“Grammatica di un esilio” Atiq Rahimi Bottega Errante

 

“Io sono nato nel verbo.

Religiosamente.

Socialmente.

Posso fuggire quanto voglio, ma non posso disfarmene.

Io ritorno al verbo, come per ritornare al mio Paese di nascita.”

Il segno diventa espressione di una identità negata.

Origine del legame con la cultura afgana, mantra per ritrovare ricordi, accettare il dolore dell’esilio.

Atiq Rahimi scrive un poema d’amore per quella terra che ha dovuto abbandonare.

Attraverso l’esperienza linguistica trova a intessere un dialogo con sè stesso.

“Mi dedico interamente ai miei ricordi, alle mie letture…

alla voce del mio intimo,

ai miei gesti di un tempo,

al mio grido,

ai respiri di mia madre.

E poi lascio che m’invadano,

mi facciano,

mi disfacciano.”

“Grammatica di un esilio”, pubblicata da Bottega Errante e tradotto da Ester Borgese, è la spoliazione dell’uomo che nel liberarsi di ogni orpello mostra la purezza del fonema.

“L’alef è dunque la mia traccia:

l’impronta della mia esistenza,

le mie falcate,

il mio passo,

il mio profumo,

la mia pista,

il mio cammino,

le mie vestigia,

la mia memoria,

il mio passato,

la mia conoscenza,

le mie orme,

le mie esalazioni,

la mia ombra,

la mia minzione,

la mia voce,

la mia cicatrice,

la mia firma,

la mia macchia,

il mio pennarello,

il mio bambino…”

Una cadenza musicale nel ritmo lento di un susseguirsi di percezioni.

Assenza è parola ricorrente, simbolica rappresentazione di una mancanza.

Il vuoto e cieli nuovi, “il passato incompiuto”, il ritorno ai poeti persiani, la calligrafia “per sublimare le parole”, l’invisibile” come espessione poetica.

Un viaggio che toccherà le sponde del desiderio e del di -venire, del corpo e della mente.

Linfa vitale che nella scrittura nasconde una speranza.