“La combattente” Stefania Nardini Edizioni e/o

 

“Noi.

Unici e inscindibili

Lucidi

Complici.

Avevamo vissuto il mondo rivoltandolo a modo nostro.”

Parole incandescenti tratteggiano un amore totale, appassionato, completo.

Alla morte del marito Angelita perde la certezza di quel “due” sul quale ha costruito l’esistenza.

Una bufera entra e spazza via le gestualità, le parole, le abitudini.

“Non esiste alcun vocabolo in grado di smussare la violenza della parola morte.”

I ricordi diventano compagni ingombranti perchè occupano ogni spazio fisico e mentale.

I luoghi sono sacrari di una intimità perduta.

Il tempo ha i contorni dilatati.

Il Settantasette e le lotte, l’entusiasmo, l’ottimismo di chi vuole cambiare il mondo.

“Zingari felici.

Sì, eravamo zingari felici, perchè padroni della strada.

Della nostra libertà estremizzata nel pianto dei lacrimogeni.”

“La combattente”, pubblicato da Edizioni e/o, con competenza e ardore racconta una fase storica.

Non tralascia gli errori e le follie, gli eccessi che portarono alla lotta armata.

Individua attraverso una digressione narrativa le connessioni tra militanti italiani e francesi, riunisce eventi tragici con un’elaborazione graduale e dolorosa.

La nostra protagonista si trova ad indagare sui segreti del suo amato e le scoperte sono lancinanti verità.

Scoperchiano un passato che è stato volutamente rimosso.

Mi piace pensare che Stefania Nardini, attraverso il romanzo, voglia far saltare quel muro di silenzio che ha incatenato le motivazioni storiche e politiche di quella fase.

Ha il coraggio con una scrittura netta di affrontare la Storia senza pregiudizi ideologici.

Non si sottrae ad un’analisi impietosa dei reduci che non saranno mai eroi.

Di una generazione che ha creduto, sognato, lottato.

Non è casuale la scelta di Marsiglia come ultima tappa di un viaggio necessario.

Città che sa stregare e sa concedersi.

Luogo della rinascita o forse semplicemente spazio di pace.

 

Intervista a Stefania Nardini autrice di “La combattente” Edizioni e/o

 

È un piacere ospitare nel salotto virtuale di @CasaLettori la giornalista e scrittrice Stefania Nardini.

Mi piace immaginare che la nostra conversazione si svolga a Marsiglia, luogo di incontro e di condivisione, città molto presente nello splendido romanzo “La combattente”, pubblicato da Edizioni e/o.

Un libro che si ama fin dalle prime pagine non solo per la qualità della scrittura.

È un viaggio nel tempo, una storia d’amore, un atto di ribellione.

 

Come è nato “La combattente”?

Da un’esperienza personale. La perdita di mio marito dopo 30 anni di vita insieme, mesi trascorsi nella nostra casa in campagna a tentare di capire come fosse possibile una rinascita.

 

 

Il suo romanzo affronta con coraggio un periodo storico che volutamente è stato dimenticato.

Cosa ha significato ripercorrere gli anni di piombo?

Per me è stato “naturale”. Nell’aprire una lunga riflessione sulla mia vita e sulla mia storia non potevo evitare l’analisi di un’epoca che ha influito sulle scelte di una generazione come la mia.

Perché i ricordi della mia gioventù sono là.

I ricordi di una generazione sono là.

E non si può affrontare un tema personale privandolo di una contestualizzazione.

E per farlo è stato indispensabile lo strumento letterario che mi ha consentito di spaziare nella costruzione del racconto.

Un’operazione naturale e liberatoria.

Visto che di quegli “anni” non c’è una narrazione storica.

E l’etichetta del “piombo” , che innegabilmente c’è stato, è riduttiva, li liquida come zona del male, foraggiando il sentimento ormai fin troppo diffuso dell’anti politica, o della politica ridotta allo spettacolo che è sotto in nostri occhi.

 

 

Nella ricostruzione degli eventi emerge un raffinato lavoro di ricerca.

Quanto influisce nella sua scrittura l’approccio giornalistico?

Devo dire che se in altri miei lavori la ricerca storica ha costituito la base dei miei lavori, in questo caso la ricerca è stata prevalentemente nella mia memoria.

Nelle letture che mi hanno appassionato negli anni, in quel mio essere spesso fuori dal coro, nel non aver mai abbandonato la memoria della mia formazione.

Che è stata anche quella giornalistica, quando il giornalismo era il culto della verità.

Quando il giornalismo aveva una responsabilità civile.

 

 

Angelita può essere considerata icona di un presente che vuole sconfiggere l’oblio?

Angelita è il presente.

Un presente di cui nessuno parla, che per usare un termine alla moda viene considerato di nicchia, ma che nicchia non è.

Lo dimostra l’interesse per il romanzo non solo da parte del lettore mio coetaneo ma anche da parte di chi non ha ricevuto un’eredità storica.

Angelita è il presente di donne sole che scrivono sui social i loro pensieri, oltre i quali c’è molto di più di una frase ad effetto.

Perché il presente di Angelita è intriso di un passato che le offre gli strumenti per guardare al futuro. Perché è il passato che ci suggerisce “si può fare” “ce la possiamo fare” , è “accaduto che ce l’abbiamo fatta”.

Forse per questo gli anni 70 sono un tabù.

Sono anni scomodi nell’arena dei likes.

Sono anni in cui le persone non si arrendevano facilmente, al di là degli errori.

E Angelita si serve della sua storia per farcela.

 

 

Uno dei compiti della letteratura è far emergere la verità, anche quando è scomoda.

Quanto è doloroso scavare tra le macerie del passato?

Non so se è doloroso.

Potrebbe essere liberatorio.

E’ indispensabile sporcarsi le mani con le macerie per costruire il nuovo.

 

 

Il suo libro ha il pregio di essere giudice implacabile di una generazione.

Cosa è rimasto di quei sogni?

Più che giudice, un testimone.

Di quei sogni c’è molto.

Intanto molti di quei sogni sono realtà e questo non dovremmo dimenticarlo.

E dovremmo sentire il dovere di difendere le tante conquiste di civiltà prodotte da quella storia. Nonostante l’attentato continuo che punta a fare a pezzi quelli che ci sono stati riconosciuti come i pilastri di una società democratica.

Quei sogni, che erano grandi sogni,  hanno contaminato le coscienze sia pure nell’inconsapevolezza. Mentre è indispensabile ritrovare una nuova consapevolezza per rimpossessarci dell’idea di essere soggetti sociali, protagonisti di una politica che nessuno ci impedisce di rielaborare, di costruire. Siamo tutti liberi di farlo.

 

 

La figura di Fabrizio è metaforica rappresentazione di un dolore insopportabile.

Il suo approccio psicologico vuole mettere in luce le fragilità?

La fragilità è propria dell’essere umano.

E con le nostre fragilità ci troviamo a fare i conti.

E credo vadano accettate per quello che sono.

Fanno parte di noi e dobbiamo amarle nella loro autenticità.

Perché non riconoscerle?

In nome di cosa?

Di un cliché che deve far fede alla nostra esteriorità?

 

 

Quanto la sua Marsiglia è simile a quella di Izzo?

Marsiglia è Marsiglia.

Izzo è Marsiglia.

E chi si avvicina a Marsiglia non può farlo con superficialità.

E’ una città complessa, in continua evoluzione.

E la “mia” Marsiglia è quella che vivo, che amo e odio, e poi amo ancora.

E’ un sentimento che accomuna molti marsigliesi di adozione, come nel mio caso, e non.

Izzo l’ha resa reale nella sua emozionalità, come un sentimento.

Perché Marsiglia è un patto d’amore.

 

 

Il messaggio che ha voluto lanciare?

Rinascere è possibile.

Sempre.

Rimuovere è il primo passo per costruire un alibi.

 

 

Nella trama si percepisce un bisogno di rappresentare il tempo.

La sua vuole essere una lettura filosofica?

Più che filosofica di riflessione.

 

 

Programmi futuri?

Non ne ho idea.

Spero di continuare a scrivere.

Quando sentirò di avere qualcosa da dire.

 

 

 

 

 

“Il fiume dentro di noi” Karen Powell Edizioni e/o

 

“Quanto era mutevole quell’ acqua color del rame, quando si faceva strada a forza nella strettoia della vallata e poi subiva il contrattacco del Passo, il punto più stretto del fiume, dove l’acqua infuriava e ribolliva nella strozzatura, e poi irrompeva in avanti, erodendosi un cammino tra le rocce più tenere e più in là nel terriccio, finché il suo furore si placava proprio lì, in quel laghetto piatto come uno specchio.”

In poche righe Karen Powell propone le coordinate narrative del suo splendido “Il fiume dentro di noi”, pubblicato da Edizioni e/o, tradotto da Silvia Castoldi.

L’impianto stilistico, le ambientazioni, la descrizione minuziosa di una società suddivisa in classi ricorda il classico britannico.

La scoperta del cadavere di Danny Masters crea la suspense del giallo mentre lo sviluppo della trama tratteggia una scrittura psicoanalica molto raffinata.

Un testo poliedrico che in ogni capitolo introduce i personaggi, tutti segnati da una mancanza.

È come se la vita sia spezzata da eventi che sono diventati macigni.

Ogni anima ha un suo segreto, un tormento difficile da verbalizzare.

I venti della guerra alitano come un fuoco che non riesce a spegnersi mentre la situazione economica risente di un squilibrio che metterà in crisi la stabilità economica e sociale.

La condizione femminile oppressa da regole antiquate mostra il volto di un machismo ossessivo e anche l’amore è frutto di questa distorsione.

La figura di Lennie si eleva mostrando le dissolvenze di un’anima che è “stanca delle ombre”.

Il dramma esplode lasciando una scia di peccati mai confessati e di colpe incancellabili.

E il fiume raccoglie l’ultimo canto di chi affida all’acqua un dolore insopportabile.

“La terra stessa sarebbe diventata ciò che era sempre stata: un palinsesto in attesa di una nuova storia da raccontare, che era sempre la stessa, vecchia storia, di amore di perdita, di gioia e dolore.”

La scrittrice sa interpretare la connessione tra Natura ed essere umano riuscendo a creare una rete fitta di messaggi cifrati che il lettore dovrà interpretare.

La sua scrittura è un’acqua tumultuosa che trascina nei lidi più segreti, la traccia stilistica conferma un’autrice autentica capace di distinguersi nel panorama culturale.

La sua voce ha rimbalzi e fuochi d’artificio, la parola si forgia attraverso una struttura classica.

Ogni pagina palpita di sentimenti veri e si percepisce che il romanzo è pensato, studiato e costruito con amore.

 

“Tutti gli uomini aspirano per natura al sapere” Nina Bouraoui Edizioni e/o

 

“Ho lasciato Algeri il 17 luglio del 1981, prima del decennio nero, avevo quattordici anni.

Quanti degli amici, dei vicini di casa, dei conoscenti sono stati uccisi poi?”

Algeri e le regole imposte alle donne, i colori accecanti e il sudore di corpi impauriti.

I giochi cercando negli altri risposte, un corpo che cresce frantumando desideri proibiti.

“Voglio sapere chi sono,

Di cosa sono fatta

Cosa posso sperare,

Risalendo il filo della mia storia il più lontano possibile.”

“Tutti gli uomini aspirano per natura al sapere”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Silvia Turato, è bisogno di accettare la propria omosessualità.

Liberarsi da una colpa atavica, sperimentare la libertà di essere.

Danza con sé stessi,  doloroso rito di iniziazione.

Parigi e i luoghi dell’incontro.

Amicizia che barcolla quando si insinua troppo nell’intimità.

“Conduco una doppia vita

Non ne parlo

Non so dove mi potrà condurre

È ricoperta di spine e di ortiche.”

Riconoscersi nella madre e averne timore.

Liberarsi delll’affettività graffiante e vagare nel deserto del proprio Io.

Cancellare le proprie impronte, affrontare la notte con i suoi fantasmi.

Nina Bouraoui scrive un romanzo meraviglioso, spigoloso e poetico, commovente e dissacrante.

Le parole scorrono come fiumi di lava, poli di un’esistenza che vorrebbe estremizzare e contestare non solo la propria natura ma la cultura opprimente della sua gente.

Il conflitto coinvolge due popoli e c’è la necessità di distaccarsi da entrambi.

“La scrittura agisce come un balsamo, il suo gesto mi quieta, mi rende felice.”

Due frasi ricorrenti a scandire i capitoli: divenire e ricordare.

La memoria che fa implodere il cambiamento, acuminata scheggia che stritola l’infanzia.

Raccattare miraggi di un deserto dove nulla è reale.

“Sono senza passato, senza futuro e senza testimone

Potrei scomparire tra le sue mani eppure rinasco.”

Un libro che abbraccia le radici e le trasforma in piccole oasi di luce.

“Resta solo una certezza – noi speriamo.”

 

“Signora Vita” Ahmet Altan Edizioni e/o

 

“Allora non sapevo fino in fondo che alla vita manca una volontà propria ed è così aperta alle coincidenze che il piccolo tocco di una parola, di una proposta o di un biglietto da visita può stravolgerne la traiettoria.”

Linee impreviste attraversano l’esistenza di Fazil e ne tracciano un arazzo dai colori cangianti.

Studente di letteratura cerca nelle parole il senso dell’Assoluto.

Vuole abbeverarsi alla fonte della Conoscenza, imparare la differenza tra realtà e finzione.

Definito romanzo di formazione “Signora vita”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Nicola Verderame, è un inno alla sacralità della Cultura, un poema sull’audacia letteraria, sul coraggio di chi cerca sempre la Verità.

È la sperimentazione della passione, la pulsazione del cuore, la scoperta dell’esplosione emotiva.

È Hayat che sa attrarre e insegnare i misteri della sensualità pura.

“Aveva sul viso una luce matura, una luce che non poteva dirsi bellezza ma qualcosa di più attraente della bellezza e che conteneva una noncuranza, un’ironia, una tenerezza che sminuiva e insieme sembrava voler abbracciare l’intero genere umano, una luce che attirava a sè gli altri ma al contempo avvertiva di tenersi a distanza.”

È Sila, compagna di studi, indomita guerriera in un paese che opprime e silenzia.

È Nermin Hamin che con le sue lezioni aiuta a comprendere il senso della libertà.

Sono gli uomini che si aggirano in una città prigione.

Ahmet Altan scrive una storia travolgente che cresce di intensità ad ogni pagina.

Mostra l’essere umano di fronte al bivio, lo invita a scegliere.

Offre alle figure femminili la luminosità dell’intelligenza.

Trafigge con osservazioni che coinvolgono la sfera del privato.

Scrive un testo politico quando racconta con lucidità cosa significa vivere in Turchia.

Ha un linguaggio che unisce il dialogo, il monologo e la critica al sistema.

Riesce a parlare di libri e autori con la scioltezza di chi ha creduto e crede nel potere salvifico del fonema.

Costruisce una trama che non cede alle lusinghe del presente ma scava con ferocia nell’animo dei personaggi.

Sa essere teatrale e poetico, sintetico ed essenziale.

Compone frasi commoventi e ironiche, dissacranti e mistiche.

Mantiene un registro stilistico modulato dagli eventi, crea attesa ma non forza la scena.

È un Maestro al quale vorrei dire abbracciandolo: Grazie di esistere.

 

 

Incipit tratto da “Signora vita” Ahmet Altan Edizioni e/o

 

 

 

“Le vite delle persone cambiavano nel giro di una notte.

Era tutto così marcio che nessuno riusciva a tenersi aggrappato alle radici del passato. Tutti convivevano col rischio di venire abbattuti da un colpo e sparire come pupazzi nel tiro a bersaglio di un luna park.

Anche la mia vita era cambiata in una notte. I

n realtà a cambiare era stata l’esistenza di mio padre.

A seguito di eventi che non ero riuscito ad afferrare del tutto, una grande nazione aveva annunciato il blocco delle importazioni di pomodori e decine di migliaia di ettari coltivati si erano trasformati in discariche rosso scarlatto.

Mio padre, dissennato come a volte sa essere chi non ama il proprio lavoro, aveva investito tutti i suoi averi in una singola coltivazione; due o tre semplici parole l’avevano gettato sul lastrico.

Avevamo perso tutto.

Dopo una nottata d’angoscia mio padre aveva avuto un’emorragia cerebrale.

Eravamo decaduti con una violenza così inattesa che non avevamo trovato nemmeno il tempo per essere in lutto, ci sembrava di vivere un enorme capogiro, vedevamo ogni cosa ma non riuscivamo a renderci conto a fondo di nulla, compresa la morte di mio padre.

Una vita che avevamo creduto non sarebbe mai cambiata era finita in pezzi con facilità terrificante.”

“Una rosa sola” Muriel Barbery Edizioni e/o

 

“Fermò lo sguardo su un’azalea.

Spavento e allegria, infusi di petali color malva, si amalgamarono in un’emozione nuova e Rosa ebbe l’impressione di trovarsi in un santuario di acqua pura e gelida.”

Sfumature di colori e di emozioni immerse in una prosa musicale e molto poetica.

“Una rosa sola”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca, è viaggio fisico e metafisico.

Ricerca di radici, paura di scendere nel mare agitato dei ricordi.

Esperienza di ricomposizione del sè in un crescendo di contrasti.

Mantenere quel grigiore interiore o aprirsi al nuovo.

Abbandonare la patina scura di un adattamento all’annullamento delle passioni o risorgere.

“Che ci faccio qui? Si domandò, ma pur sapendo di essere andata lì per ascoltare la lettura del testamento del padre la risposta continuava a sottrarsi.”

Per Rosa il Giappone è terra di confine, incognita da affrontare.

È occasione per comprendere chi era il padre e quali motivi lo hanno spinto a non cercarla.

Ha vissuto con una madre chiusa nella sua malinconia, ha abbandonato presto la felicità di bambina e si è costruita una fortezza.

Si è difesa con l’indifferenza, “tutta la sua vita consisteva in una successione di fantasmi che dirigevano i suoi passi senza darle niente in cambio.”

Kyõto è bellezza che rapisce, mistero che si svela, palpito di una civiltà antica.

È sintesi poetica che nasce dal dolore, fusione di innovazione e tradizione.

È tripudio di una Natura che si mostra sfidando l’osservatore, è il bianco e il rosso acceso, è “tetto dell’inferno”, è segno incancellabile di Hiroshima.

Muriel Barbery torna in libreria con un romanzo stupefacente, carico di vibrazioni empatiche.

Si immerge nel mito e nell’antropologia di un popolo con competenza e leggerezza.

Racconta infinite storie di altri tempi intercalandoli al nucleo centrale della narrazione.

Affronta il tema della eternità, della memoria, della religione costruendo un affresco di rara bellezza.

Fa nascere l’amore come fuoco che brucia e salva.

Ci insegna che “la vita è soltanto un quadro che contempliamo da dietro un albero: si offre a noi nella sua totalità, ma la percepiamo solo attraverso una successione di prospettive.”

Ricorda che “i muri non sono niente senza il giardino, né il tempo degli uomini senza l’eternità del dono.”

“Diario di un amore perduto” Eric – Emmanuel Schmitt Edizioni e/o

 

 

“Da te ho ricevuto soltanto affetto, attenzione, considerazione, entusiasmo.

Da te ho ereditato la passione di esistere, il desiderio di ammirare, l’ebbrezza di intraprendere.

Di te non ho alcun brutto ricordo, solo calore, luce e gioia.

Anche volendo non riuscirei a rievocare un solo istante in cui il tuo sorriso si sia spento, il tuo ascolto sia mancato o la tua benevolenza sia stata offuscata da un’eclissi, a ricordare una sola volta in cui tu mi abbia deluso.”

Pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca, “Diario di un amore perduto” è accorata rivisitazione di una perdita.

Incontro con il dolore crudo, falcidiante.

Lenta e complicata accettazione della morte.

Lettera d’amore a colei che è stata madre, compagna, guida.

Bisogno di riempire gli spazi di una solitudine sconfinata.

Elaborare il lutto significa scendere in profondità, ferirsi, percepire il nulla e provare a risalire in superficie.

Eric – Emmanuel Schmitt trasforma la disperazione in prosa modulando lo strazio e il rimpianto.

La scrittura si frammenta in brevi pensieri che assumono la consistenza di sussurri lanciati al vento.

“Prima aggiungevo, ora tolgo.

Prima crescevo, ora diminuisco.

Prima avevo l’ambizione di andare veloce, ora desidero rallentare.”

Cambiano le prospettive spazio temporali e il testo si dilata offrendo una visione percettiva circolare.

Tra il prima e il dopo resta il ricordo che fluisce limpido in immagini luminose.

“In realtà non è il passato a torturarmi, ma ciò che ignoro del passato.”

Inizia una ricerca di parole raccolte nei taccuini per ricucire aspetti della personalità materna.

L’autore ci insegna che “ci sono segreti che non vanno penetrati, ma frequentati” e che “l’amore è un fiore prezioso che va preservato con un silenzio sacro per paura che porti la cicatrice di parole inadeguate.”

 

“Il ballo delle pazze” Victoria Mas Edizioni e/o

“Sono di tutte le età, dai tredici ai sessantacinque anni,

sono brune, bionde o rosse, magre o grasse,

vestite e pettinate come lo sarebbero in città,

e si muovono con pudore.”

Vivono nell’ospedale psichiatrico di Salpêtrière in un tempo rarefatto.

Louise, abusata dallo zio, Ernestine con il sogno di diventare cuoca, Hersilie, la mummia, Aglaè che ha tentato il suicidio alla morte della figlia: le incontriamo in “Il ballo delle pazze, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca.

Ambientato nel 1885 a Parigi il romanzo riesce a scardinare la nostra idea di pazzia.

Mostra il lato oscuro delle tecniche ipnotiche ma soprattutto è un atto di accusa.

La reclusione è sempre frutto di una piccola ribellione che non può essere accettata in una società dominata dagli uomini.

Nella figura di Eugénie, ricoverata perché è in contatto con gli spiriti, è racchiuso il mistero dell’Altrove.

Luogo dove sacro e profano si incontrano, dove l’eternità non è più concetto astratto.

Rassegnazione e desiderio di libertà, rabbia e passività sono attimi che circoscrivono esistenze alienate, offerte come fiori marci alla società parigina durante una festa annuale che è una delle tante beffe.

Vittime sacrificali all’altare di un perbenismo tutto maschile, sono oggetti senza personalità.

“L’assenza di orologi fa di ogni giorno un momento sospeso e interminabile.

Tra quelle pareti in cui aspettano di essere viste da un medico il nemico fondamentale è il tempo, perché fa sgorgare i pensieri, smuove ricordi, solleva angosce, richiama rimpianti, e quel tempo che non sanno se finirà mai è più temuto del male di cui soffrono.”

In uno scatto narrativo originale Victoria Mas offre un’alternativa, racconta le intimità, le amicizie, i conflitti interiori.

Regala a Geneviève il dono del dubbio e  questa meravigliosa metamorfosi è un inno alla conoscenza che mai deve arretrare.

Da leggere per imparare ad esercitare l’indignazione, per credere in una medicina che cura e non opprime, per non dimenticare che la fede incrollabile in un’idea porta al pregiudizio.

Si prova pietà e ci si commuove mentre la narrazione entra nel cuore.

 

 

“Casa è dove fa male” Massimo Cuomo Edizioni e/o

 

Su un muro scrostato i nomi degli abitanti di una stabile in periferia.

Entreremo nelle loro vite in compagnia di Massimo Cuomo e non sarà indolore.

Sentiremo gli afrori di esistenze insoddisfatte, il respiro affannoso di sogni repressi, il sonno agitato macchiato dalla colpa.

Confessioni rubate, pensieri voluttuosi, gesti inconsulti.

Un’umanità che si svela senza pudori, pronta a sacrificare la propria intimità.

“Fuori c’è la città e basta, carbonizzata dai fumi delle ciminiere di Porto Marghera, inzuppata nel latte schiumoso di una nebbia scaduta, soffocata da un soffitto pesante di nuvole acide sotto cui alcuni trovano conforto mangiando tramezzini al granchio e salsa rosa.”

Lo scrittore diventa voce narrante e le sue parole sembrano cariche di un peso insopportabile.

Il peso della sciatteria, del tradimento, della violenza domestica.

In “Casa è dove fa male”, pubblicato da Edizioni e/o non si salva nessuno.

È come se l’aria viziata della lussuria e del peccato abbia impregnato lo stabile, propagandosi con malizia all’interno delle abitazioni.

Lia Busetto con “il vizio di sorvegliare la vita del palazzo” è l’occhio che non perdona, lo sguardo che lacera la Menzogna.

I Chinellato che “mangiano per disperazione” nella loro bulimia nascondono il perverso bisogno di fuggire dal quotidiano.

La gelosia incontrollabile di Schirru, le voglie represse della signora Ruzzene, la parsimonia ossessiva del signor Prampolini mentre il tempo sembra rallentare.

“Il dottor Sbrogio la aspetta senza vestiti, per non scondare che si trova dentro un appartamento vuoto dentro una vita vuota soltanto perché lei li riempie di sè.

E questa attesa, priva di indumenti e certezze, è diventata una straripante ragione di vivere.”

Che sia amante, compagna, moglie, la donna è il capriccioso incidente di percorso, il corpo che riempie il vuoto esistenziale.

Le emozioni si amplificano, i sensi sono tesi, la sensualità è una sfida.

Un libro crudo che nel realismo spietato racconta la difficoltà della convivenza, l’abberrante necessità di sopravvivere.

Metafora di un tempo che ci ha costretti a guardarci allo specchio e non sempre ciò che vediamo corrisponde a ciò che sappiamo di noi.

Da leggere senza cercare peccatori o santi.