“Dimenticare nostro padre” Francesco Bolognesi 66THAND2ND

 

“L’unica cosa che sapevamo, il nostro vero linguaggio – quello che rappresentava la parte di mondo, infinitesima, ma per noi enorme, che conoscevamo –, era il calcio.”

San Zenone, un piccolo paese in provincia di Ferrara, è ideale scenografia per “Dimenticare nostro padre”, pubblicato da 66THAND2ND.

Il ritmo rallentato di un’estate che sembra infinita e un campo di periferia.

Un gruppo di ragazzini e una passione ereditata.

Basta un pallone e la voglia di esprimere l’irrefrenabile bisogno dì esserci.

Il linguaggio del corpo che nella corsa mette a tacere l’impaccio di sentirsi bambini.

Squadra improvvisata dove ognuno con la sua maglietta scolorita vive un sogno di gloria.

È l’anno 2006 segnato dallo scandalo di Calciopoli e dal Mondiale.

Due eventi che si contrappongono e mostrano volti differenti di uno sport popolare.

“Ma cos’era il calcio per noi?

Cos’era il calcio per i nostri padri, i nostri nonni, per i tifosi della squadra di paese?

Cos’era il calcio per gli italiani che guardavano le partite della nostra Nazionale?

E dopo i fatti di quell’ estate era sempre lo stesso?”

Francesco Bolognesi descrive con precisione il periodo storico partendo da una piccola comunità.

I primi televisori e il piacere di riunirsi intorno all’oggetto magico che trasporta nel mondo agognato della gara.

Una gara che coinvolge tutti e viene vissuta come rivincita o sconfitta personale.

Il libro è di grande attualità e pone interrogativi sul ruolo dello spettatore che si sente italiano e nel tifo esprime la ricerca di radici.

Gli adulti sono macchie sfocate mentre i riflettori sono puntati sugli adolescenti.

Ognuno con il suo soprannome e la sua piccola storia personale mentre l’amore è ancora un sentimento da comprendere.

L’amicizia è una corsa in bicicletta, il sudore sulla pelle, i segreti da condividere.

E quando gli altri, i diversi, i pakistani si impossessano del loro spazio di terra bisogna fare i conti con se stessi.

Imparare ad accettare o a rifiutare.

La scrittura nei dialoghi veloci rende in maniera magistrale la vita di provincia e il dialetto con il suo suono aspro è voce di un passato prossimo.

Fra le righe emerge forte il bisogno di capire la relazione padre figlio.

“La verità è che eravamo tutti come l’Isacco della Bibbia, seguivamo il padre, in tutto quello che faceva, nell’amore per il calcio, nel pensare di essere di sinistra, nel dire terrone.”

Un messaggio forte a provare a staccarsi dai modelli che non sempre coincidono con ciò che vorremmo essere.