“Yekl” Abraham Cahan Mattioli 1885

Avere la fortuna di conoscere Abraham Cahan grazie all’editore “Mattioli 1885” significa andare alle origini della tradizione letteraria ebraica.

Leggendo “Yekl” si percipiscono voci note ed amate e risuona quel filo conduttore che porterà a Bernard Malamud e a Philip Roth.

Pur nelle similitudini lo scrittore ha toni cangianti forse perché precursore non solo di una cultura ma anche di un’espressività linguistica.

Il racconto è metafora di un esodo e nel suo sviluppo diventa padre di altri viaggi e altre rotte.

È l’uomo confinato in una dimensione sempre in bilico tra la terra d’origine e il luogo delle promesse.

“Qui un ebreo vale quanto un gentile.”

L’America, misterioso baluardo di una conoscenza finora negata.

Spazio immaginato dove i diritti sono finalmente distribuiti equamente.

Inserirsi, essere parte di una comunità, provare a dimenticare affetti e abitudini e ricordi.

Una lotta con due identità che non collimano mentre la fabbrica e il quartiere raccontano la spaccatura tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si é.

“I bidoni della spazzatura esibivano il loro contenuto che traboccava in mucchi enormi, allineati lungo le strade punteggiandole come un sarcastico ricordo di file di alberi.”

Il realismo delle scene è arricchito da un’ironia che copre quel senso di inadeguatezza mai del tutto scomparso.

Il passato ritorna con un costrutto che ricorda la commedia greca e nell’evolversi degli eventi si è travolti da una trama che accelera vorticosamente.

Saranno due donne a costringere il protagonista a scegliere. Ma è una scelta consapevole? O un altro divertente inganno dell’autore per dimostrare che il destino a volte si fa beffe di noi?