“Fuoco all’anima” Leonardo Sciascia Domenico Porzio Adelphi Editore

 

Si pensa di conoscere bene la propria isola, le tradizioni, i modi di dire, le sfumature linguistiche, l’incerto equilibrio tra sacro e profano, i guizzi caratteriali.

Si viene immediatamente smentiti leggendo “Fuoco all’anima”, pubblicato da Adelphi Editore.

Definirlo uno scrigno prezioso sarebbe riduttivo.

Bisogna cogliere nella conversazione tra Leonardo Sciascia e Domenico Porzio anche il non detto, le pause, i respiri.

Immaginare i volti e le posture, scrutare il lampo negli occhi.

Perché questo era il Maestro, non solo l’intellettuale intransigente e colto.

Era l’incarnazione del siciliano onesto capace di saper interpretare le strategie dialettiche, le macchinazioni politiche, la pungente sagacia del suo popolo.

Pronto a raccontare mille aneddoti che in parte sono legati dall’oralità in parte sono frutto di uno studio incessante dell’origine delle parole, della disposizione di strade e piazze, dell’iconografia di più culture stratificate in ogni pietra, in ogni angolo e soprattutto nell’animo dei suoi abitanti.

Non credo sia casuale il titolo che rimanda a qualcosa che arde e non sempre purifica.

Puntuali le domande dell’intervistatore che è prima di tutto amico e raffinato conoscitore dell’opera sciasciana.

Dall’infanzia a Racalmuto, la passione per i libri trovati nella biblioteca della zia, gli infiniti divieti degli adulti: scorre un film in bianco e nero dove la nostalgia è solo sterpaglia.

Il fascismo, la scuola, le scelte in un susseguirsi di frasi coincise, essenziali ma che riescono a regalarci una lezione di storia e di geografia.

La morte e l’eros, la loro concatenazione, il rapporto con Dio e con la Chiesa e tanta letteratura.

Da Borges ai grandi classici c’è sempre uno sguardo scevro da incantamenti.

La scrittura e i suoi tempi, l’Olivetti Lettera 22, la sintesi necessaria dopo la prima stesura.

“La televisione ha ammazzato la conversazione, ha ammazzato la lettura serale.

Ha ammazzato tante cose.”

Un pessimismo illuministico forse, mi piace pensare ad un vate che non fu sempre ascoltato.

Questo testo apre un universo di conoscenza e di stimoli e certamente spingerà chi non conosce l’autore siciliano a leggere le sue opere.

Imparerà l’arte dell’onestà, la malinconica ma mai superficiale attenzione alla realtà, le idee innovative, le curiosità, i gusti, le follie e la teatralità del popolo siciliano.

“Tessiture di sogno” W.G. Sebald Adelphi Editore

 

“Ma che cosa ne sappiamo noi – a priori – del corso della Storia, che procede secondo una legge la cui logica rimane indecifrabile e viene messo in moto da eventi minuti e imponderabili, tali da cambiarne spesso la direzione proprio nel momento decisivo: una corrente d’aria appena percepibile, una foglia che cade a terra, uno sguardo che corre da un occhio all’altro in mezzo ad un gruppo di persone?

E nemmeno a posteriori riusciamo a scoprire come davvero stessero le cose prima, e come si sia effettivamente giunti a questo o a quell’ evento di portata mondiale.”

In tutte le sue opere W.G. Sebald è riuscito a farci attraversare la barriera che ci separava dall’imponderabile.

Ci ha insegnato le infinite sfumature di ciò che immaginiamo come il reale.

Ha aperto i nostri sensi a nuove percezioni che ci hanno carezzato per un attimo e poi sono scomparse lasciandoci in balia del desiderio.

Desiderio di andare oltre le parole dello scrittore, comprenderne le premonizioni, i guizzi arguti, i disegni di una cosmogonia universale dove la letteratura sa essere protagonista.

È stato interprete di quella ricerca che ci accomuna tutti: scavare nella memoria, ritrovare i segni di un’epoca, collocare il prima in una sfera tanto pura da apparire surreale.

“Tessiture di sogno”, pubblicato postumo da Adelphi Editore grazie alla cura attenta di Sven Meyer e alla meticolosa traduzione di Ada Vigliani, già nel titolo contiene una promessa.

Dovremo essere sognatori pronti a sperimentare l’Altrove.

Un Altrove che si compone pagina dopo pagina, attraverso linee che procedono per traiettorie geometriche.

Dovremo essere viandanti e percorrere strade che ci faranno credere di essere in un altro pianeta.

Dove l’andare è un continuo interrogativo dei perchè della Storia.

Dove avremo l’occasione di entrare nel Regno delle Ombre, luogo dove il trapasso è metamorfosi, dove non esiste la parola fine.

È questo che attrae e sollecita lo spirito: trovare il passaggio segreto tra ciò che è stato e ciò che è.

Che sia un cimelio, un dipinto, un luogo, poco importa.

È quello che contiene e che non sempre si mostra.

In questo meraviglioso testo, difficile da collocare in un genere, si trova tutto quello che ci aspettiamo dalla letteratura.

Gli interrogativi, le pause di riflessione, i riferimenti culturali, l’imparzialità nei giudizi, la connessione tra autori vissuti in periodi differenti, le amnesie della società, l’oblio rispetto alle grandi tragedie.

“Nel nostro paese l’abisso tra letteratura e politica permane.”

L’attualità della frase ci sgomenta perché sappiamo che l’autore ha centrato il problema che non si riferisce solo agli intellettuali.

Non avere il coraggio di affrontare le zone buie del passato significa arenarsi nel pantano che mai ci assolverà dalle colpe nostre e degli avi.

Critico, saggista, narratore e raffinato giocoliere della Parola: mancano altre qualità che il lettore riuscirà a trovare.

Ed ogni capitolo sarà un’oasi dove rifugiarsi quando la lingua che ci circonda stride, quando il canto della rimembranza si sta spegnendo, quando la solitudine esistenziale diventa lacerante.

 

“Piante che cambiano la mente” Michael Pollan Adelphi Editore

 

 

“Piante che cambiano la mente”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Milena Zemira Ciccamarra, è un pilastro fondamentale se si vuole edificare una nuova e più vera relazione con sè stessi.

Un testo che rivoluziona il concetto di scienza che piove dall’alto ma educa alla riflessione critica.

Che sfida vecchie teorie ormai superate frutto di una mentalità bigotta e ribalta l’idea di un egocentrismo che ci pone fuori dalla realtà.

Noi viviamo con le piante, ne siamo fruitori e dobbiamo imparare a studiarne le caratteristiche, la morfologia, il linguaggio.

Non possiamo più permetterci di considerare l’universo che ci circonda come sparcellizzato in frazioni che non comunicano tra loro.

Il libro ha il grande pregio di essere arioso, non didascalico, di facile consultazione.

Si legge come fosse un romanzo dove coprotagonisti sono tutti gli esseri viventi.

Costruito attingendo alle proprie competenze ed esperienze Michael Pollan ancora una volta riesce a sbalordirci.

Un excursus storico raffinatissimo mostra come nell’arco dei secoli sia cambiata la posizione rispetto a quelle che con troppo faciloneria vengono considerate droghe.

Interessante è la relazione tra leggi restrittive e incapacità di trovare le cause di una diffusione tanto capillare di sostanze che filtrano la realtà.

Forte è la denuncia nei confronti di un mercato clandestino che spesso è supportato dagli Stati.

Il papaver somniferum è una “spettacolare pianta annua”, coltivarla significa commettere un reato.

“Documentantandomi sui papaveri, quell’inverno, mi domandai come fosse possibile separare la bellezza fisica del fiore dalla conoscenza delle sue proprietà narcotiche.”

Esiste una correlazione tra Bene e Male e da chi è governata?

Credo sia questa la domanda che lo scrittore ci pone con molta franchezza.

Altra sostanza che viene analizzata è la caffeina.

Sembra che non ci sia correlazione con la prima parte del saggio ma basta inoltrarsi nelle pagine per comprendere il filo conduttore.

Il caffè, magica bevanda, che snebbia la mente, aiuta a concentrarsi, rituale che assume una dimensione quasi mistica.

Partendo dalla Coffea, dal suo habitat, dagli esperimenti scientifici vi aspettano sorprese che non avevate previsto.

Tanti i riferimenti letterari e storici inseriti con scioltezza, piccole chicche che permettono di amplicare le conoscenze geografiche e antropologiche.

La mescalina viene definita “lo psichedelico orfano”.

Mentre “Gli occidentali tendono a mettere la medicina e la religione in caselle separate, per i nativi americani ( come per molte culture) la religione ha a che fare innanzitutto con la cura e la guarigione.”

La cerimonia del peyote diventa una pratica collettiva spirituale, una esperienza che sana le ferite di una distruzione di massa.

Tra reportage e memoriale, cultura e aneddoto, spiritualità e saggezza l’autore ci permette di viaggiare senza pregiudizi nel variegato universo delle sostanze psicoattive.

Scopriremo i pro e i contro, impareremo a valutare ciò che ci propinano come scienza esatta, sorrideremo di fronte alla ridicola e vetusta legge della negazione.

Solo conoscendo si può scegliere con libertà.

“Tempesta in giugno” Irène Némirovsky Adelphi Editore

 

“La Terra è una sfera che non poggia su niente”

L’esergo di “Tempesta in giugno”, tratto da “Libro di Geografia per bambini”, segna una delle tante tracce di un testo che si legge con devozione e con le lacrime agli occhi.

Grazie ad Adelphi Editore arriva in Italia la versione inedita di “Suite francese”

Nella premessa di Olivier Philipponnat conosciamo le traversie che subì il libro, ultima testimonianza di Irène Némirovsky.

È come se un destino già scritto abbia permesso il ritrovamento di un’opera che non mi sento di definire incompiuta anche se la scrittrice fu costretta ad abbandonare il suo progetto letterario quando fu arrestata e condotta ad Auschwitz.

Scrisse freneticamente giorno dopo giorno quello che voleva essere ed è  l’affresco di un’epoca.

Siamo nel 1940 a Parigi ma nella struttura del romanzo si coglie una modernità spiazzante.

L’invasione da parte dei tedeschi costringe la popolazione a cercare riparo.

In questa fuga emerge la paura per l’ignoto.

La scrittrice riesce con una penna a tratti grintosa a tratti sarcastica a raccontare cosa si scatena nella mente di fronte ad un pericolo incombente.

Ogni personaggio delineato perfettamente nel contesto in cui vive è la marionetta di sè stesso.

Sulla coscienza e sulla ragione ha la meglio l’istinto e quei vuoti esistenziali che ognuno si porta dietro.

Alcune scene riescono a farci sorridere e credo che l’autrice ne sarebbe felice.

Il suo obiettivo non è solo quello di mostrare la disfatta di un popolo.

Nella strategia narrativa c’è la necessità di evidenziare  le aberrazioni prodotte dalla guerra e lo stato di confusione emotiva della popolazione.

Mi piace molto la sincerità della Némirovsky che non edulcora gli eventi e sfata il mito dell’eroe.

In un conflitto non ci sono vincitori e vinti e questa forte convinzione deve essere un monito per tutti noi.

Emozionante il finale che lancia un messaggio di speranza e noi, storditi da tanta bellezza letteraria, abbiamo voglia di ricominciare a leggere.

Tante le suggestioni che vogliamo recuperare.

Infinita gratitudine alla casa editrice.

 

“Il mio primo giorno in Giappone” Lafcadio Hearn Adelphi Editore

 

“Il primo incanto del Giappone è impalpabile e volatile come un profumo.”

Bisogna entrare in punta di piedi nel mondo rarefatto di “Il mio primo giorno in Giappone”, pubblicato da Adelphi Editore nella Collana Microgrammi.

Assaporare la meraviglia che trapela in ogni pagina, osservare con occhi innocenti gli scorci di luce, le simmetrie e le asimmetrie, la geometria delle strade, l’intreccio dei colori.

“Tutto ha un che di elfico; perchè ogni cosa, come ogni persona, è piccola e strana, è misteriosa; le casette sotto i loro tetti azzurri, le facciate delle bottegucce ornate d’azzurro, le figurine sorridenti nei loro abiti azzurri.”

Nella misura ridotta di ogni cosa c’è un ancestrale ricordo d’infanzia, un legame antico che unisce Oriente e Occidente.

Lafcadio Hearn si reca a Yokahoma ad aprile del 1890 e colpito da una cultura sconosciuta traccia un percorso che lascia senza parole.

La prima corsa per le strade giapponesi in Kurumaya, l’incanto della nitidezza dell’aria, la curiosità nell’osservare ogni dettaglio, la solidarietà nei confronti di Cha che lo trasporta da un luogo all’altro.

Quello che potrebbe sembrare un diario di viaggio è molto di più.

È analisi estetica delle strutture architettoniche, valorizzazione degli ideogrammi che creano ricami e raccontano secoli di storia culturale, studio del misticismo orientale.

“Tutto lo spazio di una strada giapponese è pieno di tali caratteri animati – figure che si annunciano a gran voce agli occhi, parole che sorridono o fanno smorfie come tanti visi.”

L’autore coglie il pericolo di una contaminazione occidentale intuendo che verrebbe devastata tanta purezza.

Quello che riusciamo a percepire è “una sensazione di sogno e di dubbio.”

È come vivere dentro una favola e sapere che è una carezza effimera.

Si dimentica il presente e si gode l’attimo che non è più narrazione ma esistenza.

Forti i riferimenti mistici che aggiungono al testo un’aura sacra, indissolubile.

Cosa è l’universo?

Il riflesso della nostra anima?

Forse la visione di uno specchio può dare un senso al nostro cercare che non può arrestarsi mai.

Credo sia questo il messaggio e mentre leggo la splendida postfazione di Ottavio Fatica penso di essere stata fortunata.

Ho sperimentato l’assenza di prospettiva, l’oggettività dello sguardo, la dispercezione dell’essere.

“Viaggio in Sicilia” Ibn Jubayr Adelphi Editore

 

“La più bella fra le città di Sicilia è la capitale del Regno: i musulmani la chiamano la Città ( al – Madīna), i cristiani la conoscono come Palermo ( Balārma ).

È lì che dimorano i musulmani cittadini, che vi hanno le loro moschee, mentre mercati a loro riservati sono numerosi nei sobborghi.”

“Viaggio in Sicilia”, scritto nel 1185, è un’opera di altissimo pregio.

Arriva a noi grazie ad Adelphi Editore che ne ha curato la traduzione mantenendo la struttura letteraria e permettendo al lettore di confrontarsi con un’altra cultura.

Si apprezza lo stile molto poetico mescolato ad una cronaca dettagliata.

Bellissime sono le preghiere che fanno da controcanto e suonano come un invito ad affidarsi ad un volere superiore.

Ibn Jubayr, letterato musulmano, mostra curiosità e apertura mentale, ha il piacere di interrogarsi, studia gli usi e costumi.

Nelle prime pagine narra l’avventura in mare, il timore di naufragare, la violenza delle onde.

Pagine di un’intensità visiva incredibile che ci restituiscono una Natura viva, turbolenta con la quale fare i conti.

“Viva colui che disse:

Ostile, amaro di sapore è il mare,

Non sia mai che io abbia bisogno di lui!

Non è forse acqua e noi siamo fango?

Quanto mai potremmo resistergli?”

È fondamentale la scelta dei fonemi: “l’urto dei marosi, il loro mugghiare.”

Vengono coinvolti tutti i sensi perché questo è in fondo la scrittura.

Una riappropriazione delle proprie emozioni.

Finalmente la terraferma si intravede e Messina appare come una chimera.

L’autore registra meravigliato un aspetto caratteriale dei siciliani: l’accoglienza.

Ma le sorprese non sono finite, tante le similitudini con il mondo arabo.

Sa restituire all’isola la bellezza conturbante, le infinite contraddizioni, la capacità di convivere con altri popoli.

“Re Guglielmo… sa leggere e scrivere l’arabo.”

Ha schiave e concubine musulmane e soprattutto rispetta il credo religioso di tutti.

Cefalù con i suoi filari di viti, la stupefacente “Montagna del fuoco”, la rocca di Termini, Palermo opulenta e splendida, Trapani in balia del mare: un itinerario che lascia senza fiato.

La puntualità nella descrizione delle tappe, quel modo di apprezzarne gli scorci rende il testo un ottimo compagno per i viaggiatori di ogni tempo.

Ma sorprendente è il messaggio educativo che è palese.

Aprirsi agli altri, amare le diversità, trovare i punti di contatto.

Le riflessioni di Giovanna Calasso aiutano a trovare altre chicche storiche e antropogiche.

Un viaggio nel viaggio per sperimentare “la meraviglia e la seduzione”.

“Un’irrequietudine costante, che attraverso parole, silenzi, immagini, similitudini e invocazioni devote riesce a trasportarci nel mondo mentale di un viaggiatore musulmano del XII secolo.”

 

 

“Giochi proibiti” Francois Boyer Adelphi Editore

 

“Saint – Faix sorgeva a cinque lunghi chilometri dalla strada maestra, e la Storia, sotto forma di bambini che cantavano e di genitori che schiaffeggiavano prima di sentirsi morire per averlo fatto, la Storia non aveva deviato dalla strada maestra continuando la sua processione rettilinea.

Saint – Faix non aveva saputo nulla, visto nulla.”

Solo un ronzio e dei colpi lontani, rumore di fondo che non significa nulla.

La vita scorre come un fiume costretto negli argini di un quotidiano stentato.

Tra i campi che schiavizzano e uccidono ogni emozione, nelle case dove è il padre a dominare come un padrone.

Tra le bestie che nei recinti forse sognano prati senza confini.

Poche case e nessun colore, pietre che rotolano dai crinali assolati.

Mentre il “lupo” insegue i fuggiaschi e gli aerei spargono morte in questo piccolo borgo niente è mutato.

Quando la piccola Paulette cerca riparo dal frastuono della guerra non comprende che il suo mondo di orrori non si è infiltrato tra la gente del luogo.

Cerca, mansueta, di decriptare un universo che non le appartiene.

Ha perso la madre, ha visto morire il padre e i suoi occhi asciutti sembrano in cerca di qualcosa che sfugge.

Nella famiglia Dollè non c’è spazio per le affettività.

È come se un filtro oscuri i sentimenti mentre ogni giorno è uguale ad un altro.

Solo Michel può penetrare nel cuore della sopravvissuta.

La loro è amicizia di disperati, abbandonati, reduci.

Devono inventare un linguaggio che sia diverso da quello degli adulti, mimando nel gioco il bisogno d’amore.

“Giochi proibiti”, pubblicato nel 1947, racconta l’invasione nazista partendo dalla voce di due innocenti.

Un testo teso, innovativo per quei tempi e leggerlo oggi, grazie ad Adelphi Editore, significa sentire tutta la brezza rivoluzionaria che il costrutto contiene.

Tradotto da Maurizio Ferrara fa respirare un nuovo modo di vivere la guerra, che resta sullo sfondo con il suo occhio implacabile e gelido.

Osservando la comunità ci si accorge cosa significhi perdere l’anima.

Il gelo che non si scioglie nemmeno di fronte alla perdita di un figlio è segno che si creata una profonda frattura tra la coscienza e la bestialità.

Solo i due bambini riescono a trasformare le lacrime in una stella che brilla.

Sanno provare pietà e nei gesti finali recitano le uniche scarne parole di un vocabolario che hanno dovuto inventare.

Francois Boyer ci consegna un’opera struggente e bellissima.

Insegna che per imparare a crescere bisogna riavvicinarsi alla terra, alla luce, alla natura.

Portare croci sull’argine della nostra mediocrità e piantarle come fossero fiori per non dimenticare chi non c’è più.

E piangere e ridere e correre provando a cercare la strada maestra, inseguendo la vita.

“Il conte Luna” Alexander Lernet Holenia Adelphi Editore

 

Il senso di colpa si può incistare nella mente?

Se non è accompagnato dalla consapevolezza di avere sbagliato può diventare un tarlo opprimente.

È quello che succede ad Alexander Jessiersky, protagonista di “Il conte Luna’, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Giovanna Agabio.

Il romanzo è composto da più parti che vanno lentamente ad incastrarsi tra loro creando uno scenario che oscilla tra realtà e fantasia.

Alexander Lernet Holenia ha un obiettivo preciso: mostrare la fragilità dell’essere umano, troppo spesso in balia di pulsioni che lo portano a costruire un presente alternativo.

Volutamente sceglie un personaggio qualunque, imprenditore che mai si è occupato degli affari.

Un rapporto complesso con il padre lo porta a prendere le distanze da una famiglia che ha diversi scheletri nell’armadio.

Nella ricostruzione della genealogia niente succede per caso, ogni passaggio aiuta a ricomporre non solo il carattere del nostro Alexander ma il quadro sociale e politico che porterà al nazismo.

Per una casualità il conte Luna viene accusato e condotto in un lager.

Queste due figure sono legate da un filo invisibile che andremo scoprendo pagina dopo pagina.

Non si sa chi è vittima e provando a dipanare il dubbio si comprende che ci si può creare fantasmi immaginari.

Restarne ammaliati e perdere il senso della propria identità.

Il ritmo iniziale è ricco di disgressioni e introduce un mistero.

Il protagonista visitando le catacombe romane scompare e di lui si perdono le tracce.

Sembra che il testo sviluppi questa strana sparizione ma l’autore sa mescolare le carte e torna indietro nel tempo, trasformando la storia in un carteggio filosofico.

Suggerisco di godersi i pensieri altalenanti, i guizzi fantasiosi, le riflessioni sul tempo e sull’eternità, sulla storiografia della capitale italiana.

Si resta intrappolati da una scrittura che esplora senza timori le alterazioni percettive.

In alcuni passaggi sembra di leggere Borges, in altre forti i riferimenti alla tragedia greca.

Ma torniamo alla colpa che è tema dominante.

Assistiamo ad una evoluzione o involuzione che porterà alla trasformazione in ossessione.

Ci si chiede quando scattano quei meccanismi distruttivi che portano alla distruzione della lucidità.

La cosa incredibile è che questo azzardato gioco letterario ci attrae e ci invita ad entrare in un gorgo di suggestioni realizzate ad arte.

Di grande impatto scenico il finale che si riaggancia all’inizio.

Gli specchi riflettono le nostre paure più profonde e forse finalmente ci rendono liberi.

Un suggerimento dello scrittore che può essere chiave di lettura:

“Veniamo portati fuori strada dal vero e proprio nulla, ciò che non è mai stato né mai sarà, dalla negazione in sè stessa.”

 

 

“Nova” Fabio Bacà Adelphi Editore

 

“Davide pensa alla morte.

Considera il tutto una specie di rituale, un antidoto ai periodi complicati che assume periodicamente da più di quindici anni.

Apre gli occhi, fissa il soffitto di legno e riflette sulle implicazioni della fine della vita.”

Fin dalle prime pagine di “Nova”, pubblicato da Adelphi Editore e finalista al Premio Strega 2022, il connubio inscindibile di vita e morte è fortissimo.

Una simbiosi che travolge i paradigmi di una visione soffocante e dolorosa.

È una filosofia che si costruisce lentamente creando attesa e curiosità.

Le due parole assumono sembianze mitologiche pur mantenendo una stretta connessione con la scienza.

I meccanismi complessi del cervello diventano mappa ideale per comprendere la potenza di un romanzo spericolato e innovativo.

Entrano nella trama grazie alle riflessioni di Davide, neurochirurgo affermato.

Uomo che si è affidato alle sue certezze terrene, marito, padre e medico scrupoloso.

Un evento inatteso lo costringerà ad interrogarsi sui propri limiti.

Sarà inflessibile nel giudizio, duro, implacabile.

Si definisce vigliacco e dietro questa consapevolezza si sviluppa una elaborata strategia difensiva.

Ma la mente non consente scappatoie e come un folletto disturbante compare Diego.

Figura enigmatica e complessa che può essere trasposizione rovesciata del nostro protagonista.

Con un ritmo incalzante e carico di pathos si scontrano due modi di esistere, da un lato il non voler vedere il Male, dall’altro la rappresentazione della violenza.

Fabio Bacà scrive un testo sconvolgente, meraviglioso, intelligente.

Fruga negli anfratti delle nostre paure, ci costringe a guardare il mondo con occhi nuovi.

Mostra la frenesia di un presente che non sa più coordinare e frenare la rabbia.

Investiga con delicatezza sui traumi giovanili, sulle tensioni sessuali, sugli sbalzi umorali.

Rappresenta la donna come vestale di una famiglia che sta per naufragare.

Racconta la patologia mentale con competenza e dolcezza.

Coglie l’ambivalenza che ci opprime, la scarnifica da pregiudizi e ce la offre purificata.

Ha una scrittura pacata, suadente, allusiva.

Ci permette di osservare la finta realtà, di estrapolarla da pericolose contaminazioni simboliche.

Costruisce una storia solida dai mille rivoli interpretativi.

Diventa terapeuta in un mondo che ha perso il desiderio di studiarsi, di apprendere i cambiamenti culturali e sociologici.

Offre una lettura alternativa della psicoanalisi ponendo al centro della struttura narrativa uno specchio.

Toccherà a noi rifletterci e sperare di intravedere un barlume di umanità.

Un finale incandescente, l’ultimo, decisivo gesto che dissolve la colpa e invita a scegliere tra coscienza ed etica.

Un capolavoro!!!