“Fino ad agosto” Josephine Rowe 8ottoEdizioni

 

“Quando è stata l’ultima volta che hai desiderato qualcosa di diverso?

E la risposta come è ovvio sarà tutt’altro che a portata di mano.”

 

Il desiderio resta incistato nella mente, come una conchiglia portafortuna.

Amuleto che bisogna nascondere e proteggere.

Sublimazione di un qualcosa che non riesce a prendere forma e resta a galleggiare in una pozza di scelte mancate.

Josephine Rowe in “Fino ad agosto”, pubblicato da 8ttoEdizioni e tradotto da Cristina Cigognini, crea una sospensione, respiro che si fa flebile e si spegne nel finale che potrebbe essere nuovo inizio.

I racconti procedono in un’atmosfera soporosa nella lentezza di un gesto o di una frase che tenta di svelare il tassello mancante.

“È questo guardare che importa, questa traversata.”

L’attimo in cui la cinepresa dilata l’immagine, la blocca nella sua drammatica staticità.

L’affettività è graffiante, conflittuale, invasiva.

Si resta distanti ad osservare mentre il silenzio entra sbigottito a riempire gli spazi.

“Io ero sola con il rumore del calorifero e i colpi di tosse di altre vite oltre le pareti.”

La realtà si palesa attraverso presenze che si muovono come estranei e non riescono a spezzare la cortina di protezione.

Incidenti di percorso, voci fuori campo, sussurri di città rarefatte.

Oggetti a scandire il quotidiano, a ricordare che esiste la materia.

“Solo questa calda corrente oceanica dove una volta c’era il linguaggio.

Insondabile.”

L’acqua è elemento costante, attrazione verso la vertigine del non ritorno.

Si può rendere liquida e divisibile la colpa?

Ombre senza volto, suoni svaniti, pensieri come “una matassa di fili sciolti.”

Un libro suggestivo che nelle analogie, nelle metafore introspettive mostra il nostro lato nascosto.

Da leggere “ancora in attesa di qualcosa su cui puoi mettere il tuo peso senza timori.”