“Bobi” Roberto Calasso Adelphi Edizioni

 

“I talenti non mancavano – anzi, a distanza di qualche decennio, fa quasi spavento pensare a quella profusione imponente, se si guarda alla pochezza di ciò che le fece seguito -, ma qualcosa mancava.

E forse l’essenziale.

Bazlen fu per me quell’essenziale.”

La cura delle parole, la dolcezza degli accostamenti fonetici, il ritratto di un’epoca: “Bobi”, pubblicato da Adelphi Edizioni, si legge con grande emozione.

È testamento di un uomo che ha segnato la cultura internazionale, ha proposto nuovi stili letterari, ha scoperto autori italiani e stranieri.

Ha edificato un patrimonio che gli sopravviverà.

Basta sfogliare il Catalogo di una delle più prestigiose case editrici per sentire la sua impronta, per comprendere quante e quali svolte sia nel campo della narrativa sia in quello della saggistica sono state orchestrate da Roberto Calasso.

Ci mancherà quella cosmogonia di pensieri che facevano accedere al mondo, un mondo variegato che aveva come protagonista sempre l’uomo e il suo incedere.

“Prima che dilagasse la parola boom, via Margutta era una tranquilla strada di paese, ricolma di botteghe di corniciai, copisti – e qualche antiquario ambizioso.”

La cartolina di una città con colori che virano verso una tenera nostalgia.

Attraversiamo strade e piazze, scopriamo piccoli dettagli, ci fermiamo davanti a una fontana, assaporiamo il tè in una sala “rigorosa e piacevolissima.”

In queste passeggiate ritroviamo una magia antica, che nasce ed arriva fino a noi attraverso il filtro di una lingua colta e carezzevole.

“Tutto quello che Bobi diceva sui libri era ciò che più mi attirava, mi colpiva e poi rimurginavo, provando a collegare i punti, talvolta lontanissimi.”

L’amicizia con Bazlen, detto Bobi, si fonda su un reciproco scambio, è amplificazione di conoscenza, dialogo e confronto.

Gli stralci di scritti accompagnati da brevi commenti aiutano a decifrare un personaggio che ebbe un certo carisma nell’ambiente intellettuale.

Città, osservazioni, pensieri, rivelazioni e rigorose critiche, incontri con poeti e scrittori e libri, tanti libri.

Il ruolo di una casa editrice, la determinazione nella scelta dei testi da proporre: un viaggio che ci permetterà di vedere “il dettaglio luminoso”, la luce che dona bellezza e pace tra onde che ci trasporteranno “in ogni direzione.”

 

“Stalingrado” Vasilij Grossman Adelphi Editore

 

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto lasciando spiazzati.

Riescono a rispondere alle domande che la contemporaneità impone.

Pur essendo ambientati in un tempo altro visualizzano con lucidità il presente, lo analizzano frammentandolo.

Offrono una visione rallentata degli eventi, diventano specchio utile per chi vuole capire.

È quello che succede con “Stalingrado”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Claudia Zonghetti.

Non sono mancate le brillanti recensioni che hanno saputo cogliere la magnificenza del testo.

La prima avvertenza è quella di lasciarsi condurre seguendo il flusso linguistico senza cercare di affrettare la lettura.

Ogni passaggio va meditato, riletto, sottolineato.

Perchè è la storia di un popolo e sentiamo che ci appartiene.

È la rappresentazione di sensazioni, emozioni, sentimenti.

È la solitudine di fronte a qualcosa che sfugge alla comprensione.

È la voce della coscienza che grazie alle arti affabbulatorie di Vasilij Grossman diventa collettiva.

È lo spaesamento di fronte alla guerra, la paura di abbandonare la certezza di una casa.

È il sangue e il dolore, il freddo e il tormento.

Sentiamo che “il campagnolo Vavilov” è un simbolo, pietra che resta sul cammino a ricordarci chi paga quando i potenti prendono strade che porteranno alla rovina.

“Allo scoppio della guerra con la Germania nazista, ovunque – in città grandi e piccole, nelle fabbriche, in campagna, sui fiumi e sui mari – la gente aveva capito una cosa: la fatica sarebbe stata grande, perché i tedeschi erano un popolo forte e pugnace e la Germania un paese forte e ricco.”

Lo scrittore riscatta la massa, ne mostra il pensiero e le preoccupazioni.

Ricorda che è compito del popolo, di quel popolo dimentato nelle storiografie ufficiali di essere in prima fila.

A pagare e a scontare le strategie imperialiste.

La scrittura ha un andamento ondulatorio, come se l’autore si concedesse delle pause.

Un pregio perché è frutto di una sofferenza.

È la necessità di riappropriarsi di una terra, di radici, del prima.

È l’urlo di chi vuole andare a fondo, vivere la battaglia, sentirne la follia.

Fumo, boati, esplosioni: una parola che esplode attraverso immagini tanto veritiere da squarciare il cuore.

“È nella sventura che scopri gli amici,

e non quando insieme si ride felici;

se lacrime e pene arrivano, ahimé,

l’amico è quello che piange con te.”

Una frase che, insieme ad altre, sottolinea il valore morale della letteratura.

Che deve istruire, cambiare, educare.

Deve aprire gli occhi su vecchie e nuove dittature, su deliri di onnipotenza negli scenari internazionali.

Un affresco di una bellezza interiore fulminante, un viaggio all’interno di noi stessi.

Per imparare a difendere la libertà e la democrazia.

A resistere nella certezza che la vita si spegne ma restano le nostre orme.

La postfazione di Robert Chandler è dedicata a tutti coloro che vogliono cimentarsi nell’analisi di un’opera.

Le acque del fiume e l’impetuoso affluire di ricordi mentre ci si accorge che non esiste la parola fine.

Altra meravigliosa dote di Grossman.

Sta a noi scegliere come attuare e rendere contemporaneo il finale.

 

“Memè Scianca” Roberto Calasso Adelphi Editore

 

“La memoria è fatta in prevalenza di buchi, come un territorio crivellato di crateri vulcanici ormai inattivi.

Qualsiasi tentativo di ristabilire un itinerario simile al tracciato di una strada su una mappa è vano e tende a sfigurare gli elementi che via via incorpora.”

Roberto Calasso con “Memè Scianca”, pubblicato da Adelphi Editore, scrive un memoriale scandagliando gli eventi e le figure che lo hanno accompagnato.

Una scrittura limpida venata da una lieve malinconia è testimonianza del passato di un intellettuale che ha edificato un castello di parole.

Gli siamo riconoscenti per questo ultimo messaggio perché ci regala sè stesso.

“L’idea di scrivere di me stesso si è dileguata fino ad oggi, dopo quasi settant’anni.

Scrivere si sarebbe collegato sempre all’esplorazione di qualcosa di lontano, anche come lingua, che presentivo essere più urgente di qualsiasi altra cosa intorno a me, incluso me stesso.”

Il cambiamento di prospettive, questo virare sul personale è come un presagio che accompagna nella lettura.

La Storia entra di soppiato attraverso piccoli dettagli ma lascia un retrogusto amaro su un tempo complicato.

La famiglia e soprattutto il padre diventano pilastri di una narrazione emozionata, carica di amore.

I luoghi da rivivere nella esplorazione di una giovinezza desiderosa di conoscere.

“Leggere fu ciò che insensibilmente prese il posto dei giochi che facevo da solo.”

Ogni lettura si trasforma in un incontro con i sentimenti: passione, desiderio, amore.

Un invito a non temere il passato, a preservarlo dall’oblio.

Un monito a cercare di esistere con coerenza.

 

“Génie la matta” Inès Cagnati Adelphi Editore

 

“Spesso piangeva, la sera, davanti al fuoco.

I suoi occhi avevano assunto il colore delle lacrime.

Diceva: 《Non ho avuto niente, io》.

Io dicevo:

《Hai me》.

Ma lei continuava a piangere.

Allora credevo che non mi volesse.

Volevo amarla ogni minuto della mia vita perchè mi volesse.”

I ricordi di una bambina tormentata dalla paura di non essere amata.

Figlia non voluta, macchia nella castità della famiglia, frutto del peccato che non può cancellarsi.

“”Génie la matta”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Ena Marchi, porta le tracce di un dolore infinito che chiude in un cerchio due figure femminili.

La prima è ombra dell’altra, ramo di un albero secco, mansueta icona di una storia più grande di lei.

Costretta a portare come segno distintivo l’onta e la rassegnazione di colei che l’ha partorita.

L’altra introversa, piagata, incapace di gesti e di parole.

Sullo sfondo il paese e la distanza siderale dal morbo della colpa.

Il freddo delle notti, il lavoro sfibbrante in campagna, l’odore aspro di un corpo stanco.

“Mi ricordo degli odori, del sole sui muri, di lei nelle cucine buie, dei girasoli che giravano nei campi.”

E quelle parole che arrivavano come macigni.

“Non starmi tra i piedi.”

Non c’è rancore o rabbia, solo una sottile pietas per colei che, prima della disgrazia, rideva e cantava.

I sentimenti sono rarefatti, prigionieri e solo il ricordo colma le lacune.

Pochi abbracci stentati e il profumo delle marmellate, il cielo di cartapesta e il sonno condiviso.

Entra nella narrazione inatteso un personaggio che allude alla speranza.

Si sposta il tempo al presente e Pierre, incontrato in una stazione abbandonata, sembra una visione.

Promette il viaggio in isole di luce, inventa storie e fa intravedere un futuro.

In un’altalena che va veloce si torna al passato, alla casa, alla nonna nemica, alla gente che sa solo offendere.

Inés Cagnati è vissuta isolandosi dai circuiti letterari, ha scritto racconti con quel realismo che ricorda i classici.

In questa opera la poesia esplode mostrando che il tormento si cheta grazie alla musicalità del fonema.

“Sei la mia dolce terra in riva all’oceano errante.”

E l’acqua ci avvolge mentre la trama si infittisce e si svelano segreti.

Il dramma si stempera mentre “un’umile margherita mezzo sfiorita” prova a lasciare una piccola ma intensa scia.

Seguiamola e cerchiamo leggendo tra le righe ciò che resta delle ceneri di esistenze difficili.

 

 

 

“Dizionario dei simboli” Juan Eduardo Cirlot Adelphi Editore

 

“La presente opera è una rassegna comparata di temi simbolici, che può essere utilizzata per la comprensione di sogni, poesie, opere d’arte, ecc., là dove vi sia materiale proveniente da miti, simboli, leggende, per mostrare tutte le sfumature del motivo simbolico, e così arricchirlo e universalizzarlo.”

“Dizionario dei simboli, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Maria Nicola, è un’opera maestosa, un alfabeto intrigante, una mappa conoscitiva che spiega non solo il valore del simbolo ma ne visualizza l’origine, ne esplica l’utilizzo.

L’introduzione molto articolata ruota intorno alla storiografia, alla continuità, alla relazione con il sogno, con l’alchimia e sulle differenze con l’allegoria.

Scopriamo che il pensiero simbolico era già presente in epoca preistorica.

Per Sant’Agostino “l’insegnamento condotto grazie alle immagini allegoriche accende e alimenta la fiamma dell’amore.”

Una interazione con la trascendenza e il ruolo fondamentale nel trasmettere messaggi spirituali.

Forte il legame con la psicoanalisi e l’inconscio, interessante il confronto tra la teoria junghiana e la dottrina platonica dell’anima.

La scrittura è accessibile a tutti, apre sconfinati mondi, invita a partire dalle fonti citate.

Si può consultare non seguendo l’ordine cronologico ma scegliendo di volta in volta una parola.

Impareremo che in Cina gli alberi rappresentano longevità, il significato di alcuni ornamenti, l’origine dei segni zodiacali, il misterioso universo dei Tarocchi.

Dalla civetta alla clessidra, dagli enigmi ai geroglifici, dalle insegne alle parti del corpo: tantissime voci che arricchiranno il patrimonio culturale e soddisferanno le nostre curiosità.

Il pellegrino e l’origine celeste dell’uomo, la rilettura di leggende e fiabe, le feste pagane e gli stati d’animo.

Bellissimi e suggestivi i disegni, ricca la bibliografia: un testo che ammalia ed appassiona.

Regalatevelo.

“Operatori e Cose” Barbara O’Brien Adelphi Edizioni

 

“Quando la mente è scissa per la schizofrenia, l’individuo si divide in due persone, in due – o più – personalità distinte; la mente subconscia, ribellandosi alle repressioni che le vengono imposte, scatena la guerra civile e disconosce l’autorità di quella conscia; nello scisma che ne deriva, la nuova personalità che periodicamente emerge è composta da quelle parti della personalità che l’individuo ha consapevolmente, deliberatamente, persistentemente represso.

In alcuni casi, poco frequenti, sembra accadere esattamente questo.

L’inconscio si ribella, assume il controllo, crea la persona che desidera essere, rinchiude il controllore conscio in uno spazio angusto, da dove gli è impossibile perfino vedere quello che succede, e infine gli ruba del tutto la scena.”

Che approccio bisogna avere leggendo “Operatori e cose Confessione di una schizofrenica”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini?

Bisogna precisare che il libro fu scritto e dato alle stampe negli anni 50, fu un terremoto perché rivoluzionò le visioni della malattia mentale.

Oggi il testo assume una valenza simbolica.

Sembra sia stato scritto nel nostro presente proprio perché segna quella scissione tra conscio e inconscio che in un tempo nebuloso come il nostro è molto vissuto.

Nonostante gli ottimi riferimenti scientifici credo che sarebbe un errore confinare questa opera nella saggistica di genere.

Bisogna stare attenti a non lasciarsi fuorviare dalla prima impressione e da una scrittura incisiva, sintetica e ad una prima valutazione oggettiva.

Non possiamo dimenticare che il libro racconta il tormento di una donna, il suo rapporto con i terapeuti, la sofferenza nel vedersi incastrata all’interno di una casella.

Classificata ed esclusa dal percorso di riadattamento.

Di Barbara O’Brien non conosciamo nulla, il suo potrebbe essere uno pseudonimo.

Ma non è un dettaglio importante, quello che conta è ciò che verbalizza.

Sei mesi in cui non ha controllato più la mente, definita come “dissociata”.

A questa condizione la nostra scrittrice si ribella e qui sta la forza prorompente che ne deriva.

Non è più protagonista la patologia.

Si attua un ribaltamento di ruoli e nel percorso intrapreso c’è tutto lo sforzo di comprendere e di comprendersi.

Quali le cause?

Quanto ha pesato il passato?

Non è casuale l’evocazione di una figura che farà da collante tra il prima e il dopo.

Un’altra considerazione viene spontanea: sarebbe riduttivo e pericoloso cogliere solo il momento della guarigione.

Significherebbe creare false aspettative con il rischio di allontanare dalle terapie consolidate.

È una testimonianza forte, significativa che può aiutare a ritrovare equilibrio.

Insegna a non arrendersi, a combattere contro i fantasmi che possono turbarci.

Poco presente l’introspezione e questa necessità narrativa è molto convincente.

Oggi la scienza viene quotidianamente messa in discussione, positivi libri come questo se riescono ad aprire nuovi scenari  di dibattito costruttivo.

 

“Zlateh la capra e altre storie” Isaac Singer Maurice Sendak Adelphi Edizioni

 

“Dove vanno a finire i nostri ieri, con le loro gioie e i loro dolori?

La letteratura ci aiuta a rievocare il passato e le sue atmosfere.

Per il narratore, ieri è ancora qui, come lo sono gli anni e i decenni passati.”

Una splendida e commovente introduzione ci aiuta ad entrare con lo spirito giusto nel mondo incantato di “Zlateh la capra e altre storie”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Elisabetta Zevi.

Ogni racconto sembra un dipinto perfetto in ogni dettaglio, dove dominano i colori chiari.

Sembra di vivere fuori da ogni turbamento ed immedesimarsi nei personaggi è un gioco divertentissimo.

Prenderemo le sembianze di Atzel e visiteremo “Il paradiso degli sciocchi”, dove non esiste il tempo e tutto è immutato.

Si ha la sensazione di essere in un paese di pietra che isola i suoi abitanti e li costringe l’immobilità.

Impareremo che “vivere è difficile” ma ogni giorno può prospettare un evento straordinario.

Conosceremo un diavolo burlone che ci inviterà a non essere avidi.

Nel paese di Chelm avremo l’illusione di vedere preziosi tesori per le strade.

Capiremo che è bene star lontani da sposi tonti o forse no?

Immersi nella neve assisteremo al mistero della Natura che si trasforma.

Ma la cosa prodigiosa è che torneremo bambini con quell’innocenza immacolata che ci hanno strappato crescendo.

Isaac Singer ci fa un dono immenso permettendo di tornare ad essere in sintonia con il nostro passato.

Ci regala la saggezza antica della comunità ebraica polacca, improvvisa per noi canti e leggende, ci riconduce alla poetica della narrazione orale, ricordandoci che bisogna tramandare ciò che abbiamo appreso dai nonni.

È il nostro bagaglio più leggero e più luminoso e nessuno potrà mai derubarlo.

Le illustrazioni di Maurice Sendak nella loro semplicità stilistica restituiscono l’essenza di persone e cose.

Si animano le pagine e continuano a vivere nei nostri cuori.

Bella la dedica:

“Dedico questo libro ai molti bambini che non hanno avuto la possibilità di diventare grandi a causa di stupide guerre e di persecuzioni crudeli che hanno devastato città e distrutto famiglie innocenti.”

 

 

“La meridiana” Shirley Jackson Adelphi Editore

 

Per godersi la lettura di “La meridiana”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto brillantemente da Silvia Pareschi, bisogna liberare la mente, entrare nella storia senza lasciarsi ingannare dalla molteplicità degli eventi.

Il romanzo potrebbe essere definito gotico e le sue atmosfere possono creare illusionistiche conclusioni.

Accanto ai lati oscuri, alla costruzione delle scenografie si percepisce tanta luce e chi conosce già Shirley Jackson sa che niente è prevedibile.

È proprio questa capacità di lasciare in sospeso il lettore a rendere ogni libro una inesauribile fonte di sorprese.

Se “L’incubo di Hill House” gioca molto sulla suggestione del luogo e  “Abbiamo sempre vissuto nel castello” è evocazione della segregazione, questa prova letteraria concentra il suo focus sulla famiglia.

La conosciamo e restiamo interdetti.

Un nucleo familiare disaggregato che non rispetta nessun codice d’amore.

C’è una crudeltà che non salva nemmeno la piccola Fanny e nei dialoghi concitati si vedono quali sono i non valori di questi strampalati individui.

Non mancano le sorprese che tendono a creare uno stato di tensione e di aspettativa.

La predizione della fine del mondo diventa punto di unione tra mondo dei viventi e dei morti e sposta l’asse narrativo.

Chi si salverà?

Ma è questa la domanda che ci pone la scrittrice?

Ho la sensazione che sia una falsa traccia, dietro questa ipotesi apocalittica si cela il senso di precarietà che contraddistingue l’autrice.

Bisogna approfondire la sua storia personale, i grandi fervori e le delusioni, la difficoltà a conciliare il ruolo di madre e di letterata, il bisogno di trovare una sua cifra distintiva.

“La meridiana” è il romanzo più soggettivo, più intimo e quell’ironia tagliente è atto liberatorio.

Se il Male e la Follia possiedono il mondo, l’unica risposta possibile è una amara risata.

Nel testo c’e un ribaltamento della perfezione sociale, una satira ai costumi di un’epoca focalizzata su preconcetti.

Si è coinvolti soprattutto nei momenti più complessi e nel passare in rassegna le varie caratterialità descritte ci si accorge di aver assistito ad uno spettacolo tanto vero da sembrare irreale.

Un suggerimento: non accontentatevi di un’unica lettura.

Certamente vi siete persi tanti passaggi che servono a delineare una letteratura che trascende ogni genere.

Originale, spigolosa, tragica e sarcastica.

Ma questi sono gli Umani.

 

“Anno bisestile” Peter Cameron Adelphi Editore

 

 

“Anno bisestile”, pubblicato da Adelphi Editore, si differenzia dalla produzione letteraria di Peter Cameron.

Basti pensare a “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, dove forte è l’accento psicologico del protagonista o a “Cose che succedono la notte”, ricco di luci e ombre.

Forse si può tentare un accostamento con “Gli inconvenienti della vita”, e in “quel vivere fasullo, rabberciato, sempre lí pronto per implodere o franare.”

Ma attenzione: “Anno bisestile” uscì a puntate nel 1988 e si percepisce il bisogno di stupire il lettore.

La trama è un fiume in piena, invade tutti gli ambiti del quotidiano e del sociale.

Mette insieme trovate da funambolo e originali disgressioni.

Entra nella vita dei personaggi con un vezzo ironico ineguagliabile.

Racconta un’America complessa, conflittuale, in piena crisi di identità.

Ha il coraggio di parlare di omosessualità con lucidità e senza filtri.

Concentrare l’attenzione sui due protagonisti sarebbe un grave errore e si rischierebbe di perdere il senso del testo.

Ben altro è l’obiettivo dell’autore che da sempre ha puntato non sulla catalogazione ma sulle tipologie caratteriali.

È il conflitto interiore che viene analizzato e in questa eccellente ricostruzione dell’Io sta la grandezza di Cameron.

È la complessità dell’esistenza ad essere sviscerata e ne esce un quadro sempre attuale.

Ecco perchè i suoi libri possono essere considerati immortali indipendentemente dal periodo storico.

Si può parlare di uno sviluppo con connotati surreali?

Non credo, ogni scena, pur nella esasperazione dei toni e dei colori, è assolutamente reale.

Costruita attraverso un reticolo di dialoghi brevi, incisivi, a volte divertenti, altre taglienti e provocatori.

Domina come una stella incerta la città di New York, vivace, suadente e ammaliatrice.

“Gli anni Novanta saranno il decennio dell’amicizia.

Tutti avranno un mucchio di ottimi amici e l’idea stessa di amante, partner e coniuge svanirà.”

L’affermazione lanciata nella prima pagina può essere letta come una sfida o come un filo conduttore che ci condurrà all’interno di un labirinto affettivo.

Loren e David sono emblema di un cambiamento radicale nelle relazioni.

Separati continuano ad attrarsi e a respingersi e in questo gioco pericoloso e straniante, imparano a crescere.

Escono dalla dimensione oggettiva per poter essere finalmente se stessi.

Fluida e cangiante la scrittura in un arcobaleno di tecniche narrative.

Non statica ma molto diversificata la strategia stilistica, che non è mai ornamentale ma funzionale.

Non mancano i tropi, celati con grande furbuzia.

Promosso a pieni voti perché regala un mondo che non è ideale.

“Anne – Marie la Beltà” Yasmina Reza Adelphi Editore

Yasmina Reza è funambola della parola.

Maga nel dare forma a trame che nascono dal nulla.

Capace di incantare e intrappolare in storie che crescono di intensità pagina dopo pagina.

Coreografa e sceneggiatrice, trasforma ogni scena in un perfetto ingranaggio letterario.

In “Anne – Marie la Beltà”, pubblicato da Adelphi e tradotto da Ena Marchi e Donatella Punturo, il monologo della protagonista ha suoni cangianti.

Ex attrice, alla morte della collega Giselle Fayolle, si rivolge ad ipotetici giornalisti.

Un gioco spericolato che solo una Maestra sa reggere in maniera brillante.

Frasi brevi, svolazzi di pensieri, ricordi amplificati dalla nostalgia.

Punteggiatura misurata a scandire un ritmo discontinuo.

Ironica, tagliente, malinconica: un continuo cambiamento emozionale.

“Io avevo un marito senza lode e senza infamia

Il suo chiodo fisso era ridipingere l’appartamento

Voleva sempre ridipingere, ridipingere le stanze, rinfrescare le pareti

Lo esaltava.”

Una lente di ingrandimento impietosa nel descrivere i personaggi e la capacità di coglierne le piccole follie.

L’autrice ha il dono di rappresentare con sarcasmo l’animo umano, stemperando le zone buie con un linguaggio scorrevole.

La passione per il teatro brucia dentro, vince ostacoli, immagina parti mai recitate.

“Non bisogna commiserarsi

Sul palcoscenico non ci si lascia dietro niente.”

La voglia di vivere esplode e non si spegne, è un cero che illumina chi legge.

Mi piace pensare che il messaggio forte sia racchiuso in:

“Non vedo cosa ci sia di positivo nel fatto di essere adattabili all’infinito.”

Un invito a continuare a modellare sogni anche se impossibili.