“Elogio della gentilezza” Adam Phillips e Barbara Taylor Ponte Alle Grazie

“È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta e ogni attacco contro di lei è un attacco contro le nostre speranze.”

Lo psicanalista Adam Phillips e la storica Barbara Taylor in “Elogio della gentilezza”, pubblicato da Ponte Alle Grazie e tradotto da Marcello Monaldi, spiegano perché “la gentilezza d’animo è diventata un nostro piacere proibitivo.”

L’analisi storica e filosofica si avvale delle citazioni di autorevoli autori.

Seneca, Marco Aurelio, Alistotele, Rousseau, Freud: un caleidoscopio culturale accompagnato dalle riflessioni degli autori.

Una rivisitazione molto curata partendo dalle fonti in un percorso accessibile a tutti.

Interessante è la etimologia delle parole che crea un ponte tra la lingua e il pensiero.

Dall’età vittoriana ai tempi nostri seguendo un percorso che invita ad interrogarsi.

“Le domande che ci dobbiamo fare sono dunque sempre le stesse:

Chi vogliamo respingere?

Chi vogliamo continuare a tenerci stretto?

Di quali sentimenti vogliamo fare a meno, di quali vogliamo godere?”

Perché farsi carico delle debolezze altrui è diventato “un segno di debolezza”?

La nostra società emargina e classifica come perdenti coloro che si dedicano agli altri.

La responsabilità di questa nuova e tragica mancanza di disponibilità dipende da tutti noi che viviamo il sentimento con un oscillante senso di ambiguità.

Facciamo resistenza mettendo a tacere gli impulsi positivi.

“È segno di amorevolezza prendere gli individui per quello che sono e non per come vorremmo che fossero; è segno di amorevolezza prendersi cura delle persone così come si presentano.”

Purtroppo invece prevale la competizione che dividendo gli individui in perdenti e vincenti produce effetti catastrofici e genera nemici.

Altro sintomo molto diffuso dei nostri tempi è la ricerca di capri espiatori alla infelicità.

L’aspetto pedagogico del testo apre nuove prospettive nella relazione genitori figli.

Forse bisognerebbe rieducarci, partendo dai bambini e insieme a loro provare a costruire modelli solidali perchè “l’affetto è qualcosa di cui abbiamo bisogno”.

 

 

“Essere rosso” Javier Argüello Voland Editore

“La storia delle dittature e degli esili cela sempre tormenti molto più sottili che in genere restano nascosti dietro la portata del contesto, ma la verità è che la vita si gioca più in quei particolari che negli avvenimenti raccolti nei libri di testo.”

 

Javier Argüello in “Essere rosso”, pubblicato da Voland e tradotto da Francesco Ferrucci, racconta un secolo filtrando episodi personali e familiari.

Attraverso i ricordi dei genitori ricompone un amore che è stato alimentato dal sogno di un mondo migliore.

Dall’Argentina al Cile con l’ardore e l’entusiasmo di chi crede in un ideale.

“Il sogno comunista accese le speranze del mondo intero, o almeno una parte.

E diffondendosi nel mondo attraversò l’oceano e arrivò in America, e dal Messico Zapatista scese lungo la Cordigliera delle Ande per incontrare il sangue di Túpac Amaru e del Che.

E si diffuse nelle foreste e sugli altopiani fino a raggiungere l’immensità della pampa.”

È il 1959 e su una nave diretta a Vienna si incontrano Lolita e Omar.

Li vediamo con i capelli al vento mentre leggono le poesie di Whitman, sentiamo l’empatia che li accompagnerà per tutta l’esistenza.

Li amiamo per la coerenza che è stata sempre fiaccola accesa.

Per i sogni che non si sono spenti, per il coraggio dimostrato durante la dittatura cilena, per il dolore subito quando hanno dovuto abbandonare l’Argentina.

L’autore riesce ad equilibrare più piani narrativi senza disorientare il lettore.

Passato e presente si frantumano in episodi che sanno essere universali.

Il libro è carico di nostalgia ma lucidissimo nell’esporre gli eventi drammatici che hanno segnato l’America Latina.

Commovente l’episodio della caduta del Muro di Berlino.

“Vedemmo le lacrime negli occhi di quanti si incontravano.

Vedemmo famiglie riunirsi dopo anni di separazione e gente di tutte le età buttare giù il muro.”

Il testo ha il pregio di sviluppare un’analisi geopolitica molto puntuale analizzando cause ed effetti della fine del comunismo, del golpe cileno e delle responsabilità individuali che hanno portato al capitalismo.

“Raccontiamo le nostre vite – come sto facendo io adesso – con la speranza di riuscire a dargli un senso che in realtà non hanno, e releghiamo gli episodi più dolorosi in sotterranei dimenticati, sperando così di liberarci da essi.

E invece li lasciamo in eredità ai nostri figli.”

Una consegna a volte dolorosa ma necessaria che permette l’immortalità.

Non possiamo ignorare le parole dello scrittore:

“Possiamo confidare nell’essere umano?

Possiamo confidare che prima o poi tenga più in considerazione il prossimo di quanto non abbia fatto negli ultimi millenni?”

Dobbiamo credere nell’uomo nuovo.

Da leggere e rileggere

“Per sentire che non è tutto perduto e per pensare che, anche se lo fosse, dovremmo provarci lo stesso.

Per testardaggine e per obbligo.

Per non ignorare il peso di ogni granello di sabbia.

Per abbracciare la distanza tra il primo secondo e l’infinito.”

 

 

 

“Fino ad agosto” Josephine Rowe 8ottoEdizioni

 

“Quando è stata l’ultima volta che hai desiderato qualcosa di diverso?

E la risposta come è ovvio sarà tutt’altro che a portata di mano.”

 

Il desiderio resta incistato nella mente, come una conchiglia portafortuna.

Amuleto che bisogna nascondere e proteggere.

Sublimazione di un qualcosa che non riesce a prendere forma e resta a galleggiare in una pozza di scelte mancate.

Josephine Rowe in “Fino ad agosto”, pubblicato da 8ttoEdizioni e tradotto da Cristina Cigognini, crea una sospensione, respiro che si fa flebile e si spegne nel finale che potrebbe essere nuovo inizio.

I racconti procedono in un’atmosfera soporosa nella lentezza di un gesto o di una frase che tenta di svelare il tassello mancante.

“È questo guardare che importa, questa traversata.”

L’attimo in cui la cinepresa dilata l’immagine, la blocca nella sua drammatica staticità.

L’affettività è graffiante, conflittuale, invasiva.

Si resta distanti ad osservare mentre il silenzio entra sbigottito a riempire gli spazi.

“Io ero sola con il rumore del calorifero e i colpi di tosse di altre vite oltre le pareti.”

La realtà si palesa attraverso presenze che si muovono come estranei e non riescono a spezzare la cortina di protezione.

Incidenti di percorso, voci fuori campo, sussurri di città rarefatte.

Oggetti a scandire il quotidiano, a ricordare che esiste la materia.

“Solo questa calda corrente oceanica dove una volta c’era il linguaggio.

Insondabile.”

L’acqua è elemento costante, attrazione verso la vertigine del non ritorno.

Si può rendere liquida e divisibile la colpa?

Ombre senza volto, suoni svaniti, pensieri come “una matassa di fili sciolti.”

Un libro suggestivo che nelle analogie, nelle metafore introspettive mostra il nostro lato nascosto.

Da leggere “ancora in attesa di qualcosa su cui puoi mettere il tuo peso senza timori.”

 

“Il mondo visto dalle parole” Giuseppe Antonelli Solferino Editore

“Le parole sono pietre.

Pietre che rotolano nel tempo e intanto s’impastano di storia, trattenendo un poco di ogni epoca.

E molto della nostra vita: perché tutti viviamo una vita tra le parole.

Parole d’amore e d’odio, parole di lavoro; parole dette, scritte, lette, ascoltate, sentite e dimenticate, parole sbagliate.

Ci sono parole che per ognuno di noi hanno un valore speciale. Da cui la memoria sprigiona in forma di pura emozione, si fa sentimento attraverso i sensi; porta con sé un suo sapore, un suo odore o colore, una superficie levigata o ruvida, una strana consistenza tridimensionale.”

Imparare a percepire il vocabolario come fosse un racconto, quello presente e quello passato.

Sentire l’emozione nello scoprire una parola nuova.

Sorridere ricordando un fonema poco usato.

Comprendere la relazione tra etimo e mito.

Scoprire che Leopardi odiava gli arcaismi, che “computer” è nato nella prima metà del Seicento per indicare una persona incaricata di fare calcoli.

“Il mondo visto dalle parole”, pubblicato da Solferino, è una miniera di sorprese.

È l’approccio alla linguistica come scoperta che ci aiuterà a comprendere.

È la storia dei popoli che con il linguaggio hanno espresso le loro diversità.

È suono che arriva come un invito ad aprire il cuore al lessico.

Diviso in capitoli il saggio può essere consultato seguendo un proprio percorso.

Interessante è la riflessione sulla relazione tra era digitale e ritorno alla scrittura, l’integrazione con altre forme espressive, la destrutturazione del testo.

“Un tempo c’era il testo lineare, elaborato, che portava traccia della sua storia di ripensamenti.

Oggi, superata la chiocciola (che simbolicamente legava l’identità digitale ad un indirizzo-casa), il segno dei tempi è diventato l’hashtag, che apre le porte alla discussione – condivisione di uno specifico tema.”

Si rischia di avere un alfabeto discontinuo, frammentario, senza connessioni con la realtà.

Che dire dei correttori automati delle nostre tastiere?

Giuseppe Antonelli si fa compagno di avventure in un viaggio dove impareremo tanto.

Significato, origine in un fantastico gioco che non conosce frontiere.

“Per tornare a incidere sulla realtà, bisogna pensare idee nuove e trovare le parole giuste.

Le parole giuste per farsi ascoltare.

Per provare, in un’epoca in cui l’odio sembra diventato l’unico dio, a suscitare passioni positive.”

Un testo prezioso che aiuta a vivere il cambiamento della lingua, ad accettare la perdita di tante certezze, a sperimentare la nuova mappa del mondo in cui viviamo.

“Nulla è nero” Claire Berest Neri Pozza

 

“Mi piacerebbe dipingerti,

Ma mi mancano i colori

Tanti ce ne sono  –  nella mia confusione”

 

“Nulla è nero”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Roberto Boi, è vertigine da attraversare.

Fiume in piena, passione che non conosce limiti.

Incendio dei sensi, lava di emozioni.

Suono del cuore, sfarfallio di colori.

“Elettricità e purezza.

Amore.

Distanza.

Anche la tenerezza può essere

Di questo colore.”

La voce di Frida Kahlo arriva cristallina, è un vulcano che ribolle.

Mare infinito che si congiunge al cielo.

Claire Berest ricompone l’esistenza di un’icona e non tralascia nulla.

Scrive con l’entusiasmo di chi si fa testimone.

Si sofferma sul carattere impetuoso della sua protagonista e con una poesia che affiora in ogni frase restituisce armonie e contrasti.

Ripercorre l’incontro con Diego Rivera, sfilaccia episodi di un amore straziante.

Ne evidenzia le diversità che si scontrano per poi ritrovarsi.

“Lui è il più grande pittore del Messico, lei una meticcia di Coyoacàn che ha vent’anni di meno e la colonna spezzata.”

Il corpo è piacere e dolore, fuga dal reale e tragico ingombro.

La mente prova a trovare pace ma una sensibilità fuori dal comune registra l’attimo nella sua asperità.

Le città americane e la nostalgia per una terra che sa essere nemica.

I versi di Witman e l’amicizia con Tina Modotti.

I salotti e le feste, i tradimenti e le lacrime.

La pittura come ricerca del sè, di quel volto che sfugge.

“Dipinge per proteggersi.

Per non essere sola.”

Il sangue che intride ogni illusione di maternità.

Gli abiti sgargianti, i capelli intrecciati per rappresentare “le tappe immaginarie di una funzione sacramentale.”

Donna “mendicante di se stessa”, combattente nata, sbriciolata ma non arresa.

Un mito che continua ad indicare la via quando il dolore prova a travolgerci.

Un romanzo che sa parlare di amicizia e di speranza, affresco di un periodo artistico e politico.

“Sei la mia compaňera.

La mia confidente.

Sei i miei occhi.

La mia anima bambina.”

Parole che sono memoria di una eroina.

 

 

 

 

 

“Un gelido inverno per Pike” Benjamin Whitmer Elliot Edizioni

“Ci sono cose con le quali uno impara a convivere, ma ce ne sono molte di più con le quali non si impara mai.”

“Un gelido inverno per Pike”, pubblicato da Elliot Edizioni e tradotto da Marco Piva, è  rappresentazione di Bene e Male.

La descrizione di una società dove uscire dal vortice del degrado è una scalata senza fine.

È la violenza di chi dovrebbe rappresentare la legge ma ha perso il senso del limite.

È la corruzione che dilaga incastrando giovani devastati dalle droghe.

“Cincinnati è centinaia, migliaia di città.”

Volto sfigurarato di una terra che non sa offrire ai suoi figli opportunità.

In questo deserto di valori Pike è metafora di riscatto, bisogno di espiare le colpe.

La morte della figlia, abbandonata da piccola, è causa scatenante di una nuova consapevolezza.

Chi le ha fatto del male?

Perché ha camminato nelle strade fangose della droga e della prostituzione?

Attraverso la nipote Wendy il protagonista trova il coraggio di capire e la sua corsa alla Verità è animata dalla voglia di espiazione.

Un romanzo teso, implacabile, che porta in scena i versi di Blind Lemon Jefferson:

“È una strada lunga che non finisce mai

È un sentiero lungo, che non finisce mai

È un vento cattivo, che non cambia mai”.

Non ci sono vinti e vincitori, domina la malinconia di una realtà che si sgretola assumendo la forma impalpabile della neve.

Bianca, macchiata di sangue, resta come monito per chi crede di essere speciale.

Le parole di Benjamin Whitmer sanno essere aspre e liriche.

Si percepisce la competenza linguistica e letteraria, la necessità di illuminare il buio con la fiaccola della speranza.

Il testo regala profonde riflessioni che luccicano e abbagliano il lettore.

“Ci si può allontanare così tanto dal luogo da cui si proviene che non si riesce più a tornare indietro, non del tutto.

Si possono bruciare tutti i ponti con il passato, basta essere disposti a perdere un pezzo di sè stessi che mancherà per tutta la vita.”

È concesso sognare di attraversare il confine ricordando che “tutti abbiamo, dentro, un senso di vuoto, che non sappiamo gestire, che l’unico trucco per vivere è non distruggersi cercando di liberarsene.”

 

 

 

 

“Murene” Manuela Antonucci Italo Svevo

 

“Provava a capire le vite che avevano vissuto, quelle che c’erano state prima, quelle che erano venute dopo.

Le sembrarono tante, e molte importanti a modo loro.

Così, dapprima, le vennero in mente l’incontro a tarda notte e la fuitina; poi la casa costruita poco a poco; la nascita dell’Anna, e quel figlio senza nome, perduto nella pancia; il lavoro, dentro casa e in campagna, il lavoro tutto il giorno; i sogni andati a male; il sangue insieme all’olio; le coppe e il falò, il nipote e l’attesa; il risveglio, e poi la fine.”

Pietra è uno dei personaggi che animano “Murene”, pubblicato da Italo Svevo.

Un romanzo corale dove ognuno rappresenta il suo frammento di vita in un Sud dimenticato dallo Stato.

Una comunità che conosce il lavoro e la fatica, ma non cede all’arroganza dei proprietari terrieri.

È il tempo dell’occupazione dell’Arneo e si percepisce la forza propulsiva che dal basso lotta per i propri diritti.

Su questo sfondo storico Manuela Antonucci costruisce una struttura solida, arricchita da un linguaggio attento al dettaglio.

Un ricamo letterario che ricorda i moduli narrativi dei primi del Novecento.

Le figure descritte hanno una carica vitale e quel genio e quella follia tipica di chi è costretto a sopravvivere.

La scelta dell’esergo risponde a pieno alla dinamica sviluppata nel testo.

“La storia non si fa, si ostina.”

Le parole di Montale tracciano un confine e rispondono alla domanda che pervade le pagine.

Chi può dire di essere protagonista della Storia?

Quanto è importante la coesione sociale?

Non manca la poetica del ricordo nell’immagine bellissima di Tonino che cerca il volto del padre nei riverberi delle onde.

“Si lasciava trasportare dal vento, allontanandosi sempre di più dalla dentiera di scogli, fino a quando poi tutto spariva e restava il buio che univa mare e cielo in un’unica, spaventosa visione.”

Mentre la trama scorre con un flusso armonioso la figura di Anna diventa archetipo del mistero.

Compare e scompare come una folata di vento e la narrazione si colma di attesa.

È come se tutte le vite si aggirassero maldestre cercando di comprendere e di riempire l’assenza.

L’autrice lascia al lettore il compito di riassemblare i pezzi con pazienza e amore.

È l’ultimo atto dovuto a tutte coloro che non hanno avuto giustizia.

“È proprio in quel momento, quando il silenzio arriva e ogni cosa sembra essersi fermata, è proprio in quel momento che tutto sta per cominciare.”

“Storie di Natale” Luisa May Alcott Edizioni Clichy

“Storie di Natale”, pubblicato da Edizioni Clichy, ha il sapore di una la creatività che sa coniugare realtà e favola.

L’impianto narrativo non si limita all’invenzione di trame che contengono una luce magica e riportano agli anni dell’infanzia.

Nella scelta dei personaggi, nel dettaglio dei luoghi, nel tepore di una parola chiara e accogliente si concentra la grandezza di Luisa May Alcott.

I racconti inediti sono delle oasi dove il mondo acquista consistenza liquida e può essere manipolato, reinventato come fosse plastilina.

“Un sogno di Natale, e come si avverò”, partendo dal romanzo di Dickens, ha risvolti moderni e molto attuali.

Quella modernità che ci aveva affascinato in “Piccole donne” è carattere distintivo che rende il testo un prezioso compagno di avventura.

Riuscire a dimostrare il valore del Natale con tanta semplicità è un regalo ai lettori di tutte le età.

Si ha la sensazione di poter vivere la condivisione e la bontà e tutti gli stereotipi crollano mentre emerge solo la voce della coscienza.

Incontrare “lo spirito del Natale”, comprendere l’essenza di una festa che non ha la solita morale che appiattisce il cuore.

Entrare nel Paese delle Caramelle è esperienza divertente con un pizzico di dissacrazione del peccato di gola.

“Quello che sembrava neve sotto i suoi piedi era zucchero, i sassi erano barrette di cioccolato, i fiori erano di tutti i colori e gusti; e ogni genere di frutta cresceva su quegli alberi deliziosi.”

La meraviglia non basta a rendere felici e l’autrice introduce un elemento innovativo anticipando molte teorie psicoanalitiche.

La vecchiaia, la morte e l’immortalità non sono più concetti astratti ma assumono contorni precisi.

Rispecchiarsi in Jocko è come guardarsi allo specchio e scoprire quella parte di noi che nell’inquietudine cerca risposte.

Belle le filastrocche che sembrano esercizi di stile e di fonetica.

L’incontro con gli animali, la conoscenza intima della Natura,  la relazione che si costruisce lentamente.

Un libro bellissimo carico di poesia che aiuta a non dimenticare gli errori, a sorridere per  piccoli e grandi inciampi e a provare ad essere felici.

 

“Perchè ci siamo salvati” Claudio Bondì Stefano Piperno Marsilio Editore

Ricerca del tempo perduto.

Ricostruzione della storia di “due famiglie, ebrei nelle temperie delle leggi razziali e dell’occupazione nazista.”

Desiderio di comprendere evocando il quotidiano dei nonni e padri.

“Perchè ci siamo salvati”, pubblicato da Marsilio, ha i toni miti di una storiografia che analizza gli eventi.

Nel susseguirsi delle lettere di Claudio Bondì e Stefano Piperno emerge la narrazione di un’epoca feroce attraverso i ricordi, le testimonianze, i piccoli aneddoti.

Ricorre una domanda: come ci saremmo comportati.

Ed è quella che si pone anche il lettore mentre assiste allo sviluppo di vite normali, inserite nel contesto sociale.

“Il punto è che per calarci in quel tempo occorrerebbe da parte nostra un grande sforzo di immaginazione. Io non ci riesco.”

I due autori hanno il coraggio di superare l’orrore, di ripescare tra le macerie di una follia senza limiti la dignità dei sopravvissuti.

“Se gli ebrei odierni esistono ancora, eredi dell’antico popolo, unico sopravvissuto tra le civiltà antiche inghiottite dalla Storia, lo debbono alla loro capacità di integrarsi pur rimanendo se stessi, fin dai tempi dell’Alessandria ellenistica e della Roma imperiale, e anche dopo, malgrado le persecuzioni.”

Una resistenza silenziosa che non ha cancellato un popolo.

Lo ha protetto nonostante lo sterminio.

Il libro ha il pregio di non indugiare in territori retorici ma di valorizzare le individualità.

Le speranze che la guerra sia finita e quel 9 settembre quando “si arrivò invece all’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, nove mesi tremendi fuggendo da un luogo all’altro, con documenti falsi, nel terrore di essere scovati e deportati.”

Si ha la percezione che la Storia sia un contenitore di menzogne, che i sogni e le speranze vengano dispersi come inutili orpelli.

“Oltre agli insegnanti di ogni ordine e grado, furono inibite con decreti successivi le professioni di notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale, conducente di taxi e pilota.

Più in generale non era ammesso nessun impiego presso la Pubblica amministrazione, né in società private in rapporto con enti pubblici, banche e assicurazioni.”

Ogni frase è frutto di un dolore che è stato trasmesso da generazione a generazione, incancellabile affronto e ingerenza sulle libertà individuali.

“In questi mesi mi è capitato di riascoltare nella mente le loro voci, che credevo spente per sempre: il tono grave di nonno Pio, la voce squillante di zia Gianna, mamma che parlava sempre a voce troppo alta, i motti canzonatori di nonno Pacifico, la parlantina a razzo dei Bondì, il tono nasale e la loro risata così particolare, che ritrovo in tuo fratello Daniele. Eravamo partiti dall’idea di lasciare traccia degli anni terribili vissuti dalle due generazioni che ci hanno preceduto e trasmettere questa testimonianza ai nostri figli e nipoti, ma l’essere gli eredi di una generazione che ha vissuto in mezzo alla più grande tragedia del Novecento ci imponeva di fare di più: aprire uno squarcio sul vissuto di quelle persone, compiendo uno sforzo di verità. Ne risulta un quadro in certo qual modo originale e un po’ fuori dagli schemi della divulgazione generalmente accreditata.”

Un testo indispensabile per mettere insieme tasselli sociologici e storici, per non dimenticare, per regalare a chi non c’è più la tenerezza di una carezza.

“La città” Mario Levrero La Nuova Frontiera

“La città”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Cinzia Imperio, ha una struttura architettonica enigmatica.

Si respira la fantasia della migliore letteratura latinoamericana e una profonda innovazione ideativa.

I luoghi riportano in mente paesaggi irreali perché risultano sdoppiati.

È il protagonista a vedere il dettaglio ingigantito, a colmarlo di simbologie.

La casa disabitata è la prima tappa di un viaggio straniante dopo tutto può essere bianco e nero.

Non ci sono collocazioni geografiche ma un indistinto quadro d’insieme che orienta l’attenzione sugli stati d’animo.

“Ero convinto che ero diventato invisibile.”

Una suggestione che percorre come una traccia il romanzo ponendo il nostro personaggio fuori dal contesto in cui si muove.

Strategia vincente che rende brillantemente la condizione di straniamento che vive il lettore.

Ci sono passaggi importanti che delineano meglio la personalità del nostro personaggio.

Lo vediamo incapace di orientarsi appena prova ad affrontare la strada.

È come se cercasse una via d’uscita da una condizione esistenziale.

L’uruguaiano Mario Levrero introduce la figura di una donna misteriosa che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama.

Appare e scompare e di lei resta un impronta, una carnalità e una sensualità arcaica.

Un Borgo semiabbandonato dove la vita scorre al rallentatore.

“Una grande stazione di servizio, molto vistosa e dai colori sgargianti, circondata da alcune case vecchie, raggruppate lì come per caso.”

Il contrasto del paesaggio fa pensare ad una provocazione sociale rappresentata da una stridente progresso che forse è solo immaginato.

La voglia di allontanarsi e non conoscere il percorso da seguire.

Un labirinto della mente, un intreccio di pensieri che portano in superficie un passato contorto.

“Fu in quel momento che scoprii il timore che mi dominava.

Da quanto tempo vivevo preoccupato per l’imprevisto?

Forse da quando ero uscito da casa, in cerca del negozio; forse da molto prima, o da sempre.

Ma solamente lì, e in quel momento, toccai con mano chiaramente, coscientemente, direi quasi oggettivamente, quel timore che abitava dentro di me in modo sotterraneo.”

È necessario entrare all’interno delle proprie fobie per superarle?

È questo l’obiettivo dello scrittore?

Credo che sarebbe riduttivo accettare una sola interpretazione.

Il testo è certamente un esercizio liberatorio, un gioco dove la fantasia si confonde con la quotidianità, dove non sempre ciò che appare è lineare.

Mille sono le sfumature, basta saperle interpretare.