“Randagi” Marco Amerighi Bollati Boringhieri

 

“Se, invece, là fuori, in qualche anfratto di quella terra desolata, lo stesse aspettando la persona in grado di cambiare il destino di Pietro Benati?”

Una maledizione che opprime la famiglia Benati.

Come sfuggire al rischio di scomparire?

Già nel titolo, “Randagi”, pubblicato da Bollati Boringhieri, abbiamo diverse anticipazioni.

Una generazione che non sa trovare spazio rincorre il futuro come fosse una chimera.

I nonni, i padri hanno tracciato la Storia.

A loro, figli degli anni Ottanta, restano briciole, sogni impossibili e solitari.

Trovare una dimensione autentica, uscire dalla tragica attualità che li vuole “nessuno”.

Difficile collocare il romanzo in un preciso ambito letterario.

È una saga familiare ben articolata, arricchita da uno stile essenziale e incisivo.

È un viaggio tra Pisa e Madrid con una interessante geografia sentimentale.

È amore che sboccia stentato, ricerca di quella perfezione di coppia forse irraggiungibile.

È il dolore di essere sempre secondo, la paura di deludere, la stanchezza nell’affrontare le prove.

La rabbia di chi si sente escluso senza sapere cosa nasconde quel cerchio magico che gli è precluso.

Il senso di inadeguatezza in una società che corre troppo veloce.

La colpa degli avi e il timore di restarne invischiati.

La scrittura ha una linearità anche quando si inoltra nei territori proibiti della metafisica.

Sa essere partecipe senza alterare gli eventi.

Scarna nei dialoghi, luminosa nelle descrizioni.

Le divagazioni non girano a vuoto ma colmano il divario tra la rappresentazione del sè e la visione della collettività.

T., il Mutilo, Tiziana, Andrei, Dora, Laurent: una giostra di voci fuori campo essenziali per introdurre infinite tematiche.

In tutti un vuoto, un’assenza, una distanza dal reale.

Amiamo Pietro per la sua innocenza, per quel vezzo di autenticità, per il coraggio di interrogarsi.

Siamo grati a Marco Amerighi per averci proposto un’opera complessa, capace di risvegliare in noi il desiderio di guardare avanti, sempre e comunque.

“All’orizzonte” Benjamin Myers Bollati Boringhieri

 

“Mi aggrappo alla poesia proprio come mi aggrappo alla vita.”

Uno zaino in spalla e la voglia di trovarsi fuori “dalle ombre della miniera schicchiolante e sferragliante, lontano dalla polvere grigio scura che nelle giornate terse e senza vento sembrava depositarsi ovunque.”

La guerra ha lasciato i suoi pesanti segnali ma per un ragazzino che ha ancora tutto da sperimentare c’è solo il sentiero della novità.

“All’orizzonte”, pubblicato da Bollati Boringhieri e tradotto da Simona Garavelli, è un inno alla Natura incontaminata.

Relazione profonda tra l’essere umano e le viscere della Terra.

Scoperta dei tesori che ogni anfratto contiene.

È la meraviglia di paesaggi che sono un tripudio di colori, la consistenza di un profumo, la forma di una foglia.

La brezza di una notte, la luce penetrante di un’alba.

L’incontro del protagonista con la signora Dulcie Piper sembra casuale ma in realtà è pilastro portante della narrazione.

La donna ha una filosofia di vita che punta all’essenziale e nelle sue parole c’è la saggezza di chi giorno per giorno ha costruito la sua corazza.

Un’amicizia che si nutre di parole e versi e frammenti di vita.

Insegnamento che nasce spontaneo dall’osservazione degli eventi, dallo sguardo smaliziato, da una consapevolezza granitica.

Benjamin Myers scrive un romanzo potente, lirico, emozionante.

Parla al cuore del lettore con voce suadente.

Esplora il senso vero della poesia, intesse storie passate, evoca una figura che ha saputo opporsi al fascismo con la sola forza della scrittura.

“La poesia è il modo in cui il genere umano ci dice che non siamo completamente soli su questa terra; offre una voce consolante che riecheggia attraverso i secoli come il lugubre richiamo di una solitaria sirena da nebbia nella notte nautica. La poesia è una scala a pioli tra i secoli, dall’antica Grecia a domani pomeriggio.”

Mostra che non esistono guerre utili, che bisogna cercare sempre spazi interiori di libertà.

La prosa è elegante, arricchita da versi di una purezza accecante.

Il ritmo narrativo segue più itinerari culturali fino ad una fiamma finale dove vita e morte si coniugano in un abbraccio senza tempo.

Un libro che insegna a provare meraviglia, a stupirsi e a credere che la letteratura trasmette valori fondanti per edificare paesi civili.

 

 

“Tewje il lattaio”  Sholem Aleichem Bollati Boringhieri Editore

“Io ero un miserabile mendicante; morivo di fame, non l’auguro a nessun ebreo, con la moglie e le figlie, tre volte al giorno, lavoravo come un asino, portavo tronchi d’albero dal bosco alla stazione, interi vagoni di legna, e ne ricavavo, non vi scandalizzate, trenta copechi al giorno, e neppure tutti i giorni. E con questo denaro dovevo, Dio ci guardi, mantenere un’intera famiglia piena di bocche affamate.”

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