“Quello che non so di me” Antonietta Gnerre InternoPoesia

 

“Se ho pianto è perché sono stata al buio

Con un peso capovolto di assenze.

La nave inclinata nella sua rotta,

I sogni non infilati

Più tra le stelle”

I versi che aprono la raccolta poetica “”Quello che non so di me”, pubblicato da InternoPoesia, indicano un percorso intimo, libero, espressivo.

Lacrime come espiazioni e assoluzioni: è tempo di perdonarsi.

L’anima si apre ed è fiore che si offre nello splendore dei suoi colori.

L’istante sa di racchiudere il tempo e in questa percezione non solo semantica si sviluppa il senso di una poesia che partendo dall’Io arriva all’Altro.

La voce a tratti sincopata aiuta a sorreggere stati d’animo che si alternano a guizzi metaforici.

“Ora tutte le donne che sono stata

Sono in silenzio, le chiamo per nome.

Le libero dalle parole e dai suoni

Della mia vita.”

Pura essenza in una costante ricorsa dell’inaccessibile.

Antonietta Gnerre ci regala la spontaneità di una femminilità che nella contemporaneità trova la sua identità.

È Madre “di figli mai nati”, è parte di un mondo che vorrebbe negarsi, è coscienza di un abbandono che accetta le ferite.

La luce è una costante, faro per ritrovare il percorso dei ricordi.

“Vedi, insieme siamo stati

Un qualcosa che è accaduto.

Siamo stati eterni.”

Celebrare l’esistenza, trasformare i fonemi in rituali sacri, imparare a riconoscersi.

Non essere ombra che vaga nelle galassie dell’invisibilità.

Mentre le frasi ci carezzano sentiamo una strana alchimia che ci avvicina alla poetessa e nel suo non sapere si raccolgono i nostri dubbi, le nostre orme stanche.

Grazie per averci permesso di comprendere che bisogna andare oltre i nostri limiti.

 

Antonietta Gnerre (@antoniettagner2 ) recensisce “Guarda Che Mun Tunait” Antonio Emilio Caggiano

Antonietta Gnerre (@antoniettagner2 ) recensisce “Guarda Che Mun Tunait” di Antonio Emilio Caggiano Gruppo Albatros Il Filo

“Se fossi stato innamorato, e lo ero, l’amore avrebbe avuto come nome solo il suo.”

Un viaggio nel mondo dei ventenni universitari alle prese con la vita. Un percorso fatto di emozioni, di sogni, di aspirazioni, nel quale le differenze geografiche, sociali e culturali finiscono per avvicinare più che dividere.

In questo contesto si inserisce una storia d’amore tra persone talmente diverse da innamorarsi perdutamente, ma col rischio di perdersi per sempre.

Due giovani si raccontano e raccontano le aspirazioni e le contraddizioni di un’intera generazione.

Compiono scelte e prendono decisioni che hanno conseguenze non solo per se stessi. E la domanda se sia meglio essere o avere trova risposta in modi inattesi nei tempi e negli spazi di azione.

Su tutto una luna straordinaria e ispiratrice che infonde amore e suggestione ai protagonisti, regala anche il titolo dell’opera all’autore.

“C’era un pezzetto di gesso a terra, era perfetto per scrivere sull’asfalto nero del terrazzo. Lo raccolsi, mi inginocchiai ai piedi di Lucy, disegnati un cuore grande e dentro scrissi in stampatello: Guarda che mun tunait”.

Protagonisti anche  una Roma da cartolina, vissuta non da turisti, ma da amanti della città più bella e romantica del mondo e le radici, testimoniate dai riferimenti a una Irpinia bellissima e accogliente che si svela e offre se stessa con l’ingenuità di un bambino.