Recensione di @CasaLettori: “Il naufragio” Daniel Albizzati Fazi Editore

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Titolo:  “Il naufragio”         

Autore:  Daniel Albizzati

Casa Editrice:  Fazi Editore 

Collana:  Le strade

Anno di pubblicazione:  2022

Recensione

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“I libri sono amici che non ti chiedono niente, solo di ascoltare con gli occhi.

Ti insegnano parole, ti insegnano storie, ti fanno provare emozioni.

È la prima volta da quando sto sull’isola che mi sento, se non felice, almeno sereno.”

 

A pronunciare queste meravigliose parole è Vadim, giovane della periferia romana, scapestrato, costretto a fuggire dalla città dopo aver combinato un bel guaio.

Un disadattato, con amici infrequentabili, una famiglia inesistente.

Non ha voluto continuare gli studi, gli stupefacenti gli hanno lacerato la volontà, non ha obiettivi né progetti.

Quando la nave che aveva scelto per allontanarsi dal suo passato va a fondo è l’unico a salvarsi.

L’isola dove approda è deserta, inospitale.

La spiaggia è ricoperta da cumuli di spazzatura, il bosco incute timore.

Il nostro protagonista deve imparare a sopravvivere ma i demoni che lo abitano lo tormentano con le loro voci.

Di un realismo che disorienta, “Il naufragio”, pubblicato da Fazi Editore, è un pugno in faccia.

Nella prima parte il linguaggio e le movenze sono quelle di uno scugnizzo disperato in preda a crisi d’ansia, un prigioniero che non conosce vie di fuga.

Poi succede qualcosa che cambia il corso della narrazione.

All’interno di un container cominciano a fuoriuscire libri.

Inizialmente sono solo pagine da poter bruciare se si riuscisse ad accendere un fuoco.

Poi spazi bianchi da riempire di pensieri.

E qui avviene la prima catarsi, il tentativo di esprimere le paure e tradurle in segni.

“Devo scrivere; ma non per uscire dall’inferno, come ha detto qualcuno, ma per far uscire l’inferno da me.

Quando scrivo mi libero dei pensieri che mi angosciano, la voce mi passa attraverso e si allontana.”

Ma il vero miracolo avviene quando il nostro personaggio inizia a leggere.

Si aprono mondi mai esplorati, si trovano compagni di avventura.

La solitudine diventa meno spaventosa.

Ogni storia è apprendimento, conquista, luogo di creatività mai esplorato.

 

“Il suono della voce non è più un coro di grida confuse.

Da che emetteva solo versi, adesso nel trambusto percepisco parole confuse che messe in fila hanno la sembianza di ragionamenti.

Stanno prendendo forma e suono.

Non riesco ancora a capirne il senso, non sono ancora distinguibili.”

 

Il percorso di rinascita è lento e doloroso, deve attraversare quel groviglio che è la mente.

Ritrovare l’anima e la pace.

Daniel Albizzati mi ha sorpresa perché è riuscito a trasformare completamente il suo Vadim.

Ci ha permesso di vivere la metamorfosi momento per momento.

Ha modificato linguaggio e tonalità espressive.

Ha ideato una trama che sfiora l’incredibile, mettendo in scena la lenta morte del pianeta.

Nel finale aperto lascia a noi la possibilità di interpretazione degli eventi.

In quel ragazzo rivediamo i tanti sbandati che si muovono senza pace nelle nostre strade.

Imbottiti di alcol e sostanze psicotrope sono la sincretica rappresentazione del fallimento della nostra società.

Forse l’isola deserta siamo anche noi, pensiamoci.

Editore

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Autore

Daniel Albizzati, nato a Stoccolma, laureato in Marketing e Giornalismo, scrive racconti e articoli su «Il bestiario degli italiani». Lavora nel cinema e nell’editoria. È direttore editoriale della narrativa di GOG Edizioni. Con Fazi Editore, nel 2019, ha pubblicato Le avventure di MercuzioIl naufragio è il suo secondo romanzo.

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Recensione di @CasaLettori: “La tua assenza è tenebra” Jón Kalman Stefánsson Iperborea

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Titolo: “La tua assenza è tenebra”     

Autore: Jón Kalman Stefánsson

Casa Editrice: Iperborea

Collana:

Anno di pubblicazione:  2022

Recensione

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“I morti perdono il nome se non raccontiamo la loro storia;

quindi se racconti la mia storia io ritroverò il mio?”

 

Malinconico e dolcissimo, profondo e commovente.

Lancinante e autentico, poetico e sfuggente.

Ancora una volta Jón Kalman Stefánsson trova una cifra narrativa che entra nel cuore del lettore.

Lo turba, lo coccola, lo interroga.

Lo porta a viaggiare nel tempo e nello spazio, dandogli una sensazione di infinito.

Lo invita a lasciarsi andare tra i fiordi e i paesaggi che hanno un’intrinseca bellezza.

Lo fa accedere in quello spazio che si chiama eternità, gli fa sentire il brivido della ricerca del sè, gli permette di accostarsi all’ignoto.

 

“Le cose davvero importanti ti lasciano addosso un segno indelebile, sentimenti profondi, esperienze difficili, traumi, felicità intensa; dolori o violenze che colpiscono la società o il tuo mondo possono penetrarti dentro a una profondità tale da inscriversi nei geni, che poi li tramandano di generazione in generazione, forgiando così chi ancora non è nato.

È una legge di natura.

I geni trasportano le sensazioni, i ricordi, le esperienze e i traumi da una vita all’altra, e in questo modo alcuni di noi esistono ben oltre la loro dipartita, ben dopo essere stati dimenticati del tutto.

Il passato, pertanto, ce lo portiamo costantemente dentro.

È un continente invisibile, misterioso, che talvolta si lascia percepire tra il sonno e la veglia. Un continente con rilievi montuosi e distese marine che influiscono in maniera stabile sul clima e sulle variazioni di luce che abbiamo in noi.”

 

“La tua assenza è tenebra”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Silvia Cosimini, già nel titolo contiene due termini che ci faranno compagnia.

Ne scopriremo il senso e il legame che li unisce.

Essere assente può contenere vari significati anche metaforici.

Mi piace pensare che si riferisca al protagonista, “assente a se stesso”, incapace di ricordare.

Un vuoto vorticoso dove più niente appare, solo un presente irriconoscibile, distante.

Tenebra è mancanza di luce ma è anche simbolicamente morte.

Il pregio dell’opera è quello di portarci a pensare che il buio può essere frantumato attraverso la conoscenza.

Conoscersi o meglio riconoscersi significa fare chiarezza, illuminare, accedere senza timore nel luogo della dimenticanza.

 

“No, non conosco abbastanza bene i dettagli per vedere il contesto.

I dettagli, il contesto?

I primi li viviamo, il secondo lo inventiamo.”

 

È questa la letteratura, trasformare la vita in invenzione o viceversa e questo romanzo ne è la prova.

Sa dare il giusto valore allo scorrere del tempo, lo accelera, lo sminuzza, lo ingigantisce, lo riduce in schegge.

Ruotano storie e personaggi e frasi che stordiscono.

Si alternano pagine fitte a riflessioni che si incidono sulla pietra.

Scorre un film con i contorni a tratti surreali, rarefatti ricordi, giochi semantici e schizzi introspettivi.

Ci si incontra per ritrovare pace accettando ciò che scompare.

Tornerà sotto forma di parola che riesce a fare da ponte tra morte e vita.

 

“Fuggi pure verso altri paesi, altri emisferi, nasconditi nelle valli più isolate, nei vicoli delle grandi città, quel maledetto verso, quell’accidente di ritornello, rintraccerà il tuo cuore, che tu sia a Buckingham Palace, nel ventre del Pentagono, sotto il letto del papa.

Ti rintraccia, ti strappa tutte le armi di mano, e comincia a cantare.”

Editore

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Autore

Jón Kalman Stefánsson, ex insegnante e bibliotecario, si dedica alla poesia prima di passare alla narrativa, distinguendosi subito per una lingua di singolare ricchezza evocativa e diventando uno dei più amati scrittori nordici. Attraverso potenti affreschi dell’Islanda di ieri e di oggi, i suoi romanzi affrontano le grandi domande dell’uomo, la vita, l’amore, il senso ultimo dell’esistenza, il potere dell’arte e della letteratura. Più volte nominato al Premio del Consiglio Nordico, con Luce d’estate ed è subito notte ha ricevuto il Premio Islandese per la Letteratura. Iperborea ha pubblicato la trilogia Paradiso e inferno (2015), La tristezza degli angeli (2012),  Luci d’estate ed è subito sera (2013), Il cuore dell’uomo (2014), oltre ai Pesci non hanno gambe (2015) e Grande come l’universo (2013), che raccontano una saga famigliare spaziando da un capo all’altro dell’Islanda attraverso il Ventesimo

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Copertina
Copertina
Copertina del volume
Copertina Acqua rossa di Jurica Pavicic Keller Editore
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Copertina di Tutto quello che per poco non è successo di Don Robertson
Copertina Il ladro e la ribelle di Jan-Philipp Sendker
Un amore fuori dal tempo di Carmen Yanez Guanda Editore
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Recensione di @CasaLettori: “Disturbo della quiete pubblica” Richard Yates minimum fax

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Titolo:  “Disturbo della quiete pubblica”   

Autore: Richard Yates

Casa Editrice: minimum fax

Collana: minimum classic

Anno di pubblicazione: 2022

Recensione

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L’altro volto dell’America, quello che racconta l’insoddisfazione e il fallimento.

Siamo nel 1960 a New York in un giorno qualsiasi.

Qualcosa accade nella mente di John Wilder.

Una laconica telefonata alla moglie per comunicarle che non può tornare a casa perché ha paura di uccidere lei e il figlio.

Come può un uomo all’apparenza normale avere un simile timore?

Inizia così “Disturbo della quiete pubblica” pubblicato da minimum fax e tradotto da Mirella Miotti.

Uno dei romanzi più intensi di Richard Yates, pungente, caustico, a tratti feroce.

L’autore ha sempre guardato oltre la patina della opulenta società, si è sbizzarrito a smontare la dilagante idea di una terra dove tutto funziona alla perfezione.

Ha mostrato con una lucidità incredibile i tratti oscuri, le zone d’ombra, i vuoti affettivi.

In questa prova letteraria sintetizza la sua filosofia narrativa.

Nel suo personaggio si concentra il male di vivere, i sogni frustrati, il matrimonio deludente.

In un gioco di entrate e uscite dal passato viene abbozzato il quadro di un’infanzia e un’adolescenza dove non ha potuto dimostrare il vero sè.

Oppresso dai genitori, incapace di continuare gli studi, afflitto dalla lentenza nell’apprendere si ritrova a vivere un’esistenza che non è la sua.

Venditore di spazi pubblicitari mentre altre erano le ambizioni in una città che esclude i perdenti.

Quando ha coscienza della trappola in cui vive esplode finendo ricoverato in psichiatria.

È in quest’ambiente perturbante che sente tutto il peso della solitudine.

Lo scrittore non ci risparmia niente di un sistema sanitario che non cura ma emargina.

Descrive un inferno con pagine di un realismo disarmante.

Uomini che hanno perso la bussola, vagabondi sofferenti, monadi che girano a vuoto cercando il proprio centro.

Quando il nostro protagonista torna nel fuori trova l’ipocrisia di un recupero forzato.

Le sedute psicoanalitiche, gli incontri con gli Alcolisti Anonimi sono solo palliativi che non placano l’insoddisfazione.

Cerca di dare una sterzata al destino ma riempire i vuoti non è così semplice.

Non basta credere in un’idea per farla funzionare ed è su questa convinzione che inizia a ruotare la trama.

Mentre ci si avvia verso il finale si sente una ondata di tenerezza.

Nell’imperfezione e nel dolore, nella sconfitta e nella follia Yates ci restituisce l’umanità perduta, il desiderio di comprendere cosa si nasconde dietro i volti della folla che ci cammina accanto.

Quanti John abbiamo sfiorato senza fermarci ad ascoltare il loro canto triste?

Mi auguro che tanti lettori si accostino alle opere di Yates.

Viaggi che riescono a mettere in crisi, a scuotere le coscienze e questa si chiama letteratura.

 

Editore

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Autore

Richard Yates è stato oggetto di una riscoperta che lo ha trasformato in uno dei grandi classici del realismo americano del secondo Novecento. Minimum fax ha pubblicato anche Revolutionary Road, Undici solitudiniSotto una buona stellaEaster ParadeUna buona scuolaBugiardi e innamoratiCold Spring HarborProprietà privata e Il vento selvaggio che passa.

Nel 2020, sempre per minimum fax, è uscito Capolavori, il cofanetto che raccoglie le sue opere più importanti.

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Incipit scelto da @CasaLettori: “Piccole cose da nulla” Claire Keegan Einaudi Editore Stile Libero

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Titolo:  “Piccole cose da nulla”   

Autore: Claire Keegan 

Casa Editrice: Einaudi Editore 

Collana: Stile Libero 

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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“In ottobre gli alberi erano gialli.

Poi gli orologi tornavano un’ora indietro e arrivavano i venti di novembre, soffiavano senza sosta e spogliavano i rami.

Nella cittadina di New Ross i camini buttavano fumo, che svaniva dileguandosi in lunghi fili lanuginosi prima di disperdersi sulle banchine, e ben presto il fiume Barrow, scuro come birra, si gonfiava di pioggia.

Perlopiú la gente sopportava il maltempo, scontenta: bottegai e artigiani, uomini e donne alle poste e in coda per la disoccupazione, al mercato, al caffè e al supermercato, alla sala bingo, nei pub e in friggitoria non facevano che parlare, ciascuno a modo suo, del freddo e di quanto era piovuto, domandandosi se fosse normale – perché non era mica una cosa normale, eh? – e comunque non ci si credeva, ecco un’altra giornata di freddo barbino, l’ennesima. I bambini si tiravano il cappuccio sulla testa prima di affrontare il percorso fino a scuola, mentre le madri, che ormai ci avevano fatto il callo a correre a testa bassa alla corda del bucato, ammesso che ancora osassero stendere fuori, nemmeno ci speravano di avere anche solo una camicia asciutta prima di sera.

E poi scendeva la notte e ancora una volta gelava, e lame di freddo si infilavano sotto le porte tagliando le gambe a chi ancora si inginocchiava a recitare il rosario.

Nel suo deposito, Bill Furlong, il commerciante di carbone e legname, si fregava le mani, dicendo che se andava avanti cosí presto avrebbero dovuto cambiare le gomme al camion. – Fa avanti e indietro tutto il giorno, – disse ai suoi uomini. – C’è il caso che tra un po’ ce le ritroviamo consumate fino ai cerchioni.

Ed era vero: un cliente non faceva in tempo a uscire dal deposito che subito ne arrivava fresco fresco un altro, oppure suonava il telefono, e quasi tutti volevano una consegna rapida se non immediata, e no, non andava bene la settimana dopo. Furlong vendeva carbone, torba, antracite, carbonella e legna.

I clienti ne ordinavano un quintale, mezzo quintale, una tonnellata o un’intera camionata. Vendeva anche formelle di torba imballate, legna minuta e bombole a gas. Peggio di tutto era il carbone, e in inverno toccava andare a ritirarlo sulle banchine una volta al mese. Gli uomini ci mettevano due giorni pieni per caricarlo, trasportarlo e, una volta tornati al deposito, smistarlo e pesarlo tutto.

Nel frattempo i battellieri polacchi e russi, che se ne andavano in giro per la città con i loro berretti di pelo e i loro cappottoni abbottonati, senza quasi spiccicare una parola in inglese, erano una bella novità. In quei periodi di intenso lavoro, era Furlong a fare quasi tutte le consegne, lasciando i suoi uomini a prendere gli ordini e a tagliare e spaccare in due i carichi di alberi abbattuti che portavano i coltivatori.

Per tutta la mattina si sentiva un gran segare e spalare, ma quando suonava la campana dell’Angelus, a mezzogiorno, gli uomini posavano gli attrezzi, si lavavano via il nero dalle mani e se ne andavano da Kehoe, dove li aspettava un pasto caldo completo di zuppa, e fish & chips il venerdí.”

Editore

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Autore

 

Claire Keegan è nata nel 1968 nella contea di Wicklow, in Irlanda.

“Piccole cose da nulla”, pubblicato in 30 Paesi, è finalista al Booker Prize.

 

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Recensione di @CasaLettori: “Sciocchi spavaldi omicidi” Klas Ekman Einaudi Editore Stile Libero

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Titolo: “Sciocchi spavaldi omicidi”       

Autore: Klas Ekman

Casa Editrice: Einaudi Editore 

Collana: Stile Libero 

Anno di pubblicazione: 2022

Recensione

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“Bastò un attimo per mandare a rotoli la sua esistenza.”

 

Un prologo che anticipa in poche battute l’atmosfera che respireremo leggendo “Sciocchi spavaldi omicidi”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Gabriella Diverio.

Una strategia narrativa interessante che crea un climax di tensione, un modo intelligente di agganciare il lettore e portarlo passo dopo passo all’interno di un noir dai forti connotati socioambientali.

Anna ha un lavoro rispettabile, due figli molto amati, un matrimonio insoddisfacente.

È risoluta, determinata, pronta ad attraversare le difficoltà familiari.

Cosa la spinge a cambiare radicalmente?

Una storia d’amore clandestina, una piccola follia per uscire dalla monotonia del quotidiano.

John è gentile, delicato, attento alle sue esigenze.

La fa sentire viva, interessante.

Un weekend che improvvisamente vira verso la tragedia.

I due amanti rientrando in città uccidono una donna.

Sono attimi nei quali saltano tutti i ragionamenti logici, quelli che hanno scadenzato le loro esistenze.

Nascondono il cadavere nel bosco e si allontanano.

Cosa scatta nella mente dei protagonisti?

È questo il quesito che ci accompagnerà fino al finale.

Dove sono finiti il senso del dovere, la morale, l’etica?

Può la paura trasformare l’essere umano in un animale che fugge dalle proprie responsabilità?

Riprendere a vivere come se niente fosse successo è complicato.

La mente ha suoi meccanismi difensivi che non reggono a lungo.

Iniziano le crisi d’ansia, il terrore di essere scoperti.

Il castello di certezze crolla mostrando il vero volto delle insicurezze.

Tanti passi falsi, bugie mal architettate, incapacità di gestire le emozioni.

Il testo si insinua all’interno dei meccanismi mentali con lucidità senza tralasciare gli stati d’animo e i conflitti tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Klas Ekman ha una scrittura veloce, irruenta.

Scardina le regole del noir proponendo una lettura critica sui valori che governano il nostro tempo.

Spezza le catene di un perbenismo ottuso che ci presenta una società perfetta, integgerrima, onestà.

Con intelligenza smonta pezzo dopo pezzo i legami interpersonali, dimostrando che non esistono compagni quando la bufera arriva.

In questa spirale vengono coinvolti tutti in un rituale che conosce solo il ricatto e la menzogna.

È come se un virus focoso e indisturbato sia entrato nella quotidianità e abbia demolito i sentimenti positivi.

Il romanzo si evolve, diventa tumultuoso, corrosivo.

La corsa verso un finale che non ci aspettavamo accelera il respiro, le scene sono molto cinematografiche con sovrapposizioni di immagini.

È tempo di capire chi riuscirà a salvarsi.

Ma è possibile spegnere l’interruttore dei ricordi e tornare a camminare?

Intrigante indagine sulla nostra capacità di essere camaleontici, pronti ad assumere forme e voci che possano celare le nostre colpe.

Maestosa rappresentazione degli equilibri instabili che governano le nostre coscienze.

 

 

 

Editore

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Klas Ekman è giornalista, critico musicale e direttore editoriale della casa editrice Volante

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Recensione di @CasaLettori: “Senza respiro” David Quammen Adelphi Editore

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Titolo: “Senza respiro”   

Autore: David Quammen 

Casa Editrice: Adelphi Editore 

Collana:

Anno di pubblicazione: 2022

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“Perché la maggior parte dei paesi – in particolar modo gli Stati Uniti – si erano rivelati tanto impreparati?

Per mancanza di informazioni scientifiche, o di soldi”

 

Domande assillanti che continuano a tormentarci.

La pandemia ha travolto le nostre vite lasciando una scia di dolore e di incertezza.

Ci ha resi indifesi, impauriti, chiusi nel nostro perimetro individuale.

Leggere “Senza respiro”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Milena Zemira Ciccimarra, è un indispensabile tragitto da percorre se vogliamo liberarci da dubbi e false verità.

L’impostazione del testo è scientifica, costruita passo dopo passo, che non tralascia dettagli.

Viene fuori un quadro preciso, obiettivo, rigoroso.

Partirei dal titolo che è fortemente evocativo.

La mancanza di respiro avvicina al concetto di morte ed io credo che David Quammen, fin da subito, abbia voluto regalare un fiore a tutti coloro che hanno perso la battaglia.

C’è una forte empatia affettiva nelle pagine e questa carezza è segno di umanità e di partecipazione.

Non mi sento di classificare l’opera come saggio perché nello sviluppo narrativo tante sono le finestre aperte.

Dalla Cina al mondo in una costante ricerca di spiegazione.

I dati molto rigorosi non sono freddi calcoli matematici ma sono percorsi da un afflato emotivo fortissimo.

 

 

“Si sarebbe potuto dire che il Sars – Cov – 2 stava imparando a conoscerci, mentre noi imparavamo a conoscere lui.”

 

Bisogna fermarsi sul fonema “conoscenza” perchè è una delle parole chiave per comprendere il lavoro compiuto dallo scrittore.

Un metodo che valorizza la scienza in un tempo in cui tante sono state le menzogne e i raggiri che hanno confuso e intrappolato in uno stato di disorientamento.

Una cronistoria dove parecchie sono le voci che intercalano la narrazione ma quello che colpisce è lo sguardo al di sopra delle parti, capace di mantenere la lucidità necessaria.

La scrittura scorre sicura e permette al lettore lunghe pause di riflessione.

Dimenticare non serve, lo dobbiamo ai tanti morti.

Lo scrittore ha il coraggio di esporre le criticità di un sistema che non ha funzionato come doveva ma il suo atto di accusa vuole essere il tassello mancante che porterà ad una nuova consapevolezza.

Un libro sul futuro e sulla speranza, un inno alla conquista del sapere, una visione aperta che aiuterà a prevenire.

Se Spillover è un capolavoro questa nuova prova è una sfida che dobbiamo accogliere.

Ci servirà per proiettare l’esperienza fuori da noi, a verificare come ci ha cambiati e quanta strada dobbiamo fare per tornare a sperare.

Per non dimenticare che l’essere umano non è separato dalla Natura.

 

Editore

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Autore

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David Quammen (Cincinnati24 febbraio 1948) è un saggista e divulgatore scientifico statunitense.

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Copertina Una battaglia persa di Svetlana Aleksievic Adelphi Editore
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Copertina Acqua rossa di Jurica Pavicic Keller Editore
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Incipit scelto da @CasaLettori: “Ritratto di un matrimonio” Maggie O’Farrell Guanda Editore

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Titolo: “Ritratto di un matrimonio”     

Autore: Maggie O’Farrell

Casa Editrice:  Guanda Editore

Collana: 

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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“Ritratto di un matrimonio” è un viaggio storico alla ricerca dell’emancipazione

“Lucrezia si siede alla lunga tavola che luccica come uno specchio d’acqua, apparecchiata con piatti, calici capovolti e una ghirlanda d’abete.

Il marito non si accomoda di fronte come di consueto bensì accanto a lei, così vicino che, volendo, potrebbe poggiargli la testa sulla spalla; mentre lui spiega il tovagliolo, raddrizza un coltello e avvicina la candela, le balena nella mente con singolare chiarezza, come se dinanzi agli occhi le fosse stato messo, o forse rimosso, un vetro colorato, che vuole ucciderla.

Ha sedici anni ed è sposata da meno di uno.

Hanno viaggiato per buona parte del giorno, sfruttando la poca luce offerta dalla stagione, dopo essere partiti all’alba da Ferrara e aver cavalcato fino a quello che lui aveva definito un casino di caccia, all’estremità nordoccidentale del ducato.

Non è affatto un casino di caccia, avrebbe voluto dirgli Lucrezia quando erano arrivati a destinazione: una struttura dagli alti muri di pietra scura, con un fitto bosco su un lato e un’ansa sinuosa del fiume Po sull’altro.

Avrebbe voluto girarsi sulla sella e chiedergli: Perché mi avete portato qui?

E invece aveva lasciato che la giumenta lo seguisse lungo il sentiero fra gli alberi grondanti, oltre il ponte ad arco e nel cortile del bizzarro edificio fortificato a forma di stella che, persino allora, le era sembrato stranamente deserto.

I cavalli sono stati portati via e lei si è sfilata la mantella e il cappello fradici mentre il marito la guardava con la schiena rivolta alla fiamma del focolare e ora lui indica ai servitori in attesa nell’ombra della sala di avvicinarsi e riempire i piatti, affettare il pane e versare il vino nei calici, e d’improvviso Lucrezia ricorda le parole della cognata, sussurrate con voce roca:

Daranno la colpa a voi.

Con le dita stringe il bordo del piatto.

La certezza che lui vuole ucciderla è una presenza al suo fianco, un uccello da preda con le piume scure posato sul bracciolo della sedia.

Ecco il motivo del viaggio inatteso in quel luogo selvaggio e desolato.

L’ha portata nella fortezza di pietra per assassinarla.

Lo sconcerto la strappa dal suo corpo, la fa quasi ridere: è sospesa vicino al soffitto a volta e guarda i due seduti a tavola, che si portano alla bocca brodo e pane salato.

Vede lui protendersi verso di lei, posarle la mano sulla pelle nuda del polso mentre le dice qualcosa; vede lei fare di sì con il capo, ingoiare, parlare del viaggio e dei paesaggi interessanti che hanno attraversato come se fra loro andasse tutto bene, come se fosse una cena normale dopo la quale andranno a letto.

Ancora lassù, accanto alla pietra fredda e umida del soffitto, pensa invece che la cavalcata fin lì dalla corte è stata noiosa, fra campi spogli e gelati, il cielo così pesante che sembrava accasciarsi, sfinito, sulle cime degli alberi nudi.

Il marito aveva scelto il trotto, lunghi tratti di saliscendi sulla sella, la schiena indolenzita, le gambe escoriate dallo sfregamento delle calze bagnate.

Continue reading “Incipit scelto da @CasaLettori: “Ritratto di un matrimonio” Maggie O’Farrell Guanda Editore”

Recensione di @CasaLettori: “Le mie amate T -shirt” Murakami Haruki Einaudi Editore

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Titolo: “Le mie amate T-shirt”         

Autore: Murakami Haruki

Casa Editrice: Einaudi Editore 

Collana: Frontiere Einaudi 

Anno di pubblicazione:  2022

Recensione

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“Non è che io sia veramente un collezionista, eppure uno dei fili conduttori della mia vita pare che sia radunare poco per volta serie di oggetti.

Dischi LP in numero tale che non riuscirò mai ad ascoltarli tutti, libri che probabilmente non rileggerò mai più, ritagli vari di riviste, matite ormai tanto corte da non poterle nemmeno temperare…. insomma, la quantità di cose intorno a me va aumentando a vista d’occhio.”

 

Un incipit insolito che fa scattare immediatamente una domanda: anche noi accumuliamo oggetti e perchè?

È l’istintivo bisogno di scadenzare il tempo o di fermare attraverso il feticcio che ci appartiene quella parte di noi che rischia di perdersi?

Le mie amate T -shirt”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Frontiere e tradotto da Antonietta Pastore, è un testo semi serio con evidenti risvolti sociali.

Rispecchia e rappresenta la stagione del consumismo sfrenato e al contempo si sofferma sulla nostra idea di possesso.

Possedere significa esistere all’interno del sistema, ma attenzione, l’operazione geniale di Murakami Haruki va ben altre questa semplice rivelazione.

Il suo è un viaggio tra i ricordi e ogni maglietta è materia di racconto.

Sbalorditivo come sempre, l’autore riesce a costruire una mappa geografica della sua esistenza.

La cosa incredibile è che in questa originale rivisitazione tanti sono i personaggi che animano le pagine.

Ad ognuno è concesso un piccolo tratto della personalità, una caratterizzazione che viene delineata con quella sensibilità propria dello scrittore.

Il libro è frutto di una raccolta di articoli pubblicati sulla rivista “Popeye” ma noterete subito che ha la struttura del romanzo.

La foto colorata del capo di abbigliamento e il racconto di un frammento di esperienza.

Importanti sono i luoghi non solo perché fanno parte dello scenario ma perché delimitano delle tappe di un percorso introspettivo che ha il coraggio di esporsi.

I gusti, le stranezze, le abitudini, i piccoli e grandi episodi che mostrano l’uomo nella sua interezza.

New York, Parigi, Berlino, Copenaghen: schizzi di un paesaggio interiore dove la ricomposizione della memoria ha un valore catartico.

L’emozione durante i concerti dal vivo, la musica perenne compagna, il ricordo della New York City Marathon del 1998, le bellissime t – shirt che promuovono le librerie e le università nel mondo, i supereroi e gli animali più strani.

 

“Come?

Non avete un caminetto, nè una sedia a dondolo, e nemmeno un gatto?

Be’, è veramente un peccato.

Cioè, a pensarci bene anche a casa mia non c’è nessuna di queste cose.

No, neppure un gatto.

Ho immaginato questa situazione solo perché mi sembra ideale.

È importante usare l’immaginazione.”

 

Il linguaggio colloquiale di un amico, la verve ironica e pungente, l’osservazione puntuale di piccoli dettagli, la capacità di intrecciare il vissuto con l’antropologia: un’esplosione di creatività.

Emerge forte la differenziazione tra Occidente e Oriente che non è formale ma passa attraverso il modo di rapportarsi dell’esistente.

Bellissima l’intervista finale dove conosciamo fino in fondo il nostro idolo letterario.

Un gioco? Forse ma “con le sue regole”

A voi il compito di scovarle insieme agli infiniti messaggi celati con intelligenza in questa innovativa forma di letteratura.

 

 

 

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Fin dal suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento del 1979, Murakami si è imposto sulla scena letteraria giapponese come uno scrittore di primo piano che non sembra appartenere alla tradizione nipponica

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Recensione di @CasaLettori: “Una battaglia persa” Svetlana Aleksievič Adelphi Editore

In breve

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Copertina Una battaglia persa di Svetlana Aleksievic Adelphi EditoreTitolo: Una battaglia persa

Autore: Svetlana Aleksievič

Casa Editrice: Adelphi Editore

Collana: Microgrammi

Anno di pubblicazione: 2022

Recensione

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Storie da ascoltare come fossero meditazioni.

Testimonianze che insegnano l’amore, quello che nemmeno la morte può spezzare.

Voci di pianto che raccontano cosa ha significato la guerra, cosa ha tolto, cosa ha distrutto.

Ricordi del primo incontro su un campo di battaglia “in mezzo al fango, alla polvere e al sangue.”

Esplosione del reattore di Černobyl e radiazioni che cancellano la speranza.

Un palcoscenico per restituire le parole, quelle che non vogliamo ascoltare.

Una foto al telegiornale e il tempo veloce per un’altra notizia.

Svetlana Aleksievič ci dona la sua esperienza di donna che fin da piccola ha imparato quanto sia fragile l’esistenza.

Spezza il silenzio con un linguaggio accorato, per ribaltare l’idea che “Il male non conosce pietà.”

Partendo dalle origini delle idee comuniste ha il coraggio di smontare il sogno utopico del socialismo.

Lo fa con determinazione e forza, senza fare sconti a nessuno, cercando di collocare il periodo storico all’interno di un percorso intimo.

Sa che la verità va raccontata con lealtà, cercando di raccogliere “la storia dell’anima.”

 

“Quando racconta, l’uomo crea, lotta col tempo come lo scultore col marmo.

È attore e creatore.

A me interessa l’uomo piccolo.

Il piccolo grande uomo, anzi, perché il dolore lo rende grande.

È lui, nei miei libri, a raccontare la propria piccola storia e, insieme, anche quella grande.”

 

“Una battaglia persa”, pubblicato da Adelphi Editore nella Collana Microgrammi e tradotto da Claudia Zonghetti, si interroga sul ruolo della letteratura in questo tempo perverso.

Celebrare gli eroi serve a comprendere?

 

“Perchè tanto dolore non si converte in libertà?”

 

La scrittrice prova a ricostruire eventi vissuti come cronista di guerra e il linguaggio si fa teso, implacabile, doloroso.

La madre ucraina, il padre russo, un esempio del conflitto che dovrebbe annientare anche le famiglie.

Da leggere per comprendere come si può esercitare l’amore quando la propria terra è straziata e lacerata.

Per vedere finalmente non i cadaveri su strade polverose ma uomini e donne sacrificati sull’altare della follia del potere.

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Foto di Svetlana Aleksievič

Svjatlana Aljaksandraŭna Aleksievič è una giornalista e scrittrice bielorussa nata in Ucraina, insignita del Premio Nobel per la letteratura nel 2015.

Nel corso della sua carriera, la giornalista e scrittrice ha seguito i principali eventi dell’Unione Sovietica nella seconda metà del ‘900: dalla guerra in Afghanistan, al disastro di Černobyl’, ai suicidi seguiti allo scioglimento dell’URSS. I suoi libri sono stati pubblicati in più di venti paesi e rappresentano uno struggente romanzo corale degli uomini e delle donne vissuti nell’Unione Sovietica e nella Russia post-comunista del XX secolo. È considerata una delle maggiori scrittrici a livello mondiale.

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