“Morti ma senza esagerare” Fabio Bartolomei Edizioni e/o

“Morti ma senza esagerare”, pubblicato da Edizioni e/o, è la prima delle quattro storie della “Quadrilogia della famiglia”.

Un racconto breve intriso di dolcezza dove anche i sogni impossibili si avverano.

Vera si è staccata presto dall’amore vischioso dei genitori, ha preferito camminare con le proprie gambe, certa di essersi scrollata di dosso un’affettività ripetitiva.

Alla morte improvvisa e inaspettata delle figure parentali crollano le resistenze.

Capire cosa l’ha spinta ad allontanarsi, ricordare ogni gesto amorevole.

Fabio Bartolomei ha la genialità di inventare un imprevisto che trasforma la commedia in un misterioso fantasy.

Nello sviluppo del meccanismo di elaborazione del lutto padre e madre tornano ad essere reali.

È il paradosso dell’amore che sfida i perimetri dell’Aldilà.

È la delicata ricomposizione di un trio affettivo che nelle gestualità quotidiana riannoda i sentimenti.

Quelle attenzioni date per scontate, a volte invasive, acquistano il sapore della geniunità.

Le raccomandazioni, gli abbracci, le premure mostrano il volto luminoso del concedersi.

Le pagine scorrono mentre si sente il bisogno di vivere quell’esperienza surreale, si ricordano i sorrisi non ricambiati, le parole dimenticate.

Ci si accorge che il nucleo originario terrà sempre una fiaccola accesa.

Che l’assenza si può nutrire di memorie, che esiste un patrimonio indissolubile.

Tra risate e lacrime l’autore assolve la famiglia, le concede qualche ingerenza, la coccola e la protegge da una società che è disgregante, incapace di fortificare le proprie radici.

“Ogni volta che ti picchio” Meena Kandasamy Edizioni e/o

“L’amore non è cieco; guarda soltanto nei posti sbagliati.”

“Ogni volta che ti picchio”, pubblicato da Edizioni e/o, non è solo la lenta, minuziosa ricostruzione di un amore malato.

È l’atto liberatorio di chi finalmente ha il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Un matrimonio che fin dai primi mesi diventa gabbia che limita ogni spazio ideativo.

“Non c’è passato.

Sono stata trasformata in una tabula rasa.”

Un crescendo di violenze psicologiche e fisiche che vengono narrate con distacco, come se si osservasse una pellicola in bianco e nero.

La distanza necessaria per rendere oggettivo il racconto, per non cadere nella trappola del vittimismo.

“Non ho intenzione di lasciarmi domare da questi attacchi di collera”.

Per sopravvivere la protagonista invia lettere ad amanti immaginari, sceglie rime da ripetere come un mantra.

La forza d’animo di questi tentativi di difesa è commovente, spinge il lettore a sentire empatia, a studiare con attenzione i piccoli e grandi eventi che devastano la quotidianità.

Meena Kandasamy offre uno spaccato della società indiana ancorata a tradizioni che vogliono la figura femminile relegata al ruolo di “moglie perfetta”.

Fa riflettere sull’atteggiamento maschilista dei cosidetti “compagni”.

Ci si chiede quanto cammino bisogna percorrere per liberarsi da tabù e pregiudizi.

“Ogni volta che mi picchia il terrore nasce dall’intuizione che tutto questo continuerà, che non finirà facilmente.”

Il romanzo nello scorrere delle pagine si riempie di dolore.

Cocci di una personalità ridotta ad oggetto, sogni slabbrati e inutilizzabili, corpo violato, parole che si inceppano.

Lo stupro diventa possesso, osceno annullamento della dignità, cenere che si disperde nel silenzio.

Una storia che cuce insieme vergogna e coraggio, solitudine e speranza .

Solo ls scrittura  protegge, avvolge, difende.

“Sono la donna che, col cuore spezzato, crede ancora nell’amore.”

 

 

“Niente per lei” Laura Mancini Edizioni e/o

“I bombardamenti quel giorno stavano distruggendo le strade, buttando giù interi palazzi, frantumando i binari, spezzando ponti a metà.”

Il realismo nell’incedere incalzante di una scrittura che si snoda nel tempo componendo immagini e disfacendole.

“Niente per lei”, pubblicato da Edizioni e/o, è prova che la letteratura può interpretare la Storia.

Non solo raccontarla ma renderla viva, sempre attuale.

Tullia ha l’innocenza di bambina e lo sguardo attento a cogliere negli altri piccole crepe.

“Una voce dentro però mi avvisava: adesso è diverso, tu sei diversa, i tuoi genitori sono diversi, le cose cambiano.”

Nella frase ruota il senso profondo del romanzo, l’instabilità che crea alterazioni percettive e affettive.

Gli altri sono soggiogati da eventi che cambieranno il corso delle esistenze, disorientati provano a capire quali meccanismi governano il mondo.

La rabbia repressa nella madre che non sorride mai è archetipo di una relazione complessa ma non distorta da recriminazioni.

Il conflitto è articolato attraverso un gioco psicologico sottilissimo, un fronteggiarsi per conoscersi, odiarsi, amarsi.

“I muraglioni del Tevere sembravano grotte di un presepe dirupati”

Un unico cerchio chiude Roma e i suoi abitanti.

Soffi di vita che si miscelano in un tempo che sarà segnato dalla perdita e dalla consapevolezza che bisogna andare avanti.

“Quel giorno avevo deciso che non avrei mai abbassato lo sguardo per prima.”

Le parole con la loro ineffabilità sono calamite che aprono nuove prospettive, “il piacere di leggere” è palpabile, come un bisogno primario.

Sono un ponte salvifico alleviando la difficoltà di crescere.

“Non avrei accontentato altri che me stessa, non avrei sminuito la dimensione del mio mio sogno.”

Al suo esordio narrativo Laura Mancini ci regala una figura femminile determinata, impavida, ferocemente aggrappata ai suoi desideri.

Ci invita a rileggere un lungo periodo storico e la scelta di introdurre in ogni capitolo una data è la necessaria esigenza di trasformare il lettore in testimone.

Una prova letteraria brillante, un’autrice che scommette sull’accurata ricerca filologica.

Nel linguaggio c’è sempre uno scarto fra ciò che appare e il suo rimando concreto e la scrittrice ha la capacità di farne percepire ogni vibrazione.

 

@emapaladino recensisce “La vita bugiarda degli adulti” Elena Ferrante Edizioni e/o

@emapaladino recensisce “La vita bugiarda degli adulti” Elena Ferrante Edizioni e/o

“Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto — gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole — è rimasto fermo.”Così inizia “La vita bugiarda degli adulti”. Rappresenta il ritorno
della misteriosa ed amata Elena Ferrante.
Questa nuova fatica, dalla prima frase, preannuncia una nuova storia
in cui emerge una nuova protagonista femminile (Giovanna).
Una storia che sembra avere delle connessioni con Lenù Greco, la
protagonista della quadrilogia de “L’Amica Geniale”: la ricerca di se stessi, il senso di profonda incertezza verso l’esterno.In questo libro però c’è un punto di rottura rispetto al precedente
lavoro: la protagonista Giovanna, non vuole subire silente ciò che le
circonda, cerca verità e speranze per se stessa sin da subito.
Emergono le figure genitoriali, l’enigmatica zia Vittoria, le amiche,
gli amori, il confronto col sesso, l’immagine della Napoli popolare e
borghese.

“La vita bugiarda degli adulti” è un viaggio esistenziale su come gli
adulti nascondano le proprie fragilità e, di riflesso, gli stessi
figli ne diventino complici o succubi.
Un viaggio intenso su un’adolescenza colpita da diversi eventi che
metteranno Giovanna a ridiscutere della propria condizione sociale.

Probabilmente abbiamo in mano il primo capitolo di una nuova
antieroina, nello stile tipico della scrittrice napoletana.

“A sua immagine” Jérôme Ferrari Edizioni e/o

 

 

“La fotografia però non dice niente dell’eternità, si compiace dell’effimero, attesta l’irreversibilità e rimanda tutto al nulla.”

Antonia fin da piccola si è divertita a fotografare e nei suoi tentativi incerti, impacciati c’è il desiderio di comprendere cosa si nasconde dietro ai volti, agli sguardi.

“L’enigma era l’esistenza della traccia stessa: la luce riflessa da corpi ormai invecchiati o da tempo ridotti in polvere era stata captata e conservata”.

Cerca di cogliere l’attimo sospeso, quello che può rivelarle senza filtri l’anima.

Cosa resta sulla pellicola? È una traccia o semplicemente un segno insignificante?

“La loro infanzia scomparsa aveva depositato sulla pellicola una traccia della propria realtà tangibile e immediata quanto un’orma nell’argilla, e ad Antonia sembrava che i luoghi familiari, e per estensione l’immensità del mondo, si riempissero di forme silenziose, come se tutti gli istanti del passato sussistessero simultaneamente non nell’eternità, ma in un’inconcepibile permanenza del presente.”

“A sua immagine” pubblicato da Edizioni e/o, segue il percorso della giovane, una rivisitazione avventurosa ambientata in una terra di conflitti.

Gli indipendentisti corsi sono marionette in uno scenario che sembra irreale.

Jérôme Ferrari ha l’onestà di mostrare le incoerenze, i falsi miti e le illusioni di un popolo che conosce bene.

Costruisce un romanzo che non si trastulla con il presente, lo sfiora, lo accenna, ne delinea dettagli che serviranno ad aprire altre finestre.

Indaga sulla Storia e nelle guerre che descrive c’è l’occhio che non si ferma alle ragioni dell’una o dell’altra parte.

Riesce a mostrare il lato abietto e violento e lo fa attraverso le immagini.

La morte precoce della protagonista offre un’ulteriore lettura.

È l’assenza che apre la via all’incertezza, al dubbio e nella figura del sacerdote si raccoglie e si condensa il senso della fede.

È l’abbandono dell’uomo, la voragine spaventosa della fine.

Pagine che registrano lo scorrere del tempo, inesorabile, non sempre compagno.

La scrittura è somma di una lunga riflessione sul rapporto tra vero e falso, tra bellezza e orrore, purezza e peccato.

 

 

 

 

Agenda Letteraria del 23 marzo 2020

 

“La stragrande maggioranza dei fotografi non esercitava un mestiere onorevole, dava importanza a soggetti futili o, peggio, fabbricava futilità, e se per giunta i fotografi avevano pretese artistiche era peggio ancora, un qualsiasi ritratto di famiglia sia pure sfocato o mal inquadrato valeva infinitamente più della gran parte delle foto sui giornali, per non parlare di quelle della pubblicità e della moda, in cui i limiti dell’ignominia erano varcati senza vergogna, al punto che in fin dei conti le riviste più prestigiose non erano altro che giornalacci ancora più ripugnanti del quotidiano regionale per il quale Antonia sarebbe sicuramente stata condannata a lavorare tutta la vita.”

 

Jérôme Ferrari  “A sua immagine”  Edizioni e/o

“Salina I tre esili” Laurent Gaudé Edizioni e/o

 

Un cavaliere venuto da lontano e il pianto di una neonata illuminano il palcoscenico mentre il sole brucia e la terra si ricopre di crepe.

“Salina I tre esili”, pubblicato da edizioni e/o, ricorda la mitologia tracciando nette distinzioni.

Nella composizione della storia c’è qualcosa di arcaico.

Un ritorno alle origini dell’uomo, quando ogni sentimento era amplificato da un approccio semantico essenziale.

Bene, Male, Odio, Amore: colori non diluiti nella tela di una narrazione che mantiene il ritmo lento di una antica favola.

La figura di Salina è rappresentazione perfetta della femminilità e nelle sue avventure riusciamo a ritrovarci.

È bambina abbandonata, giovane violata, donna vendicativa, madre innamorata.

È espressione di una saggezza imparata nel deserto, indomabile guerriera che si è cibata di “polvere, battaglie, vagabondaggi e rabbia”.

Nella sua gestualità ci sono orme di una profonda relazione tra umano e divino, in un incastro perfetto.

Si respira il sussurro di un ignoto sortilegio racchiuso nelle collere del vento.

Tre esili che hanno il sapore aspro di una condanna diventano occasioni di riscatto, lenta, progressiva ricomposizione di frammenti avvelenati dal dolore.

A raccontare la sua storia è il figlio della riconciliazione: Malaka.

“Il tempo è come sospeso.

Niente viene a rompere l’intensità della notte.”

Nella prosa lacerante di Larent Gaudé ci sono toni sommessi mescolati a forti scosse emotive.

L’ultimo viaggio della nostra meravigliosa eroina si rifà al teatro greco non solo nella costruzione delle immagini.

Si sentono le valenze sociali e la connessione con l’epica.

Mentre le porte di un nuovo mondo si aprono per accogliere la donna dai tanti volti si scioglie quel groviglio di percezioni che ci ha accompagnato pagina dopo pagina.

Resta il ricordo che non sarà mai disperso nel vento.

 

 

“Tre” Dror Mishani edizioni e/o

 

“Si conobbero su un sito d’incontri per divorziati.”

Un incipit immediato che anticipa una prosa asciutta e fa intravedere uno scenario insolito.

Come mai Orna abbandona la sua razionalità e si affida ad uno spazio virtuale?

Quali ferite le ha lasciato un matrimonio finito male?

Come riuscirà a conciliare le titubanze con il desiderio di svoltare pagina?

“Tre”, pubblicato da Edizioni e/o, entra di prepotenza nella psiche del personaggio, ne tratteggia stati d’animo senza interferire con giudizi che potrebbero fuorviare il lettore.

La nuda realtà, gli incontri e il desiderio di sentire che si può ricominciare.

“Insomma, la vita continuava.

Lei non cadeva a pezzi.

Ma c’erano momenti in cui la tristezza, o la speranza, scombinavano quel tentativo di mantenere un’apparenza di normalità e lei si sentiva terrorizzata.”

Emilia è una badante, del suo passato si conosce poco.

Riga, la città di provenienza, è luogo sfumato, un punto di rottura,  solitudine infinita.

“Sperava che l’ebraico le germogliasse dentro come un albero di cui le lettere formano il tronco e le parole le foglie e i frutti.”

Due storie apparentemente diverse che scorrono lente e affannate.

Cosa le accomuna? Un uomo che sconvolge e distrugge le loro esistenze.

Ghil è sfuggente, ambiguo, capace di modificare la personalità.

In questa teatralità risiede il suo fascino, un’attrazione che risulterà fatale.

Dror Mishani non scrive il solito poliziesco dove vengono rispettate regole precise.

Racconta l’umanità, entra nelle viscere del pensiero, sviluppa un percorso psicoanalitico.

Introducendo la terza figura femminile gioca con la capacità di attenzione di chi legge.

Invita ad osservare e ad ascoltare.

Sceglie un finale che lascia aperte le porte a chi vuole interrogarsi sulla fragilità emotiva e mentre scende la notte restano impressi i volti delle protagoniste.

Il romanzo, diventato in Israele, un fenomeno letterario, merita successo anche in Italia.

È l’inizio di un nuovo percorso narrativo dove le vittime ritrovano la loro dignità.

“I cariolanti” Sacha Naspini Edizioni e/o

 

“C’è un punto oltre il quale non si può andare.

Forse, dopo aver pianto tante lacrime, un pò ci stanchiamo del dolore.

E’ come un’ombra che ormai ti ha gelato l’anima, ti accadono le cose e tu te ne resti sempre un pò fuori, le guardi da lontano, non sono più tue.”

Sacha Naspini in “I cariolanti”, pubblicato da Edizioni e/o, mostra fermezza e audacia.

Vuole parlare degli aspetti spaventosi delle guerre e non cede a nessuna tentazione di buonismo.

Sceglie una famiglia costretta a nascondersi in una grotta, li fa muovere dentro un girone infernale.

Concede al piccolo Bastiano la parola e si mette in un angolo.

La scrittura è densa, magmatica, tragica.

Le immagini crude tradiscono la necessità di superare il limite.

Una volta attraversato l’ultimo tratto di strada quello che appare è il nero di una notte senza ritorno, è il rosso del sangue che si rapprende.

La violenza non è mai scarto volontario, gesto inconsulto.

Nasce dell’isolamento e dalla mancanza di umanità.

Anche nelle scene più forti c’è un fermo immagine, l’ultimo sguardo prima di cedere ad un impulso che nasce dalla terra.

Terra che chiama e in quell’urlo c’è il ritorno all’origine dell’istinto innato.

La ragione si frantuma nelle asperità di un vissuto che non conosce la luce, il sorriso, la pace.

Si intravedono bagliori redentivi, fragili riverberi che si spengono abbeverati dalle acque melmose di un destino avverso.

Nel protagonista è evidente una vulnerabilità strutturale e identitaria, costruita con maestria.

La trama ha un flusso compatto ma l’obiettivo è ben più profondo.

Mostrare i volti contrapposti dell’essere umano in cattività.

Denunciare l’assenza di una società che sappia comprendere e diventare educatrice.

Mostrare la complicità di chi preferisce non vedere, non sentire e non raccogliere il verso dolorante di chi vive ai margini.

Trasformare il lessico in materia di dibattito offrendo la possibilità di confrontarsi con l’origine dei comportamenti.

Leggendo “Le case del malcontento”, “Ossigeno” e questa ultima prova narrativa, nel coglierne similitudini e dissonanze, si ha la certezza che l’autore ha una sua originalità nel panorama letterario internazionale.