“Uto e Gesso” Gabriella Dal Lago 66thA2nd

 

“Uto e Gesso”, pubblicato da 66thA2nd, ha un andamento ondulatorio.

Ogni onda è una vertigine che spinge in una direzione.

Il tempo si spezza in ogni capitolo, va avanti o indietro seguendo le lancette un orologio che sfida i giorni e le ore.

I personaggi appaiono e scompaiono, lasciano intravedere un piccolo pezzo di storia creando un’altissima tensione narrativa.

La scrittura é percettiva, suadente, inclusiva.

Una famiglia felice, una normale gita e la spensierata euforia di chi si crede invulnerabile.

Un fragore, uno scoppio e la fuga.

Meglio non sapere, provare a dimenticare.

Due fratelli in visita alla madre per conoscerne il compagno, un pranzo con scarne parole e il viaggio di ritorno mentre la burrasca di neve frantuma i contorni.

Un blocco stradale, una lite ed uno dei due giovani abbandona l’abitacolo e si dirige verso una stazione di servizio.

Scompare inghiottito dal bianco accecante.

Ci si chiede quali connessioni possano esistere tra queste storie così differenti.

È incredibile la bravura di Gabriella Dal Lago, che al suo esordio narrativo riesce a collegare ogni racconto grazie a una trama composita, complessa, avvincente.

Domina la percezione di qualcosa che manca, un sentimento profondo legato all’abbandono.

Tornano i ricordi d’infanzia, si raccongono i cocci di relazioni di coppia naufragate.

La bambina ormai donna non comprende l’allontanamento della madre, il fratello piccolo cerca di entrare nella mente contorta del maggiore.

C’è la realtà fatta di solitudini e paure e la visione distorta di ciò che non esiste.

Fantasmi che invadono la coscienza, diventano ossessioni mentre chi resta deve avere il coraggio di andare avanti.

Attraversare il dolore, dire addio ai morti e ai vivi che non vogliono farci compagnia.

Improvvisare un cammino, riprendere a respirare, tracciare ghirigori sulla carta.

Scrivere per non dimenticare, per elaborare il lutto, per non disperdere il bene.

Lirico e bellissimo, visionario e lucidissimo, costruito pezzo per pezzo con pazienza e amore.

Sullo sfondo padri, madri, amici, amanti, ognuno a suo modo protagonista, capace di tracciare una linea che si congiunge alle altre.

Fili invisibili realizzano un disegno architettonico perfetto.

Tante le figure simboliche permeate da una parola che si fa immagine scenica.

“I morti avrebbero perso la partita contro i vivi, senza però scomparire mai davvero, aggrappandosi alla vita di quelli a cui appartenevano, a cui appartenevano davvero, e diventando la loro seconda ombra, il loro secondo nome, lo spazio che nessun altro avrebbe potuto occupare.

Avanzando con loro.”

Un messaggio forte che sa consolare.

“Un gioco perfetto” Enrico Franceschini 66thA2ND

 

Pronti a partire?

Andremo in America in compagnia di Enrico Franceschini, ma vi avviso, sarà un viaggio inusuale.

Conosceremo i quartieri, le spiagge, i palazzi dei ricchi e le città nelle città.

Avremo il piacere di passeggiare a “Little Italy del Bronx e ci sentiremo a casa.

Nel ristorante “da Mario’s” troveremo sempre un tavolo riservato e i nostri piatti tipici.

Capiremo cosa significa essere migranti con spirito avventuriero e voglia di futuro.

Faremo tappa a Montauk, ” villaggio di pescatori”, trasformato nel “parco giochi dei ricchi.

Avremo un brivido scoprendo che a East Hampton vivevano Jackson Pollock ed Andy Warhol.

Porteremo un fiore alla tomba di Herman Melville e il suo Mody Dick ci ricorderà l’emozione delle prime letture.

“Un gioco perfetto”, pubblicato da 66thA2ND, nella leggerezza di una scrittura sciolta e immediata entra nel vivo della società americana.

Attraverso il baseball e le sue regole mostra quanto lo sport possa cambiare i destini.

Non troverete supereroi ma figure in carne e ossa con passioni, entusiasmi, gelosie.

Matrimoni finiti e nuovi amori, strampalate signore e deliziosi anziani, bambini cresciuti in fretta e uomini poco affidabili.

Un panorama variegato di personalità differenti ma su tutti una stella che piacerà ai lettori.

Maggie con i suoi trentacinque anni e un grande amore è icona del cambiamento di mentalità.

Sarà lei alla morte dello zio ad ereditare la squadra dei New York Cannons.

Una sfida intrigante che la vedrà impegnata a dare nuova grinta ai giocatori, ad impegnarsi con tutta se stessa.

Questa donnina abituata alle sconfitte insegna a tutti noi che bisogna rialzarsi sempre e ricominciare.

“Aspettare e riflettere” ed imparare a credere nell’amore.

“Questa è New York, dopotutto, la città più tosta d’America e della terra.”

Libro perfetto per chi ama le sfide, narrazione che si muove tra una prosa corposa e un reportage giornalistico.

 

“Figlio fortunato” Filippo Polenchi 66thA2ND

 

Anapola, città che annaspa tra le ombre che coprono il nulla.

Luogo dove si estinguono i sogni.

“Visi avvizziti di vecchi: cere pallide e trame di vene rubizze sulle corolle spumose di capelli bianchi o talvolta azzurrini.”

A questa immobilità rarefatta la famiglia Lavatori con la sua azienda agricola offre lavoro e speranza.

Livia Garelli, anziana vedova, padrona dei suoi giorni, Silvia, venuta da lontano, sposa di Ettore.

Un nucleo familiare fulminato da una tragedia: la morte del piccolo Elio.

“Il giorno del suo undicesimo compleanno fu investito e ucciso da un furgone frigorifero che percorreva la statale 68.”

L’erede, colui che dovrà sostituirsi al padre, diventa icona di un fallimento.

Presenza che in “Figlio fortunato”, pubblicato da 66thA2ND, è una meteora, stella nel firmamento degli assenti.

Un romanzo che celebra il vuoto e la perdita attraverso figure che sono attraversate dal senso del finito.

Giona è a pieno titolo protagonista anche se inconsapevole di questo ruolo ingombrante.

Era presente all’evento tragico, incaricato di filmare la festa.

Tornato a casa dopo il fallimento come regista a Roma, vive giorno dopo giorno la sua sconfitta.

La sua esistenza subisce la lentezza di un posto che non ha redenzione.

Insieme al padre gestisce un albergo che accoglie gente di passaggio, veloci interruzioni alla monotonia.

Donne e uomini che per una notte credono di uscire dal tugurio del loro presente.

Pomeriggi “mollemente appesi allo scandire delle ore”.

Amori occasionali che sfioriscono nel silenzio.

La notte tra “bagliori tenui di orchidee nella folle cecità.”

Il linguaggio di Filippo Polenchi, al suo esordio narrativo, è intriso di metafore che amplificano gli stati d’animo.

Tutto si cristallizza in una frase, nel verbo che rimbomba, nell’aggettivo che ferisce.

“L’impossibilità che qualcosa accada, travestita da sonnolento pomeriggio d’inverno, la possibilità di trovarsi faccia a faccia con le conseguenze di essere qui, al mondo: l’assenza di alternative, di distrazione e sedazioni anche temporanee.”

Il tempo non è più ciclico, è una lunga linea che non si interrompe.

E noi ci interroghiamo sulle scelte che non abbiamo fatto, sulle occasioni perdute.

Eccellente la scrittura e la padronanza di una sintassi curata, una storia esistensialista da non perdere.

“Sesso più sesso meno” Mario Fillioley 66thA2ND

 

“Ovviamente parlo del nulla, nessuno sa come si comporterebbe se fosse un’altra persona, ci si può un pò mettere nei panni degli altri, questo sì, però è una fatica che si è disposti a fare solo quando di intuisce che se ne trarrebbe una qualche ricompensa.”

Peppe è uno dei tanti personaggi che animano “Sesso più sesso meno”, pubblicato da 66thA2ND.

Addizione o sottrazione: a questo si riducono le nostre relazioni sentimentali.

Solo una frenesia dei corpi, il desiderio istintivo e poi nulla che abbia una parvenza di amore.

O anche questo cercarsi è una forma alternativa di passione.

Il romanzo ci pone di fronte ad un dilemma che non va sottovalutato.

C’è in gioco l’interpretazione di una generazione e non credo di esagerare pensando che il quadro descritto circoscriva perfettamente una fase storica.

Il libro ci permette di studiare le reazioni di entrambi i sessi.

Ogni capitolo è un monologo articolato come fosse un flusso di coscienza sia nella forma che nello stile.

C’è un’accelerazione linguista, una sintassi che si allunga in una temporalità che non conosce limiti.

Le riflessioni a volte si aggrovigliano, altre si distendono lineari.

È un’occasione unica per conoscere i ghirigori della mente, ma attenzione, in questa frenesia letteraria si nasconde il senso profondo del testo.

Bisogna comprendere anche le pause o le rotazioni argomentative ed ecco che ci appare un frammento di verità.

“Io voglio solo qualcuno che mi desideri, chiunque sia, e lo voglio solo finchè mi desidera.

Quando smetterà di farlo ( perché il desiderio è sempre volatile, e tutti a un certo punto smettono di desiderare ciò che hanno desiderato) non lo vorrò più, e voglio potermene disfare senza neanche accorgermene.”

Potrebbe sembrare una frase qualunquista ma non lo è.

Si intravede la paura di perdere ciò che si ama, di ritrovarsi nella palude della solitudine.

Mario Fillioley è bravissimo a raccontare le nevrosi, i sensi di colpa, i tradimenti negati.

Fa coabitare nelle sue pagine più personalità per evitare l’omologazione dialettica.

Parlano a sè stessi ma non tra loro, svelano ciò che non hanno il coraggio di pronunciare a voce alta.

Una prova letteraria molto originale, sarcastica e amara, terribilmente reale.

E il ricordo di ciò che è stato, dei baci, degli sfregamenti, dell’abbandono all’altro si può dimenticare?

Fidatevi, lo scoprirete leggendo.

 

“Le stazioni della luna” Ubah Cristina Ali Farah 66THA2ND

 

“Dalla nave, Mogadiscio riluceva di un bianco fulgido, simile al bordo dentellato di una conchiglia.

La superficie baluginava argentea e una striscia di sabbia candida percorreva il litorale.

I minareti spuntavano snelli sugli edifici e, in lontananza, si distingueva il formicolio del porto, i preparativi frenetici per lo sbarco.”

Clara torna nella terra che l’ha vista nascere, vuole riappropriarsi di radici che è stata costretta a tagliare da bambina.

Ad allattarla una donna somala, Ebla, che con generosità le è stata seconda madre.

Da questo legame forte divamperanno passioni e speranze.

“Le stazioni della luna” sembra un viaggio di ritorno ma è solo un’illusione.

Man mano che la trama si infittisce ci si accorge che il romanzo ha marcati tratti storici.

È la testimonianza di un popolo che ha subito “Il protettorato” inglese e italiano.

Non ha avuto scelta ma non ha perduto l’orgoglio e quel bagaglio di conoscenze tramandate dagli avi.

Ubah Cristina Ali Farah scrive un testo politico avvalendosi di dati storici accertati.

Lo fa con il garbo di chi crede nella narrazione come strumento di apprendimento.

Regala una visione dell’Africa nella sua interezza.

I colori, le tradizioni, i riti ancestrali, le tante leggende vengono preservate dell’oblio.

Sono voci che arrivano dal passato, che si impastano con la sabbia e con il sole.

Sono monumenti di una cultura antica che insieme diventano letteratura.

Tante le donne che animano la struttura narrativa ma ad Ebla è affidato il compito di rappresentarle tutte.

Lei che non ha accettato un matrimonio combinato, che sa leggere i presagi del cielo, che non ha fatto infibulare la figlia, è figura di riferimento.

Madre di tutte coloro che credono nella resistenza, pronta a lottare.

“Camminiamo in strada aperta,

la vita è sempre meravigliosa nella luce assolata del giorno.

Nessuno può piegarmi la testa,

nessuno può spezzarmi le ossa,

nessuno può mettermi il cappio,

nessuno può toccare le persone che amo.

Io sono Ebla.”

Un romanzo delicato come un fiore che sta per aprirsi ai raggi del sole.

Poetico, sincero, diffonde amore e amicizia.

Parla di reciprocità e rispetto, di mani che si stringono mentre bianco e nero sono solo colori di un’unica grande famiglia che è quella umana.

“Prudenti come serpenti” Lola Shoneyin 66THA2ND

 

“Volevo solo che cessasse la guerra tra quella che ero e quella che ero diventata.

Non volevo più combattere.

Per un motivo o per l’altro, quando incontrai Baba Segi mi sembrò che tutto acquistasse un senso.

Finalmente sarei riuscita a disfarmi del mio dolore.

Sarei stata con un uomo che mi accettava, che non mi faceva domande e non si preoccupava per i miei silenzi.

Sapevo che Baba Segi non avrebbe chiesto spiegazioni per lo sguardo assente nei miei occhi, come gli uomini più giovani.

Baba Segi era contento quando non dicevo nulla.”

Bolanle accetta di sposare un uomo più anziano e nel suo gesto c’è un silenzioso bisogno di essere punita.

Non reagisce alle continue provocazioni delle altre tre mogli, vive in un angolo mentale dove non c’è spazio per una cultura distante dalla sua.

Ha studiato, si è conquistata una laurea ma nella società nigeriana il sapere non ha nessuna considerazione.

“Prudenti come serpenti”, pubblicato da 66THA2ND e tradotto da Ilaria Tarasconi, può essere letta come una divertente commedia di costume ma tra le righe è evidente la forte dissacrazione di una concezione familiare arretrata.

Viene attaccata la poligamia come dominio del maschio che si sente invincibile circondato dalle sue donne.

Le mogli vivono in uno stato subalterno e all’interno dell’harem fanno pesare le loro insoddisfazioni.

Lola Shoneyin scrive un romanzo brillante sviluppando una trama che dà voce alle diverse protagoniste.

Questa scelta narrativa permette di conoscere le ferite, i fallimenti di ognuna.

Sciolto il linguaggio, ariosi i dialoghi arricchiti da una costante attenzione a più punti di vista.

Attraverso un divertente artificio letterario si svelano segreti che demoliscono il Castello della virilità.

Un testo che con intelligenza indaga sulla relazione madre figlia senza cedere alla tentazione di limarne le conflittualità.

L’autrice offre una visione sociologica di una terra che relega le figure femminili in uno spazio angusto e dimostra che i giochi di forza possono essere ribaltati.

Basta avere astuzia, intelligenza e voglia di ribellarsi.

Un finale geniale che è un manifesto femminista.

Un riscatto e una promessa: in una relazione importante è la fiducia reciproca e l’onestà.

Importante è scegliere anche se si pagheranno dei prezzi.

Fidatevi, la strada della libertà è sempre luminosa.

 

 

 

“L’unica persona nera nella stanza” Nadeesha Uyangoda 66THA2ND

“La razza continuava a perseguitarmi, ed era questo, ancor più del concetto in sè, a definirmi.

La maggior parte delle persone bianche, al contrario, vive la propria vita come se la razza fosse qualcosa di invisibile, irreale persino.”

Nadeesha Uyangoda intreccia la sua storia personale ad una riflessione di ampio respiro.

Nata in Sri Lanka, dove vive fino ai sei anni, raggiunge la madre in Italia e fin da subito si sente a casa.

“L’unica persona nera nella stanza”, pubblicato da 66THA2ND, ha toni i pacati dell’intellettuale che si interroga.

“La razza, una cosa che esiste e non esiste allo stesso tempo, è l’elemento che più ha definito la mia esistenza.

Io sono la mia pelle, i miei capelli, il mio nome, sono le tradizioni dei miei genitori.

Ho sfregato via quanto di me era possibile, eppure la razza è rimasta con me – nel mio passaporto che sembrava non superare mai i controlli d’ingresso all’aeroporto, nelle ispezioni casuali oltre le casse automatiche dei supermercati, nel tu dell’impiegato di banca che ritornava al lei col cliente successivo.”

L’autrice non si limita a narrare la sottile resistenza nei confronti del nero.

Affronta il tema dell’identità e dell’assimilazione.

Mostra con divertenti aneddoti i preconcetti, l’incapacità di andare oltre il colore della pelle.

Le sue osservazioni nascono da studi e ricerche accurate.

Non usa frasi abusate, non si sente emarginata perché ha costruito con fatica una personalità forte, indenne da attacchi esterni.

Si sofferma sulle relazioni miste e ne mette in luce le difficoltà ma anche la gioia di apprendere insieme un alfabeto nuovo.

“Un bambino nero, nato, cresciuto in Italia, passa da un grado all’altro del sistema scolastico con l’etichetta di straniero.

E prima di essere un razzismo popolare, della collettività, quello è un razzismo che risiede nel nocciolo, pubblico, istituzionale , di uno Stato.”

Parole forti ma necessarie in un Paese che ha imparato ad avere paura di chi è diverso.

La difficoltà a rinnovare il permesso di soggiorno, la leggi sull’immigrazione, la distanza dagli eventi culturali e politici devono far riflettere.

Cosa è oggi il razzismo? Quanto è legato ad una politica aggressiva e sovranista?

“L’antifascismo parte anche da un dialogo con sè stessi, sui pregiudizi e gli stereotipi che nutriamo noi per primi.”

Una interessante lezione di vita da leggere e da far leggere.

 

 

“Proprietà” Lionel Shriver 66THA2ND

Un’ironia sottile attraversa i racconti di Lionel Shriver.

Quadri quotidiani che sembrano insignificanti vengono osservati con sguardo critico.

Emergono così le varie sfaccettature delle reazioni umane.

Al centro di ogni storia entra sempre il paradosso.

Da un lato come si svolgono i fatti e dall’altro come potrebbero evolversi.

Lo spunto può nascere da un albero infestante, da un’amicizia invasiva, da un figlio che continua a vivere nella casa paterna.

La domanda sorge spontanea: quanto gli altri entrano nelle nostre esistenze?

“Proprietà”, pubblicato da 66THA2ND e tradotto da Emilia Benghi, rappresenta egregiamente il nostro tempo.

Gli oggetti, gli affetti, i sentimenti diventano patrimonio privato perdendo spessore.

Ci preoccupiamo di accumulare o di disperdere secondo disegni disordinati che mostrano instabilità e insicurezza.

Si rinuncia ad un’amicizia come fosse un inutile orpello pur di crogiolarsi nel quieto vivere.

L’autore mostrando le crepe di un sistema affettivo senza solidità racconta la vulnerabilità dell’uomo contemporaneo.

Si diverte a seguire ragionamenti che servono a giustificare comportamenti errati e costruisce una trama dove l’etica è traballante.

“Harold non trattava il figlio con vera e propria sufficienza, ed Elliot si rifiutava di pensare di essere ancora in attesa dell’approvazione paterna (Anche se probabilmente lo era).

Solo che suo padre non nutriva un grande interesse per la vita del figlio.”

La scrittura è diretta e non fa sconti.

“Il matrimonio sarà anche un terno al lotto, ma è imperscrutabile sia dall’interno che dall’esterno.”

I personaggi appaiono senza luci o musiche si sottofondo.

Un realismo arricchito dalla verve sarcastica e dal ritmo accelerato delle scenografie.

I dialoghi a volte sembrano estranei al contesto ma anche questa è l’originalità dello scrittore.

Sa far sbocciare un’idea da una situazione normale, riesce ad individuare le ombre caratteriali, gli atteggiamenti sospetti, le rese incondizionate.

Una voce certamente alternativa nel panorama letterario internazionale capace di far sorridere dei piccoli e grandi stratagemmi interiori che ognuno costruisce per proteggersi dall’ignoto.

 

 

“Tropicario italiano”Fabrizio Patriarca 66thA2ND

“È una giovane Europa disarticolata e migrabonda che sfila verso il check- in ognuno a reclamare la sua porziuncola d’Eden con annessa spiaggia corallina, sparuti ombrelloni di paglia e un minibar.”

“Tropicario italiano”, pubblicato da “66thA2ND”, sa coniugare una pungente ironia ad una mappa geografica originalissima.

Immaginate il protagonista, “cresciuto nel Culto della Compagnia Alitalia” costretto dalla consorte ad accontentarsi di rotte low cost.

“Tu devi avventurarti fra i pericoli dei carrelli in slalom, nel fitto di fumatori in crisi d’astinenza, che un poco ti somiglia.”

In compagnia di sposi novelli che nella meta da raggiungere intravedono il sogno di una vita, “famigliole con bambini dall’all’aria impaziente, bambini assuefatti alla vista del paradiso in questione.”

Il viaggio si svuota di ogni valore simbolico trasformandosi in una commedia tra selfie e sorrisi forzati.

Le Maldive “una succursale dell’inferno”, Bora Bora “una tortura d’infrarossi”, Bangkok “governata da un potere depresso”.

Un’analisi interessante tra luogo e non luogo, apparenza e realtà.

Fabrizio Patriarca svela l’artificio costruito ad arte, modellato con un preciso obiettivo: spegnere la magia della scoperta, inaridire il bisogno di conoscenza.

Un folclore forzato, la sceneggiata di un mondo privilegiato dove resta confinata fuori la conflittualità.

L’anima del paesaggio, la storia di un popolo diventano cartoline dai colori sgargianti.

“Nella sua dimensione di immensa e incredibilmente redditizia industria globale il turismo ha soppiantato le motivazioni personali al viaggio in una pletora di urgenze collettive.”

Contemporaneamente la sovraesposizione mediatica di archivi altrui, tra video e post è la dimostrazione di “esserci, di esistere”.

Al nostro viaggiatore resta il conforto di quei letterati che nel partire hanno cercato un proprio spazio identitario.

Poeti e scrittori ci accompagnano in questa passeggiata mentre insieme a Montale “il cammino finisce a queste prode, che rode la marea col moto alterno. Il tuo cuore vicino che non m’ode salpa già forse per l’eterno.”

Agenda Letteraria 23 gennaio 2020

 

“Cominci a sospettare che le Maldive siano una succursale dell’inferno, vedi snodarsi sotto i tuoi occhi una vicenda di coppie che si tengono per mano: fresche di matrimonio o in procinto di.”

 

“Sei un turista, e il turista, il cui destino è soccombere a tutto quello che incontra, in fondo è un personaggio invincibile.”

 

Fabrizio Patriarca “Tropicario italiano” 66thA2ND