“La scomparsa dei riti” Byung Chul Han Nottetempo Edizioni

“I riti sono azioni simboliche.

Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità.

Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità.

A costituire i riti è la percezione simbolica.”

Il mondo sta perdendo i suoi simboli, il tempo non ha più stabilità, le emozioni vengono consumate.

Il grave rischio è l’incapacità di confrontarsi con gli altri e di costruire bolle narcisistiche.

“La scomparsa dei riti”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Simone Aglan – Buttazzi, va letto con attenzione perché regista il profondo malessere della società.

Mette a fuoco aspetti di una socialità repressa, incapace di ripetere e quindi di sperimentare le azioni e i pensieri.

“Il nuovo si appiattisce rapidamente diventando routine, è una merce che si consuma e riaccende il bisogno di nuovo.”

Questo ossessivo consumismo interessa non solo gli oggetti ma anche e soprattutto le persone, creando uno scollamento dell’ affettività.

Si destabilizza il rapporto tra azione e corporeità, tutto assume la forma inconsistente di nuvola passeggera.

La rete favorisce e aggrava la “politica impulsiva” allontando il ragionamento e la mediazione.

Il baccano delle eccessive informazioni delocalizza l’Io, lo trasforma in oggetto che produce.

“La costruzione della propria identità non può tuttavia limitarsi al sè, ma deve svolgersi sullo sfondo di un orizzonte di significato sociale capace di conferirgli una rilevanza che vada oltre il proprio sè.”

L’analisi di Byung Chul Han è diretta, pervasiva, convincente.

Interessante il riferimento al non luogo, alla disintegrazione della passione.

La scrittura procede con un ritmo accessibile a tutti, offre spunti culturali e certamente invita a trovare strade alternative dove c’è ancora posto per il soggetto.

“La società senza dolore” Byung – Chul Han Einaudi Stile Libero

 

“La società senza dolore Perchè abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Simone Aglan – Buttazzi, ci costringerà a pensare!

Una lucidissima analisi politica mostra come e perché la società neoliberista abbia privato “il dolore di qualsiasi possibilità di espressione.”

La negazione della sofferenza porta alla passività, all’incapacità di reagire.

Automi in una “democrazia palliativa”, impariamo a nascondere il malessere.

Crediamo che il disagio sia un evento privato e questa visione distorta genera una drammatica mancanza di reattività.

“Il dolore viene interpretato come un segno di debolezza, qualcosa da nascondere o da eliminare in nome dell’ottimizzazione.”

L’abuso di psicofarmaci è segno di una privatizzazione delle sensazioni creando l’azzeramento dello spirito critico.

Isolarsi significa escludere l’Altro, confinarsi all’interno del proprio Io che si ingigantisce.

“La stanchezza dell’Io è sintomo del soggetto di prestazione narcisistico e sfibrato.

Essa isola gli esseri umani invece di riunirli in un Noi.”

Nel disimparare “l’arte di patire il dolore” perdiamo il contatto con la parte profonda del sè e la capacità di narrarla.

La Cultura si appiattisce in una rappresentazione astratta e asettica, incapace di interpretare il volto della contemporaneità.

Byung – Chul Han percorre le teorie filosofiche e psicologiche, ne spiega le connessioni e le diversità.

Invita a riflettere sulla differenza tra azione e sopravvivenza, sulla mancanza di comunione e di fantasia figlie da uno spietato neoliberismo.

“Il baccano comunicativo perpetua l’inferno dell’Uguale.

Impedisce che avvenga qualcosa di veramente Altro, del tutto incomparabile, mai visto prima.

L’inferno dell’Uguale è una zona di benessere palliativo.”

Ogni capitolo ha un titolo e scandisce un percorso ontologico ed etico: pagine ricche di riferimenti e di occasioni di riflessione.

Interessante l’interpretazione sociologica della pandemia vissuta come isteria della sopravvivenza.

Da leggere per imparare ad accettare le nostre fragilità e urlarle al mondo.