“Will del mulino” Robert Louis Stevenson Adelphi Edizioni

“Will del mulino, pubblicato da Adelphi Edizioni nella Collana “Microgrammi” è la metafora dei cambiamenti che subisce l’animo.

Mutazioni alle quali spesso non diamo peso, convinti che sia il destino a governare i nostri destini.

Robert Louis Stevenson ci mostra quanto dietro ad ogni bivio, prima di arrivare alla scelta definitiva, ci sia una ritrosia, un trauma subito, un ricordo che ci condizionano.

Conosciamo Will bambino e con lui siamo incantati dalla solennità del paesaggio.

“Lo sguardo spaziava sull’ampia pianura, dove il fiume, scintillante come il sole, formava un’ansa e muoveva di città nel suo viaggio verso il mare.”

La pianura è rappresentazione del desiderio di esplorazione non solo geografico.

La mente immagina un Altrove che da sempre è stato attrazione.

“La divina inquietudine, l’antica pungente trepidazione dell’umanità che porta alle conquiste più alte e ai fallimenti più miserandi, la stessa che ha dispiegato le ali con Icaro, la stessa che ha mandato Colombo nella desolazione dell’Atlantico.”

Quali eventi porteranno il nostro protagonista a raggiungere un sopore, lo spegnimento della curiosità?

L’incontro con la giovane che risveglia in lui la passione sviluppa un raffinatissimo percorso psicologico.

È come se l’amore fosse un limite alla conoscenza, alla relazione.

O forse è semplicemente inciampo, porta che sbarrata impedisce di vivere in in tempo irreale.

La scrittura è un inno alla bellezza del Creato, è lo stupore di fronte al mare, “innocente come un bambino”, è la voce del vento che trascina con sè verso valle il rumore sgradevole di “una guerra rovinosa”.

L’alba ha le sfumature dell’infanzia mentre “una calma artificiale” si espande come olio bollente trasformando il mormorio del cuore in un deserto immobile.

L’ultima scena raggiunge il climax più coinvolgente.

È il dialogo antico che da sempre accompagna l’umanità, è il risveglio e la speranza di un viaggio che non avrà mai fine.

“Andorra Una guida turistica” Peter Cameron Adelphi Edizioni

“Andorra Una guida turistica”, pubblicato da Adelphi nella Collana Microgrammi, può essere letto come un delizioso racconto dove al centro c’è la scoperta di una città.

La storia, le abitudini, i musei, i monumenti, le abitudini quotidiane si snodano attraverso una scrittura impeccabile.

La precisione nel regalare il dettaglio, l’attenzione e la cura nella composizione delle frasi, le immagini che arricchiscono il testo offrono una passeggiata rilassante.

Ci si accorge che ogni brano è affidato ad un personaggio differente ma a fare da regista c’è Peter Cameron.

Il sospetto che tra le pagine si celi un mistero sorge spontaneo, nonostante nella prefazione si precisa che “un manipolo di andorrani veraci e responsabili si è unito per dar vita a questa guida semplice, ma senza dubbio accurata.”

Nasce il desiderio di visitare la Biblioteca, che è un vero e proprio “centro di scambio del libro”.

Sapete perchè? Si punta sulla condivisione della Cultura.

Le abitazioni private diventano poli attrattivi nell’organizzazione di “serate di canti e danze, recital di prosa o poesia, concerti di musica da camera.”

Una Nazione pacifica che mette in pratica un progetto di educazione permanente e collettivo.

I cittadini sono protagonisti, voci soliste che riescono a comporre una sinfonia articolata perché arricchita dalle diversità.

Un’altra stranezza? “Andorra non ha una lingua ufficiale. Gli andorrani sono poliglotti e non disdegnano nessun idioma.”

Il paradiso per chi vuole fuggire dall’omologazione ad un unico modello ideativo.

Da visitare “La suola smarrita” (ciabattino) e “La casa della gioia (libreria).

Pronti a partire? Fidatevi, avrete l’impressione di vivere dentro una favola e ….non mancheranno le sorprese.

“Il poeta e il tempo” Marina Cvetaeva Adelphi Edizioni

“Il poeta e il tempo”, pubblicato da Adelphi Editore, va letto con attenzione e rispetto.

È il Manifesto della Poesia che ha il potere di sconfiggere la temporalità.

È una lezione di critica letteraria pura, non avvizzita da giudizi avventati, dall’incapacità di entrare nel testo.

“Scrivere un pezzo sul tutto? Ahimè! E li vedi i loro pezzetti: schegge, brandelli…”

È il motivo che si fa parola, misterioso arcano che congiunge suono e verbo.

È comunione con il lettore in una relazione intima “con – creativa.”

Rileggere Majakovskij, ritrovare l’anima tormentata, sentire la mancanza di un “irresistibile combattente.”

Pasternak, “sognatore e chiaroveggente”, Gogol’, fiamma di una passione che non trova requie.

Finalmente si può riflettere sull’essenza dell’etica, sulla sacralità dell’arte e sul suo opposto.

“Cosa possiamo dire su Dio? Nulla.

Cosa possiamo dire a Dio? Tutto.”

Ogni saggio mostra il bianco e il nero del ragionamento, è logorio, ricerca, sperimentazione.

È verità, quella “verità invincibile, inafferrabile”.

Traccia di luce o di buio, scomposizione di ogni certezza linguistica.

Comprendere, accettare, esprimere, forse è questo il percorso per arrivare al verso.

“La lirica pura non ha progetti. Non si può costringere se stessi a fare un sogno – e che sia proprio quel sogno, a provare un sentimento – e che sia proprio quel sentimento. La lirica pura è la pura condizione del sentire-soffrire, e negli intervalli («finché Apollo non esige il poeta come vittima sacrificale»), durante la bassa marea dell’ispirazione, uno stato di sconfinata povertà. L’acqua del mare si è allontanata portando via con sé tutto e non tornerà fino alla sua ora. Un terribile, costante restare sospesi in aria – sulla parola della sleale ispirazione. E se una volta o l’altra ti lascia cadere?”

Il visibile sfuma grazie all’autrice e ci si sente “emigrati dall’immortalità del tempo”, nel luogo dell’Imponderabile, liberi di metterci in ascolto ed entrare nell’estasi assoluta.

“Fratelli” Ivan Bunin Adelphi Edizioni

 

 

 

 

La malinconia che caratterizzò l’esistenza di Ivan Bunin, Nobel per la Letteratura nel 1933, tinge di colori poetici i due racconti che Adelphi Editore ha raccolto in un volume prezioso, intitolato “Fratelli”.

Le due storie hanno in comune lo spaesamento di fronte all’ignoto che si manifesta come un sottofondo musicale.

Nella prima trama forte è lo sviluppo dei contrasti non solo cromatici.

L’ambientazione  molto scenica ricorda un paesaggio immaginato.

“Si aprono distese di sabbia setosa che si perdono in profondità, e brilla il caldo specchio d’oro dell’acqua, solcato dalle vele rozze di rudimentali piroghe.”

Colombo si mostra come una signora circondata dai ricchi colonizzatori inglesi tra luci abbaglianti che hanno spento la dimensione della spiritualità.

Sullo sfondo a dar voce agli indigeni un giovane che trascina il risciò, schiavo dei nuovi padroni dell’isola.

È come se il linguaggio sia sepolto lasciando il posto al sudore e all’umiliazione, mentre “la notte spegneva svelta i colori tenui, il rosa e il verde da fiaba di un crepuscolo effimero.”

Presagio di un finale che mostra il vero volto di una spietata indifferenza e solo nelle ultime pagine sale forte l’urlo di ribellione.

Parole che ancora oggi suonano attuali: “sotto di noi e intorno a noi abbiamo un abisso senza fondo.”

Abisso che torna in “Il figlio” con il travestimento di una latente insoddisfazione.

La signora Marot e un ruolo spento in una terra non sua, emblema di passività subita, intreccia i due canovacci con un sottile filo di promesse negate.

Può arrivare la luce ed è chimera con occhi di un desiderio represso.

Un affetto che non ha diritti, pazzia che si rapprende nello sfiorire di un fiore.

E un bacio è il lasciapassare per l’ultimo tragico sussurro che raccoglie nell’urna del sacrificio lo sgocciolio lento di un tempo che sfuma nei profumi di un nuovo mattino.

 

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“Pomeriggio d’estate” Shirley Jackson Adelphi Edizioni

Shirley Jackson ha una grazia che trabocca avvolgendo il lettore.

Le parole compongono perfetti mosaici che uniti insieme compongono un affresco letterario raffinatissimo.

I due racconti pubblicati da Adelphi Editore nella Collana Microgrammi sono un assaggio del volume “La luna di miele della signora Smith”, che, ci auguriamo, verranno editi al più presto.

Nel primo testo, “Invito a cena”, ci divertiamo nel seguire le avventure culinarie di Dimitri, giovane che incarna perfettamente lo spirito ribelle dell’autrice.

“Sono come mille altre ragazze qui in città: faccio un lavoro che mi piace; dividevo il mio appartamento con un’amica, ma lei si è sposata e adesso vivo sola; probabilmente un giorno sposerò un bravo ragazzo e avrò due figli (prima un maschio, credo, poi una femmina); sono forte, in buona salute, ho delle belle gambe e dei ricci naturali. E, come mille altre ragazze, detesto che un uomo – qualsiasi uomo – mi parli con quel tono di voce lievemente paternalistico che usano talvolta gli uomini, cominciando le frasi con: «Il problema, con le donne, è che…».

L’effetto sorpresa arriva nel momento giusto della narrazione quando già il lettore era entrato nella trama.

La bravura sta non solo nell’introdurre un personaggio particolare ma nel creare una sorta di mistero sull’identità di questa nuova figura.

Gli eventi si ribaltano e portano ad un finale che offre una lettura alternativa ad un femminile passivo.

Nella seconda storia, “Pomeriggio d’estate”, che da il titolo al libro, protagoniste sono due bambine e nell’innocenza dei giochi si respira una pacatezza e un desiderio di lasciarsi andare.

Ma… l’imprevisto è in agguato colorando la scrittura di un sottile enigma che congiunge vita e morte.

Definita maestra delle atmosfere gotiche la nostra autrice incanta per la capacità di descrivere i dettagli, di scegliere la luce giusta delle scene.

Una carezza che può trasformarsi in una scossa, una energia che coniuga la verità con qualcosa che è simile all’inganno.

Resta il dubbio ed è questa la forza della vera letteratura. Si legge e si rilegge pronti a trovare altri spunti interpretativi, grati all’editore e alla bravissima traduttrice, Simona Vinci.

 

“Lingua straniera” Emmanuel Carrère Adelphi Edizioni

 

 

I due racconti brevi, “Lingua straniera”, pubblicati da Adelphi Edizioni, portano nella terra sconosciuta dell’inconscio.

Un viaggio imprevedibile, ricco di sorprese inquietanti.

Tra surreale e  fantascienza la trama disegna un immaginario che nel fluire delle immagini attrae il lettore.

La scrittura incisiva, veloce trasforma le frasi in piccoli costrutti perfetti.

Sembra di essere al cinema mentre si avvicendano i personaggi.

Si apre il varco verso quello spazio indefinito dove si perde la cognizione della propria essenza.

Nella prima storia, che da il titolo al libro, all’improvviso “cambia tutto”.

“Tutto, lettere e persino numeri, è stato sostituito da caratteri ignoti”

Mathieu percepisce che “non sta sognando. È la realtà. Incomprensibile, insopportabile, ma è la realtà.”

Si è sgretolata la certezza di un linguaggio comune, ci si trova circondati da suoni mai ascoltato.

Nella solitudine del protagonista si coglie lo scoramento di fronte ad eventi imperscrutabili.

In “Transfer” Édouard subisce “uno sbandamento interiore.”

La vita regolata come un orologio svizzero si disordina creando una tempesta emotiva.

“Un lievissimo ritardo nel balletto perfettamente codificato: tutto qui, ma è una cosa che non succede mai”.

Due soggetti che Emmanuel Carrère riesce a collegare con quella verve narrativa che da sempre ha appassionato.

Riesce a restituire lo stupore, il tormento, il vuoto di fronte a qualcosa che non si comprende.

Gioca molto con le scenografie, le illuminazioni dei luoghi, i dettagli semantici.

Ci sono in entrambe le narrazioni delle cause scatenanti, piccoli intoppi che piegano e deformano il reale.

Non resta che trovarli affidandosi ad un Maestro dell’arte affabulatoria.

 

“Dolore” V. S. Naipaul Adelphi Edizioni

 

Come elaborare un lutto?

Come superare la perdita del padre senza pericolose rimozioni?

“Dolore”, pubblicato da Adelphi Edizioni nella Collana Microgrammi, mostra quanto sia importante convivere con la sofferenza, farla propria, accettarla come un passaggio indispensabile dell’esistenza.

Ci sono parole che abbiamo volutamente eliminato dal nostro vocabolario, abbiamo preferito ignorarle ma si sono incistate nell’animo creando vuoti irreversibili.

Il breve racconto ci costringe a rivedere questa forzata rimozione attraverso quei ricordi che hanno scalfito indelebilmente i nostri cuori,

V. S. Naipaul usa la scrittura intima, quasi un diario personale dove si coglie il lungo e doloroso cammino verso l’ignoto.

“Il dolore è sempre in agguato.

Fa parte del tessuto stesso della vita.

È sempre sulla soglia.

L’amore impreziosisce i ricordi, e la vita; il dolore che ci aspetta è proporzionato a quell’amore.”

Nel silenzio assorto che si crea leggendo risuona un fonema: “inevitabile”.

Forse è proprio questa verità che ci è sfuggita e che dobbiamo provare a recuperare.

Abituati alla prosa ipnotica dello scrittore proviamo a fare degli accostamenti con la sua produzione letteraria.

‘Lo scrittore e il mondo” ha la stessa spietata sincerità nel voler comprendere senza scendere a compromessi.

Costi quel che costi, è il tempo in cui gli specchi riflettono finalmente i nostri sentimenti.

Non voltiamo le spalle, accogliamo quella parte di noi che rifiuta la fine e abbracciamo ancora una volta chi non c’è più.

Una stretta virtuale e forse anche la pace nel commemorare quei piccoli gesti che ci hanno visti insieme.

“Un delitto in Gabon” Georges Simenon Adelphi Edizioni

 

Anche nel racconto breve Georges Simenon riesce a costruire trame avvincenti.

La capacità di delineare personaggi e luoghi, l’alternanza di dialogo e prosa, l’equilibrio nel nascondere nel testo occasioni di riflessione offrono al lettore un indimenticabile viaggio letterario.

“Un delitto in Gabon”, pubblicato da Adelphi nella Collana “Microgrammi” contiene due storie che hanno il sapore della farsa, spaccato di una società che si muove nel terreno scivoloso della menzogna.

“La situazione era al tempo stesso tragica e grottesca”.

Stati d’animo e paesaggi fanno a gara a creare un’atmosfera di attesa.

“L’erba era rossastra, la foresta sembrava sul punto di incendiarsi e i corsi d’acqua erano quasi tutti in secca.”

Non ci sono frasi in eccesso o aggettivi che intralciano il quadro d’insieme.

“Ma è meglio cominciare dal principio. Era una mattina particolarmente torrida a Libreville, il porto più importante del Gabon.

La stagione secca volgeva al termine, e tutti aspettavano il temporale che si percepiva nell’aria da settimane e che non si decideva a scoppiare.

Il commissario Bédavent era sdraiato come al solito nella sua amaca, e le tende di bambù lasciavano filtrare fino a lui soltanto sottili lame di luce.

Alla scrivania del commissario sedeva invece un negro arabizzato, alto, dai lineamenti delicati e gli occhioni da cerbiatto, che esaminava dei documenti con una meticolosità da impiegato modello.”

 

In “La linea del deserto” cambiano i protagonisti e il poliziesco assume i contorni di una analisi psicologica.

La figura misteriosa del “Professore” diventa metafora di una umanità che può nascondere doppie identità.

Di chi fidarsi?

“Negli occhi di tutti si leggeva un’attesa angosciosa, una sorda oppressione che cresceva di minuto in minuto.”

Tutto è possibile con il nostro autore e le pagine volano affidandosi ad una scrittura stringata, essenziale ma illuminata da scorci esistenziali.

Attenti agli imprevisti e ai piccoli “granelli di sabbia”: vi aiuteranno a risolvere il caso.

Buon divertimento!