“Tempesta madre” Gianni Solla Einaudi Editore

L’imperfezione può produrre bellezza.

Lo dimostra Gianni Solla in “Tempesta madre”, pubblicato da Einaudi.

Regala ai lettori la rappresentazione di una famiglia sghemba che in termini tecnici verrebbe definita “disfunzionale”.

Tra le pieghe di questa asimmetria affettiva si nasconde tanta dolcezza.

L’ironia arriva nel momento giusto quando il dolore potrebbe tracimare.

Le frasi lunghe mostrano un’attenzione all’aspetto scenografico del testo.

I dialoghi sembrano schegge impazzite.

La struttura narrativa si muove su due binari paralleli: l’infanzia e l’età adulta di Jacopo.

Lo immaginiamo magro mentre riempie fogli di parole quasi a voler racchiudere il suo mondo in uno spazio privato.

Accanto a lui la madre, una leonessa, impavida guerriera che con il corpo e con la mente fa scudo al figlio.

La amiamo perché è diretta, aggressiva, carica di energia “distruttiva”.

Ed proprio questa spinta a voler scombinare le carte del destino a renderla speciale.

La separazione dei genitori individua con intelligenza le differenze sociali e culturali che possono allontanare.

La timidezza del giovane protagonista, le prime avventure amorose, la ritrosia e la curiosità, il gioco della scoperta dell’altra.

Lo scrittore costruisce un romanzo di formazione insieme ad una elegia.

Non ci sono parole ma gesti che sigillano un patto, l’accettazione della malattia della mamma.

La scoperta di un disfacimento mentale, la paura e il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Il dolore può creare consapevolezza, può fare diventare adulti e un nuovo sorriso spalanca le braccia alla vita.

L’autore propone una storia autentica, moderna nello stile, capace di narrare cosa succede quando le porte si chiudono e bisogna affrontare il peso dei giorni.

 

“Ciò che nel silenzio non tace” Martina Merletti Einaudi Editore

“Perchè aveva pensato che il silenzio fosse l’unico modo di sopravvivere?

Erano le domande, ora, a tenerla insieme.”

Martina Merletti compie un prodigio.

Ricostruisce una storia realmente accaduta ricamando una trama dove la finzione rispetta i tempi storici e geografici.

Affida il racconto ai suoi personaggi ed ognuno traccia un segno che ci condurrà al finale.

“Ciò che nel silenzio non tace”, pubblicato da Einaudi, si legge con il cuore in gola e con la certezza che bisognerà attraversare un passato doloroso.

Perchè rispolverare gli anni 40 segnati da bombardamenti,  arresti, violenze nel carcere femminile “Le Nuove”?

Cosa significa ricordare e quante colpe resteranno come marchio nei corpi di chi le ha commesse?

Aila cerca di comprendere quali segreti la madre le ha nascosto.

Inizia una ricerca frenetica, ha bisogno di sapere.

Si è aperto uno squarcio e si intravedono ombre che chiedono di essere riesumate.

La storia incede con il galoppo accelerato di chi sa che non può più fermarsi.

La strada è ripida perché si deve scavare a mani nude nel terreno franoso di una memoria che non vuole uscire allo scoperto.

“Le parole non possono esprimere chiaramente quello che noi abbiamo patito

Con il rifiuto di ricordare è quasi come se ci salvaguardassimo.

Perchè quell’equilibrio psichico che noi poco per volta, con grande fatica, siamo riuscite ad ottenere, si fa presto a perderlo di nuovo, ricordando.”

La scrittrice ha approfondito, si è documentata, ha compreso cosa significhi essere reduci.

Racconta la città e riesce a presentarcela come una bellissima cartolina color seppia.

Usa il dialetto con parsimonia con il gusto di regalarci una identità geografica.

I personaggi sono nitidi, carichi di un peso che è dovuto al modo di guardare la vita.

La scontrosa ritrosia di Teresa, la rabbia repressa di Fulvio, la dolcezza con retrogusto amaro di suor

Emma, il dolore muto di Giacomo: scorci di esistenze alle prese con la propria coscienza.

Il romanzo è riuscito perché è sentito, coinvolge e ricorda che tutti cerchiamo ciò che abbiamo perso.

Invita a rileggere con spirito critico l’esistenza di chi ci ha preceduto, interpretare i ricordi e sussurrare “Viva la libertà. Sempre.”

 

 

 

“Akhenaton” Dorothy Porter Fandango Libri

 

“Sono la danza

Che imparerai

 

Sono la rupe

Da cui salterai

 

Sono il respiro dell’amante

 

Nella mia dolce mano

Ti frantumarai

 

Nel mio seno

Ti ricomporrai

 

Conoscerai me

Conoscerai Dio.”

 

“Akhenaton”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Maurizio Bartocci, ricostruisce in forma poetica l’esistenza dell’omonimo faraone.

Uomo poliedrico impose il monoteismo, mescolando il culto di Atos alla sublimazione di sè.

Dorothy Porter si stacca dalle poche notizie storiche ed edifica un poema epico molto originale.

Mostra il vero volto del potere egiziano, ne esaspera i lati bui.

“Nell’harem di mio padre

Sdraiato sui pesci di mosaico

Del pavimento

Mentre donne velate (le sue)

Mi fluttuano intorno.”

Versi che nella rappresentazione plastica creano effetti scenici.

Ridondanze linguistiche accompagnate da visioni ancestrali.

Il personaggio alterna vari stereotipi.

È vate di verità che distrugge gli idoli e a sua volta è costruttore di nuove chimere.

“Possiamo andarcene

Dalla tana dell’idolo

Solo per un momento

E fermarci nel Sole?”

Osserva la sua Ombra, se ne compiace, si muove all’interno del Fuoco.

Gioca con la propria invincibilità spezzando ogni somiglianza con la famiglia d’origine.

Alterna disprezzo ad esaltazione, follia a malinconia.

“I dirupi s’inchinano

A noi due

Il deserto dispiega

Un tappeto incastonato

Di pietre roventi.

Non posso guardarlo.”

Sfida dell’Io che vuole varcare le soglie della vulnerabilità, delirio di onnipotenza.

“Al risveglio la mia città

Luccicherà

Lungo il fiume

Come seta bagnata.

Avvolto in essa

Mi intratterrò col mio Dio.”

Tentativo di simbiosi, ricerca della perfezione.

Il testo naviga nelle acque agitate del desiderio, provoca i sensi, regala colori.

Esplicito il rimando alla contemporaneità che incespica davanti al Sacro e prova a ritoccarne i contorni.

Il fuoco e la luce attraggono e impauriscono mentre un grido strozzato risuona nel silenzio:

“Sono stanco

Ecco tutto

Sono esausto.”

 

 

“Il lavoro di una vita” Rachel Cusk Einaudi Editore

“Il lavoro di una vita Sul diventare madri”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Anna Nadotti, non ha la pretesa di essere un saggio.

È rivisitazione scomoda e dolorosa di una donna che con coraggio e senza infingimenti racconta la sua esperienza.

Va letta con attenzione l’introduzione alla seconda edizione per poter cogliere in maniera libera e priva di pregiudizi il messaggio del testo.

Rachel Cusk conosce bene il ruolo della letteratura che attinge ad esperienze personali.

Cerca la purezza del sentimento e non ha timore nel tradurlo in parola.

Sa che sta infrangendo le regole sacre di una società che ha una visione congelata della maternità.

Dimostra con un percorso lineare cosa significhi vivere a pieno la gestazione, lasciarsi attraversare dalla paura e dal dubbio.

“L’ho scritto perché sono una scrittrice, e l’ambivalenza che contraddistingue le prime fasi della genitorialità mi sembrava parente stretta della sostanziale ambivalenza degli scrittori verso la vita; un’ambivalenza che viene oscurata dai sistemi sociali complessi escogitati dalle comunità umane.”

Una scrittura che si offre per comprendere e per interpretare, per accompagnare nel percorso troppo spesso affrontato in solitudine.

Per parlare del corpo che perde la sua autonomia ed accoglie.

Per smontare sublimazioni che sono solo sterili categorie sub culturali.

Molto interessante il riferimento a “La Casa della gioia” di Edith Wharton che esalta il possesso.

Essere madre significa impossessarsi di un altro corpo o esserne semplicemente guscio?

Le pagine dedicate alla relazione con il neonato sono commoventi; inizia un dialogo che non ha bisogno di fonemi, accompagnato dal pianto che va ascoltato.

“Ho urlato con la bambina, confesso.

Finisco per confessarlo a varie persone, e nessuno mi dà l’assoluzione che vorrei.

Oddio, dicono.”

Nella bolla che isola la donna non c’è posto per nessuno, mentre “non ci sono parole per esprimere le dimensioni del cambiamento da donna a madre o da uomo a padre.”

Mi chiedo perché un testo tanto utile, ricco di spunti culturali sia stato attaccato alla critica.

Pian piano comprendo il valore rivoluzionario del libro che difende gli spazi vitali della coppia, trasforma il bambino da oggetto a soggetto, descrive i conflitti e le limitazioni della libertà.

Cerca di costruire un legame affettivo non ricattatorio ma vitale.

Sente il peso della responsabilità, memorizza l’angoscia di essere inadeguati.

Insegna che non esistono manuali.

Basta “far scorrere l’archetto e scoprire che le sue note suonano ancora veritiere”.

Producono suoni che rompono il silenzio e svelano “un nucleo d’amore”.

 

“Non dimenticare i fiori” Kawamura Genki Einaudi Editore

“Non dimenticare i fiori”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Anna Specchio, è un canto d’amore.

Madre e figlio stretti in un cerchio di gestualità che vengono da lontano.

Il romanzo ha il profumo dell’infanzia, dei giorni in cui due esseri si muovevano con lo stesso passo.

Ha i colori della malinconia per il tempo sfumato, per i ricordi ridotti in brandelli.

Quando Yuriko inizia a perdere la memoria per Izumi è il momento della verità.

Chi è la donna che lo ha cresciuto, quanto ha dovuto negarsi, quali segreti verranno alla luce: un percorso di ricerca di quella parte di esistenza che si è voluta cancellare.

Chi ha letto “Se i gatti scomparissero dal mondo” conosce la leggerezza  narrativa di Kawamura Genki.

Sa che ogni frase è parte di un disegno armonioso.

Che il dolore può tramutarsi in gioia, la tristezza in pace interiore.

In questa nuova prova letteraria il Giappone è una nuvola di immagini e di sapori.

È tradizione e innovazione.

È il prima e il dopo.

Il flusso di pensieri si confonde con la quotidianità, i personaggi agiscono cercando di trovare un senso alle loro azioni.

Prendersi cura di un genitore, accettarne le nebbie sempre più fitte della mente.

Attendere di diventare padre con l’incertezza di chi non ha modelli da seguire.

L’autore riesce a dare voce agli oggetti, a restituire dignità alla malattia, a trovare risposte quando si perdono i legami con le proprie origini.

La disgregazione del passato e del presente è lacerante e solo chi lo ha vissuto sa con quanta sofferenza si vive il lento, progressivo allontanamento dalla realtà di un genitore.

Non ci sono parole e in quello sguardo spento ci cerca un segno che non verrà.

Sono grata allo scrittore perché mi ha permesso di accettare quel che resta di un corpo amato che non sa più ricoscerti.

 

 

“Beati gli inquieti” Stefano Redaelli Neo Edizioni

“Le parole senza voce non esistono, non sono vere.

Esistono prima le voci e poi le parole, le poesie, le canzoni.”

Stefano Redaelli in “Beati gli inquieti”, pubblicato da Neo Edizioni, sa ascoltare e interpretare le voci dei pazienti psichiatrici ricoverati alla “Casa delle farfalle”.

Il suo personaggio, Antonio, è un ricercatore universitario che sceglie di vivere nella struttura per approfondire i suoi studi sulla follia.

Angelo, Simone, Marta, Carlo sono compagni di un viaggio che non prevede soste.

Bisogna toccare l’abisso del pensiero, attraversare il deserto dell’indicibile, conoscere la tristezza, “come un fiume divino.”

Accostarsi a Dio e sentire la dicotomia tra punizione e salvezza.

Comprendere e definire la malattia mentale.

“I matti non mentono.

I matti ci vedono.

I matti sono nudi.

I matti dicono sempre la verità.

Anche quando parlano di persone e cose che noi non vediamo, non sentiamo, che non esistono, proprio allora stanno dicendo la verità.

I matti leggono l’anima.

Quando ci guardano, non ci si può nascondere.”

Nel romanzo è forte il bisogno dello svelamento, quello che appare fuori dagli schemi della normalità.

Invito a chiederci perché abbiamo paura di chi vive nel pianeta della follia, quanto ci terrorizza la loro libertà ideativa.

Denuncia della solitudine che subiscono, della prigione mentale.

“Perché ogni invito fuori, ogni gesto d’affetto è un’illusione, una promessa impossibile da mantenere?”

Quando il lettore si è adattato alla narrazione viene disorientato da un finale che ricorda molto le novelle di Pirandello.

Gli scenari cambiano, bisogna calare la maschera, mostrarsi.

La scrittura sa trasmettere forti emozioni, può essere paragonata ad una rivisitazione psicologica delle fragilità.

È compatta ma non uniforme.

Cambia tono perchè ogni personaggio ha la sua parte.

Nella recita di un’esistenza dimezzata si coglie la tenerezza di immagini irreali, di ricordi spezzati.

“La mia vita non sta in un angolo

La mia vita sta in tanti angoli”

Basta cercarli sapendo che “sotto ogni cratere

c’è un fiore che nasce e rivive ogni giorno

Sotto ogni sottrazione nasce l’amore

Perchè la vita è così

È uguale per tutti.”

 

 

 

 

“Pazza d’amore” Adèle Hugo Fandango Libri

 

Il ritratto di Adèle Hugo ricostruito da Manuela Maddamma in “Pazza d’amore”, pubblicato da Fandango Libri, racconta la ribellione di una donna.

Rifiutata dal tenente Pinson non si arrende all’idea di rinunciare al sogno di una relazione impossibile.

“Sappiamo con certezza che furono amanti a Londra nel giugno del 1861.”

Nelle pagine di diario appare una figura trasfigurata dalla passione.

“L’amore è Spirito e Materia.

Non do il mio corpo senza la mia anima, nè la mia anima senza il mio corpo.

L’uno è imprescindibile dall’altro.”

Questa visione metafisica sarà la sua condanna.

Abbandona la casa paterna e insegue il fantasma di un uomo che non ricambia la sua passione.

Il testo contiene appunti, lettere, frammenti di diari.

È testimonianza di un’anima in pena, pellegrina nelle terre bruciate dall’indifferenza.

Pagine strazianti che fanno emergere un lento, inesorabile declino della Realtà.

Dalla corrispondenza con i familiari si percepisce il disagio psichico accompagnato dalla costruzione di un castello di menzogne.

Desiderio di farsi perdonare o dicotomia della personalità?

Il romanzo è arricchito dalle riflessioni di Victor Hugo, padre della giovane.

Se in un primo momento prevale la vergogna lentamente assistiamo ad un progressivo cambiamento.

“Coraggio e fiducia.

Riprendiamoci la nostra Adèle e stavolta non lasciamola più volar via.”

Disperazione che si allarga mostrando la mentalità dell’epoca e al contempo la forte pulsione del cuore.

“Dobbiamo riuscire a strapparla a questo sogno, a questo orribile sogno, a quest’incubo che è follia e non amore.”

E l’incubo dilaga affollando la mente di protagonista, creando l’insopportabile contrasto tra torpore e resistenza.

Affresco poetico che va letto cercando di entrare nell’universo confuso e insieme carico di pathos della narrazione.

“Dentro ogni melodia un sentimento.

Dentro ogni sentimento una sofferenza.

Felicità

Musica

Il gran peso

Felicità.”

 

“Quando abbiamo smesso di capire il mondo” Benjamín Labatut Adelphi

Mi sono accostata a “Quando abbiamo smesso di capire il mondo”, pubblicato da Adelphi e tradotto da Lisa Topi con curiosità.

Già il titolo promette uno sviluppo insolito.

Fin dalle prime pagine la scrittura mi ha trascinato con una forza attrattiva dirompente.

Storie su storie si intersecano e si allontanano in una concatenazione brillante.

Scienziati spogliati dall’aura di mistero appaiono nella quotidianità.

Si assiste alla ricerca, al logorio mentale, agli intoppi.

Ogni racconto conduce ad un bivio, bisogna continuare o fermarsi?

Quanto una scoperta può essere rischiosa?

Come manipolare i risultati ottenuti?

Benjamín Labatut sa introdurre l’attesa, ferma il momento della scelta.

Non è casuale il riferimento al blu di Prussia, credo sia la simbologia perfetta che si insinua in tutta la narrazione.

Partendo dalla purezza di un colore si può incontrare il Male Assoluto.

La scienza è creatività, studio, sofferenza.

È esaltazione e paura.

È interrogativo e in questa rivelazione sta la grandezza dell’autore.

“Il punto di non ritorno – il limite oltre il quale non si poteva andare senza rimanere intrappolati – non era indicato in alcun modo.”

Entra in gioco l’etica e la morale ed ecco che il percorso viene rischiarato.

Quando si varca il confine che porta alla singolarità?

Si può tornare indietro?

Tocca al lettore il compito di tracciare una mappa concettuale, di svegliare la coscienza, di non dare per scontato quello che viene propinato come progresso.

Un libro indispensabile per rimettere insieme i pezzi del puzzle dell’esistenza.

Per rileggere la Storia, la matematica, la fisica divertendosi a creare interazioni.

Per sentire il battito del cuore di scienziati che ci hanno regalato l’oggi.

Ma attenzione: bisogna imparare a capire il mondo per dirci liberi.

Perché?

Leggete il libro e lo capirete.

 

 

 

“La società senza dolore” Byung – Chul Han Einaudi Stile Libero

 

“La società senza dolore Perchè abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Simone Aglan – Buttazzi, ci costringerà a pensare!

Una lucidissima analisi politica mostra come e perché la società neoliberista abbia privato “il dolore di qualsiasi possibilità di espressione.”

La negazione della sofferenza porta alla passività, all’incapacità di reagire.

Automi in una “democrazia palliativa”, impariamo a nascondere il malessere.

Crediamo che il disagio sia un evento privato e questa visione distorta genera una drammatica mancanza di reattività.

“Il dolore viene interpretato come un segno di debolezza, qualcosa da nascondere o da eliminare in nome dell’ottimizzazione.”

L’abuso di psicofarmaci è segno di una privatizzazione delle sensazioni creando l’azzeramento dello spirito critico.

Isolarsi significa escludere l’Altro, confinarsi all’interno del proprio Io che si ingigantisce.

“La stanchezza dell’Io è sintomo del soggetto di prestazione narcisistico e sfibrato.

Essa isola gli esseri umani invece di riunirli in un Noi.”

Nel disimparare “l’arte di patire il dolore” perdiamo il contatto con la parte profonda del sè e la capacità di narrarla.

La Cultura si appiattisce in una rappresentazione astratta e asettica, incapace di interpretare il volto della contemporaneità.

Byung – Chul Han percorre le teorie filosofiche e psicologiche, ne spiega le connessioni e le diversità.

Invita a riflettere sulla differenza tra azione e sopravvivenza, sulla mancanza di comunione e di fantasia figlie da uno spietato neoliberismo.

“Il baccano comunicativo perpetua l’inferno dell’Uguale.

Impedisce che avvenga qualcosa di veramente Altro, del tutto incomparabile, mai visto prima.

L’inferno dell’Uguale è una zona di benessere palliativo.”

Ogni capitolo ha un titolo e scandisce un percorso ontologico ed etico: pagine ricche di riferimenti e di occasioni di riflessione.

Interessante l’interpretazione sociologica della pandemia vissuta come isteria della sopravvivenza.

Da leggere per imparare ad accettare le nostre fragilità e urlarle al mondo.

“Squali al tempo dei salvatori” Kawai Strong Washburn Edizioni e/o

“Squali al tempo dei salvatori”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Martina Testa, è magia di un paesaggio.

Voce di un popolo che ha subito il cambiamento.

Richiamo di  ritualità perdute e ancestrali mitologie.

I colori di una terra che si riappropria della sua identità.

Il prodigio come un amuleto che salva dalla sventura.

Le infinite simbologie tratteggiano una scrittura empatica dove il racconto si confronta con l’incomprensibile.

L’esordio narrativo di Kawai Strong Washburn è sbalorditivo.

Dal realismo magico alla denuncia sociale in un’alternanza che si espande senza creare dissonanze.

Una famiglia nella sua diversità e nello sviluppo delle conflittualità in un contesto che sembra uscito da una favola.

“La strada mi si spalanca davanti a perdita d’occhio.”

La vastità degli orizzonti, la percezione di qualcosa di indecifrabile ci accompagna.

Vorremmo afferrare il filo di seta che attraversa le pagine, essere noi coprotagonisti, perdere e ritrovare le nostre ombre, cavalcare le nostre paure.

“Immagina cosa siamo diventati.”

Dolore, impotenza, speranza, riscatto rappresentano le coordinate spazio temporali di un romanzo sublime.

Emozionante, suggestivo, sfuggente e al tempo stesso ricco di messaggi.

È il ritorno alle origini, alla materia dei sogni, alla dolcezza dei canti, al tepore degli affetti.

Sentiamo “una lingua di giustizia e di cicli, di dare e avere, lo spirito dell’aloha nella sua forma più pura.

Puro amore.

Il canto cresce e si moltiplica.”

Siamo “La scintilla che mette in moto il cuore del bambino e l’ultimo battito di quello del vecchio.”

Pronti a danzare insieme all’autore liberando l’animo guerriero che tenevamo prigioniero.