“A chi spetta una buona vita?” Judith Butler Nottetempo Edizioni

Nella nota introduttiva a “A chi spetta una buona vita?”, pubblicato da “Nottetempo”, nella preziosa Collana “Sassi nello stagno”, Nicola Perugini orienta la nostra lettura.

Judith Butler scrisse il testo in occasione del conferimento del Premio Adorno e con pacatezza illustra il suo pensiero.

Prima di rispondere alla domanda “come si può vivere una buona vita” è necessario interrogarsi sul valore dell’esistenza.

Abbiamo tutti le stesse possibilità? I giorni scorrono dandoci la possibilità di esprimere a pieno la nostra identità?

Quale è la relazione tra momento politico e momento pre – politico?

“Come si può vivere bene la propria vita, in modo da poter affermare di vivere una vita buona in un mondo in cui la vita buona è strutturalmente e sistematicamente inaccessibile a molte persone.”

Parole che non lasciano indifferenti costringendoci a fare i conti con la disuguaglianza che ingabbia corpo e mente.

“Il termine “precarietà” può aiutare a distinguere varie forme di “invivibilità”: per esempio, quella di chi è in prigione senza processo; di chi vive in zone di guerra o sotto occupazione, esposto alla violenza e alla distruzione, senz’alcuna sicurezza o via di uscita; di chi è costretto a emigrare e vivere in zone liminari, aspettando che le frontiere si aprano, che arrivino il cibo e la prospettiva di non vivere piú in clandestinità; di chi vive come parte di una forza lavoro dispensabile o consumabile, per la quale la prospettiva di un sostentamento stabile sembra sempre piú remota; di chi vive alla giornata in un orizzonte temporale collassato, soffrendo fin nello stomaco e nelle ossa il senso di un futuro compromesso, e prova a sentire qualcosa temendo però ciò che potrebbe sentire.”

Emergono le ambiguità di una società che non si pone il problema delle marginalità, che ha creato una scala di valori escludendo fasce di popolazione.

La relazione con l’altro, la dipendenza dall’ambiente, la vulnerabilità e la fragilità portano ad un’analisi morale che troppo spesso viene trascurata.

Nelle pagine finali la voce si fa accorata e si percepisce tutta la sofferenza dell’intellettuale che ha subito pesanti accuse.

Una ebrea che ha difeso i valori della libertà, che non ha appoggiato la violenza di Stato.

Una donna che ha mantenuto le distanze dalle violazioni dei diritti dei popoli.

Una filosofa che confrontandosi con gli autori del passato ha elaborato una sua teoria scevra da suggestioni e da pregiudizi.

Nel leggere si inizia a camminare verso una “microfisica della resistenza”.