“Grande Karma Vite di Carlo Coccioli” Alessandro Raveggi Bompiani

“Si fuggono così tante e troppe cose, amore, o meglio le cose fuggono a volte davanti a noi.

C’è il rischio alla fine di rimanere soli, sebbene cinti da mille attenzioni.”

“Grande Karma”, pubblicato da Bompiani, ha la struttura narrativa di una spirale che attrae e trascina.

Apre scenari e li richiude, utilizza più canoni estetici, mostra altalene e labirinti.

“Confronto le mie inquietudini con l’imperturbabilità del mondo.”

Raccontare le vite di Carlo Coccioli significa scendere e salire, perdersi e ritrovarsi.

Seguire miraggi, tracce, storie marginali.

Sentire sulla pelle l’aria torrida del Messico.

Sconfinare nel territorio mentale di un autore ibrido, complesso.

Cercare in ogni sfaccettatura quella porzione di irrealtà e di misticismo che è “immersione e sommersione, slancio, poi abiezione.”

Alessandro Raveggi non scrive una biografia ma permette al lettore di incarnare i panni del ricercatore.

Il  giovane studioso che si avventura per le strade percorse da Coccioli ci rappresenta quando di un autore non ci accontentiamo solo delle parole.

Cerchiamo segni e simboli, cause ed effetti.

Proviamo a trovare la fonte dell’ispirazione, l’amore e il disamore, l’incedere lento e le connessioni tra la scrittura e il contesto sociale.

Siamo esploratori e vagabondi.

Cerchiamo l’ubiquità e l’inquietudine.

Lo scrittore ci regala un affresco dai tanti colori, ci invita a trovare “le dune che rispondono al vento, là fuori, e vi si adeguano, in mezzo ai baci carnosi. ”

Un puzzle dove ogni tassello esprime parte della complessità.

È la fede che può essere vuoto senza dimensione.

È sensualità che non approda nel mare delle certezze.

È valorizzare un detrito, purificarlo.

La patria che non può essere una, mentre si ripete come un urlo la parola “annientamento”.

Non distruzione ma riorganizzazione, ripartenza, appagamento.

“Io volo meccanicamente e procedo per cadute.”

Ed è questa la percezione che si prova, il brivido del rischio, la tensione dello slancio.

Un testo perfetto che permette più interpretazioni.

È nel “Diario di Dina” si nasconde un altro messaggio, “l’irrompente bisogno di una evasione, di un sogno, di un vagabondaggio.”

 

 

 

 

Angolo Poetico “Sillabe di fuoco” Gabriela Mistral Bompiani

 

 

“Questa lunga stanchezza sarà più intensa un giorno,

l’anima dirà al corpo che non può continuare

a trascinarne il peso lungo il roseo cammino,

che percorrono gli uomini contenti della vita…”

 

 

“Pianto e ancora pianto a fiotti roventi

deterga quegli occhi di cristallo torbido

e gli ridia il vecchio fuoco nello sguardo!

Riaccendili tutti dal profondo, Cristo!

Se pure è impossibile, se Tu già lo sai,

se sono di paglia… soffia in loro fuoco!”

 

 

“In questa ora, amara come un sorso di mare,

sostienimi, Signore.

 

Si è riempito tutto di ombre il mio cammino

e il grido di paura!”

Recensione di Francesca Bortoluzzi (@_FrancescaB) “Neve” Maxence Fermine Bompiani

Recensione di Francesca Bortoluzzi (@_FrancescaB) “Neve” Maxence Fermine Bompiani

Quando penso alla tenerezza, penso ad una coperta bianca che mi avvolge.

Mi sento fasciata,allo stesso modo,quando leggo gli scritti di Maxence Fermine.

Morbido,ma tagliente e penetrante,è “Neve”,edito nel 1999.

La narrazione è fragile,candida, sospesa,proprio come un fiocco di neve

.Lo scrittore francese riesce a raccontare con estrema delicatezza e sintesi,anche in ragione della struttura ad haiku, un amore lontano nel tempo,ma vicino nei sentimenti.

 

Candidato Strega “La nuova stagione” Silvia Ballestra Bompiani

Candidato Strega “La nuova stagione” Silvia Ballestra Bompia


Proposto da
Loredana Lipperini

«La nuova stagione non è soltanto un romanzo sul territorio, le Marche della bellezza pagana, delle leggende legate a santi e sibille e del terremoto, ma è una storia di mutazione insieme generazionale e sociale che si incarna nelle due protagoniste, Nadia e Olga, e nei loro tentativi di vendere la terra ereditata dal padre.

E’ un romanzo di radici, certo, e di come, per quanto ci si possa allontanare per giovinezza, amore, scelte lavorative, si verrà comunque richiamati prima o poi indietro.

Ma è anche un romanzo che racconta il cambiamento nel mondo agricolo della post-mezzadria e delle multinazionali, l’espansione delle monoculture intensive, il regno surreale di una burocrazia paralizzante. Non c’è l’idillio nella scelta stilistica di Ballestra: c’è l’ironia, il gusto del paradosso, come nel racconto dell’odissea delle sorelle per disfarsi delle palme di proprietà, c’è l’attenzione per le vite piccole, le figure sullo sfondo degli affreschi che non vengono quasi mai narrate.

C’è, anche, la nostalgia per come si cambia: “Dunque era questo, il diventare definitivamente adulte (…) Disperarsi per una lettera di esproprio invece che per una lettera d’amore finito”.

C’è, infine, una lingua particolarissima, che ingloba il dialetto incastonandolo in una scrittura di divertita e antica bellezza, come le terre in cui nasce, e che canta: prova di maturità e insieme di immutata capacità di meraviglia da parte di una delle scrittrici italiane più importanti e più attente alle nostre nuove stagioni, letterarie e civili.»

“I guardiani della memoria” Valentina Pisanty Bompiani

Valentina Pisanty, docente di semiologia presso l’università di Bergamo, studiosa del “negazionismo dell’Olocausto”, con “I guardiani della memoria”, pubblicato da Bompiani, aggiunge un tassello importante che completa il quadro delle precedenti pubblicazioni.

Già in “L’irritante questione delle camere a gas” cercava di indagare le cause di una memoria negata.

Leggere il nuovo saggio costringe ad una dolorosa meditazione sui tempi che stiamo vivendo.

Ci si chiede quali fratture si siano create tra identità e testimonianza e quali i responsabili.

“È forse superata, sicuramente è minoritaria, la credenza illuministica che il progresso umano passi attraverso l’esercizio della ragione (o quantomeno della ragionevolezza).”

L’autrice denuncia “un contesto di competizione sregolata che avvantaggia i prevaricatori più assertivi e spregiudicati”.

Interessante la decostruzione della retorica della commemorazione.

L’abuso di “per non dimenticare” e “mai più” non è stato accompagnato da adeguate politiche educative.

Certamente un’enfasi senza un vero costrutto storico non ha edificato una coscienza critica, ha lasciato che la banalizzazione invadesse le menti.

Il progressivo aumento di episodi di violenza razzista, la dicotomia tra “noi” e “loro” devono fare riflettere.

Tanti i nodi da sciogliere in un lessico certamente molto colto.

Si ha la sensazione che l’analisi sviluppata non sia sufficiente.

Come conciliare narrazione individuale e visione collettiva?

Ora tocca a noi agire e trarre le conclusioni.

La shoah è un trauma che va affrontato riconciliando esperienza personale e memoriale storico.

Forse bisognerà tornare ad essere comunità che insieme ricompone i frammenti lacerati della Storia senza trionfalismi e senza inutili sconforti.