“Cos’hai nel sangue” Gaia Giovagnoli Nottetempo

 

“Ho pensato a me da piccola e mi sono detta che avrei giocato con la mamma se ci fossimo conosciute da bambine.

Eravamo così simili.

Anche lei aveva qualcosa fuori posto – una smorfia.

Non era bella ma aveva una grazia tutta sua.

Prepotente.

Coraggiosa.”

Desiderio di imitazione che può tramutarsi in schiavitù.

Farsi simile significa sparire e assumere altre forme.

Acquattarsi e osservare le mosse dell’adulta, concederle il lusso di dominare.

Occhi che traforano, colpe subite senza speranza di redenzione.

Il rapporto madre figlia è trappola e delirio, ossessione e insofferenza.

Fuga e ritorno e quando quel corpo cede alla vecchiaia il peso si fa insopportabile.

Troppi misteri ed una carne che offre brandelli di follia.

Gaia Giovagnoli ha un esordio narrativo travolgente, spezza le catene di una relazione buonista e mostra l’oscuro mistero della maternità.

Laureata in Antropologia culturale all’università di Bologna, introduce elementi simbolici e li governa con maestria.

Se è vero che nella narrazione dominano due figure antitetiche, distanti e stritolate da troppi silenzi, la storia torna all’origine di tutto.

Diventa cartina al tornasole di una civiltà dove sembra che le donne abbiano il dominio della storia.

Bisogna leggere con attenzione “Cos’hai nel sangue”, pubblicato da Nottetempo.

Vivere l’esperienza che ha risvolti gotici senza porsi domande.

Entrare nella dimensione onirica dove il sogno ha forti ambivalenze.

Ascoltare le testimonianze di chi vive a Coragrotta.

In quel borgo isolato e sperduto nel nulla si vive una maledizione che colpisce le abitanti.

E in quegli occhi smarriti, nelle voci roche, nelle mani che si alzano verso il cielo c’è rappreso l’urlo di tutte coloro che hanno perso i loro figli.

La tensione narrativa è fortissima, la mitologia si mescola al quotidiano, la leggenda diventa realtà.

La spiritualità è un arcano che non svela ma nasconde e confonde.

È la Santa che diventa icona, è la redenzione che non arriva.

“Il modo di volermi bene della mamma è stato così simile a una stanza piena di vento.

Le porte che sbattono, le finestre spalancate, che franano a terra.

Ora me ne rendo conto.”

La verità è una rivelazione a tratti scomoda, bisogna accettarla e conviverci.

La luce apparirà e finalmente il pianto liberatorio.