“Bill” Helen Humphreys Playground

“Non parla molto.

Non vive in una casa.

Non ha un vero lavoro.

Né una famiglia.”

 

“Bill”, pubblicato da Playground, entra nelle vene, invade l’anima, si fa spazio tra i pensieri.

Travolge la nostra idea di normalità, ci costringe a fare i conti con la coscienza.

Spazza via i preconcetti e le sovrastrutture psicologiche mostrando le barriere che delimitano il territorio della follia.

L’amicizia tra un bambino e un adulto, due solitudini che nel silenzio costruiscono un cerchio d’amore.

“Non so spiegare la sensazione che provo quando corro con Bill sotto lo sterminato cielo azzurro della prateria.

È come se mi guidasse fuori dal buio, fuori da un senso di solitudine che nemmeno sapevo di provare.”

Leonard Flint è un ragazzino spaesato in un mondo che non comprende.

L’amico protegge, rassicura, tesse una tela di affetto, offre un rifugio.

È porto sicuro e con le sue stranezze esprime e rappresenta il mito dell’infanzia.

Infanzia che ascolta la voce degli alberi, si specchia nell’azzurro del cielo e cerca l’oblio da una quotidianità dolorosa.

Helen Humphreys, partendo da una storia di sangue realmente accaduta, si stacca dalla cronaca e scrive un romanzo intenso, palpitante, introspettivo.

Un omicidio e il rosso si espande sulla trama, scuote e distrugge.

L’uomo uccide per difendere il bambino e in quel gesto folle c’è un amore viscerale, animalesco.

I due vengono separati, ma quel legame fatto di piccoli gesti non potrà cancellarsi.

Il tempo non aiuta a dimenticare e nelle scelte professionali di Leonard si stampa l’immagine ricorrente di Bill.

Entriamo con l’autrice nell’ospedale psichiatrico, assistiamo ad esperimenti scientifici che scardinano ogni morale.

“Nelle cartelle, nella casella destinata alle caratteristiche della loro malattia, si legge Rinchiusi in manicomio.

Non hanno mai conosciuto nulla al di fuori di questo posto, e per quanto vengano istruiti per riuscire a vivere nel mondo esterno, viene da chiedersi come sopravviverebbero alla confusione e all’imprevedibilità della vita normale.”

Si può sondare il subconscio?

Si può riportare a galla il passato?

Si può perdonare?

Un romanzo tragico e poetico, armonioso e pacato.

Un inno che si leva dal marciume e dalla violenza e restituisce dignità a chi ha perso il senso del sè.

“Mi manca quel pezzo del mio passato in cui ci conoscevamo e ci appartenevano.”

Appartenersi, trasformare “un’azione sbagliata in pensiero, la rabbia in amore.”