Incipit tratto da “Streghe fraterne” Antoine Volodine 66THAND2ND

 

 

“Mi chiamo Éliane Schubert.

Non conosco la mia data di nascita,

è una cosa che nessuno si è preoccupato di comunicarmi,

e dopo era troppo tardi per calcolare la mia età,

la questione mal posta, la risposta idiota,

il fatto di essere ancora in vita sufficiente, più di questo non chiedevamo,

e ciò che contava era aver resistito un certo numero di anni senza sprofondare nell’abominio o nella follia, o nelle due cose insieme.

Da piccola, dicevo a me stessa di avere dieci anni, me lo sono detta a lungo, e poi sono diventata una ragazza, lascio a voi il compito di immaginare una cifra congrua, tra i quindici e i vent’anni, cifra che in genere s’azzarda.

La storia è andata avanti così per un bel pezzo, poi gli uomini mi hanno dato trentacinque o trentotto anni.

Le donne non ipotizzavano nulla di preciso riguardo a me, dovevano trovarmi piuttosto vecchia, come loro.

Piuttosto vecchia e sciupata, ma abbastanza ben conservata se si pensa alle prove che impiegavamo l’intero nostro tempo a superare.

Alle date di nascita, agli anniversari di vita e di morte, non badavamo mai. Eravamo già contente così, di essere ancora vive.

Evitiamo considerazioni strappalacrime.

Faccia una sintesi, per cominciare. Qualche accenno alla sua infanzia.

Ho trascorso l’infanzia sulle strade, con una compagnia teatrale itinerante.

“Dimenticare nostro padre” Francesco Bolognesi 66THAND2ND

 

“L’unica cosa che sapevamo, il nostro vero linguaggio – quello che rappresentava la parte di mondo, infinitesima, ma per noi enorme, che conoscevamo –, era il calcio.”

San Zenone, un piccolo paese in provincia di Ferrara, è ideale scenografia per “Dimenticare nostro padre”, pubblicato da 66THAND2ND.

Il ritmo rallentato di un’estate che sembra infinita e un campo di periferia.

Un gruppo di ragazzini e una passione ereditata.

Basta un pallone e la voglia di esprimere l’irrefrenabile bisogno dì esserci.

Il linguaggio del corpo che nella corsa mette a tacere l’impaccio di sentirsi bambini.

Squadra improvvisata dove ognuno con la sua maglietta scolorita vive un sogno di gloria.

È l’anno 2006 segnato dallo scandalo di Calciopoli e dal Mondiale.

Due eventi che si contrappongono e mostrano volti differenti di uno sport popolare.

“Ma cos’era il calcio per noi?

Cos’era il calcio per i nostri padri, i nostri nonni, per i tifosi della squadra di paese?

Cos’era il calcio per gli italiani che guardavano le partite della nostra Nazionale?

E dopo i fatti di quell’ estate era sempre lo stesso?”

Francesco Bolognesi descrive con precisione il periodo storico partendo da una piccola comunità.

I primi televisori e il piacere di riunirsi intorno all’oggetto magico che trasporta nel mondo agognato della gara.

Una gara che coinvolge tutti e viene vissuta come rivincita o sconfitta personale.

Il libro è di grande attualità e pone interrogativi sul ruolo dello spettatore che si sente italiano e nel tifo esprime la ricerca di radici.

Gli adulti sono macchie sfocate mentre i riflettori sono puntati sugli adolescenti.

Ognuno con il suo soprannome e la sua piccola storia personale mentre l’amore è ancora un sentimento da comprendere.

L’amicizia è una corsa in bicicletta, il sudore sulla pelle, i segreti da condividere.

E quando gli altri, i diversi, i pakistani si impossessano del loro spazio di terra bisogna fare i conti con se stessi.

Imparare ad accettare o a rifiutare.

La scrittura nei dialoghi veloci rende in maniera magistrale la vita di provincia e il dialetto con il suo suono aspro è voce di un passato prossimo.

Fra le righe emerge forte il bisogno di capire la relazione padre figlio.

“La verità è che eravamo tutti come l’Isacco della Bibbia, seguivamo il padre, in tutto quello che faceva, nell’amore per il calcio, nel pensare di essere di sinistra, nel dire terrone.”

Un messaggio forte a provare a staccarsi dai modelli che non sempre coincidono con ciò che vorremmo essere.

 

 

 

“Scusate il disturbo” Patty Yumi Cottrell 66thAnd2ND

 

“Eravamo a dir poco delusi di essere asiatici e piuttosto contrariati di essere stati condotti in questo paese in cui nessuno dei due aveva chiesto di essere portato, e poi né io né lui ci riconoscevamo come asiatici, non barravamo mai la casella asiatico sui questionari. Se qualcuno ci chiedeva da dove venissimo, di solito rispondevamo adottati.”

 

Helen, “trentaduenne single senza figli, con il ciclo irregolare, una laurea e un impiego a mezza giornata”, è voce narrante di “Scusate il disturbo” , pubblicato da 66thAnd2ND.

Alla morte del fratello cerca di indagare sul suo suicidio e torna nella casa di origine.

Scritto con ironia, il romanzo è la foto a colori della difficoltà di adattamento al reale, la solitudine e il senso di vertigine causati dalla diversità.

Essere coreani in un paese di bianchi è un peso difficile da sostenere e la nostra protagonista costruisce una corazza, inventa certezze, cerca nei “ragazzi problematici” che le sono stati affidati quel calore che non ha mai ricevuto.

“Detestavo le nuvole, la nebbia, certi tipi di filosofia, i bambini piccoli e la poesia.

Preferivo il concreto, l’assoluto e le storie, vere o inventate.”

Un’esistenza narrata con sincerità, un viaggio nelle pieghe nascoste del proprio vissuto.

I genitori adottivi, “una coppia di fantasmi esterrefatti, aggrappati l’uno all’altro come se ne andasse della loro vita”, il consulente del dolore, parenti mai visti fanno da contorno alla scenografia del testo.

Patty Yumi Cottrell sa far sorridere trasformando la tragedia in farsa, sventando i gesti e le frasi di circostanza.

Crea una suspance narrativa che attrae il lettore.

Apre porte che forse nascondono segreti.

Spezza il silenzio sulle adozioni e sulla difficoltà a vivere una doppia esistenza.

Racconta “le paure che non avevano confini.”

Per sopravvivere a New York bisognava essere disposti a piegarsi ai capricci della città.

Piegati o muori.”

Si può costruire la felicità, credere in un’umanità che accoglie, sconfiggere il vuoto di un’infanzia tetra?

Una cosa è certa: “le nostre convinzioni possono subire un cambiamento radicale.

Mai scolpirle nella pietra, perchè a volte è necessario rivederle, e altre addirittura farle a pezzi.”

Coinvolgente, dissacratorio, sarcastico, un libro che insegna a “sforzarsi di vedere il mondo in modi sempre nuovi, altrimenti rimaniamo bloccati.”

E quando ci sentiamo oppressi impariamo a parlare al vento, forse troveremo un pò di pace.

 

 

Con @CasaLettori visitiamo 66thand2nd

 

 

Un nome originale, 66thand2nd, che vuole essere un omaggio a New York.

Sfogliando il ricco Catalogo della Casa Editrice, nata a Roma nel 2008, si nota l’attenzione “ai fermenti letterari della narrativa angloamericana”

Tante Collane a segnare un percorso  che non trascura la contemporaneità negli snodi fondamentali di una prospettiva globale.

Bazar “accoglie romanzi e testimonianze di scrittori di ogni parte del mondo”.

La difficoltà di integrarsi, il bisogno di non perdere la propria identità, il racconto di tradizioni e leggende in un viaggio “coraggioso e straordinario in giro per il mondo.”

Dal Congo di “Le cicogne sono immortali” di Alain Mabanckou alle baracche di Kampala, capitale ugandese in “Kintu” di Jennifer Nansubuga Makumbi alla Romania degli anni 80 in  “Figli del diavolo” di Liliana Lazar: solo alcune delle proposte che permetteranno al lettore di addentrarsi in mondi sconosciuti.

“Attese” offre una lettura alternativa dello sport, dove quello che conta è il sogno di confrontarsi con se stessi.

“B – Polar è l’ultima nata ed è una miscellanea di noir e poliziesco.

Di “Bookclub” suggerisco di leggere tutto perchè in ogni testo si intrecciano riflessione e sperimentazione.

Ho scelto due novità che nella diversità di tematiche sono gioielli narrativi.

“Vincere a Roma” di Sylvain Coher narra l’impresa epica di Abele Bikala, che vince l’oro olimpico  nel 1960.

“I centesimi si sbranano e strabordano.

La corsa è una successione di eventi che si ripetono identici secondo le nostre debolezze, le nostre caparbietà.

Corro verso un Dio immobile.

Roma è soltanto la scenografia per la mia vittoria.”

La voce di un uomo che nello sforzo fisico esprime la forza interiore del suo popolo.

“Mi toccherà dire al mondo che la gente del mio paese ha sempre vinto con eroismo e determinazione.”

“I più grandi” di Sylvain Prudhomme è l’esplosione del dolore, la libertà di mostrarsi fragili.

Il ricordi di un passato che nessuno potrà cancellare, la furia di un amore carnale, “la notte gonfia di carezze”, l’arrogante ricchezza dell’Europa mentre la musica fa da controcanto.

Stile, raffinatezza grafica, eleganza delle copertine, traduzioni inpeccabili, scelta di autori esordienti che riescono a comunicare emozioni, voglia di non fermarsi a guardare il mondo da un’unica prospettiva: un’editore da scoprire e fidatevi, non lo abbandonerete più.

Alla prossima e buone letture 💝

 

“Ricette semplici” Madeleine Thien 66thand2nd

 

“Una casa è un’idea semplice.

Chi l’ha costruita muore, ma lei rimane.

E sempre ogni infanzia è importante, come menta che cresce nascosta”.

L’esergo scelto da Madeleine Thien, tratto da “Latte” di Roo Borson, anticipa le atmosfere che vivremo leggendo “Ricette semplici”, pubblicato da “66thand2nd”.

Racconti pervasi dal sussurro malinconico di chi nel ricordo cerca un balsamo.

Ogni storia è già romanzo per la compattezza della trama, la ricchezza di particolari paesaggistici e affettivi.

I personaggi trasmettono quell’umanità fatta di piccoli pensieri, di attenzioni, di cura degli altri. Domina la scena la famiglia e non importa quanto sia segregata, acciaccata, dolorante.

È il cuore pulsante, necessario scenario anche quando si fugge.

E la partenza, spesso improvvisa, è lo scarto in avanti, il bisogno di liberarsi da un amore che può diventare purulento.

Padri e figlie nella quotidianità in relazioni che possono sfociare nella perversione o dirottare verso un maldestro senso di colpa.

“Una manciata di riso nella mia mano aperta, chicchi da setacciare in cerca di impurità, da togliere uno alla volta” per raggiungere un equilibrio tra l’amore e l’odio, per stanare le ombre di un affetto vorace.

Mogli e mariti nelle incerte sequenze di una relazione stancante, occhi che non riescono a guardarsi, mani impietrite da troppi sogni delusi.

E gli odori di una cucina immersa nel fumo di pietanze che ricordano altri luoghi, il suono di un valzer che stempera l’incapacità di accettare l’insofferenza, le strade percorse con la certezza di trovare pace.

Sorelle che spartiscono il sollievo di un abbraccio, amiche complici di segreti impronunciabili.

Nella narrazione ancora una volta la scrittrice riesce a portarci verso “il paese che non è stato ancora scoperto.”

Agenda Letteraria del 24 aprile 2020

 

“Non è la prima volta che la sento, questa parola strana: coprifuoco.

La ripetono sempre alla radio quando parlano di guerre, guerre in Africa o da quanche altra parte, insieme a cessate il fuoco, aprire il fuoco, a ferro e fuoco.”

 

“Le cicogne sono immortali” Alain Mabanckou  66thAnd2ND