“Il cane di Falcone” Dario Levantino Fazi Editore

 

Quando si parla di mafia il rischio di essere generici, banali e, cosa ancora più grave, retorici, è molto forte.

Con arguzia e tanta creatività Dario Levantino aggira l’ostacolo.

Nei suoi libri ha rappresentato una certa Sicilia, quella che fa paura a molti, che zittisce e rende involontari complici.

Lo scrittore va per la sua strada convinto che la letteratura è anche e soprattutto impegno civile.

“Il cane di Falcone”, pubblicato da Fazi Editore, riesce ad essere originale, tragico e al contempo molto divertente.

Sembra impossibile conciliare questi due estremi ma fin dalle prime pagine intuiamo che l’autore ha raggiunto un obiettivo fondamentale.

È riuscito a rappresentare la sua terra nella sua interezza, mettendo in scena l’olivo e l’olovastro, dei quali parlava Consolo.

“Cominciamo con la prima stramberia di questa storia: io sono un cane.

Si, lo so, hai vissuto una vita intera con la convinzione che i cani non possono parlare, figuriamoci se tu adesso riconoscerai che un cane può addirittura scrivere un libro.

Ma che vuoi che ti dica, il libro che tieni tra le mani l’ho scritto io, e si dá il caso che io sia un cane.”

Mi piace partire dall’incipit perché ha diverse particolarità.

Protagonista un animale che esce dagli schematismi della realtà e mostra il suo lato umano.

Una trovata spericolata ma decisamente intelligente.

Diventando voce narrante è protagonista assoluto e può permettersi di raccontarci con ironia le problematiche dell’esistenza canina.

Non solo, riesce a stemperare i momenti di più alta tensione.

Da piccolo subisce il trauma della perdita e scopre la cattiveria.

La madre viene uccisa barbaramente, un passaggio importante che farà da collante con il resto della narrazione.

Morte e Male sono i due binomi che uniscono inizio e fine.

Il cucciolo deve sopravvivere ed impara a cavarsela da solo.

Altro elemento simbolico che ci coinvolge tutti, costretti ad essere testimoni della mattanza che avverrà in Sicilia.

Ma andiamo per gradi.

È necessario prima prendere coscienza che la mafia non è un’invenzione.

“Vidi i corpi dei quattro uomini privi di vita, e capii che la mafia esisteva eccome.

Mi convinsi pure di un’altra verità: non possiamo accorgerci della mafia soltanto quando viene allo scoperto, perché le cose accadono quando sono già accadute.”

L’eccidio del giudice Rocco Chinnici e della sua scorta esce dall’oblio e diventa memoria.

Sarà l’incontro con Giovanni Falcone a dare una svolta decisiva alla trama.

Finalmente il nostro cagnolino avrà un nome, un padrone, una casa.

Imparerà le regole del vivere civile, sentirà cosa significa ricevere una carezza.

Due anime che nella diversità trovano un’intesa.

La maestria di Dario Levantino non è ancora finita.

Pagine intense dove in maniera schematica ma incisiva si traccia il quadro della gerarchia mafiosa.

Nomi, cognomi, date, perché è importante sapere.

Ci si emoziona leggendo cosa costò “la guerra contro lo Stato.”

“Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giuseppe Fava, Antonino e Stefano Saetta, Mauro Rostagno…

Erano i soldati dello Stato caduti in battaglia.

Morti fuori, vivi dentro.

Di me.”

Basterebbero queste frasi a delineare il quadro di una scrittura che parla al cuore della Nazione.

Urla la rabbia e il rimpianto, invito a continuare le battaglie iniziate dai tanti che hanno creduto nella giustizia.

Le ultime pagine sono un pugno nello stomaco, forti e nitide.

“Dal cielo nacque la luna, pianse la pioggia, caddero i sogni delle stelle avverandosi infranti.”

Come scrive Maria Falcone nella prefazione:

“L’autore ci insegna che affrontare i propri mostri e sconfiggerli è molto più facile di ciò che temiamo.”

 

 

 

“La violenza del mio amore” Dario Levantino Fazi Editore

 

“Brancaccio è quello che è.

Ma è il nostro quartiere.

È una colata di cemento senza criterio.

A casermoni vecchi e crepati si alternano casupole di pochi piani, diroccate e abusive.

I pochi negozi non hanno insegne, fuori espongono pezzi di scatolone coi prezzi scritti a pennarello; macchine distrutte e probabilmente rubate invadono i marciapiedi su cui si affacciano balconi tutti arruginiti.”

Se nelle precedenti prove letterarie di Dario Levantino Palermo era protagonista e si mostrava come una vecchia signora logorata dai conflitti,  in “La violenza del mio amore”, pubblicato da Fazi Editore la prospettiva narrativa evolve.

La città fa da sfondo ad un disagio sociale, ne è silenziosa complice, ma sa anche essere poetica.

“Palermo, per colori, è una cassata siciliana la domenica in pasticceria dopo la messa…

È il rito che genera incanto e seduzione.

Le pale di fico verdeggiano sui cigli delle strade, i mandarini tempestano le campagne di pioggia arancione, i fiori di zagara seminano il bianco nei cortli in centro, le cupole rosse dei monumenti incendiano i tramonti.”

Emergono i personaggi e la scelta della prima persona singolare accentua la credibilità del costrutto.

Rosario sa essere interprete di un proletariato schiacciato dalla prepotenza mafiosa.

La società e la scuola vorrebbero classificarlo tra i perdenti sottovalutando il potenziale affettivo del giovane.

Anna è il sogno e il rifugio sicuro e la vita che porta in grembo suggella un’idea di famiglia che resiste.

La scrittura è lineare, colloquiale, sintetica.

Nell’essenzialità della prosa la figura del sacerdote buono e della madre permettono allo scrittore uno spazio intimo.

Si percepisce il bisogno di segnare un confine tra bene e male in un territorio che è dominato dalla malavita.

Poche parole dialettali differenziano il romanzo e lo purificano da regionalismi ormai abusati.

Convincente il finale perché non scontato.

Mentre cala il sipario succede qualcosa che disorienta il lettore.

Gli ricorda che “nei luoghi della nostra espiazione ci serve sempre un fiore reciso a guardia del dolore.”

“Cuorebomba” Dario Levantino Fazi Editore

Dario Levantino torna nella sua amata Palermo con una narrazione dai toni forti.

Rispetto a “Di niente e di nessuno, pubblicato da “Fazi Editore” nel 2018, “Cuorebomba” ha una voce più accesa.

Il protagonista, il giovane Rosario, ha un’accelerazione emozionale, una intraprendenza che reppresenta con maggiore intensità il palermitano.

Alle offese della vita risponde senza perdere di vista la spontaneità e la spregiudicatezza dell’infanzia.

Sa di vivere in un quartiere difficile, Brancaccio, ne ha assaporato le asprezze ma non accetta di essere classificato come un emarginato.

Quel luogo poco accogliente, raduno dei perdenti, dimenticato dalle istituzioni è la sua casa nell’accezione più profonda del termine.

È storia di una famiglia anche se sgangherata, è la voce graziata delle vicine, il dolore dei pugni ricevuti, il sudore in un campetto di calcio.

“Io copro i silenzi della sua depressione coi rumori.”

A quella madre che non sa più reagire il nostro eroe solitario regala un infinito amore e quando i servizi sociali decidono di allontanarli al dolore si sostituisce la rabbia.

In questi anni di figure spente lo scrittore propone un’alternativa. Offre un personaggio reattivo, a volte impulsivo ma tremendamente reale.

“L’amore si trascina appresso sempre un risvolto tragico, come se il dolore fosse l’inevitabile pegno da pagare in cambio di un sentimento più intenso. Più ami, più ti devi fare male.”

La strategia narrativa ben riuscita è quella di interagire con il testo, di essere voce narrante che accompagna il piccolo Rosario.

“Viene la sera, a mangiarsi i contorni.

A togliere la custodia alle stelle.”

Un romanzo che dosa il dialetto senza eccedere, trasformandolo non in una nota di colore ma di una espressività.

“Leggere era l’unico modo che conoscevo per non affondare nel fango, mi permetteva di andarmene di casa pur restando immobile.”

Imprevedibile come la vita il libro mostra che la verità è dura da raggiungere e mentre “Palermo è come una rosa selvatica senza spine” i lettori hanno voglia di visitarla, di capire, di conoscere una capitale che continua a nascondere un duplice volto e a sapersi riconciliare con il passato.

 

 

 

 

Incipit di “Cuore bomba”Dario Levantino Fazi Editore

 

“C’ho sedici anni, una mamma malata e tutta una vita davanti.

C’ho sedici anni e ho capito una cosa: i padri, i figli, li hanno sempre odiati.

Lo dicono tutti: pure i telegiornali, pure gli psicologi, pure la mitologia!”

“Cuore bomba” Dario Levantino Fazi Editore