“Sulla riva del mare” Abdulrazak Gurnah La Nave di Teseo

 

“Sono un rifugiato, uno che cerca asilo.

Queste non sono parole facili, anche se l’abitudine di sentirle le fa sembrare tali.

Sono arrivato all’aeroporto di Gatwick nel tardo pomeriggio del 23 novembre dell’anno scorso.

È una piccola emozione ben nota, nelle nostre storie, lasciare ciò che conosciamo e arrivare in posti strani, trascinando piccoli bagagli affastellati e nascondendo ambizioni segrete e represse.

Per alcuni, come per me, è stato il primo volo e il primo arrivo in un luogo monumentale come un aeroporto, anche se ho viaggiato per terra e per mare, e con l’immaginazione.”

Saleh Omar, mercante in mobili di Zanzibar, è costretto ad emigrare in Inghilterra.

Sembra una storia come tante ma non lo è perché Abdulrazak Gurnah va oltre la condizione del singolo.

Il suo è un affresco dedicato ai tantissimi che esuli cercano in altre terre, in altri suoli di integrarsi.

Non è casuale che il protagonista per un intoppo nella richiesta di asilo politico dovrà fare i conti con un suo connazionale.

In questo incontro si sviluppano e si intrecciano due destini all’apparenza molto distanti.

Scopriremo cosa li accomuna, quanto entrambi abbiano pagato e come la memoria lasci tracce indelebili.

“Una volta ho vissuto un’altra vita da un’altra parte, ma adesso è finita.

Ma so che la vecchia vita formicola e pulsa con volgare salute dietro di me e davanti a me. Ho il tempo sulle mani, sono nelle mani del tempo, per cui potrei anche render conto di me. Prima o poi ci tocca farlo.

Vivo in una piccola città sulla riva del mare, come ho sempre fatto, anche se ho trascorso la maggior parte della mia vita sulla riva di un caldo oceano verde, molto lontano da qui. Adesso vivo la mezza vita di uno straniero, spio nelle case attraverso lo schermo televisivo e immagino le continue paure che affliggono le persone che incontro durante le mie passeggiate.”

Chi sono gli altri? Come si muovono nella città tentacolare?

Si può sopravvivere sradicati, frutti non graditi, rami secchi di un albero che si accartoccia su sè stesso?

Lo scrittore, Premio Nobel 2021 per la Letteratura, ha una prosa che attraversa il dolore e il rimpianto.

Leale nella evocazione storica mette al centro sempre la ricerca di un’umanità che non si chiude al diverso.

Le parole sono infuocate da infiniti incendi emotivi, offrono una visione intransigente sugli effetti del colonialismo.

Mostra il nulla che circonda chi non sa più percepire “il gioco delle voci” mentre le macerie fisiche e psichiche diventano montagne difficili da scalare.

Un romanzo meraviglioso che ci insegna che “non è immorale volere una vita migliore e più sicura.”