“Addio Kabul” Farhad Bitani Domenico Quirico Neri Pozza

 

“L’America, l’Occidente sono rimasti vent’anni in Afghanistan, vi hanno condotto una guerra, scelto e gettato via alleati e governanti, distribuito denaro (150 miliardi di dollari l’anno), ucciso migliaia di persone sulla base di un’antropologia immaginaria, bizzarra, affettata, gracilina, tutta agghindata di mediocri astuzie, pretenziosa.

Una bugia della distanza e della semplificazione, verità di favola che dava una forma confortante ai nostri desideri.

Non abbiamo compreso che qui le ragioni di lotta, che noi definiamo attuali, sono vestite anche di ragioni e di pretesti arcaici.”

La prefazione di “Addio Kabul”, pubblicato da Neri Pozza, ci mette con le spalle al muro e ci costringe ad acoltare ciò che per anni abbiamo voluto non vedere.

Forse è tempo di guardare in faccia la realtà, comprendere cosa ha significato in Afghanistan la presenza degli americani, quali radici ha fondamentalismo.

In quella terra  “di altopiani ventosi, di monti tagliati come ambe, di gole, di crinali che si accavallano, disseminati di rocce e terre cespugliose, che il sole diversifica a colpi di luce”, quanto sono cambiate le strategie dei nuovi talebani?

Eravamo convinti di portare libertà e benessere sottovalutando un substrato arcaico che ha continuato a crescere nell’ombra.

Il dialogo, sotto forma di intervista, di Domenico Quirico a Farhad Bitani ricostruisce una mappa del prima e del dopo.

Il tradimento subito, il sogno infranto di un cambiamento mai avvenuto, la fragilità dell’esercito, il giro di corruzione e di denaro sporco, il ruolo marginale delle donne, le sconfitte subite dagli americani e il numero crescente di morti: il quadro sempre più preciso di quello che è successo.

“Questo è il popolo.

Hanno paura, perché ricordano che cosa hanno fatto i talebani nel 1996 quando conquistarono la prima volta il Paese: tagliavano le mani, le teste, e nonostante dicano che adesso sono cambiati, il popolo ha paura.”

Quirico incede sicuro in un campo che conosce bene, le domande sono precise e circostanziate.

Le risposte sono sincere e tanto dolorose perché hanno la forza di dare un volto alla bestialità e alla follia travestite da una religiosità che si impone nella morte.

Comprendiamo cosa significhi per un bambino crescere in un ambiente violento, quanto facilmente perda l’innocenza.

Tanti i riferimenti storici, ogni episodio segna una mappa tragica e spiega il presente.

La vicenda personale di Farhad rende ancora più vivido il contesto e turba profondamente.

Mi piace sottolineare una frase molto incisiva:

“Io ho scoperto Dio attraverso l’umanità delle persone perché sono entrato nella logica meravigliosa del dialogo.”

Sono certa che sia mancato proprio il desiderio di confronto e troppi preconcetti hanno confuso il quadro generale.

Una lezione per noi occidentali sempre così sicuri di essere nel giusto.

L’augurio è che non si spengano i riflettori su quella parte di mondo che tanto ha sofferto.