“Penelope alla peste” Veronica Passeri Castelvecchi Editore

“Penelope alla peste”, pubblicato da Castelvecchi Editore, raccoglie le storie di 14 donne durante la pandemia.

Ognuna ricama il suo racconto, lo rende prezioso offrendo una narrazione molto onesta.

“Le persone sono abituate a vedere la guerra, i terremoti, lo tsunami in televisione, sono abituate alla spettacolarizzazione dei disastri.

Ma poi basta spegnere la tv e non esiste più niente.”

Nelle riflessioni di Barbara si sottolinea la dicotomia tra realtà e finzione, l’incapacità di comprendere che il virus era entrato nelle nostre città.

La difficoltà della didattica a distanza, la paura di non rivedere i nonni, la concitazione nei reparti covid, il bisogno di “raccontare per alleggerire il carico” sono segni di uno stravolgimento totale.

Le certezze sono state sostituite dallo spaesamento, il tempo si è allungato mostrando le conflittualità familiari.

“La guerra aveva la sua galleria di figure e i suoi colori.

Questo virus, invece, non si vede.

Si sa che aleggia nell’aria e che ci ha strappato alle nostre vite.

È un nemico subdolo.”

È la distanza, l’isolamento, l’assenza di abbracci a rendere surreale l’atmosfera mentre le sirene spaccano il cuore.

Veronica Passeri scrive un testo empatico ed ha la capacità di trasformare un’analisi sociologica in una rappresentazione teatrale.

Siamo noi i protagonisti, ci muoviamo tra le parole cercando il segno di una speranza.

La testimonianza dell’ostetrica Cinzia, i sogni della giovane Andrea, la competenza di Sara nel dedicarsi agli ultimi: tracce di un’umanità che non si lascia piegare dalla paura del contagio.

Un collage da leggere per attraversare il buio e provare a trovare la forza per andare avanti.

 

 

 

 

“Guayabas Voci femminili dalla Colombia” Castelvecchi Editore

Sedici scrittrici e altrettante brillanti traduttrici compongono un’antologia letteraria che pur nella diversità di stili e tecniche narrative mostra un disegno comune.

È il bisogno di dar forma alla parola, estrapolarla dal contesto e darle vita.

Il fonema che si intreccia ad aggettivi e verbi costruisce vertigini immaginifiche, sogni impossibili, ritratti che si specchiano su vetri frantumati.

“Guayabas Voci femminili dalla Colombia”, pubblicato da Castelvecchi Editore, è come l’omonimo frutto.

È il profumo di una Terra, la generosità del corpo che si dona, l’abbraccio che protegge.

Consapevolezza di qualcosa che sfugge alla comprensione, bisogno di evadere da prigioni familiari.

Domanda che distrugge il dogma della figura femminile statica, arresa, incapace di scegliere.

Prezzo da pagare per conflitti che non appartengono al popolo.

“Voglio solo raccontare la mia storia, condividerla in qualche modo con qualcuno…

Ho deciso di lasciare questa confessione qui, tra queste pagine.

Così la troverà solo chi ne avrà bisogno.”

Perché la scrittura è condivisione del pensiero.

E i pensieri nel testo si rincorrono: malinconici, audaci, provocatori.

Lanciano idee che restano sospese, pronte per essere decifrare dal lettore.

L’amore può essere tormentato, insufficiente, lacerante mentre “il disamore è la peggior forma di espropriazione, il disamore è l’esilio.”

L’oscurità è paura di essere invisibili, la luce l’accecamento dei sensi.

“Non ha più paura di piangere e le lacrime hanno cominciato a pulire i cristalli opachi della sua anima.

La sua vita tornerà a splendere dopo, forse più nitida, all’altro lato dei suoi occhi, e potrà sedersi, come in una sala cinematografica, a contemplare le immagini di quegli ultimi mesi come se fosse solo una tra i tanti invitati al duello.”

Essere distante, osservarsi da lontano, accettare le ombre, improvvisare segreti e non svelarli.

Non costruire finali perché la letteratura non si può chiudere nel recinto di un prima e un dopo.

“Non sarebbe tornata, e se qualche volta lo avesse fatto, il paesaggio sarebbe stato diverso e lei stessa sarebbe stata un’altra donna.”

Importante è accorgersi del cambiamento ed andare avanti.