, un modo concreto per rinnovare la domanda sulla relazione tra mondo onirico e realtà (Si pensi a “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler)”

 

 

La trasgressione come necessità di riscoprirsi?

“C’è un filosofo inglese che dice che ogni società ha bisogno di trasgressione, anche solo per rinnovare la fiducia dei cittadini nelle leggi che hanno scelto. Come a dire che il senso delle cose, se non lo sentiamo più, rischia di sfuggirci, di diventare abitudine e di stemperarsi nello scontato. Trasgredire una regola può essere un buon modo per capire se quel valore ci abita ancora, non è però detto che sia il solo modo.”

 

 

Tornerà Miché?

“Lo sa che, proprio in questi giorni, per la prima volta, me lo sono chiesto anch’io? Lei che cosa ne pensa?”