“Primo amore e altri affanni” Harold Brodkey Fandango Libri

 

 

Come definire “Primo amore e altri affanni”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Grazia Rattazzi Zambelli?

Una mappa dei sentimenti nelle varie fasi dell’esistenza, la leggerezza di una descrizione che deve comunicare, la purezza di una scrittura che non si ripiega su sè stessa.

Una raccolta di racconti dove l’America è presente nella sua complessità.

È la lussuosa residenza dei ricchi, è la strada abbandonata della periferia.

È il guizzo di chi osserva e non comprende la suddivisione in ceti.

È l’adolescente che non ha mai vissuto l’infanzia e trova la forza di inventarsela.

È il padre malato, ingombro e peso, la madre dalla bellezza sbiadita.

“Nella primavera dei miei sedici anni, quello che più desideravo al mondo era di riuscire ad essere qualcuno, da grande.

Non sapevo che ci potesse essere altro modo per farsi amare.”

Frasi spiazzanti che vanno assaporate e inserite in un contesto che travalica il libro.

Un filo conduttore potrebbe essere la dilatazione del sè.

Cosa appare allo specchio? Chi è l’Io se riferito agli altri?

“Sapevo che avrei superato la prova della mia giovinezza e sarei stato perdonato.”

Tra salite e discese si snodano le esistenze mentre il tempo inverte la sua rotta, con i suoi ingranaggi modifica i lineamenti, affina le sensibilità, esclude o include attraverso un gioco che sembra casuale.

Ma non c’è niente di casuale nella scrittura di questo maestro della letteratura americana.

I riferimenti alla Poesia Metafisica e all’amore platonico offrono una possibile ulteriore interpretazione.

Ci si chiede quanto gli strumenti educativi e le conoscenze filosofiche possano influire sul nostro modo di amare.

L’autore ci invita a mettere in discussione il modello preconfezionato, ad aprirci all’esperienza.

Nelle storie di Laura si intersecano desiderio e senso di colpa, inadeguatezza e speranza.

L’apice è stato raggiunto e dell’amore continueremo a balbettare il senso.

Viverlo all’ombra di quei palpiti che ci rendono vivi.

 

“Il rosmarino non capisce l’inverno” Matteo Bussola Einaudi Editore Stile Libero

 

“A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?

Di non essersi mai davvero prestata ascolto?

Cos’hai pensato tu, la mattina o il pomeriggio o la notte in cui, per la prima volta, lo hai capito?”

Una lettera rivolta a tutte noi, incalzante, poetica, capace di restituirci le tante sfumature del nostro cammino.

La prefazione di una profondità che disorienta è solo l’inizio del percorso che ci propone “Il rosmarino non capisce l’inverno”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero.

Racconti strutturati, perfetti, penetranti.

Lame che penetrano nella carne, mettono a fuoco stati d’animo, regalano esistenze.

Nella gioia, nel dolore, nella malattia, nell’incertezza, negli inciampi, nelle corse, nel respiro affannato, nella tragedia, nella rabbia: una girandola impazzita che mostra l’attimo del ripensamento.

Il momento in cui la giostra si ferma e sei sola con te stessa.

Ti guardi intorno e sai che è il tempo della scelta.

Nella rarefazione delle lancette esistenziali Matteo Bussola riesce a guardare in controluce.

Madre, moglie, figlia, compagna si scrollano di dosso etichette di una catalogazione subita e incedono.

Non sono concessi tentennamenti o ripensamenti perchè la vita non dà tregua.

Quando il passo si fa lento o il rimpianto brucia la gola,  le lacrime sgorgano, il distacco è difficile, è l’umanità che fa capolino.

E questa immensa, meravigliosa dote che ci rende unici e speciali diventa storia.

Raccontarla significa disegnare una cartografia affettiva dove ogni respiro, ogni sgomento, ogni pausa sono necessari.

Accorgersi di avere scalato la montagna sbagliata, saper perdonare e accogliere, sognare un amore forse impossibile, condividere la sofferenza, voltare pagina, scrivere a chi non c’è più, imparare il linguaggio di un cane, accontentarsi di un addio.

Trovare lo spazio per essere se stesse ed accettarsi, essere guerriere e fiere anche quando la rinuncia è l’unica alternativa.

“Andare oltre le apparenze e gli steccati..

Guardare sempre e solo alle persone.”

Il libro aiuta a guardarci allo specchio, a sorridere, piangere, danzare, cantare.

Ad essere vere a qualunque costo e a credere nella scrittura che ci permette di conoscerci e conoscere.

Un testo da leggere spegnendo i pensieri e seguendo il flusso di emozioni che l’autore sa regalarci.

 

 

“Anni sessanta” Maria Luisa Agnese Neri Pozza

 

“È sbagliato dimenticarsi del passato in quanto passato, perché è come togliere a un animale l’istinto.

E questo sarebbe come ucciderlo completamente.”

Maria Luisa Agnese sceglie De Andrè a conclusione di una commovente introduzione al suo “Anni sessanta”, pubblicato da Neri Pozza.

C’è l’urgenza di ribadire che bisogna mettere da parte la nostalgia quando si torna indietro.

È una tecnica che impedisce la manipolazione del ricordo, gli impedisce di essere falso.

Perché raccontare proprio quegli anni?

Come sono nati e soprattutto cosa hanno lasciato?

“Sembra di entrare in un mondo parallelo.

C’erano possibilità larghe e aperte che prosperavano insieme al Pil, salti di classe, di regione, tutto è possibile.”

È questa l’aria che si respirava mentre il jukebox diventava oggetto di culto.

L’approccio della scrittrice è scientifico, va per gradi, illustra il contesto familiare e sociale.

Ogni capitolo sviluppa una tematica con un criterio rigoroso.

Date e cifre significative si mescolano con il boom economico e il fermento culturale.

La scuola, la famiglia, le gite in Riviera, i primi amori.

Le feste, l’assenza di un’educazione sessuale, i viaggi di formazione: foto di un album che fa luccicare gli occhi.

Le letture e la smania di conoscere l’Oriente, i gruppi musicali e la difficile scelta tra i Beatles e i Rolling Stones.

“È l’Italia del Cantagiro, del Festivalbar, del Disco per l’Estate, sembra modellata sul Giro Ciclistico, dove il carrozzone del giro della canzone – inventato da alcuni impresari dell’epoca, Gianni Ravera, Ezio Radaelli e Vittorio Salvetti – è acclamato a ogni tappa, piano piano la musica da ingenua e spontanea si sta trasformando in prodotto studiato per fare soldi e creare posti di lavoro.”

Le pagine dedicate ai cantautori sono viaggi all’interno delle città mentre “Contessa” crea uno spartiacque politico.

La minigonna e lo spirito di ribellione, la tv e il teatro, la scoperta di Pavese e i film di Bertolucci.

Correndo molti perdono la rotta, altri conoscono la meditazione e noi, poveri reduci, cerchiamo con tenacia di non disperdere le energie positive.

Si assapora “un mix di madeleine private e pubblici cambiamenti.”

“Verso nord” Willy Vlautin Jimenez Editore

 

“Non rimandare come rimandi tutto, stavolta non te lo puoi permettere.

Sei una brutta persona.

Hai rovinato tutte le cose belle che ti sono capitate nella vita e hai fatto andare tutto sempre più a rotoli.

Andrai all’inferno.

Non importa quel che succede, tu comunque vivrai all’inferno per sempre.”

Allison scrive a sé stessa ed è impietosa.

Ogni foglietto viene bruciato come liberazione o scotto da pagare.

Le parole dovrebbero aiutare a liberarsi da un peso troppo pesante per una ragazza di ventidue anni.

La violenza subita, l’alcolismo della madre, la brutalità del fidanzato: è questo il tessuto sociale nel quale ha vissuto e continua a far finta di esistere.

Forte è la tentazione di sparire, lasciare solo cenere, nessun messaggio, nessuna impronta su una Terra maledetta.

L’America è una voragine che inghiotte chi non sa difendersi, è inferno che brucia le carni.

Le lacrime scorrono e nessuno le raccoglie, si dispendono e non si trasformano perché questa non è una leggenda.

È la cruda, devastante realtà di una generazione che cerca il piacere nelle droghe e nello stordimento dell’alcool.

È la periferia dove ogni casa ha grate alle finestre, dove nessuno si fida di nessuno.

Quando si accorge di essere incinta Allison comprende che è il tempo della fuga.

Deve uscire da una relazione che la vuole schiava, deve imparare a sperare.

“Verso nord”, pubblicato da Jimenez Editore e tradotto da Alessandro Agus, contiene già nel titolo un messaggio chiaro che si andrà svelando nel corso della narrazione.

La protagonista compie un gesto di infinito coraggio, sceglie di far nascere il suo bambino, lo affida a una famiglia che potrà accudirlo con amore.

Ma certe scelte sono strappi dell’anima, sono punizioni immeritate.

Willy Vlautin riesce a comunicare i sentimenti, a narrare la disperazione e la rinascita, la fragilità e la forza.

Tratteggia caratteri, contesti paesaggistici, disarmonie sociali e stelle che appaiono all’impovviso.

Ed ognuna contiene il miracolo della guarigione.

Un romanzo struggente dedicato a tutte coloro che vogliono liberarsi dei loro carnefici.

È possibile, basta iniziare a camminare.

Una prosa curata, un ritmo mai costante.

Uno sconfinamento nei territori della speranza.

 

 

“Gli uffici competenti” Iegor Gran Einaudi Editore

 

 

Iegor Gran sa raccontare la Storia con competenza, intelligenza ed ironia.

Trasforma un evento realmente accaduto al padre in una pièce teatrale che suona come un monito.

Riesce ad estrapolare il suo intimo e doloroso vissuto in un racconto collettivo regalandoci un romanzo di altissimo livello culturale.

“Gli uffici competenti”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Giuseppe Giramonti Greco ed Ezio Sinigaglia racconta la Russia durante il governo Chruščëv.

Non viene taciuto ciò che ancora viene negato o sotterrato nelle buie stanze dell’oblio.

Finalmente la verità su un regime che ha soffocato la cultura e la libertà di pensiero.

Il libro è prezioso perché ci fa assistere in diretta alle perquisizioni, alla ricerca di pericolosi sobillatori, alla stupidità e ignoranza dei dirigenti e dei sottoposti.

La figura del tenente Ivanov è emblematica, rappresenta la miseria intellettuale, il bigottismo, la visione dogmatica di un potere che conosce solo la forza da opporre ai venti di ribellione.

Commovente lo sciopero degli operai nel giugno 1962: “venticinque cadaveri. Una trentina di feriti”.

La folla si disperde terrorizzata.

“In men che non si dica, la piazza è vuota!

Scarpe abbandonate, una reticella della spesa, giornali, caschi, occhiali, bigodini..

E nello stesso istante si comincia a ripulire.

Quasi che si trattasse di un malinteso da dimenticare al più presto.”

È questa la strategia del terrore.

Ma c’è un altro aspetto altrettanto interessante.

Un paese povero è allettato dai beni di consumo che arrivano dall’Occidente.

Gli abiti, i jeans, la musica: tutti pericolosi strumenti di perdizione.

L’accanimento maggiore si ha nei confronti dei libri che raccontano la verità.

La struttura narrativa parte proprio dalla tenacia nel voler sventare l’autore di un libricino intitolato: “il realismo socialista”.

Come ha fatto lo scrittore ad eludere la rigorosa sorveglianza e riuscire a far pubblicare il suo testo in Francia?

È una caccia all’uomo tra mille supposizioni e una rete di collaborazionisti.

Che stia nascendo un altro Pasternak?

Iegor Gran mette alla berlina un sistema, lo inchioda alle proprie responsabilità, ne mostra la vanesia frenesia di essere i migliori.

Quando arriva la resa dei conti e si scopre chi è “il colpevole”, colui che ha utilizzato la scrittura per fare propaganga antisovietica, succede qualcosa che nessuno si aspettava.

È un piccolo fuoco, una ribellione, il segno che forse l’aria sta cambiando.

Mi piace pensare che questo bellissimo testo aiuti a comprendere il presente per scegliere da che parte stare.

Si impara tanto, si vivono momenti indimenticabili e si conoscono personaggi che pur nella finzione letteraria sono tragicamente veri.

 

 

 

 

“Vivere mi uccide” Paul Smaïl minimum fax

 

“Il silenzio e la solitudine, qui, alle tre del mattino.

La penna che scricchiola sul foglio a quadretti.

Le parole una dopo l’altra.

Le frasi una dopo l’altra.

Uno dopo l’altro, i fogli riempiti da cima a fondo.

E dirmi che ho tutto il tempo.”

Scrivere assecondando il flusso dei ricordi, offrirsi attraverso le parole.

Diventare segno sulla carta, finalmente decifrabile e chiaro.

Esistere anche per chi non vuole vederti, non accetta il tuo colore, la tua “razza”.

Per chi ti ha umiliato credendosi più forte con una divisa.

Per chi ha calpestato la tua cultura, la passione per i libri, la laurea, il diritto ad un lavoro dignitoso.

Per un marocchino anche se di seconda generazione non c’è spazio nella civilissima Francia.

“Vivere mi uccide”, pubblicato da minimum fax e tradotto da Lorenza Pieri, è il nostro presente.

La zona buia dove il razzismo riesce a trionfare, il territorio brullo che ignora l’integrazione.

Paul Smaïl racconta la sua vita e quella del suo popolo.

Lo fa senza enfasi e soprattutto senza odio.

La narrazione procede per episodi, scanditi da immagini ed eventi che inchiodano alla pagina.

Il bullismo dei compagni, la necessità di imparare la boxe per difendersi, l’umiliazione di essere costretto a mostrare i documenti come fosse un malfattore.

La malattia del padre, le lacrime silenziose, le notti senza luna e le lunghe chiacchierate col fratello: fotogrammi che squarciano la nostra indifferenza.

Ci mostrano cosa significa essere “eterno migrante”, la forza e la resistenza.

I passi falsi e la paura, la sconfitta negli occhi di un ragazzo che ha perso le speranze.

Un paesaggio che ci sfugge, scomodo, insopportabile.

Eppure la poesia di un linguaggio pacato arriva come un balsamo.

È la risposta coerente, lucida, consapevole di chi non ha nessuna colpa.

È il sussurro del bambino e dell’uomo, voce che dobbiamo ascoltare se vogliamo redimerci.

Scritto per liberare il cuore, per tenere viva la memoria di chi non ha resistito.

Riportare qualche frase significherebbe fare un torto ad un testo bellissimo, intenso, profondo.

Un libro da rileggere più volte, cercando di attraversare la sofferenza dell’autore.

E nel suo ultimo gesto essere presenti ed avere il coraggio di dire:

“Mi dispiace.

Torna, ti aspettiamo, saremo insieme a costruire quel mondo dove ogni identità è ricchezza.

Grazie per averci regalato la tua anima.

A presto, fratello.”

“Uto e Gesso” Gabriella Dal Lago 66thA2nd

 

“Uto e Gesso”, pubblicato da 66thA2nd, ha un andamento ondulatorio.

Ogni onda è una vertigine che spinge in una direzione.

Il tempo si spezza in ogni capitolo, va avanti o indietro seguendo le lancette un orologio che sfida i giorni e le ore.

I personaggi appaiono e scompaiono, lasciano intravedere un piccolo pezzo di storia creando un’altissima tensione narrativa.

La scrittura é percettiva, suadente, inclusiva.

Una famiglia felice, una normale gita e la spensierata euforia di chi si crede invulnerabile.

Un fragore, uno scoppio e la fuga.

Meglio non sapere, provare a dimenticare.

Due fratelli in visita alla madre per conoscerne il compagno, un pranzo con scarne parole e il viaggio di ritorno mentre la burrasca di neve frantuma i contorni.

Un blocco stradale, una lite ed uno dei due giovani abbandona l’abitacolo e si dirige verso una stazione di servizio.

Scompare inghiottito dal bianco accecante.

Ci si chiede quali connessioni possano esistere tra queste storie così differenti.

È incredibile la bravura di Gabriella Dal Lago, che al suo esordio narrativo riesce a collegare ogni racconto grazie a una trama composita, complessa, avvincente.

Domina la percezione di qualcosa che manca, un sentimento profondo legato all’abbandono.

Tornano i ricordi d’infanzia, si raccongono i cocci di relazioni di coppia naufragate.

La bambina ormai donna non comprende l’allontanamento della madre, il fratello piccolo cerca di entrare nella mente contorta del maggiore.

C’è la realtà fatta di solitudini e paure e la visione distorta di ciò che non esiste.

Fantasmi che invadono la coscienza, diventano ossessioni mentre chi resta deve avere il coraggio di andare avanti.

Attraversare il dolore, dire addio ai morti e ai vivi che non vogliono farci compagnia.

Improvvisare un cammino, riprendere a respirare, tracciare ghirigori sulla carta.

Scrivere per non dimenticare, per elaborare il lutto, per non disperdere il bene.

Lirico e bellissimo, visionario e lucidissimo, costruito pezzo per pezzo con pazienza e amore.

Sullo sfondo padri, madri, amici, amanti, ognuno a suo modo protagonista, capace di tracciare una linea che si congiunge alle altre.

Fili invisibili realizzano un disegno architettonico perfetto.

Tante le figure simboliche permeate da una parola che si fa immagine scenica.

“I morti avrebbero perso la partita contro i vivi, senza però scomparire mai davvero, aggrappandosi alla vita di quelli a cui appartenevano, a cui appartenevano davvero, e diventando la loro seconda ombra, il loro secondo nome, lo spazio che nessun altro avrebbe potuto occupare.

Avanzando con loro.”

Un messaggio forte che sa consolare.

“Io, mio padre e le formiche” Rosella Postorino Salani Editore

 

“Conoscere significa per me avere il coraggio di affacciarsi alla complessità e provare a decifrarla, a maneggiarla, nel tentativo di comprenderla.

Significa attrezzarsi ad affrontare le ambivalenze, la difficoltà della convivenza tra popoli, che è sempre complicata perché complicati sono gli esseri umani.”

Rosella Postorino riesce a trovare le parole che noi, appassionati della Conoscenza, balbettiamo incerti.

Trasforma la letteratura in materia viva, in corpo che ci contamina e ci fa rinascere.

Ricorda che in ogni libro cerchiamo noi stessi e gli altri, scopriamo la vera essenza della libertà.

Offre la sua esperienza di studentessa universitaria come un privilegio che molti non avranno.

Ripercorre le tappe del suo percorso intellettuale, una linea retta che l’ha portata ad essere scrittrice ed editor.

“Io, mio padre e le formiche”, pubblicato da Salani Editore, segna un prima e un dopo.

In questa suddivisione temporale c’è l’urgenza di comprendere come e quanto siamo cambiati a causa della pandemia.

L’isolamento non solo fisico è stato il nostro esercizio mentale.

Ci siamo trovati nella palestra dello spirito, intrappolati in corpi fragili.

La prima parte del testo contiene la trascrizione del meraviglioso discorso pronunciato nel 2019 davanti ai neolaureati dell’Università di Siena.

“Se diffidiamo della scienza e ci lasciamo convincere che nell’ignoranza alberghi una sorta di innocenza, di genuina purezza, allora siamo davvero in pericolo: non è una percezione.”

Un messaggio forte che nella semplicità della forma costruisce un progetto di società alternativa, dove ognuno con il suo bagaglio culturale partecipa attivamente.

Quell’invito ad interrogarsi deve diventare il nostro mantra.

La lettura come scelta trasgressiva, la letteratura come “educazione sentimentale”, il romanzo come strumento che dà forza: quanta poesia e quanta passione riesce a donarci questo splendido saggio.

“Scrivere era un’attività carbonara, era un’omissione di me, una specie di inganno.”

Viene in mente Virginia Woolf e quel bisogno di avere uno spazio simbolico dove esprimere se stessa, quel luogo che a fatica le donne riescono a conquistare.

Sono certa che la Postorino voglia spingerci ad osare, a far uscire i nostri talenti.

Commovente è il dialogo con il padre e nelle parole non c’è solo amore e rispetto.

È un incontro di due galassie, è gratitudine, ricerca dell’Origine.

Le riflessioni sui disastri provocati dal virus sono lucidissime e ci costringono a rivalutare il nostro concetto di fragilità e di morte.

Un invito che non dobbiamo disperdere:

“Non abbiate troppa paura della paura

Io ne ho avuta e ne ho ancora tanta.

Ma se proprio non riuscite a non averne, allora usatela, la vostra paura.

Usatela tutta.”

 

 

 

 

 

“Lejos” Sedici racconti dal Perù Gran Via Editore

 

“E in quel momento, forse per la prima volta da quando me ne ero andato, cominciai a pensare al Perù con infinita tristezza.”

“Lejos”, pubblicato da Gran Via Editore e curato da Maria Cristina Secci, raccoglie 16 storie scritte da autori differenti.

Un’antologia letteraria composta da stili e voci e immagini difformi, un canto polifonico a tratti struggente.

Ogni racconto ha una sua fisionomia, un tratto distintivo.

Katya Adaui sceglie il frammento e nelle frasi stilizzate si concentra la relazione familiare, il nesso tra madre e figlia, lo scoglio da attraversare per comprendersi.

Un nodo irrisolto che richiama la perdita anima le pagine scritte da Paul Baudry e il falco può essere metafora di un volo verso altri lidi.

María José Caro mette al centro la difficoltà di scegliere e la paura di essere esclusi dal gioco della vita.

Delfini che si vorrebbero sognare, costellazioni che hanno il colore della nostalgia, paesaggi che ricordano le fiabe, il desiderio di tornare a riva.

L’asimmetria vocale accresce la bellezza del testo dove forte è la sperimentazione lessicale.

“La maggior parte dei narratori di questa antologia risiedono fuori dal Perù”

Un modo insolito di raccontare la migrazione che è “esperienza dell’animo.”

Tutti possiamo esserne coinvolti, non importa lo spostamento fisico.

Conta il cambiamento che avviene nell’intimo, “anche tra le mura domestiche.”

Un viaggio per scoprire cosa è la distanza da sè, una rivisitazione della letteratura latino americana attraverso la ricerca di nuovi modelli espressivi.

“Nova” Fabio Bacà Adelphi Editore

 

“Davide pensa alla morte.

Considera il tutto una specie di rituale, un antidoto ai periodi complicati che assume periodicamente da più di quindici anni.

Apre gli occhi, fissa il soffitto di legno e riflette sulle implicazioni della fine della vita.”

Fin dalle prime pagine di “Nova”, pubblicato da Adelphi Editore e finalista al Premio Strega 2022, il connubio inscindibile di vita e morte è fortissimo.

Una simbiosi che travolge i paradigmi di una visione soffocante e dolorosa.

È una filosofia che si costruisce lentamente creando attesa e curiosità.

Le due parole assumono sembianze mitologiche pur mantenendo una stretta connessione con la scienza.

I meccanismi complessi del cervello diventano mappa ideale per comprendere la potenza di un romanzo spericolato e innovativo.

Entrano nella trama grazie alle riflessioni di Davide, neurochirurgo affermato.

Uomo che si è affidato alle sue certezze terrene, marito, padre e medico scrupoloso.

Un evento inatteso lo costringerà ad interrogarsi sui propri limiti.

Sarà inflessibile nel giudizio, duro, implacabile.

Si definisce vigliacco e dietro questa consapevolezza si sviluppa una elaborata strategia difensiva.

Ma la mente non consente scappatoie e come un folletto disturbante compare Diego.

Figura enigmatica e complessa che può essere trasposizione rovesciata del nostro protagonista.

Con un ritmo incalzante e carico di pathos si scontrano due modi di esistere, da un lato il non voler vedere il Male, dall’altro la rappresentazione della violenza.

Fabio Bacà scrive un testo sconvolgente, meraviglioso, intelligente.

Fruga negli anfratti delle nostre paure, ci costringe a guardare il mondo con occhi nuovi.

Mostra la frenesia di un presente che non sa più coordinare e frenare la rabbia.

Investiga con delicatezza sui traumi giovanili, sulle tensioni sessuali, sugli sbalzi umorali.

Rappresenta la donna come vestale di una famiglia che sta per naufragare.

Racconta la patologia mentale con competenza e dolcezza.

Coglie l’ambivalenza che ci opprime, la scarnifica da pregiudizi e ce la offre purificata.

Ha una scrittura pacata, suadente, allusiva.

Ci permette di osservare la finta realtà, di estrapolarla da pericolose contaminazioni simboliche.

Costruisce una storia solida dai mille rivoli interpretativi.

Diventa terapeuta in un mondo che ha perso il desiderio di studiarsi, di apprendere i cambiamenti culturali e sociologici.

Offre una lettura alternativa della psicoanalisi ponendo al centro della struttura narrativa uno specchio.

Toccherà a noi rifletterci e sperare di intravedere un barlume di umanità.

Un finale incandescente, l’ultimo, decisivo gesto che dissolve la colpa e invita a scegliere tra coscienza ed etica.

Un capolavoro!!!