“Lingua nera” Rita Bullwinkel Black Coffee

In “Lingua nera”, pubblicato da “Black Coffee, le immagini “esibiscono insieme sia il passato che il presente, creando l’illusione che il tempo sia contemporaneamente più grandioso e meno rigido”.

Racconti costruiti ad arte nel laboratorio della creatività.

Le schegge di realtà sembrano nuvole passeggere mentre prende corpo una sostanza narrativa che ti si appiccica addosso.

Una boccata d’aria pura dove tutto è possibile.

Incontri con fantasmi, rappresentazioni divertenti di un’insoddisfazione emozionale, “mariti dimezzati”, chiusi nel cerchio di un linguaggio noioso, figure stilizzate pronte a trasformarsi in oggetti.

A tenere alta l’attenzione è la descrizione minuziosa del contesto e l’incastro perfetto tra pensiero e azione.

“Perché mi sentivo così profondamente inanimata?

Perchè avevo sempre avuto la sensazione di essere compressa in una scatola chiusa a chiave?”

Ricorrente è la percezione di una insoddisfazione latente e il bisogno di fuggire in un territorio neutrale.

Spazio di assoluta libertà dove la visione onirica ha funzione catartica.

La morte è quella regione intermedia dove l’essere continua a insinuarsi nella narrazione.

Rita Bullwinkel, vincitrice del “Believer Book Award in Fiction” nel 2018, non utilizza un solo registro narrativo.

Passa dalla prima alla terza persona, collega frammenti di storie, individua un oggetto e ne dilata le proporzioni.

Insiste sulla consistenza del corpo, dando sempre una diversa versione, una lettura dell’essere che sa ribellarsi alla costrizione spaziale.

Si ha la sensazione di perdersi in un quadro di De Chirico ed è divertente accorgersi che “i pensieri, simili a spessi fili di lana appiccicosa”, possano intrecciarsi ed edificare un Castello di suggestioni.

“Il giusto peso Un memoir americano Keise Laymon Black Coffee Editori

“Quel giorno mi resi conto che non ci volevamo semplicemente bene.

Appartenevamo a due generazioni di nerezze ampiamente diverse, ma io ero tuo figlio.”

“Il giusto peso”, pubblicato da “Black cofee”, è la lettera d’amore alla madre così intima, così profonda, così vera da lasciare disorientati.

È la ricerca della verità su un rapporto che mostra tante crepe.

È l’innocenza e la colpa di un adolescente, il colore della pelle che marchia e confina, la rabbia e la paura, il bisogno di un abbraccio e il subdolo desiderio di tagliare il cordone ombelicale.

È l’America dei neri, dura, pesante, povera ma orgogliosa.

È il vizio in un casinò dove si prova a sognare di cambiare destino.

“Non siamo mai stati una famiglia da coperte rimboccate e storie della buonanotte.”

Siamo sempre stati una sporca famiglia nera del Sud, una da risate, bugie scandalose e libri.”

La lettura è il riscatto, la salvezza, il trampolino di lancio.

Mentre il tempo scorre inseguendo le avventure del giovane protagonista, i pensieri di chi legge entrano in comunione con un universo sconosciuto.

Saltano i chichè perbenisti ed emerge una Nazione che serba in grembo pericolosi pregiudizi.

Il corpo diventa anima di un dolore infinito, simbolo sgraziato di una disarmonia.

Keise Laymon conosce la natura umana, scrive un memoriale psicologico, costruisce una trama compatta, priva di sfaldature.

Incede veloce con una sintassi perfetta, con dialoghi che lacerano il cuore.

“Le cicatrici accumulate nelle battaglie vinte fanno più male di quelle delle battaglie perdute.”

Incidentali che regalano preziose gemme, fanno fiorire il giardino della consapevolezza.

Parole misurate anche quando il ritmo accelera, quando gli eventi travolgono i personaggi.

Fuggire dai ricordi o farli affiorare?

La scrittura è necessità di correggere il reale, di plasmare il caos, di accettare la propria identità.

Un romanzo eccellente che ci insegna a non fuggire, a voltar pagina, a lottare per i diritti di tutti.