“La figurante” Pauline Klein Carbonio Editore

“Mi sono spesso domandata quali condizioni debbano sussistere per farci architettare le svolte della nostra vita.

E quanto si affanniamo perché gli avvenimenti della nostra vita siano qualcosa che si può raccontare.

Fare una vita.

E non essere in fin dei conti molto più che se stessi.

Con qualche scarto da noi elaborato al meglio per renderci più smaglianti.

Sforzarsi di rendere la propria esistenza una buona storia.”

Camille, protagonista di “La figurante”, pubblicato da Carbonio Editore e tradotto da Lisa Ginzburg, cerca disperatamente di creare un personaggio che le permetta di ecclissarsi.

Vittima di una madre single che ha scandito l’infanzia con “buoni consigli”, la giovane si destreggia tra essere e apparire.

In questa lotta impari è più facile cedere alla tentazione di costruirsi un’identità da raccontare a sè stessa e agli altri.

Il ritorno a Parigi dopo l’esperienza americana è la conferma che esistono solo maschere, illusorie macchiette di una società che si muove nel teatro dell’assurdo.

Pauline Klein costruisce una trama movimentata e spiazzando il lettore crea aspettativa.

Le avventure di Camille servono a tracciare la solitudine e l’impazienza, la voglia di conoscere e la paura di mostrarsi.

La mitezza che la contraddistingue è rassicurante e anche quando si sfiora il limite tra Bene e Male non c’è malizia.

Si assecondano gli eventi e la struttura narrativa ha tinte forti che si avvicinano alla tragedia.

Arriva sempre il punto di rottura, il momento in cui si deve scegliere.

Uscire allo scoperto ed accettarsi o continuare a fuggire nascondendosi.

“La vita consiste nel valutare attentamente una messa in scena in cui sia bello progredire, con personaggi vicino ai quali vivere sia più o meno piacevole.”

Nel finale ci sentiamo liberi e felici, la scrittrice ha reso possibile il miracolo.

Svolazza in cielo finalmente una farfalla.

“Buio” Anna Kańtoch Carbonio Editore

“Adoro questa sensazione, questo calore, e la spensieratezza sospesa tra sonno e veglia.

L’irreale allora si fonde al possibile e a volte mi sembra che non esistano distanze tra essi, e che anch’io potrei essere felice.”

La protagonista di “Buio”, pubblicato da Carbonio Editore e tradotto da Francesco Annicchiarico, è anima combattuta tra presente e passato.

Prova a raccogliere immagini dell’infanzia ma si sgretolano e diventano pulviscolo.

Sa che un evento traumatico l’ha costretta tra le mura di un sanatorio di malati di nervi ma riesce solo a collocare nella mente un’estate afosa e una donna che potrebbe essere la sua sosia.

Il ritorno a casa del fratello dovrebbe aprire una breccia ai ricordi ma c’è qualcosa che le impedisce di entrare nel vortice confuso della memoria.

Ricorre la parola “Il mio segreto” ed è come un segno distintivo, una ferita da accettare, il prezzo da pagare per vivere nel normale contesto sociale.

Il tempo oscilla e mostra una clessidra bizzarra dove al posto della sabbia si addensano cerchi di luce.

Anna Kańtoch procede spedita negli spazi inquieti della mente.

Gioca con assonanze e metafore, passa dalla prima alla terza persona, inverte i ruoli dei personaggi.

Crea l’attesa e nel momento di sospensione dell’azione scenica introduce un dubbio.

Tutti nella famiglia del nostro personaggio rivelano atteggiamenti ambigui e su questa ambiguità si costruisce l’ipotesi di una colpa.

“Non riesco ancora a pensare a quel periodo senza che il cuore mi si riempia di nostalgia.”

Sentimento che attraversa le pagine, imprime il senso di immaterialità al quotidiano che sfuma indistinto nella rete di un prima tutto da decifrare.

Romanzo perfetto nelle dinamiche psicologiche sviluppate, ricco di suggestioni che ricordano la struttura del noir.

“Nel grigio della prima sera il bagliore di una candela appesa allunga solo le ombre.”

I contorni degli oggetti sono sbiaditi mentre la luce si insinua prepotente a rischiarare frammenti di qualcosa avvolta nell’oblio.

Sussurri che nascondono parole non dette, presenze che sembrano uscite da un racconto gotico.

L’accenno al teatro di Shakespeare è uno dei tanti indovinelli sparsi nel testo ed è importante collegare la magia dello spettacolo e dell’atmosfera dietro le quinte con la tensione che anima la narrazione.

Un invito a lasciarsi andare e a far svanire “Il confine tra possibile e impossibile.”