“La collana viola” Cesare Pavese Ernesto de Martino Bollati Boringhieri Editore

 

“Nell’estate del 1945, in casa Einaudi il problema delle collane era all’ordine del giorno.

Bisognava ri – definirsi, e subito.

In questo rapido e intenso autoprocesso di ristrutturazione, non si parla ovviamente che di rottura o continuità col passato della Casa: di collane da chiudere, di collane da proseguire, di collane da progettare.

Non manca chi gattopardescamente propone di eliminare la suddivisione della produzione in collane.

A questo precipitoso ma salutare dibattito partecipa naturalmente anche Pavese, che nel frattempo è stato nominato direttore editoriale.”

Leggendo la ricca ed esaustiva prefazione di “La collana viola”, pubblicato da Bollati Boringhieri Editore e curato da Pietro Angelini, si comprende subito la preziosa qualità dell’opera.

Si torna indietro nel tempo e si vive l’esperienza unica di conoscere i progetti editoriali di una casa editrice come Einaudi.

Si entra nel vivo di un percorso intellettuale che ha segnato profondamente il Novecento, si intuiscono quelle scelte che rivoluzioneranno il panorama culturale italiano.

Attraverso le lettere che Pavese si scambiò con Ernesto de Martino si sviluppa l’idea della Collana Viola che si occuperà di etnologia, storia delle religioni, psicologia religiosa.

Due figure con percorsi differenti si confrontano con sincerità e onestà.

Inizialmente sembra che il rapporto sia sbilanciato ma procedendo nella lettura ci si accorge che inizia un’intesa.

Lo scrittore piemontese è voce dell’editore e in diverse occasioni mostra la sua intransigenza.

“Per voler fare troppe cose Einaudi è costretto a rallentare.

È la storia della boccia d’acqua rovesciata.”

Anche nella scelta dei testi non sempre c’è accordo ed è divertente assistere alle affettuose scaramucce.

Certamente conosciamo un nuovo volto di Cesare Pavese.

Sente a pieno la responsabilità delle scelte che dovrà fare e mantiene uno spirito critico invidiabile.

Nulla gli sfugge nell’evoluzione del progetto, sa incoraggiare e spingere a non arrendersi.

Interessante la sua concezione di mito che non è “un tesoro autosufficiente da conservare nella bambagia o nel personale altarino, bensì un crogiuolo in cui il selvaggio, l’istintuale va domato, fuso e sublimato.”

Tanti i libri citati, infinite le riflessioni, stretta la connessione tra politica e cultura, tra sperimentazione e tradizione.

Complimenti a Bollati Boringhieri per aver dato alle stampe questo prezioso volume.