@CloeMarcian recensisce “E da una lacrima la felicità” Marco Posata – Editore: Santelli

@CloeMarcian recensisce ” E da una lacrima la felicità” Marco Posata – Editore Santelli


Quando devo parlare di un libro mi capita raramente di dover attendere qualche giorno per metabolizzare quanto letto.

Stavolta ho avuto bisogno di fare un lungo respiro ante scripturam. Ero a conoscenza della ‘politica’ della Santelli editore volta a prediligere testi innovativi e dal contenuto pregnante e incisivo, ma qui si è andati un tantino oltre, poiché “E da una lacrima… la felicità”, è un libro che lascia il segno e una traccia importante oltre le righe.

Nel romanzo di Marco Posata ci sono tante cose. E tutte importanti. È un pugno allo stomaco che ti fa venire voglia di urlare a gran voce nonostante, nel frattempo, ti tolga il fiato dando vita ad un grido muto, scatenato dalla rabbia provocata da un sentimento di impotenza di fronte alla prepotenza.
Nasce l’amara consapevolezza di essere infinitamente piccoli in un mondo troppo grande e spesso ingiusto. Ma è anche voglia di riscatto della protagonista e tenace conquista della preziosa pietra della speranza da scagliare contro il muro di un destino avverso, che le ha portato via il frutto del suo grembo per il quale ora è disposta a tutto, pur di riabbracciarlo.
Questo il filo conduttore della storia di Lora, una donna nord africana, piegata dalla vita e dalla vita di nuovo costretta a rialzarsi.

Nonostante le terribili esperienze, decide di combattere la paura, quella stessa paura che l’aveva accompagnata come il più fedele dei compagni, non l’aveva mai abbandonata e aveva preso posto nella sua essenza vitale.

Lottando contro la propria coscienza per rispolverare un tragico passato dimenticato, cerca di capire cosa ne sia stato di suo figlio, abbandonato trent’anni fa quando era piccolo per volontà dell’amato che poi si rivela persona malvagia. Ma la voglia di ritrovare quegli occhi è troppo grande per Lora:
“Lo gridò al mondo, lo ripeté all’infinito al cielo e alla terra, lo fece ascoltare all’acqua e al fuoco che la circondavano. Ma sopra ogni cosa lo gridò a sé stessa. Doveva ritrovare il suo cucciolo”.
Comincia così un lungo e tormentato viaggio che vede protagonista una donna sola contro tutti, persino contro sé stessa e contro il destino, che parte da un piccolo villaggio alle pendici del monte Akrom, sfidando l’infido mare per giungere in Italia, fino ad arrivare in Florida. Sul suo cammino Lora incontra esseri meschini, ma anche amicizie sincere, incontra il bene e il male ‘brenifieriano’ per dirla letterariamente, o il taoistico yinyang, qualora se ne preferisca un’accezione più orientale, insomma, dualismi che la protagonista affronta con un approccio maieutico verso sé stessa, imbattendosi in difficili momenti di autoanalisi, alla volta di un viaggio introspettivo nel quale ella troverà la verità e rinnoverà la sua muta più volte.
Marco Posata ci mette dinanzi ad una scrittura raffinata, a tratti quasi poetica, intrisa di metafore, che rendono la lettura estremamente godibile e ci fanno immaginare che al posto della penna ci sia stato un pennello a dipingere stati d’animo .

Meticolose e riuscite sono le descrizioni di luoghi e sensazioni, si percepisce il lavoro che c’è dietro sull’organicità complessiva del racconto; le descrizioni sono lo specchio dell’anima del romanzo di Posata e ricordano, per certi versi, quelle della Cuernavaca messicana descritta nei romanzi di Lowry. Se chiudo gli occhi posso ancora vedere i colori dei posti visitati, toccare le sfumature, sentirne i profumi, soprattutto nel primo capitolo, nel quale Posata assume il punto di vista del narratore onniscente, che guarda i luoghi dall’alto verso il basso, e che va dal generale al dettaglio dedicandosi alla descrizione paesaggistica sempre con zelo.

Forte, per tutta la narrazione, la presenza di climax (ascendente in questo caso), che raggiunge alti picchi di emozione che accompagnano la drammatizzazione della storia, a tratti avvolta da una tensione insostenibile.

Della tecnica narrativa dello ‘show don’t tell’ secondo la quale uno scrittore deve dirci solo il necessario lasciando intendere, qui non c’è traccia e quando accade, da lettrice, sono contenta.
E questo è un libro forte nel vero senso del termine. Senza addolcire nulla, l’autore ci mostra una parte di mondo che troppo poco conosciamo, ma che altrettanto spesso giudichiamo senza pietà, senza empatia. Lora sono io, Lora siamo tutte. I temi trattati sono molti e te li senti addosso tutti: l’abbandono, la pena di morte, la droga, la prostituzione, la violazione dei diritti, il dolore, la speranza, la commozione, fino al perdono.
Ci sono personaggi che ti restano dentro e se è vero, come ricorda George R.R. Martin, che “Chi legge vive mille vite prima di morire”, mi sento di dire a Lora che è stato un piacere conoscerla e fare un pezzettino di strada insieme e che le sue mille vite, ce le ha fatte vivere tutte con lei, in queste duecentoventisette pagine. Mi ha lasciato tanto, ma più di tutto mi ha fatto riflettere sul fatto che a volte, anche da una lacrima, può nascere la felicità. E che non c’è amore più grande di quello che una madre prova verso un figlio.
Non era facile parlare di questo argomento senza risultare banali, poiché la figura della madre è un topos della letteratura di ogni tempo, soprattutto di quelle madri che vivono in funzione del figlio, come Teti con Achille, o Venere con Enea nell’Eneide, o come la Vergine che osanna i figli, omaggiata nel Canto XXIII del Paradiso da Dante, per cui l’autore ha un debole intellettuale. Ma Marco Posata non ha esitato a fare il suo esordio proprio con tematiche austere. Si narra che una mattina di dicembre di qualche anno fa, si sia svegliato nell’amato paesino vicino Pescara dove vive, e abbia promesso a sé stesso di scrivere un romanzo, ma non un romanzo semplice, una storia che avrebbe lasciato qualcosa al lettore, un’avventura che avrebbe portato a molteplici riflessioni.
Che questa sia o meno una leggenda, la promessa è stata mantenuta.