“Addio, a domani” Sabrina Efionayi Einaudi Editore Stile Libero

 

“Una ragazza napoletana afro – discendente che un bel giorno decide di fare i conti con il tempo, di aprire certi cassetti della memoria e di ordinarne il contenuto sul letto, come quando si parte per un viaggio e si prepara la valigia.

Ecco, ora io vi chiedo di partire con me.

Abbiate fiducia.

Datemi la mano.”

Stringiamo con forza la mano di Sabrina Efionayi perché già nel prologo comprendiamo quanto sarà difficile per lei ricomporre la storia della sua esistenza.

Quanto coraggio sarà necessario per mantenere l’imparzialità, per sentire sulla pelle cosa significa essere “negra”

Quanta pazienza nel trovare le parole giuste per non ferire e per restituire i fatti nella loro interezza.

“Addio, a domani”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, è un terremoto che mette in crisi i pregiudizi.

Spazza via preconcetti partendo dalla realtà.

Non quella rappresentata da un Occidente bigotto che sa vedere solo la colpa.

Gladys è una bambina nonostante i suoi diciannove anni.

Arriva in Italia dalla Nigeria, convinta da madame Joy che le prospetta la chimera di un futuro felice.

Lei, legata alla famiglia, a quella terra incendiata dal sole, affronta il viaggio con la certezza di poter provvedere ai bisogni dei suoi cari.

Castel Volturno e una casa prigione.

Altre giovani e il corpo da offrire ad uomini vogliosi.

Non c’è scampo, è la trappola della tratta.

La strada è la vergogna di mostrarsi, l’orrore di mani che ti cercano, di volti deformati dal desiderio.

Quando scopre di essere incinta intuisce che dovrà difendere la sua creatura, nata dell’unico atto d’amore.

Uyi è intermezzo felice, compagno di sventura, raggio di sole.

Ma la vita non sempre ci permette di avverare i sogni.

E per Gladys, quando nasce Sabrina, c’è una sola strada: affidare la sua bambina ad Antonietta.

Due madri, una biologica, l’altra affidataria e la costante ricerca di una sintesi tra due culture.

La scrittrice ripercorre a ritroso l’infanzia e l’adolescenza.

Con parole affilate narra la difficoltà di inserirsi, il bisogno di capire la propria identità.

“Non sapevo come sentirmi, non ero mai stata circondata da bambini neri come me.

Non così tanti e non tutti insieme.

L’idea inizialmente mi eccitata, pensavo che non mi sarei più sentita quella diversa, invece ho scoperto che non bastava nemmeno quello.”

Non basta il colore della pelle simile per sentire l’appartenenza.

Una lezione che lascia tramortiti e che fa riflettere sulle nostre infinite diversità.

Come ci sentiamo rappresentati?

Quali specchi ci restituiscono la nostra anima?

L’autrice ha la forza di interrogarsi e di trasformare il romanzo in un affresco di incertezze.

Esce dalla dimensione nazionalistica, si fa voce di tutti noi.

Stilisticamente raffinato il testo utilizza spesso l’ inglese e in questa dualismo si coglie il bisogno di abbattere i muri linguistici.

Una Babele dove si intrecciano fonemi e usanze e tradizioni.

Il viaggio nel paese d’origine è scoperta e al contempo timore.

È luce e speranza, è buio e terrore.

È la frantumazione dell’Io, il padre ritrovato, la difficoltà a perdonare.

Ritrovare la donna che ti ha partorito, accettarla, sentirsi una sua parte.

Non è facile…forse “domani.”

L’onestà intellettuale di chi attraversa il suo inferno personale e rivendica la sua indipendenza.

Bellissimo e utile per trovare pace.