Agenda letteraria tratta da “Poker a Las Vegas” Giuliano Malatesta 66thand2nd

 

“La giornata tipo di un giocatore di poker, amatoriale o professionista che sia, da queste parti inizia in tarda mattinata, tra le undici e mezzogiorno, tradizionale orario di avvio dei tornei.

Dunque meglio mettere da parte quell’immaginario selvaggio e romantico assieme tramandato dalle sceneggiature novecentesche.

Tavoli notturni pieni di polverosi portacenere, facce da gangster annoiate ma pronte ad azzannarti la gola al primo sgarbo, whisky di primissima qualità e consistenti fascette di banconote da cento di dubbia provenienza che passano con inaudita rapidità da un capo all’altro del tavolo come fossero pacchetti di sigarette.

Roba da selvaggio West, che faceva tanto atmosfera fuorilegge e che era di proprietà esclusiva di texani sporchi e cattivi, molti dei quali arrivati a Vegas per sfuggire a qualcosa o qualcuno.

Ma sempre elegantemente vestiti con «Stetson, camicie ricamate e cravattini di cuoio».

“Serena e Venus Williams, nel nome del padre” Giorgia Mecca 66thand2nd

 

“Se vuoi puoi.

Questo recitano in quegli anni gli slogan dell’America ottimista, bianca e democratica.

Ma lui bianco non è, e non dimentica, non vuole dimenticare, i pugni e i calci che ha ricevuto per non aver mai abbassato la testa.”

Richard Williams e il suo sogno.

Offrire alle figlie un’opportunità per uscire dall’ombra di quel nero sulla pelle.

Un colore che non offre scampo in una società fortemente razzista, infamia marchiata a fuoco nelle strade dell’America opulenta.

Un omino insignificante, che conosce la violenza e l’arroganza dei bianchi, che “porta ancora i segni del pezzo di ferro” che gli ha massacrato la gamba, riesce a compiere il miracolo.

“Serena e Venus Williams, nel nome del padre”, pubblicato da 66thand2nd, è la commovente storia di due sorelle campionesse di tennis.

Educate fin da piccolissime a praticare uno sport che richiede sacrificio e costanza, si abbandonano al progetto del padre.

Sanno cosa significa essere famiglia, seguono docili un progetto che forse non comprendono ancora.

Il ghetto dove vivono non concede regali, non permette di sperimentare il proprio valore.

Grazie alla scrittura chiara ed empatica di Giorgia Mecca, seguiamo le ragazzine, sudiamo insieme a loro, affrontiamo le prime partite.

Comprendiamo che in gioco non c’è un campionato, ma il riscatto.

Gli ostacoli sono tanti, le prevaricazioni e le offese infinite ma le nostre eroine non calano la testa.

Vanno avanti con quella determinazione che vorremmo leggere negli occhi dei nostri giovani.

La scrittrice da acuta osservatrice non racconta solo i trionfi, entra nelle dinamiche familiari.

Mostra il rischio che si corre a trovarsi avversarie, sviscera il sentimento della rabbia e del rancore.

Esamina quella crepa che si apre quando uno dei figli eccelle rispetto agli altri.

Un crescendo narrativo dove l’approccio giornalistico brillante si affianca allo studio antropologico.

Arriva il momento di fare squadra e sugli spalti esultiamo.

“Per la prima volta, c’è posto per entrambe.

Sono state egoiste per tutta la vita, il tennis glielo ha imposto, adesso lo rinnegano, l’io diventa noi, un noi limpido, che non nasconde pensieri torbidi nè vergognosi.”

È il trionfo dell’amore e della condivisione in questa meravigliosa testimonianza.

Una domanda alla quale dovremo rispondere.

Siamo capaci di apprezzare i nostri simili anche quando sono diversi?

Una bella lezione di vita: accettare anche le sconfitte a testa alta.

“L’esempio delle due sorelle ha fatto sì che migliaia di ragazze cominciassero a giocare a tennis, non soltanto afroamericane ma di tutte le razze e le estrazioni sociali.”

E non è poco, non vi pare?

 

“Dimora di ruggine” Khadija Abdalla Bajaber 66thA2ND

 

 

Aisha bambina e quel mare che le ha portato via il padre.

Non un corpo da piangere, solo l’assenza che si fa straziante.

“La notte si srotolò, lenta e appiccicosa, tra un caldo monsonico e un nugolo di zanzare che riempì le ore fino al sorgere dell’alba.

Allora gli insetti spariscono, tornandosene assonnati e rabbiosi tra le radici buie e fresche delle mangrovie.”

Mombasa è colore e frastuono, è virtuosismo delle donne intente a modellare abiti, è rassegnazione e coraggio.

È giorno che si mescola alla notte in un incendio di sfumature.

È il gatto che comprende il linguaggio umano, portavoce di luoghi magici.

È la speranza di raggiungere una terra che nessuno ha mai visitato.

“Dimora di ruggine”, pubblicato da 66thA2ND e tradotto da Alessandra Castellazzi, è sogno nel paese della creatività.

Animato da figure emerse da favole antiche racconta un popolo e le sue usanze.

Delinea il quotidiano con una vena poetica che incanta.

Traccia un percorso di formazione che è ricerca e libertà.

“Le onde sciabordavano dolcemente, avanti e indietro, gonfiandosi e ritirandosi,  come il respiro di un animale.”

È questo il movimento di una scrittura che incede spedita seguendo il ritmo dell’acqua.

Acqua che simbolicamente assume valenze ambivalenti e questa ambivalenza tra salvezza e sconfitta si ripete con una modulazione a spirale.

Si può precipitare e risalire, perdersi nell’inchiostro di specchi deformanti, sfidare demoni e fantasmi.

Non si è mai soli ma visitati e accompagnati dal Dio che si cela nelle mille facce del Creato.

Il Re degli Affondati, il Re della Fame, “lo stridio di urla distorte come pappagalli intrappolati in una casa in fiamme”: immagini surreali costruite ad arte per accrescere il desiderio di proseguire il cammino.

Non appartenere a nessuno, farsi lieve e diventare adulti.

Solcare la paura, riscrivere il destino, inventare parole.

Tutto è possibile grazie alla scrittrice kenyana Khadija Abdalla Bajaber.

Sembra impossibile che l’autrice esordisca con un testo tanto maturo e raffinato.

Sono così tanti i luoghi fantasiosi, come labirinti dove la ragione lascia il posto all’istinto.

Con Aisha cresciamo, impariamo che “la malvagità è un’invenzione degli uomini”, che si può credere e sperare.

Nella purezza del cuore si va incontro ad un’altra misteriosa avventura.

 

 

“Vite di passaggio” Sylvain Prudhomme 66thand2nd

 

“Avevo lasciato Parigi per iniziare una nuova vita.

Volevo, con tutte le mie forze, cambiare aria.

Distruggere, ricostruire: era quello il mio programma, per i giorni e forse gli anni a venire.”

Sacha, scrittore affermato, si trasferisce in una piccola città, V., cerca una dimensione più vera o forse spera di ritrovare entusiasmi perduti.

Per una casualità incontra l’autostoppista, figura dominante nella narrazione.

Qualcosa li unisce, un filo invisibile che non è legato solamente a viaggi e avventure vissute insieme.

Sentiamo una complicità strana, un modo di guardarsi, di comprendersi.

Da buoni e attenti lettori cerchiamo di costruire una nostra trama personale.

“Vite di passaggio”, pubblicato da 66thand2nd e tradotto da Anna D’Elia, fa saltare ogni previsione.

Il bello della bella letteratura è proprio racchiuso nella capacità di sorprendere con un intreccio che può portarci dove vuole.

“Ci sono due opzioni di fronte al destino: sfinirsi a forza di combatterlo.

O cedergli.

Accettarlo con gioia, con serietà, come ci si tuffa da una scogliera.

Nella buona e nella cattiva sorte.”

La mia sensazione è che nel romanzo si vogliano sconfessare le due ipotesi, dimostrando che ognuno traccia la sua strada.

È proprio l’autostoppista ad impersonare questa libertà individuale.

È felicemente sposato, ama il figlio ma la strada è il suo delirio.

Non fugge, semplicemente ama il brivido della novità che ogni uomo o donna può regalargli.

Tutti coloro che lo hanno preso a bordo per un breve o lungo tratto sono nel suo cuore e nella sua mente.

I volti fotografati e conservati come reliquie quasi sacre.

Quando le sue assenze si fanno più lunghe succede qualcosa che modifica la quotidianità di Sacha.

Un cambiamento lento e vissuto con quella passione e tenerezza che caratterizzano le svolte decisive.

“Diventare adulti significa non saper più cadere.

Significa vivere dentro un corpo che ha perso la memoria del suolo, non sa più conviverci, ne ha paura.”

Il romanzo, vincitore del Prix Femina e del Prix Landerneau, segue le meravigliose traiettorie della mente.

Fa riflettere sul ruolo della parola scritta e della traduzione, del distacco e dell’amore non possessivo, del desiderio di avere un padre accanto e della gioia di ogni momento passato insieme.

“L’abitante e il suo occupante come un universo effimero, una parentesi, un’isola.

L’improvvisa intimità dei corpi, le fissazioni, i gesti.”

Conoscere e farsi conoscere nel tempo rarefatto di un tratto di strada condiviso.

Storie narrate ed ascoltate.

Sylvain Prudhomme ci fa venire voglia di affidare alla strada i nostri sogni, fermarsi davanti ad una pompa di benzina, allo svincolo autostradale e aspettare che qualcuno si fermi e ci porti lontano.

Una storia meravigliosa che ci ricorda i tanti che hanno riempito le nostre esistenze e sono stati capaci di abbracciarci anche a distanza.

 

 

 

“Eredità” Miguel Bonnefoy 66thA2ND

 

 

In “Il meraviglioso viaggio di Octavio” e in “Zucchero nero” Miguel Bonnefoy ci ha regalato fantasiosi itinerari in un’alternanza di visioni oniriche e avventure picaresche.

La sua ultima prova letteraria, “Eredità” pubblicata da 66thA2ND e tradotta da Francesca Bononi, è un gigantesco affresco storico.

Il libro, vincitore del “Prix des Libraires 2021, mostra un interessante rinnovamento nello stile e nello sviluppo.

Gli elementi legati al realismo magico sono presenti come incidentali, a voler sottolineare l’appartenenza dello scrittore alla cultura latino americana.

Figlio di madre venezuelana e padre cileno, ha nel sangue il senso dell’avventura, il bisogno di misurarsi con sè stesso.

La scelta di dedicarsi ad una saga familiare è certamente un inno di riconciliazione con le sue radici e al contempo un omaggio ai piccoli e silenziosi eroi di tutti i tempi.

Il patriarca Lonsonier invece di arrendersi alla rovina economica si inbarca dalla Francia in cerca di fortuna e per una casualità sbarca a Valparaíso.

Di quella terra che non conosce si innamora e sfrutta con intelligenza le abilità nel campo dell’agricoltura.

“Nel giro di pochi mesi prese a parlare come un nativo della regione, facendo rotolare le erre come le pietre di un fiume, tradito comunque da un leggero accento…

Capì di essere approdato in un altro mondo, abitato da puma e araucarie, un mondo primordiale popolato da giganti di pietra, salici e condor.”

Ai figli insegna l’amore per la Patria d’origine e quando scoppia la guerra tra Francia e Germania, entrambi partono per difendere la propria terra.

Tornerà soltanto Lazare con un conto in sospeso con la propria coscienza.

Per salvarsi dalla follia dovrà affrontare il “viaggio con il futuro”.

La storia continua, la famiglia si allarga ed ogni personaggio ha lo spazio per presentarsi.

Conosceremo la sensuale Thérese, l’intraprendente Margot, il rivoluzionario Ilario.

Altre figure secondarie fanno da corollario e insieme costruiscono uno scenario che attraversa il Tempo.

La capacità dello scrittore di descrivere con poche pennellate le atrocita nei campi di battaglia è ineguagliabile.

Commoventi le pagine dedicate alla repressione cilena perché restituiscono una resistenza che é assente nei libri di testo.

Uomini e donne caratterialmente forti, determinati a non lasciarsi schiacciare dal destino avverso.

Splendidi esempi di una umanità che ha ideali e progetti, che nella migrazione trova la propria cifra espressiva.

Forse il messaggio che attraversa il libro è quello di andare con cuore spavaldo, pronti a tornare perché ogni cammino è speranza e rinascita.

“Due guerre mondiali e una dittatura” con una scrittura precisa, carica di simbologie e misteri.

Complimenti!

 

 

“Non lasciarmi sola” Claudia Rankine 66THAnd2ND

 

“Forse la speranza è come il respiro

Parte di ciò che significa essere vivo e umano.

O forse sperare è come attendere.

Può essere inutile.

Attendere cosa?

Che la vita abbia inizio.

Sono qui.

E sono ancora sola.”

“Non lasciarmi sola”, pubblicato da 66THA2ND e tradotto da Isabella Ferretti, è una raccolta di pensieri sparsi in un prato di una scrittura lucida.

Forte libertà espressiva e una parola tesa, carica di significato.

Non ci sono spazi vuoti nel ritmo vorticoso dei fonemi, l’incastro perfetto di evento ed emozione crea micro storie.

“Non posso impedire alle persone di dire quello che hanno bisogno di dire.

Non so come fermare queste sequenze ripetitive.”

La solitudine è una condizione che trova spazio in un animo assetato di dubbi.

La dicotomia tra l’Io e l’Altro viene vissata come una sfida, una esigenza di toccare la parte sensibile del Tu.

È un’avvicinamento lento e non aggressivo nella speranza di trovare un presente comune.

L’ottimismo americano si è dissolto, restano le ceneri di una sconfitta collettiva e con il crollo delle Torri Gemelle si è infranta la certezza di essere intoccabili e immortali.

“Ero un prodotto, anzi ero come un prodotto, un prodotto di Walt Disney e simile ai personaggi animati della Disney, animati in modo impeccabile, e piuttosto divertenti.

Ho sempre pensato a me stessa come a una persona senza paura.”

Claudia Rankine mostra una bandiera lacerata che penzola stanca in un cielo di ghiaccio.

Racconta sè stessa e il suo disagio per esorcizzare il senso di impotenza collettivo.

La morte è presenza che appare e scompare, ombra che non può essere ignorata.

Dove finisce l’invenzione narrativa e inizia la realtà?

In questo spazio di incertezza l’autrice riesce a trovare una sua dimensione esperienziale.

Una dimensione che rappresenta in maniera netta un rifiuto all’omologazione.

Anche le parole vengono spiegate nel loro significato più autentico e quella che sembra un’esercitazione linguistica è un’appropriazione.

Tristezza, malattia, assenza non sono solo negazioni di qualcosa.

Circoscrivono un’intensità emotiva e culturale.

Uniscono e non dividono.

Sono collante per una società che sa ancora ridere e piangere insieme.

 

Incipit tratto da “Streghe fraterne” Antoine Volodine 66THAND2ND

 

 

“Mi chiamo Éliane Schubert.

Non conosco la mia data di nascita,

è una cosa che nessuno si è preoccupato di comunicarmi,

e dopo era troppo tardi per calcolare la mia età,

la questione mal posta, la risposta idiota,

il fatto di essere ancora in vita sufficiente, più di questo non chiedevamo,

e ciò che contava era aver resistito un certo numero di anni senza sprofondare nell’abominio o nella follia, o nelle due cose insieme.

Da piccola, dicevo a me stessa di avere dieci anni, me lo sono detta a lungo, e poi sono diventata una ragazza, lascio a voi il compito di immaginare una cifra congrua, tra i quindici e i vent’anni, cifra che in genere s’azzarda.

La storia è andata avanti così per un bel pezzo, poi gli uomini mi hanno dato trentacinque o trentotto anni.

Le donne non ipotizzavano nulla di preciso riguardo a me, dovevano trovarmi piuttosto vecchia, come loro.

Piuttosto vecchia e sciupata, ma abbastanza ben conservata se si pensa alle prove che impiegavamo l’intero nostro tempo a superare.

Alle date di nascita, agli anniversari di vita e di morte, non badavamo mai. Eravamo già contente così, di essere ancora vive.

Evitiamo considerazioni strappalacrime.

Faccia una sintesi, per cominciare. Qualche accenno alla sua infanzia.

Ho trascorso l’infanzia sulle strade, con una compagnia teatrale itinerante.

“Dimenticare nostro padre” Francesco Bolognesi 66THAND2ND

 

“L’unica cosa che sapevamo, il nostro vero linguaggio – quello che rappresentava la parte di mondo, infinitesima, ma per noi enorme, che conoscevamo –, era il calcio.”

San Zenone, un piccolo paese in provincia di Ferrara, è ideale scenografia per “Dimenticare nostro padre”, pubblicato da 66THAND2ND.

Il ritmo rallentato di un’estate che sembra infinita e un campo di periferia.

Un gruppo di ragazzini e una passione ereditata.

Basta un pallone e la voglia di esprimere l’irrefrenabile bisogno dì esserci.

Il linguaggio del corpo che nella corsa mette a tacere l’impaccio di sentirsi bambini.

Squadra improvvisata dove ognuno con la sua maglietta scolorita vive un sogno di gloria.

È l’anno 2006 segnato dallo scandalo di Calciopoli e dal Mondiale.

Due eventi che si contrappongono e mostrano volti differenti di uno sport popolare.

“Ma cos’era il calcio per noi?

Cos’era il calcio per i nostri padri, i nostri nonni, per i tifosi della squadra di paese?

Cos’era il calcio per gli italiani che guardavano le partite della nostra Nazionale?

E dopo i fatti di quell’ estate era sempre lo stesso?”

Francesco Bolognesi descrive con precisione il periodo storico partendo da una piccola comunità.

I primi televisori e il piacere di riunirsi intorno all’oggetto magico che trasporta nel mondo agognato della gara.

Una gara che coinvolge tutti e viene vissuta come rivincita o sconfitta personale.

Il libro è di grande attualità e pone interrogativi sul ruolo dello spettatore che si sente italiano e nel tifo esprime la ricerca di radici.

Gli adulti sono macchie sfocate mentre i riflettori sono puntati sugli adolescenti.

Ognuno con il suo soprannome e la sua piccola storia personale mentre l’amore è ancora un sentimento da comprendere.

L’amicizia è una corsa in bicicletta, il sudore sulla pelle, i segreti da condividere.

E quando gli altri, i diversi, i pakistani si impossessano del loro spazio di terra bisogna fare i conti con se stessi.

Imparare ad accettare o a rifiutare.

La scrittura nei dialoghi veloci rende in maniera magistrale la vita di provincia e il dialetto con il suo suono aspro è voce di un passato prossimo.

Fra le righe emerge forte il bisogno di capire la relazione padre figlio.

“La verità è che eravamo tutti come l’Isacco della Bibbia, seguivamo il padre, in tutto quello che faceva, nell’amore per il calcio, nel pensare di essere di sinistra, nel dire terrone.”

Un messaggio forte a provare a staccarsi dai modelli che non sempre coincidono con ciò che vorremmo essere.

 

 

 

“Scusate il disturbo” Patty Yumi Cottrell 66thAnd2ND

 

“Eravamo a dir poco delusi di essere asiatici e piuttosto contrariati di essere stati condotti in questo paese in cui nessuno dei due aveva chiesto di essere portato, e poi né io né lui ci riconoscevamo come asiatici, non barravamo mai la casella asiatico sui questionari. Se qualcuno ci chiedeva da dove venissimo, di solito rispondevamo adottati.”

 

Helen, “trentaduenne single senza figli, con il ciclo irregolare, una laurea e un impiego a mezza giornata”, è voce narrante di “Scusate il disturbo” , pubblicato da 66thAnd2ND.

Alla morte del fratello cerca di indagare sul suo suicidio e torna nella casa di origine.

Scritto con ironia, il romanzo è la foto a colori della difficoltà di adattamento al reale, la solitudine e il senso di vertigine causati dalla diversità.

Essere coreani in un paese di bianchi è un peso difficile da sostenere e la nostra protagonista costruisce una corazza, inventa certezze, cerca nei “ragazzi problematici” che le sono stati affidati quel calore che non ha mai ricevuto.

“Detestavo le nuvole, la nebbia, certi tipi di filosofia, i bambini piccoli e la poesia.

Preferivo il concreto, l’assoluto e le storie, vere o inventate.”

Un’esistenza narrata con sincerità, un viaggio nelle pieghe nascoste del proprio vissuto.

I genitori adottivi, “una coppia di fantasmi esterrefatti, aggrappati l’uno all’altro come se ne andasse della loro vita”, il consulente del dolore, parenti mai visti fanno da contorno alla scenografia del testo.

Patty Yumi Cottrell sa far sorridere trasformando la tragedia in farsa, sventando i gesti e le frasi di circostanza.

Crea una suspance narrativa che attrae il lettore.

Apre porte che forse nascondono segreti.

Spezza il silenzio sulle adozioni e sulla difficoltà a vivere una doppia esistenza.

Racconta “le paure che non avevano confini.”

Per sopravvivere a New York bisognava essere disposti a piegarsi ai capricci della città.

Piegati o muori.”

Si può costruire la felicità, credere in un’umanità che accoglie, sconfiggere il vuoto di un’infanzia tetra?

Una cosa è certa: “le nostre convinzioni possono subire un cambiamento radicale.

Mai scolpirle nella pietra, perchè a volte è necessario rivederle, e altre addirittura farle a pezzi.”

Coinvolgente, dissacratorio, sarcastico, un libro che insegna a “sforzarsi di vedere il mondo in modi sempre nuovi, altrimenti rimaniamo bloccati.”

E quando ci sentiamo oppressi impariamo a parlare al vento, forse troveremo un pò di pace.

 

 

Con @CasaLettori visitiamo 66thand2nd

 

 

Un nome originale, 66thand2nd, che vuole essere un omaggio a New York.

Sfogliando il ricco Catalogo della Casa Editrice, nata a Roma nel 2008, si nota l’attenzione “ai fermenti letterari della narrativa angloamericana”

Tante Collane a segnare un percorso  che non trascura la contemporaneità negli snodi fondamentali di una prospettiva globale.

Bazar “accoglie romanzi e testimonianze di scrittori di ogni parte del mondo”.

La difficoltà di integrarsi, il bisogno di non perdere la propria identità, il racconto di tradizioni e leggende in un viaggio “coraggioso e straordinario in giro per il mondo.”

Dal Congo di “Le cicogne sono immortali” di Alain Mabanckou alle baracche di Kampala, capitale ugandese in “Kintu” di Jennifer Nansubuga Makumbi alla Romania degli anni 80 in  “Figli del diavolo” di Liliana Lazar: solo alcune delle proposte che permetteranno al lettore di addentrarsi in mondi sconosciuti.

“Attese” offre una lettura alternativa dello sport, dove quello che conta è il sogno di confrontarsi con se stessi.

“B – Polar è l’ultima nata ed è una miscellanea di noir e poliziesco.

Di “Bookclub” suggerisco di leggere tutto perchè in ogni testo si intrecciano riflessione e sperimentazione.

Ho scelto due novità che nella diversità di tematiche sono gioielli narrativi.

“Vincere a Roma” di Sylvain Coher narra l’impresa epica di Abele Bikala, che vince l’oro olimpico  nel 1960.

“I centesimi si sbranano e strabordano.

La corsa è una successione di eventi che si ripetono identici secondo le nostre debolezze, le nostre caparbietà.

Corro verso un Dio immobile.

Roma è soltanto la scenografia per la mia vittoria.”

La voce di un uomo che nello sforzo fisico esprime la forza interiore del suo popolo.

“Mi toccherà dire al mondo che la gente del mio paese ha sempre vinto con eroismo e determinazione.”

“I più grandi” di Sylvain Prudhomme è l’esplosione del dolore, la libertà di mostrarsi fragili.

Il ricordi di un passato che nessuno potrà cancellare, la furia di un amore carnale, “la notte gonfia di carezze”, l’arrogante ricchezza dell’Europa mentre la musica fa da controcanto.

Stile, raffinatezza grafica, eleganza delle copertine, traduzioni inpeccabili, scelta di autori esordienti che riescono a comunicare emozioni, voglia di non fermarsi a guardare il mondo da un’unica prospettiva: un’editore da scoprire e fidatevi, non lo abbandonerete più.

Alla prossima e buone letture 💝