“Caro Pier Paolo” Dacia Maraini Neri Pozza

 

“La originalità di un poeta non consiste in quello che argomenta razionalmente,

ma nel passare attraverso le strette fessure della realtà

per cogliere i lampi della sua luce nascosta.

Non è cosí?

Tu sei stato bravissimo in questa operosità da cercatore d’oro.

Hai scavato setacciando la terra nera e anonima,

per raggiungere quei piccoli grumi di oro puro che volevi mostrare al mondo.”

Parole accorate dove forte è il rimpianto e la malinconia.

Desiderio di narrare non solo lo scrittore ma la complessità dell’Uomo.

Quell’anarchia solitaria che gli permetteva di osservare senza lasciarsi influenzare dalle ammucchiate culturali, la relazione tra corpo femminile e sacralità, la mitizzazione della figura materna, la necessità di elaborare un proprio percorso intellettuale.

“Caro Pier Paolo”, pubblicato da Neri Pozza, non è uno dei tanti saggi su Pasolini.

È molto di più, incontro e amicizia, vissuto condiviso e fermenti culturali.

Viene descritta una figura poliedrica che ha saputo utilizzare più forme espressive cercando in ognuna di stabilire  delle priorità.

La poesia di denuncia, il cinema come rielaborare della tragedia, il saggio dal taglio fortemente rivoluzionario, i pezzi giornalistici sempre dalla parte di una giustizia non di forma ma di sostanza.

Ci si chiede il perché Dacia Maraini attinga al sogno dove appare l’amico che ha accompagnato il suoi giorni.

Attraverso la visione notturna è arrivato un imperativo morale, una chiamata alla quale non è possibile sottrarsi.

La scrittrice regala  i viaggi condivisi, le lunghe chiacchierate.

Una filograna sottile di ricordi che scandiscono un tempo storico ed aiutano a comprendere il peso della Cultura in quegli anni.

Si filtrava la realtà e il quadro che emergeva non sempre mediava con il potere.

Si pagavano dei costi e Pasolini è stato vittima sacrificale.

Della sua morte molti passaggi sono avvolti nel mistero.

Certamente andò incontro alla fine a testa alta, profetta e vate anche di quell’ultima messinscena.

Tante le immagini tenere, affettuose, emozionate.

“Ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe. Il volto serio, pensoso, gli occhi accesi.

Il tuo corpo esprimeva qualcosa di risoluto e di doloroso.

Eri tu, in tutta la tua terribile solitudine e profondità di pensiero.

Ecco, io ti immagino ora cosí, in corsa sulle dune di un cielo che non ti è piú ostile, sgusciato dai sensi di colpa, anche se mai davvero libero dalla ricerca perenne di una madre troppo amata e di un «fanciullo pascoliano che voleva abbracciare la vita ma veniva preso a calci.”

A me piace osservare una foto forse spiegazzata.

È quella che rappresenta meglio uno scrittore immenso.

“e sono qui solo come un animale senza nome: da nulla consacrato, non appartenente a nessuno, libero d’una libertà che mi ha massacrato.

Versi da ricordare e tramandare perché invitano “a camminare verso” con coraggio e determinazione.