“L’ultima battaglia del capitano Ni’Mat” Mohamed Leftah Edizioni e/o

 

“Che appartenga all’inferno o al cielo,

che importa,

Bellezza,

mostro

enorme,

terribile,

incantato,

se con gli occhi ridenti e col piede

le porte schiudi

d’un Infinito che amo

e fin qui vietato?”

I versi tratti da “Inno alla bellezza” di Charles Baudelaire ci fanno da guida durante la lettura di “L’ultima battaglia del capitano Ni’Mat”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca.

Il romanzo con sguardo profondo ci permette di andare alla radice del Bello in un percorso di conoscenza che sa essere sbigottito e incredulo.

È il risveglio dei sensi, l’incanto di fronte alla perfezione.

Ci viene in mente l’eleganza dell’arte greca, lo studio delle linee di un corpo, la cura nel dettaglio.

La statua che vive nei secoli e tramanda il potente messaggio di uscire dalla mediocrità e puntare gli occhi in alto.

“La bellezza come rivelazione tardiva, come promessa e al tempo stesso minaccia,

la bellezza consolante e inquietante,

una e multipla, cangiante, misteriosa, ambigua, indecidibile.”

Il protagonista, il Capitano Ni’mat, radiato dall’esercito, passa le sue giornate in compagnia degli amici tra chiacchiere e pettegolezzi alla piscina del club Maadi.

È un torrido agosto, una giornata qualunque quando un gruppo di giovani entra in acqua con movenze aggraziate.

Un colpo di fulmine, una rivelazione che scuote e disorienta.

Quelle carni perfette rappresentano il peccato e al contempo la redenzione.

Redenzione da un’esistenza vissuta nella menzogna, nella negazione di pensieri audaci.

In un primo momento la resistenza e una preghiera:

“O Dio, hai creato per noi la bellezza come una fitna, ma ci hai prescritto di adorare solo te.

Tu sei bello e ami la bellezza, come potrebbero mai le tue creature essere insensibili a essa e non soccombervi?”

Il bisogno di assoluzione, il tormento del dubbio, il terrore di contravvenire alle ferree leggi islamiche.

Scopriamo che in arabo antico “la parola fitna significa seduzione, ma anche disordine, guerra civile, quella in grado di dilaniare sia un individuo che una città.”

Se ci pensiamo bene viene introdotto un elemento molto interessante: l’origine e il senso delle parole, la loro ambiguità.

Mohamed Leftah, nato a Settat, in Marocco, usa una scrittura che oscilla tra la realtà e la visione.

Utilizza il sogno e la sua interpretazione in un gioco di allusioni spettacolari.

“Noi che l’amore pazzo aveva trasformato

facendoci perdere la memoria di forme,

nomi e credenze antiche,

come se tutte quelle realtà colossali

fossero solo un fuscello di paglia?

Amore o tsunami?

L’amore tsunami.”

Lo scrittore ha il coraggio di travolgere un modo di pensare e con una prosa meravigliosa dimostra quanto costi la libertà di essere se stesso.

Un libro politico nel senso più alto del termine, un’elegia alla passione che non conosce steccati.

“Via l’ancora,

m’annoia troppo questo paese.

Se neri come inchiostro

sono il cielo ed il mare,

le nostre menti, sai,

di luci sono accese.”

Le parole di Baudelaire nella certezza che questo libro sappia illuminare mente e cuore.

 

 

 

 

 

 

 

“Se avessi due vite” Abbigail N. Rosewood Edizioni e/o

 

Sembra impossibile che Abbigail N. Rosewood con “Se avessi due vite”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto dall’inglese da Silvia Castoldi, sia al suo esordio narrativo.

Certamente l’esperienza alla Columbia University, dove ha conseguito una MFA in scrittura creativa ha tracciato le basi per la costruzione di sintassi, linguaggio e stile impeccabili.

Ma c’è dell’altro, la sua non è solo tecnica perfetta, già sufficiente a rendere il romanzo un grande affresco storico e culturale.

La scrittrice scavando nel nucleo profondo della propria intimità regala una testimonianza forte e sentita.

Vissuta in Vietnam fino ai dodici anni, ambienta la prima parte del romanzo nella sua terra d’origine.

Solo in trasparenza riesce a mostrare le crepe di un sistema che affossa le libertà individuali.

Questa raffinatezza permette al lettore di non essere vittima di preconcetti.

Si pone come attento osservatore e non si perde nulla delle atmosfere descritte.

L’analisi politica verrà in seguito e sarà lucidissima e affilata.

“Mia madre aveva lasciato la nostra casa di prima nel 1993, e viveva al campo da quattro anni quando ebbi la possibilità di raggiungerla.

Al mio arrivo ne avevo sette.”

Dell’accampamento militare sappiamo poco, intuiamo che è luogo segreto dove si radunano i dissidenti al regime.

L’incontro madre figlia è già romanzo a sè.

Una donna e una bambina ferme sulla soglia di “un edificio trascurato”.

Poche parole a segnare una distanza difficile da colmare ed una convivenza spigolosa e difficile.

Quella figura altera, “polverosa, bella, trascurata”, è rappresentazione di un femminile che si ribella ai codici imposti dalla società in cui vive.

È una studiosa e sa che potrà fare molto per la Nazione.

La nostra protagonista avrà due compagni che segneranno profondamente il suo destino.

Un soldato che si occuperà di lei con devozione ed una ragazzina che in quello spazio desolato passa il suo tempo.

Nasce qualcosa che è più profondo di un’amicizia.

È complicità e condivisione e questi due forti sentimenti avranno conseguenze che apriranno ferite insanabili.

Entrambe vivranno una violenza sul corpo che le renderà vittime simili.

C’è una identificazione nell’altra, il desiderio di possesso, la volontà di essere “una”.

Quando le condizioni nel campo diventano insostenibili, la piccola viene allontanata.

Un viaggio clandestino in America, luogo dalle mille promesse.

La ritroviamo giovane incapace di adattarsi alla sua condizione di esule.

Bellissima la riflessione sulla ricerca di identità, sempre straniera, estranea, distante.

L’incontro con Lilah e il marito Jon fa subire alla narrazione una rotazione prospettica.

Nella relazione di questo trio si annida il senso profondo del messaggio.

Ci si commuove e si resta basiti di fronte ad una trama che nella sua complessità sa esprimere un nuovo modo di essere madri.

Ci sono frasi che inchiodano alla pagina, lasciano senza parole, entrano nelle viscere.

Si vive la relazione tra ricordo e dimenticanza, perdita e ritrovamento, smarrimento e certezza, vita e morte.

Bellissimo, intenso, lirico, promosso a pieni voti.

 

“Nuotare nel buio” Tomasz Jedrowski Edizioni e/o

 

“La mattina di oggi tredici dicembre la Repubblica Popolare di Polonia ha dichiarato la legge marziale.

Ciò a seguito di settimane di scioperi e disordini da parte dei manifestanti democratici e della grande ascesa del primo sindacato indipendente del blocco comunista, Solidarność.”

 

La Storia bussa alla porta e furiosa travolge, confonde, disorienta.

Priva delle libertà individuali e collettive.

Lascia una scia che separa quartieri, città, popoli.

È questo il teatro dal quale prende vita “Nuotare nel buio”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto dall’inglese da Gianluca Fondriest.

Lo scenario è importante perché indirizza verso due differenti chiavi di lettura: la prima mostra il volto odioso del potere.

La seconda è molto più complessa ed interessante.

È simbolica rappresentazione di uno stato di sudditanza e di paura.

Questi due elementi formano una catena che opprime il protagonista.

Ludwik conosce la vergogna di una condizione che non sarà mai accettata dalla società in cui vive.

Fin da piccolo sente una forte attrazione per il suo stesso sesso e con tutte le forze prova a scacciare questo impulso.

Soffre e il suo dolore non può essere palesato, rimane una macchia che segna la carne.

“Così vivevo allora: attraverso i libri.

Mi chiudevo nelle loro storie, la notte sognavo i personaggi, immaginavo di essere nei loro panni.

Erano la mia armatura contro i margini taglienti della realtà.

Li portavo con me ovunque andassi, come un talismano, ritenendoli quasi più reali delle persone che mi circondavano.”

Ad un corso di apprendimento in un campo agricolo estivo incontra Janusz, bello, statuario, sicuro di sè.

Un avvicinamento lento, la conoscenza che nasce spontanea mentre il mormorio del  fiume sembra un canto di incoraggiamento.

L’amore è completezza, riconoscimento del sè nell’altro, purezza in una gestualità nuova, improvvisata, geografia scritta su ogni fibra.

È confronto di due menti, intelligenze che si interrogano sulle sorti del paese, sul ruolo dell’Occidente.

Nello scontro di posizioni differenti c’è l’ardore giovanile e la caparbia tenacia delle idee.

L’esordio letterario di Tomasz Jedrowski è brillante e terso.

La sua può essere definita la poetica del desiderio che si espande in un cielo di piombo.

Il ritmo è quello del cuore scandendo un tempo che si scompone in immagini slabbrate dagli eventi.

È il suono di una resistenza che nelle azioni e nelle scelte percorre le vie della disubbidienza civile.

“Non possiamo convivere per sempre con le nostre bugie.

Prima o poi siamo costretti ad affrontare i loro lati oscuri.

Possiamo scegliere il quando, ma non il se.

E più aspettiamo, più sarà doloroso e incerto.”

Un romanzo che avvolge e travolge, indica una luce, basta solo seguirla.

 

 

 

“Suiza” Bénédicte Belpois Edizioni e/o

 

Tomás non ha conosciuto l’affetto dei genitori, non ha saputo dare amore alla moglie quando era in vita.

Trascorre le sue giornate nei campi, per diversivo la sera un bicchierino al bar del paese.

Due eventi travolgono la sua passività, una malattia foriera di morte ed un incontro.

“Suiza” compare come un fulmine invadendo i pensieri.

Pelle candida, capelli rosso fuoco, esprime una sensualità selvaggia che ha il profumo dell’innocenza.

Viene da lontano spinta dal desiderio di vedere il mare, non conosce la lingua e le sue movenze sono spontanee.

Non conosce il peccato, si concede con la spontaneità di una cerbiatta.

Il romanzo, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca, seguendo l’evoluzione dei due personaggi, traccia un confine tra il prima e il dopo.

Se inizialmente è l’animalità dell’uomo ad avere il sopravvento pian piano cambiano le prospettive.

“C’era in lei qualcosa di esageratamente femminile,

di troppo dolce o troppo pallido,

che mi trasmetteva una voglia furiosa di afferrarla,

scuoterla, darle qualche schiaffo, possederla.”

 

È la furia del corpo che non conosce altri linguaggi.

L’affermazione del possesso come espressione di mascolinità e di forza.

Il percorso di cambiamento è come un vento lieve che si insinua nella mente.

La donna non è più preda ma compagna da provare ad amare.

Le pagine scorrono veloci mentre il paesaggio con il suo verde intenso dona respiro alla narrazione.

“Il paesino, tipicamente galiziano, offriva alla vista un’armoniosa tavolozza di case bianche con le finestre piccole e gli architravi colorati che stemperavano l’austerità della pietra scura.”

Bénédicte Belpois scrive un testo educativo, mostra la relazione tra istinto e ragione.

Lavora sul passaggio dall’ anaffettività alla maturità sentimentale.

Riesce ad allertare la coscienza di chi legge, a suggestionare e ad emozionare.

Spinge verso il precipizio della morte annunciata con toni poetici.

Si sofferma sulle riflessioni mai contorte senza interferire con pregiudizi.

Sorprendente il finale che può essere letto come inizio di una nuova esperienza.

Mi piace immaginare che il tempo si fermi e conceda a questa coppia la gioia completa, la libertà di inventare un piccolo futuro.

Lasciare in sospensione la trama significa trascendere gli eventi, credere che esistono sempre due possibilità.

Un esordio letterario brillante e una scrittura densa di significati.

“Parole di conforto” Matt Haig Edizioni e/o

 

“Siamo ogni cosa.

E siamo connessi a ogni cosa.

Umano con umano.

Momento con momento.

Dolore con piacere.

Disperazione con speranza.

Quando attraversiamo un brutto periodo abbiamo bisogno di quel genere di conforto che arriva in profondità.

Un conforto strutturale. Un sostegno solido.

Una roccia a cui aggrapparci.

Ce l’abbiamo già, dentro di noi.

Ma a volte serve un aiutino per riuscire a trovarlo.”

“Parole di conforto”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Elisa Banfi, è la scialuppa di salvataggio alla quale aggrapparsi quando le onde turbolente dell’esistenza tentano di sommergerci.

Un breviario che va letto come un compagno spirituale, un amico sempre presente, una voce intima e profonda.

Non va rispettato le schema delle pagine, basta aprirlo e arriverà la frase che ci aspettavamo.

È sbalordito ma vi invito a provare.

Si ripete spesso la parola “esistere” e il suo significato è fondamentale per comprendere il messaggio del testo.

Esistere significa esserci nel bene e nel male, nei giorni bui e in quelli luminosi, sorretti da un’altra parola magica: “speranza”

Ma la speranza non arriva dall’alto, è una conquista lenta e a volte dolorosa.

È forza di volontà e ragione, tenacia e determinazione.

Bisogna imparare ad accettarsi senza sofismi.

“Va bene non sfruttare al meglio ogni istante del tuo tempo.

Va bene essere come sei.

Va bene.”

Attenzione alle prigioni che la mente sa costruire, imprigionando sogni e desideri.

Si corre il rischio di non guardare in faccia i problemi, ricordando che:

“È importante essere sempre consapevoli della nostra vastità.

Delle stanze che possediamo.

Siamo dei multisala di possibilità.”

Toccare il fondo e risalire, affrontare le perdite, scegliere i no che fanno bene all’anima, amare la quiete, la lentezza, i passi solitari, la terra che ci parla.

“La vita non è

Una scala da salire

Un enigma da risolvere

Una chiave da trovare

Una destinazione da raggiungere

Un problema da risolvere.”

Frasi e capitoli brevi perché nel piccolo si trova l’immenso.

Matt Haig avrebbe potuto scrivere un testo scontato, infarcito di citazioni.

Invece scava e scava, vive insieme a noi, offre la sua esperienza.

Suggerisce libri, canzoni, racconta aneddoti, evoca proverbi, scrive sintetici no, cita scrittori e filosofi.

“Lasciali fluire.

Tutti i pensieri inespressi.

Tutte le emozioni represse.

Tutte le difficoltà inconfessabili.

Tutti i segreti colpevoli.

I ricordi dolorosi.

Gli angoli nascosti.

Le verità scomode.”

Un libro che mi auguro farà compagnia a tanti, ideale per affrontare il nuovo anno.

Ci siamo ed è questa l’unica cosa che conta.

Un caloroso grazie allo scrittore per averci regalato una tenera carezza.

 

 

 

“La prima figlia” Anna Pavignano Edizioni e/o

 

“Immaginare è, in sostanza, creare, gettare un ponte tra la materia e lo spirito.

Di conseguenza, tutti i desideri umani, purchè abbastanza forti, si realizzano, ma non sempre esattamente come ci si aspettava.”

 

L’esergo di “La prima figlia”, pubblicato da Edizioni e/o e tratto da “Nella quiete del tempo” di Olga Tokarczuk, è perfetta sintesi di un romanzo che si sviluppa su due sentieri paralleli.

Realtà e immaginazione si alternano creando prospettive illusionistiche molto interessanti.

Prima scena: una panchina, una donna e una bambina mai nata.

Fluiscono i pensieri nella rappresentazione di un desiderio introiettato.

Non un sogno ma una possibilità sfumata insieme ad un amore non corrisposto.

“Amanda è finita lì, svanita nell’inutilità di un pensiero, nell’impotenza del suo non essere mai esistita.”

Un fuoco difficile da spegnere più forte della Ragione.

Ed è proprio la Ragione ad avere una valenza ambigua, sempre oscillante.

Seconda scena: un reparto ospedaliero e l’attesa di amniocentesi della nostra voce narrante.

Terza figlia e la paura di uno scherzo del destino che può incombere impavido come il mostro delle fiabe.

Le ore passano lente in compagnia di estranei con il loro carico di storie.

Non c’è dissolvenza, solo una nuova scenografia.

Una figlia down e il compito di accettarla e darle autonomia.

Solitudine in questa lotta dove la società riserva sguardi di pietà che non aiutano a portare un peso troppo gravoso.

Nell’oscillazione di queste immagini molto intense una svolta che stupirà il lettore.

Anna Pavignano regge con mano ferma una trama intessuta con i fili della scelta.

Mostra con parole poetiche cosa significa essere madre, quanto forte sia il legame con quel piccolo fiore che si radica nel corpo.

Parla di disabilità e di coraggio, di salite e discese, di solitudini nei momenti cruciali, di coscienza e di scienza.

Un libro calibrato costruito con la passione di chi alla scrittura affida il compito di interrogarsi.

“La voce di Robert Wright” Sacha Naspini Edizioni e/o

 

Le tecniche narrative utilizzate da Sacha Naspini sono sempre diverse e sorprendenti.

Leggere i suoi libri significa scoprire la parte più intima e profonda dell’uomo e non sempre quello che la scrittura svela è piacevole.

Bisogna accomodarsi comodi ed affrontare pagine vorticose, dove niente è scontato.

Le modulazioni stilistiche e i cambiamenti di genere si susseguono come inseguiti dal bisogno di irrompere nella vita del lettore.

Travolgerlo, irretirlo, costringerlo a fissare il buio della mente.

Dargli gli strumenti per ricostruire la propria storia perché si è tanto suggestionati che i personaggi descritti diventano i nostri fantasmi.

“La voce di Robert Wright”, pubblicato da Edizioni e/o, pur mantenendo molte caratteristiche dell’autore, presentano elementi decisamente più marcati.

La storia di Carlo Serafini ha sfumature ambigue volutamente costruite per acuire la tensione narrativa che dalla prima all’ultima pagina pervade il romanzo.

Per anni è stato voce di un famosissimo attore, ha costruito la sua fama all’ombra di un mito del cinema.

È stato alter ego anche sui social e nella vita mondana, ha rielaborato il proprio Io come fosse un personaggio di una sceneggiata.

Quando Robert Wright muore tutto si sgretola, restano solo i segni del proprio fallimento personale.

“Robert Wright aveva tanti personaggi.

Tu solo uno: lui.

Ora camminavi come un terremotato che ha perso tutto.

La stella polare alla quale avevi immolato l’esistenza non si era prodotta in un’esplosione colossale, da abbagliarci un’ultima volta: spenta e basta.

Con lei, la tua voce.”

Schiacciato da una realtà che fa paura il poveretto sceglie il silenzio e in quel silenzio c’è strazio e dolore ma anche una barriera protettiva.

Si assiste a questa scelta che forse è solo un atto di coraggio che nessuno comprende.

Non mancano i colpi di scena, le reazioni a volte divertenti di moglie e figlio, la cattiveria dei colleghi.

La dimensione del distacco è la nuova interpretazione, forse l’ultima che il nostro antieroe si concede.

È una sfida o una necessità?

Tanti segreti e debolezze emergono mostrando quanto siamo imperfetti e quali strategie utilizziamo per nascondere le nostre fragilità.

Siamo avvezzi alle sorprese che ci regala lo scrittore quindi preparatevi al lampo finale che certamente vi abbaglierà.

Chiudetere il libro e continuerete a ripetervi:

“La verità è che siamo tutti tizi impazziti, vestiti a festa ma nascosti chissà dove nella speranza che qualcuno si accorga di noi.”

 

“I margini e il dettato” Elena Ferrante” Edizioni e/o

 

“Ho scritto per buona parte della mia vita pagine lente solo nella speranza che fossero preliminari e che arrivasse presto il momento di quello scatto inarrestabile, quando l’io che scrive dal suo frammento di cervello, con una mossa improvvisa si impadronisce di tutti i possibili io, dell’intera testa, dell’intero corpo, e così potenziato comincia a correre tirando nella sua rete il mondo che serve.”

La scrittura che esce dal prestabilito e “ora irrompe, ora sparisce, ora sembra di uno solo, ora è una folla, ora è piccola, sussurrata, ora ingigantisce e urla.”

“I margini e il dettato”, pubblicato da Edizioni e/o, è una raccolta di quattro saggi inediti che indagano sulla relazione tra parola e scrittore.

L’invenzione e la riproduzione della realtà in un conflitto costante alla ricerca di una via intermedia, il rifiuto di regole stabilite e il bisogno di ordine mentale, la difficoltà di non superare quei margini imposti fin da bambini quando nei quaderni a righe bisognava rispettare un codice geometrico.

Trovare una lingua che abbia “vena e stile”, recuperare la propria impronta femminile, esprimere le mille sfaccettature della propria personalità.

Demitizzare l’idea romantica di un verbo che nasce dall’estasi, da una forza soprannaturale che ispira idee.

“Per me la scrittura vera è questo: non un gesto elegante, studiato, ma un atto convulso.”

Elena Ferrante si svela in pagine emozionanti ed empatiche.

Racconta le incertezze, la fatica, la voglia di “inceppare, disordinare, deludere, sbagliare, fallire, sporcare.”

Enuncia tecniche narrative, si confronta con i classici in maniera critica, spiega quale ruolo abbia la finzione nella narrativa.

“Bisogna accettare il dato di fatto che nessuna parola è veramente nostra..

Scrivere è impadronirsi di tutto quanto è stato già scritto e imparare piano piano a spendere quella enorme fortuna.”

Commovente questa rotazione del pensiero, questa contaminazione con altri percorsi, altri generi, altre epoche.

Un libro istruttivo e illuminante, un viaggio all’interno delle opere della scrittrice, una mappa ricca di spunti e di approfondimenti.

Un manifesto creativo che può essere letto come un inno alla parola, quella pura, innocente, pungente, provocatoria, liberatoria e vera.

“La promessa” Damon Galgut Edizioni e/o

 

Apprendere che “La promessa”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Tiziana Lo Porto, abbia vinto il prestigioso “Booker Prize 2021” è conferma che esiste ancora la buona letteratura, quella che costruisce i pilastri per un realizzare un mondo migliore.

Leggere significa conoscere, imparare, riflettere e Damon Galgut sa rispondere a queste e ad altre esigenze del lettore.

La sua è una scrittura pensata, sofferta, interiore.

È il viaggio dell’Uomo che cerca le sue radici profonde e non ha timore di confrontarsi con i vuoti e i pieni della sua Terra d’origine.

La rappresentazione del Sudafrica ricostruisce una mappa storica, geografica, antropologica.

Voler raccontare l’apartheid significa esplorare quel nodo resistente che divide in categorie, esclude, emargina, crea sacche di potenziale violenza.

Significa dare un nome a quella umanità subalterna e soffocata, far uscire dall’ombra figure che sono state considerate indesiderate dal consesso civile.

Esprimere un giudizio, schierarsi con gli ultimi e mostrare che mentre la Storia ha subito una svolta poco è cambiato nei fatti e non solo in Africa.

Un romanzo politico nel termine più alto?

Decisamente si ma non solo.

Lo scrittore registra fatti, sottolinea gestualità e la scelta di una famiglia bianca che reggerà il tessuto narrativo non è casuale.

La morte di Rachel apre una falla nel nucleo familiare, già fragile e composto da personalità differenti.

Li conosceremo e apprezzeremo la capacità dell’autore di delinearne i tratti.

La esuberanza di Anton, quel suo continuo rovello, la ricerca di un ruolo, le rabbie e le risate, la fuga e il ritorno: la simbologia dell’incertezza.

Il bisogno di trovare un modello e la perdita della propria identità di Astrid, quella costante insoddisfazione: segno di una fragilità emotiva.

Amor bambina e poi donna, pronta a pagare per una colpa che è più una suggestione.

Ci si riiincontra pur nei propri recinti alla morte del padre e questa ripetitività del trapasso contiene elementi fortemente spirituali.

Una spiritualità formale, conflittuale, difficile da coniugare perché deve fare i conti con differenti professioni di fede.

Ed ecco un altro tassello si aggiunge ad una saga che non è solo personale.

È lo studio di una parte del Mondo, la necessità di capire il tormento e la paura.

Esplorare il dubbio, provare ad identificare certezze.

“È l’anima che conta.”

Parole come pietre che rotolano dalla rupe della superficialità e del pregiudizio.

Dalla devastazione nasce sempre un piccolo germoglio di speranza e a questa meravigliosa illuminazione ci affidiamo, certi di aver toccato con mano le alte vette della letteratura mondiale.

Grati a Damon Galgut per averci regalato un’opera monumentale, maestosa, bellissima.

 

“Tutto perfetto tranne la madre” Fabio Bartolomei Edizioni e/o

 

Fabio Bartolomei con “Tutto perfetto tranne la madre”, terzo atto della “Quadrilogia della famiglia”, pubblicato da Edizioni e/o mostra ancora una volta il talento di una scrittura incisiva.

Pur nella diversità dello sviluppo narrativo l’attenzione continua a concentrarsi sulle relazioni familiari che vengono svelate lentamente.

Si ha la sensazione di leggere un noir e fin dalle prime battute ci si aspetta un disvelamento.

Pietro nell’attimo in cui sta per essere travolto da un tir rivede frammenti di una vita che non è la sua.

Immagini che ritornano ossessive come sogni sfocati.

“Ormai il vecchio si sveglia ad orari assurdi, fa cose assurde, dice cose assurde.

Sono i suoi ultimi giorni e Pietro, ricevuta la notizia tra capo e collo neanche quaranttt’ore prima, ha deciso di trasferirsi per rimanergli accanto.

Una decisione priva di consapevolezza, mossa da ingranaggi troppo vecchi e pesanti per essere messa in discussione.”

Tra il senso del dovere nei confronti del genitore e l’affetto si snoda la conflittualità del protagonista e in questa ridda emotiva si affastellano i pensieri.

La descrizione del rapporto padre figlio è geniale e crea scenette divertenti.

Due figure agli antipodi, il primo espansivo e ironico, il secondo in guerra con sè stesso e con il mondo intero.

Un legame cementato dall’assenza della madre, morta giovanissima.

Di questa donna il giovane non ricorda nulla anche se aveva sei anni al momento della perdita.

“Della madre non aveva nessun altro ricordo nitido.

Il suo sorriso di incoraggiamento, i grandi occhiali da sole con lenti marroni, un vestito arancione e beige, la mano che sventolava un foulard bianco mentre lui entrava a scuola e ogni volta che si affacciava alla finestra della classe.

Il resto erano immagini inafferrabili, fuori fuoco o frutto di collage mentali con le vecchie foto: la madre che lo accompagnava sulle giostre con addosso l’abito da sposa, la madre che portava a tavola la torta di compleanno con un vestito da odalisca sotto una pioggia di coriandoli.

E anno dopo anno anche quel poco sbiadiva.

Di lei non c’era la benché minima forma di commemorazione nel giorno della morte, del compleanno o dell’anniversario di matrimonio.

Troppo dolore, aveva presto concluso Pietro.

Se il padre riusciva con così tanta ostinazione a non nominarla, doveva esserci sotto una sofferenza che lui poteva solo immaginare.”

È calato il silenzio, un meccanismo di rimozione incomprensibile.

Con grande inventiva l’autore introduce nuovi elementi che porteranno ad un finale inimmaginabile.

Se ha voluto sorprenderci ci è riuscito ma soprattutto ha portato in luce quel segreto che per troppi anni è stato sepolto.

Ci si chiede chi siamo veramente e quanto siamo capaci di fingere.

La finzione può essere un atto protettivo o è semplicemente frutto di una malsana abitudine a rimuovere il passato?

Intrigante e arguto nel mescolare i generi letterari il romanzo è un raffinato esempio di scrittura introspettiva.

Ed ora tocca a noi trovare gli scheletri negli armadi.