“Per sempre altrove” Barbara Cagni Fazi Editore

 

“Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa.

Gli immigrati venivano smistati come tanti animali.

Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America.”

L’esergo di “Per sempre altrove”, pubblicato da Fazi Editore, tratto dagli scritti di Bartolomeo Vanzetti, non è scelto a caso.

In poche, incisive battute anticipa lo spaesamento che ci coglierà leggendo il romanzo.

Una storia che ci appartiene anche se tendiamo a dimenticarla.

L’esodo di migliaia di poveretti che, costretti dalla povertà, cercano fortuna altrove.

E quell’Altrove è Terra di speranza, di sogni cullati a lungo nelle fredde notti invernali.

È un Paradiso di opportunità, una specie di chimera.

Si parte con poche cose, valigia leggera e cuore soffocato dai pensieri.

Si lasciano case gelide, un paese rattrappito su se stesso, due bar, strade che sono trazzere, vicoli stretti e volti amati.

Che la meta sia la Svizzera o la “Merica” poco cambia.

Schiene rotte nelle fabbriche, tuguri dove passare poche ore, una lingua sconosciuta.

Ma ciò che ferisce è l’ostilità di chi ti considera inferiore.

Ed ecco che si apre una voragine nella mente e nel corpo.

Berta è simbolo di questa tragica realtà.

Ad un certo punto si inceppa, non sa più riconoscersi, crolla.

Tornata in famiglia è una bambola di pezza, lo sguardo vuoto, perso ad inseguire fantasmi inesistenti.

Voce narrante è la sorella, una ragazzina di dieci anni.

La forza del testo sta nella spontaneità di questa splendida protagonista.

A lei toccherà il compito di comprendere cosa è successo, quali eventi traumatici hanno devastato quella giovane donna.

“Doveva essere stato duro per Berta, lá in Svizzera.

Così timida e riservata, che arrossiva se qualcuno le rivolgeva la parola.

Lá, da sola, in mezzo a gente che non conosceva, senza l’affetto dei suoi cari.

Gli svizzeri trattavano gli immigrati come animali, e di certo non avevano fatto sconti a mia sorella.”

Accanto ad una denuncia forte di un evidente razzismo, quasi a bilanciare la cruda realtà, un altro scenario arriva a consolarci.

È il senso di comunità e di appartenenza, la solidarietà tra donne.

Nella semplicità dei gesti si condivide la difficoltà.

Tante le figure da ricordare e tra queste Gilda, massacrata di botte dal marito.

Altro simbolo di una condizione di schiavitù.

Barbara Cagni, al suo esordio letterario, offre un quadro della condizione femminile.

Scrive un affresco sociale ambientando la narrazione negli anni Cinquanta.

Anni che dovrebbero essere preludio di cambiamento e forse celato tra le pagine c’è il desiderio di riscatto.

La scrittura è articolata e brillante, fluisce con scioltezza nei dialoghi e nelle accurate descrizioni.

Ci racconta di arrivi e di partenze, di coraggio e resistenza.

Da leggere per non dimenticare chi eravamo.