La recensione di Bruno Menna (Bruno_Menna) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

La recensione di Bruno Menna (Bruno_Menna) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

 

C’è un libro da leggere, e non solo in questi giorni di cattività. Racconta la storia, già nota, dei viaggi di tanti bambini del Sud, annichilito dalla guerra, verso il Nord che si risollevava velocemente e che era in grado di assicurare un letto caldo e di mettere il piatto a tavola per aiutare chi era rimasto indietro. Una vicenda che, vale la pena ricordarlo, si contaminò velocemente anche della fiera e netta contrapposizione tra due monoliti, il Pci e la Chiesa, che si trascinò fin dentro le storiche elezioni del 18 aprile del 1948 e oltre.
Ma il libro di Viola Ardone è altro, ben altro. È, nella prima, seconda e terza parte, ambientata nel 1946, un meraviglioso affresco della Napoli povera ma bella, pittoresca e malinconica, ingegnosa e carnale, che emerge dalle vicissitudini e dalle sfaccettature caratteriali del piccolo Amerigo e del suo tormentato andirivieni tra la metropoli partenopea e l’Emilia.
È, tuttavia, il capitolo finale, quello degli anni novanta, a sublimare la formidabile vena narrativa dell’autrice. Un tracciato di grande liricità, che dipinge la grande e misteriosa bellezza del ritorno alle origini e ai luoghi dell’anima; il sapore amaro della nostalgia e del rimpianto per i gesti non compiuti e gli abbracci negati; la necessità vitale di quella solidarietà che, per troppo tempo, inghiottiti dal virus dell’egoismo, ci siamo fatti mancare e che ancora oggi ci tiene a distanza. Di un metro e forse più.