“Il caos da cui veniamo” Tiffany McDaniel Atlantide

 

Tiffany McDaniel riesce a raccontare una famiglia disfunsionale con voce poetica e musicale.

La seguiamo in rigoroso silenzio, attratti da una scrittura che sa entrare nei labirinti del dolore.

Ci sentiamo piccoli e insignificanti di fronte alle tragedie, alla disperazione, alle ferite.

I traumi infantili della madre, piaghe purulente, difficili da dimenticare.

“Mia madre era di quelle ragazzine sventurate che vivono un’infanzia da cui si desidera solo fuggire.

A meno che non si abbia nessun posto dove andare.”

I rapporti tra fratelli che sconfinano nei territori scivolosi del peccato.

Il colore della pelle, marchio indelebile in una società razzista.

“Il caos da cui veniamo”, pubblicato da Atlantide e tradotto da Lucia Olivieri, spiazza per la sincerità della narrazione.

Non ci sono filtri ma è proprio questa necessità di tradurre in parole quel grumo complesso che preme a rendere la storia meravigliosa.

La struttura si sviluppa seguendo la crescita della voce narrante, scandita dal tempo come se si sfogliasse un diario.

Colpiscono i colori che si trasformano in emozioni, le tante storie che forse sono solo invenzioni,  la difficoltà a credere in un Dio buono.

Un destino o una tara ereditaria? Non ci sono risposte e frettolose giustificazioni.

Non si salva nessuno da questa complessità che si chiama esistenza.

Prevale il senso di colpa per non aver saputo fermare chi stava naufragando.

Ogni capitolo è preceduto da un brano della Bibbia, quasi a voler smorzare i toni, a dare luce all’abisso.

“Sarò ricordata per quello che ho fatto.

E per quello che non ho fatto.

Sarò ricordata per il mio caos.”

Che consistenza ha il caos e quanto è difficile uscire dalle sue spire?

Un omaggio a coloro che non sono stati eroi per mancanza di opportunità ma che hanno vissuto con fatica e sudore.

Un invito a continuare ad affidarsi a chi ci ha lasciato.

 

“Mal di casa” Catrina Davies Atlantide

 

“Nel libro cerco di spiegare che vivere in un capanno non è né una scusa, né una scelta da barbona o un romantico sogno hippy, ma la mia risposta a una domanda impossibile: come restare in equilibrio in un sistema economico sostanzialmente malato.”

 

In “Mal di casa”, pubblicato da Atlantide e tradotto da Paola De Angelis, si combina una spietata analisi della mentalità capitalista a una confessione molto intima.

Catrina Davies è un’artista che non nasconde le profonde ferite che l’hanno segnata.

L’infanzia sballottata da un luogo all’altro, le difficoltà economiche, i lavoretti occasionali che non placano la verve creativa, i disturbi alimentari che sono “nostalgia del grande vuoto incompiuto delle avventure immaginarie”, vengono descritti con voce pacata.

È come se l’autrice volesse scusarsi di non saper vivere.

La scelta di abitare in un capanno abbandonato, lo sforzo per renderlo abitabile sono frutto di un bisogno di pace interiore.

“Luce di stella, stella abbagliante,

Prima stella che vedo stanotte scintillante

Vorrei che davvero si avverasse

Il mio desiderio così ammaliante.”

Si alternano diversi registri narrativi ed ognuno è controcanto di due spinte emotive.

La ricerca di un proprio linguaggio espressivo si alterna alla convinzione che il mondo vada salvato partendo da se stessi.

Eliminare il superfluo, cercare il contatto con la Natura, imparare a rispettarla e amarla.

Trovare una dimensione ancestrale di figlia della Terra, guerriera indomita nella difesa della bellezza.

E l’Oceano in tempesta, la danza delle onde, la sconfinata immensità di azzurro vengono restituiti al lettore con  potenza descrittiva.

“Tutto sembrava tornare all’oceano.

Il mare è dove ogni forma di vita è iniziata e dove tutta la materia – e tutto ciò che conta – si dissolve.

La spiaggia era il luogo di confine dove le cose solide si sbriciolavano in polvere, poi erano inghiottite dal mare che a sua volta si scoglieva nel cielo.”

 

Scorci di meraviglia mentre il silenzio è interrotto da un Creato che si concede.

“La spiaggia pietrosa era piena di ricordi, alcuni così vividi che sembravano più che altro allucinazioni.

Potevo vedere tutti i miei io precedenti …

Che cosa ne sarebbe stato di ricordi come i miei quando un posto veniva distrutto dalla guerra, dal livello del mare che si alzava o dallo sviluppo?”

Il libro invita a difendere i castelli in aria, a costruire fondamenta solide per accogliere i sogni.

A ritrovare “la via di casa”, spazio interiore dove ci si può permettere anche la conflittualità.

A credere nelle proprie capacità di resistenza, ad inventare il proprio luogo sicuro.

Nicchia, capanna, grotta dove finalmente rinascere.

 

 

 

“Queste voci mi battono viva” Tiffany McDaniel Atlantide

 

“Ci siamo alzate

E abbiamo toccato i soffitti delle nostre vite”

“Queste voci mi battono viva”, pubblicato da Atlantide, lacerano i nostri sensi, sfiorano i nostri corpi, agguantano la nostra anima.

I versi hanno il ritmo serrato che immediatamente vuole uscire dalla carta per creare con il lettore una magica alchimia.

Frasi che nel costrutto compatto restituiscono un pathos ricco di vibrazioni emotive.

Verbi come punti fermi a chiudere essenza e forma.

Aggettivi taglienti, mai invasivi, come punti necessari per passare sull’altra riva.

Si entra nel Caos primordiale, nel silenzio puro dell’Universo.

Si toccano le fiamme, quelle fiamme che sono “peccato” ma anche redenzione.

Ci affidiamo alle “superfici del mare” e negli specchi confusi dell’azzurro proviamo a ritrovarci.

Sentiamo che quelcosa di immortale si cela come un piccolo fiore, forse un segno, un miraggio, una macchia d’inchiostro.

Parole e immagini in un testo che esalta la interazione profonda dell’Arte e della Poesia.

Ogni pagina merita una meditazione, un pellegrinaggio commosso tra le figure che sentiamo parte di noi.

 

Tiffany McDaniel, vincitrice del “Not the Booker Prize” del Guardian, ha una voce originale, a tratti dilatata ad accogliere il dolore, altre aperta a cogliere il sussurro del mondo.

Una prima edizione mondiale che invita a trovare un nuovo inizio.