“Tutto per i bambini” Delphine de Vigan Einaudi Editore

 

“Tutto per i bambini”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Margherita Botto, turba per la capacità di raccontare la dipendenza dai social.

Aiuta a comprendere le cause, le falle e le devastanti conseguenze che può provocare questa nuova “patologia”.

Indaga, studia, osserva senza mai perdere di vista le fragilità del nostro tempo.

Permette di cogliere la frattura tra reale e virtuale, di sentirne la schiacciante e martellante schiavitù.

Mélanie è stata attratta fin da piccola dai reality, ha sognato di farne parte per uscire dalle ombre di un anonimato che la opprime.

Alla seconda maternità reagisce alla monotonia di un’esistenza piatta aprendo un canale YouTube dove costruisce il suo personaggio.

Vuole dimostrare forse più a sè stessa che agli altri che è una madre modello e ad una esasperata sovraesposizione mediatica coinvolge l’intera famiglia.

Quello che era un gioco diventa marketing, le identità sfocano inghiottite da un perverso meccanismo di sdoppiamento.

Viene rappresentata una felicità fittizia e l’adesione assoluta alla società dei consumi.

Quando la piccola Kim viene rapita il castello chimerico si sgretola mostrando la follia della società contemporanea.

Ad occuparsi delle ricerche Clara, donna pragmatica, concreta, distante dal luccichio fasullo del web.

Si contrappongono due figure femminili, entrambe con un passato irrisolto.

Il ritmo è quello del thriller psicologico ma ad osservare bene le dinamiche narrative ci si accorge di essere in presenza di una denuncia forte dello sfruttamento dei minori, costretti per ore a condividere le loro giornate sui social.

Vittime alle quali viene strappata l’innocenza, la spontaneità, la creatività.

Pagine intense che fanno riflettere e non lasciano indifferenti.

Delphine de Vigan torna ad accendere i riflettori sul nucleo familiare ma rispetto a “Le fedeltà invisibili” la tonalità dialettica è più prorompente.

È come se la scrittrice non volesse abbandonare la storia, sente la responsabilità di aver lanciato una sfida che non è solo letteraria.

È sociale e riguarda la necessità di proteggere i minori.

Due diverse angolazioni mostrano il modo di vivere la maternità, entrambe interessanti.

Il lettore osserva dall’esterno ed è questa la grande qualità dell’autrice.

Offrire una panoramica oggettiva, non inquinata da pregiudizi.

Tra le parole chiave mi piace citarne una: “condivisione”.

Si accendono i riflettori sulla nostra facilità a pronunciarla e a viverla.

Un romanzo bellissimo e corale che pur nella diversità dei contenuti ricorda “Le gratitudini”.

Alla ribellione dei figli si accompagna il bisogno di ricostruire l’unità dell’essere.

Scorrevole, magmatico, lascia tracce profonde, indica quanto sia flebile il confine della razionalità.

La sofferenza unisce e le parole sono fiumi che inondano il foglio, sgorgano sincere, intrappolano i fantasmi.

Non perdetevelo, fidatevi, traccia un percorso che bisogna seguire per non trasformarci in macchine senza cuore al servizio di ciò che offre visibilità ma non felicità.

 

“Le gratitudini” Delphine De Vigan Einaudi

“Senza il linguaggio cosa resta”?

Michka e il tempo che la sfiora lasciando svuotata.

Corpo abbracciato dalla vecchiaia, presenza che invade gli spazi senza chiedere permesso.

La gestualità lenta e il bisogno di abbandonare la casa e affidarsi alle cure in una residenza per anziani.

“Ha tenuto qualche libro, gli album di fotografie, una trentina di lettere, le carte che la burocrazia impone di conservare.”

“Le gratitudini”, pubblicato da Einaudi, è la poesia della vita che si aggrappa a poche certezze.

Battaglia impari per fermare lo strazio di fonemi che si confondono e si accumulano in frasi disarticolate.

Non luogo che si anima di presenze e di ricordi, di sussurri e  tenerezze, di rimbalzi nel passato e sottrazioni.

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Riorganizzarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

Piccole cose che scompaiono assorbite dall’Io che non ha più certezze.

Lottare per lasciare in superficie il bene ricevuto.

Guardare oltre il finito, cercare nell’indefinito senso e colore.

L’amore di Marie è il fiore consolatorio, la mano che accarezza ripercorrendo un affetto che dura da sempre.

Figura che ricorda un angelo per la leggerezza e la grazia, per la dolcezza di un silenzio e di un’attesa.

L’umanità di Jèrôme mostra il vero volto della condivisione, fatta di piccole, impercettibili attenzioni.

Delphine De Vigan regala una scrittura tersa, densa di dialoghi e di emozioni.

Canta la canzone della resistenza del corpo e della mente.

I fili che uniscono “Le fedeltà invisibili” a questa nuova prova narrativa si percepiscono nell’intreccio delle relazioni, nell’emozione di un legame ritrovato, nella sofferenza che sboccia come rosa nel deserto contemporaneo.

Come si misura la gratitudine? Nel libro la strada da percorrere.

 

 

 

Agenda Letteraria del 25 febbraio 2020

 

 

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

 

Delphine De Vigan “Le gratitudini” Einaudi