“La prima figlia” Anna Pavignano Edizioni e/o

 

“Immaginare è, in sostanza, creare, gettare un ponte tra la materia e lo spirito.

Di conseguenza, tutti i desideri umani, purchè abbastanza forti, si realizzano, ma non sempre esattamente come ci si aspettava.”

 

L’esergo di “La prima figlia”, pubblicato da Edizioni e/o e tratto da “Nella quiete del tempo” di Olga Tokarczuk, è perfetta sintesi di un romanzo che si sviluppa su due sentieri paralleli.

Realtà e immaginazione si alternano creando prospettive illusionistiche molto interessanti.

Prima scena: una panchina, una donna e una bambina mai nata.

Fluiscono i pensieri nella rappresentazione di un desiderio introiettato.

Non un sogno ma una possibilità sfumata insieme ad un amore non corrisposto.

“Amanda è finita lì, svanita nell’inutilità di un pensiero, nell’impotenza del suo non essere mai esistita.”

Un fuoco difficile da spegnere più forte della Ragione.

Ed è proprio la Ragione ad avere una valenza ambigua, sempre oscillante.

Seconda scena: un reparto ospedaliero e l’attesa di amniocentesi della nostra voce narrante.

Terza figlia e la paura di uno scherzo del destino che può incombere impavido come il mostro delle fiabe.

Le ore passano lente in compagnia di estranei con il loro carico di storie.

Non c’è dissolvenza, solo una nuova scenografia.

Una figlia down e il compito di accettarla e darle autonomia.

Solitudine in questa lotta dove la società riserva sguardi di pietà che non aiutano a portare un peso troppo gravoso.

Nell’oscillazione di queste immagini molto intense una svolta che stupirà il lettore.

Anna Pavignano regge con mano ferma una trama intessuta con i fili della scelta.

Mostra con parole poetiche cosa significa essere madre, quanto forte sia il legame con quel piccolo fiore che si radica nel corpo.

Parla di disabilità e di coraggio, di salite e discese, di solitudini nei momenti cruciali, di coscienza e di scienza.

Un libro calibrato costruito con la passione di chi alla scrittura affida il compito di interrogarsi.