“Di pietra e d’osso” Bérengère Cournut Neri Pozza

 

“La luna brilla come due coltelli da donna accostati, con i fili taglienti.

Tutto intorno corre un vasto gregge di pecore.”

Una pozza di sangue come preludio di un brusco cambiamento.

Il rosso indica la fine dell’infanzia e il dolore al ventre il prezzo da pagare al rito della crescita.

Uqsuralik assapora il freddo sulla pelle nella notte infinita.

È un attimo e un boato scuote l’aria, penetra nella terra, squarcia e separa.

“La banchisa si sta spaccando a pochi passi da me.

L’iglù è al di là della fenditura, come la slitta e i cani.

Potrei gridare, ma non servirebbe a niente.”

La nebbia avvolge tutto con il suo manto impietoso, padre, madre, fratelli inghiottiti nel nulla.

“Di pietra e d’osso”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Margherita Botto, è manuale di resistenza.

È vita che si ribella alla certezza della morte, istinto che si traduce in una gestualità tramandata dagli avi.

La giovane protagonista è una inuit, discende da un popolo di cacciatori nomadi “presenti in tutto l’Artico da un migliaio di anni.”

Il romanzo ha l’incanto di profonde radici antropologiche, la purezza di un paesaggio che lascia senza fiato, la poesia di antichi canti.

È intriso di leggende che danno un senso agli eventi naturali.

È voce di una Natura che si ribella alla follia umana.

È incontro tra uomo e animale, riconoscimento di un linguaggio comune.

“Sono cominciate a cadere le prime nevi, ma i cristalli si sciolgono prima ancora di posarsi al suolo.

L’erba e la terra bagnate hanno un colore scuro.

Il cielo è grigio.

Nuvole nere si stendono all’orizzonte come foche barbate sulla spiaggia.”

Sembra una fiaba per i toni caldi, le apparizioni di Giganti, il ricordo di miti ormai dimenticati.

Il “Canto dello Spirito Celeste” è il ponte tra misticismo e suggestione.

Sogno o realtà, le carte si mescolano mentre un vagito annuncia un nuovo inizio.

Le suggestioni si accompagnano ad una lingua gutturale che arriva dal centro di un mondo sconosciuto.

“Nella mia lunga vita di inuit ho imparato che il potere è qualcosa di silenzioso.

Qualcosa che si riceve e che – come i canti, come i figli – ci attraversa.

E che poi dobbiamo lasciar scorrere via.”

Nell’ultima, commovente metamorfosi si compie il miracolo e la pietra è testimone di una civiltà che nessuno potrà distruggere.