“Di seconda mano” Chris Offutt minimum fax

 

Scrivere di Chris Offutt crea un’alternanza di sentimenti.

Da un lato il piacere di farlo conoscere permettendo ad altri di entrare nel territorio del realismo contrapposto.

Cosa intendo?

Se è vero che la realtà viene sparcellizzata e osservata al microscopio è altrettanto significativa la capacità di penetrare tanto in profondità creando visioni che sembrano riassestamenti del tempo.

Leggerlo significa vivere una strana vertigine.

Ci si ritrova vulnerabili e al tempo stesso infrangibili.

Senza timori a mostrare le inconfessabili pulsioni e gli attimi nei quali si vorrebbe fuggire.

È una lotta evidente nei personaggi di “Di seconda mano”, pubblicato da minimum fax e tradotto da Roberto Serrai.

Racconti così ricchi di sfumature, come incisioni sul marmo.

Una donna che sceglie sempre i compagni sbagliati, che non ha mai ricevuto attenzioni dalla madre riesce a fare felice una bambina.

Non è un’eroina ma una figura qualunque che esce dall’anonimato cedendo una parte di sé.

Viene sempre evidenziato il momento della frattura: quando si ha il coraggio di abbandonare la noia, quando si è costretti a fuggire.

È la ricerca costante del porto sicuro, del totale abbandono.

In questa spasmodico tentativo di trovare il proprio posto nel mondo sta la grandezza dell’autrice.

La capacità di inserire la frase giusta, quella che provoca un brivido, nel contesto quotidiano.

La rappresentazione di un paesaggio che sa essere metafora del vivere.

La scelta dei luoghi, sempre di passaggio, sfuggenti, come oasi nel deserto.

Eppure in questi non luoghi c’è l’anima di un’America brulla, arsa, insoddisfatta.

E l’amore è diversità, conflitto, mai resa incondizionata.

Paladine certamente le donne, eccentriche, divertenti, poetiche e tragicamente vere.

“Credere nel destino sembrava una buona scusa per la pigrizia o per la malasorte.”

Una delle tante lezioni che arrivano inaspettate e lasciano senza parole.

C’è una luce abbagliante che guida verso casa.

Ma attenzione casa non sempre coincide con le proprie radici.

È ciò che ci rende liberi.

Un libro che ancora una volta è di una bellezza linguistica e stilistica incredibile.

Un ritmo serrato che non concede pause, l’invito a non accontentarsi della banalità dell’esistenza.