“Via da qui” Alessandra Sarchi minimum fax

 

Pensieri vanno e vengono, si confondono, trovano un argine dove riposare, ritornano impetuosi.

È una vertigine che attrae mostrando qualcosa che era sfuggito.

Quel senso dilagante di instabilità, il tentativo di rimettere ordine, di trovare un equilibrio.

È quello che succede leggendo “Via da qui”, pubblicato da minimum fax.

Ogni racconto rivisita una perdita, fisica, morale, intellettuale.

Entra con veemenza nelle esistenze narrate, ne delinea un prima e un dopo.

In questo scarto di tempo si compone una nuova occasione, quella scintilla che può modificare il destino.

Monica ed Evelyn, un amore assoluto, privato, puro, al riparo da giudizi avventati e sprezzanti commenti.

E la tana è luogo della gioia che non conosce paure, la cattedrale di infinite speranze.

Quando il dolore si insinua inaspettato resta il calore di baci e sorrisi e linguaggi segreti.

Ines e Rossella e la difficoltà nel ritrovare le parole d’infanzia mentre il fiume inventa canzoni.

L’ingenua e tenera scrittura di Giorgia che con innocenza sa cogliere sfumature distorte.

Melissa e una scelta che altera la percezione del sè, Annamaria e il coraggio di lasciar andare “un’altra se stessa.”

“Tornare a casa” è motivo ricorrente che bisogna interpretare.

Alessandra Sarchi offre indizi da seguire, piccoli dettagli, frasi perfette e una scrittura poetica.

Ogni storia è un canto che cambia tonalità, sale verso l’alto e cerca un suo percorso.

Ogni donna ha una ferita e una vetta da raggiungere, una sfida da superare, un’incertezza da colmare.

Le amiamo mentre navigano a vista, incerte e confuse.

Vorremmo imparare da loro come si ricomincia, quali orpelli cedere al vento, quanta forza respirare per non arrendersi.

Vorremmo esprimere “un desiderio, anche se non ci sono stelle in cielo.”

Dire addio e correre a perdifiato.

Senza una meta, senza certezze, forse è questo il vero sapore dell’essere vivi.

La scrittrice riesce a far traslocare le anime, ad immaginare un universo dove ognuno non è vittima di scelte altrui.

Un libro che commuove, regala un benessere inatteso, mostra non solo la resistenza ma la conquista di spazi alternativi.

 

 

“Il dono di Antonia” Alessandra Sarchi Einaudi Editore Stile Libero

“Da dove si iniziava a diventare madre?”

“Il dono di Antonia”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è corpo che si fa casa, è carne che sa trasformarsi e donarsi.

Miracolo della vita, poesia del concedersi senza riserve.

Volo acrobatico tra desiderio e paura.

Segreto custudito per ventisei anni che si svela lentamente, come un puzzle da ricomporre.

“Il passato muore o si perde; mai del tutto a dire il vero, ma certo si deforma e rimpicciolisce, se il presente smette di dedicargli un culto assiduo.”

Il presente è una figlia che sta affondando nel pantano dell’anoressia, un filo che sta per spezzarsi.

È il sapore della colpa di non trovare le parole, di non saper stringere e proteggere e difendere la tua creatura.

È la fuga come negazione di un gesto di sublime amicizia.

Accanto alla protagonista le figure femminili siamo tutte noi.

Ancora una volta Alessandra Sarchi riesce a regalarci la materia tangibile del nostro essere donne.

L’azzardo di innamorarsi, i fantasmi della giovinezza, la scelta della maternità.

“Placare l’ansia, assicurarsi di aver fatto il proprio dovere.

Non sembrava mai abbastanza.”

Il dubbio che assale e fa traballare le certezze, il vuoto impalpabile che strazia le membra.

Romanzo generoso, lieve come una foglia che svolazza.

Voce pacata ricca di melodie che inumidiscono gli occhi.

“Scomponi la madre.

Toglile il corpo.

Le braccia in cui rifugiarti per essere stretta e compresa.”.

Resta “l’idea di madre” e da questa ripartire non per combatterla ma per ritrovare il calore di un grembo, la benedizione di una mano che ti carezza.

Perdonare, accettare, esplorare insieme non dimenticando che “i figli sono di chi li cresce, di chi li educa e di chi li rende autonomi.”

Un testo da meditare provando a cercare equilibri, nuove energie, voglia di specchiarsi senza timore negli occhi di chi ci ha generato.