“Senza sbarre” Cosima Buccoliero Serena Uccello Einaudi Editore

 

 

“Quando una persona entra in cella, qualunque sia stata la sua vita precedente, è una persona disperata.

Si trova inevitabilmente in una situazione di bisogno, così mi chiedo innanzitutto cosa posso fare per permetterle di rimettersi in piedi.

Mi preoccupo per lo più dei bisogni primari.

Mi colpisce l’insensatezza dello smacco, come la vita possa diventare assurda e come l’insensatezza possa generare ingiustizia.”

Cosima Buccoliero sta per lasciare la direzione della Casa di Reclusione di Milano Bollate.

L’aspetta un nuovo incarico ma per chiudere questa esperienza ha bisogno di raccontare.

La sua voce è sincera, commossa, accorata.

È stata custode dei giorni di vite spezzate, ha ascoltato, scelto, individuato progetti di reinserimento.

Ha saputo coniugare il dentro con il fuori insegnando ai figli quanto sia importante superare i pregiudizi,

“che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi. Che non è bianco o nero. Ma che esiste il grigio, e che il bianco può diventare nero e viceversa.”

Insieme ad una squadra di collaboratori ha costruito un modello alternativo di carcere, un progetto che potrà essere imitato.

Il suo primo impegno è stato quello di esserci, di abbandonare la comodità di una scrivania e di imparare a condividere le problematiche, le solitudini, le disperazioni del singolo.

Non basta provvedere alle urgenze, è necessario dare senso al tempo, proporre attività che siano formative professionalmente e culturalmente.

Bisogna pensare a spazi che siano aperti pur essendo chiusi.

Rompere l’isolamento, far circolare idee.

“Senza sbarre”, pubblicato da Einaudi Editore, non è solo esperienza di una donna che crede nel suo lavoro.

È sperimentazione, ricerca, attuazione della Costituzione.

È dare l’occasione ai carcerati di non essere numeri ma persone.

Osservare i comportamenti, comprendere che cucinare in cella significa riprodurre quel privato affettivo che manca.

Invitare ad accettare un impegno, a scegliere di partecipare.

“Dedicare tempo a un detenuto vuol dire conoscere lui, certamente, ma pure la sua famiglia, la sua rete di amicizie, sapere decifrare il suo mondo.

E allora si ha una mappa.”

Tanti esempi, scorci che parlano al nostro cuore.

Attraversare le porte e sentirsi straniato, assente.

Esprimere la propria creatività cercando di difenderla come bene prezioso.

“Fatichiamo a capire, fatichiamo a rispondere, abbiamo bisogno di strumenti che stentiamo a riconoscere.

E non è neanche solo una questione di mancanza di educatori.

È proprio che ci troviamo a maneggiare un alfabeto sconosciuto.”

L’autrice ci regala alcune lettere di questo alfabeto, lo fa mettendo a nudo le criticità di un sistema, le difficoltà legate alla mancanza di personale, gli episodi significativi, gli errori e le vittorie.

L’emergenza Covid, la distanza della città che non è parte integrante di un percorso che riguarda tutti: un saggio illuminante che si legge come un romanzo.

Un grazie va anche alla giornalista Serena Uccello e all’editore che ci hanno permesso di capire che dovremo imparare insieme “nuovi linguaggi in un nuovo contesto.”