“I gatti della scrittrice” Muriel Barbery Maria Guitart Edizioni e/o

“Come fa un gatto a sostenere di essere un consulente letterario?

Vi domanderete voi

Ora ve lo dico.”

Voce narrante di “I gatti della scrittrice”, pubblicato da Edizioni e/o, è Kirin, uno dei quattro felini protagonisti di una storia molto ironica.

Possiamo definirli correttori di bozze che decidono di rivendicare i loro diritti.

Muriel Barbery scegliendo la banda di animali per animare il racconto ha la genialità di evidenziare il rapporto intimo che riusciamo a realizzare con i nostri compagni a quattro zampe.

Ne mostra i difetti e le ossessioni ed è come se ci guardassimo allo specchio.

La forza, la comunicazione, la ghiottoneria, la serenità, la vanità: caratterialità differenti che riescono a mantenere un equilibrio grazie ad una precisa gerarchia.

“Nessuno venga a rimproverarci il nostro edonismo, per piacere.”

La scrittrice si diverte nel descrivere sè stessa.

Le piccole manie, le incertezze nella fase creativa, i malumori, le sfuriate al marito narrate in terza persone diventano deliziosi quadretti di una personalità non statica.

Una farfalla che cerca nettare, un rivolo d’acqua in continua ebollizione.

“Tanto per cominciare, non avete idea di quanto sia difficile il lavoro di scrittura”

È questo il tema principale del testo: la difficoltà di tradurre i pensieri in parole, di creare una sinfonia armoniosa.

“Certe volte lo scrittore ha la necessità di convincersi che il suo testo stia in piedi quando in realtà vede benissimo che è barcollante.

Ma più lo vede e più lo nega, perchè lo scrittore è uno schizofrenico ben allenato che sa perfettamente quali siano le cose che non vuole sapere.”

I gatti riusciranno a far valere i loro diritti?

Lascio a voi il piacere di scoprire il finale.

Una sola avvertenza: sappiate che vi divertirete tanto e che vi accompagneranno gli splendidi disegni di Maria Guitart.

 

“La biblioteca di mezzanotte” Matt Haig Edizioni e/o

“Non potrò mai essere tutte le persone che vorrei essere, né vivere tutte le vite che vorrei vivere.

Non sarò mai all’altezza di tutte le qualità che vorrei avere.

Perché desidero tutto questo?

Io voglio vivere e sentire tutte le sfumature, i toni e le variazioni di tutte le esperienze fisiche e mentali possibili in questa vita.”

Le parole di Sylvia Plath, scelte come esergo di “La biblioteca di mezzanotte”, pubblicato da Edizioni e/o, ci accompagnano in un viaggio insolito e originale.

Nora Seed è la rappresentazione delle nostre insoddisfazioni, dello sconforto nei confronti di un’esistenza fallimentare.

Sublima il rimpianto e vive la colpa di aver deluso tutti.

Trascina i giorni da sconfitta circondata da una solitudine raggelante.

“Girovagò per Bedford senza meta.

La cittadina era un nastro trasportatore di disperazione.

Il centro sportivo con l’intonaco di graniglia dove il padre defunto andava a vederla percorrere a nuoto una corsia dopo l’altra, il ristorante messicano in cui aveva portato Dan a mangiare fajitas, l’ospedale in cui sua madre era stata curata.”

Pochi tratti essenziali per inquadrare il personaggio ossessionato dal passato.

“Ogni sua azione era stata un errore, ogni decisione un disastro, ogni giorno un passo che la allontanava dalla persona che aveva immaginato di diventare.

Nuotatrice.

Musicista.

Filosofa.

Sposa.

Viaggiatrice.

Glaciologa.

Felice.

Amata.

Niente.”

“Sognare di diventare” è una delle frasi chiave che permette fin dalle prime pagine di orientare i nostri passi.

Si apre una voragine tra l’essere e l’immaginare di essere creando un buco nero dove è facile precipitare.

Matt Haig non descrive solo uno stato d’animo, dà voce ad un malessere diffuso.

Non si affida alla psicologia spicciola o a piagnistei che potrebbero circoscrivere il dolore.

Propone una disgressione carica di elementi simbolici.

La nostra protagonista può scegliere una delle vite possibili grazie ad un luogo magico, una biblioteca.

“Gli scaffali parevano davvero non finire mai, dritti e lunghi, puntati verso un orizzonte lontano – come quelle linee che ti fanno disegnare a scuola per le esercitazioni di arte, a convergere su un unico punto di fuga – a tratti interrotti da corridoi occasionali.

Ne scelse uno a caso e si incamminò.

Alla svolta successiva prese a sinistra, ed ebbe la sensazione di perdere l’orientamento. Cercò una via d’uscita, ma non ve n’era traccia.

Tentò di ripercorrere all’indietro il percorso fino all’entrata, ma era impossibile.”

Si resta abbagliati da questo labirinto di sapere che può essere un elemento catartico.

Tra vita e morte si insinua uno spiraglio alternativo, non il limbo ma lo spazio della decisione.

Si passa da uno stato di vittima prescelta a quello di protagonista assoluta del proprio destino.

Basta aprire uno dei libri ed entrare in quel mondo che ci si era negato.

Entrano in gioco gli affetti più cari, il fidanzato, il padre, l’amica.

Nora ha l’occasione di sperimentare cosa sarebbe successo se non li avesse delusi.

Brillante ed esplosiva la trama, infiniti gli scenari ma quello che conta è il nuovo modo di leggere gli eventi.

Un romanzo liberatorio nel caleidoscopio di suggestioni.

“«Nella vita ci sono degli schemi… Dei ritmi.

È così facile rimanere intrappolati in una singola esistenza, immaginare che i momenti di tristezza o di tragedia o di fallimento o di paura siano il risultato di quella determinata esistenza.

Che siano un effetto collaterale del condurre un certo tipo di vita, invece che la semplice conseguenza del vivere.

Ciò che intendo dire è che sarebbe molto più semplice se capissimo che non esiste un modo di vivere che ci renda immuni dalla tristezza.

E che la tristezza è parte intrinseca della trama della felicità. Non si può avere una senza l’altra.

Naturalmente, esistono gradi e misure diverse per entrambe.

Ma non esiste una vita in cui si possa vivere in uno stato di perenne felicità. E credere che invece sia possibile non fa che generare altra infelicità nella vita che viviamo».

Un invito a liberarsi dai rimpianti, vivendo giorno dopo giorni, accettando le sfide e accogliendo il futuro con speranza.

 

 

Citazioni tratte da “La biblioteca di mezzanotte” Matt Haig Edizioni e/o

 

 

Non puoi combattere per sempre

Devi essere come tutti gli altri

Se la tua vita non funziona

Sei tu a doverti chiedere perché

 

Ricordi quando eravamo giovani

Senza paure per il futuro

O rimpianti per il passato

E noi eravamo soltanto Noi

E il tempo era solo Adesso

E noi eravamo Vita

A nostro agio

Come avvolti in un soffice maglione

Perché il tempo era nostro

Il tempo per respirare

Il momento è duro

Ma la vita non può finire

Se non è ancora cominciata

 

Il lago scintilla e l’acqua è fredda

Tutto quel bagliore può trasformarsi in oro

Fermate la musica per affinare la melodia

Basta sorrisi falsi e urlate alla luna Urlate, nella notte Urlate, fino al mattino

Urlate, tocca a voi combattere ora.

“La biblioteca di mezzanotte” Matt Haig Edizioni e/o

“Non potrò mai essere tutte le persone che vorrei essere, né vivere tutte le vite che vorrei vivere.

Non sarò mai all’altezza di tutte le qualità che vorrei avere.

Perché desidero tutto questo?

Io voglio vivere e sentire tutte le sfumature, i toni e le variazioni di tutte le esperienze fisiche e mentali possibili in questa vita.”

Le parole di Sylvia Plath, scelte come esergo di “La biblioteca di mezzanotte”, pubblicato da Edizioni e/o, ci accompagnano in un viaggio insolito e originale.

Nora Seed è la rappresentazione delle nostre insoddisfazioni, dello sconforto nei confronti di un’esistenza fallimentare.

Sublima il rimpianto e vive la colpa di aver deluso tutti.

Trascina i giorni da sconfitta circondata da una solitudine raggelante. 

“Girovagò per Bedford senza meta.

La cittadina era un nastro trasportatore di disperazione.

Il centro sportivo con l’intonaco di graniglia dove il padre defunto andava a vederla percorrere a nuoto una corsia dopo l’altra, il ristorante messicano in cui aveva portato Dan a mangiare fajitas, l’ospedale in cui sua madre era stata curata.”

Pochi tratti essenziali per inquadrare il personaggio ossessionato dal passato.

“Ogni sua azione era stata un errore, ogni decisione un disastro, ogni giorno un passo che la allontanava dalla persona che aveva immaginato di diventare.

Nuotatrice.

Musicista.

Filosofa.

Sposa.

Viaggiatrice.

Glaciologa.

Felice.

Amata.

Niente.”

“Sognare di diventare” è una delle frasi chiave che permette fin dalle prime pagine di orientare i nostri passi.

Si apre una voragine tra l’essere e l’immaginare di essere creando un buco nero dove è facile precipitare.

Matt Haig non descrive solo uno stato d’animo, dà voce ad un malessere diffuso.

Non si affida alla psicologia spicciola o a piagnistei che potrebbero circoscrivere il dolore.

Propone una disgressione carica di elementi simbolici.

La nostra protagonista può scegliere una delle vite possibili grazie ad un luogo magico, una biblioteca.

“Gli scaffali parevano davvero non finire mai, dritti e lunghi, puntati verso un orizzonte lontano – come quelle linee che ti fanno disegnare a scuola per le esercitazioni di arte, a convergere su un unico punto di fuga – a tratti interrotti da corridoi occasionali.

Ne scelse uno a caso e si incamminò.

Alla svolta successiva prese a sinistra, ed ebbe la sensazione di perdere l’orientamento. Cercò una via d’uscita, ma non ve n’era traccia.

Tentò di ripercorrere all’indietro il percorso fino all’entrata, ma era impossibile.”

Si resta abbagliati da questo labirinto di sapere che può essere un elemento catartico.

Tra vita e morte si insinua uno spiraglio alternativo, non il limbo ma lo spazio della decisione.

Si passa da uno stato di vittima prescelta a quello di protagonista assoluta del proprio destino.

Basta aprire uno dei libri ed entrare in quel mondo che ci si era negato.

Entrano in gioco gli affetti più cari, il fidanzato, il padre, l’amica.

Nora ha l’occasione di sperimentare cosa sarebbe successo se non li avesse delusi.

Brillante ed esplosiva la trama, infiniti gli scenari ma quello che conta è il nuovo modo di leggere gli eventi.

Un romanzo liberatorio nel caleidoscopio di suggestioni.

“«Nella vita ci sono degli schemi… Dei ritmi.

È così facile rimanere intrappolati in una singola esistenza, immaginare che i momenti di tristezza o di tragedia o di fallimento o di paura siano il risultato di quella determinata esistenza.

Che siano un effetto collaterale del condurre un certo tipo di vita, invece che la semplice conseguenza del vivere.

Ciò che intendo dire è che sarebbe molto più semplice se capissimo che non esiste un modo di vivere che ci renda immuni dalla tristezza.

E che la tristezza è parte intrinseca della trama della felicità. Non si può avere una senza l’altra.

Naturalmente, esistono gradi e misure diverse per entrambe.

Ma non esiste una vita in cui si possa vivere in uno stato di perenne felicità. E credere che invece sia possibile non fa che generare altra infelicità nella vita che viviamo».

Un invito a liberarsi dai rimpianti, vivendo giorno dopo giorni, accettando le sfide e accogliendo il futuro con speranza.

 

 

“Contro Amazon. Diciassette storie in difesa delle librerie, delle biblioteche e della lettura” Jorge Carrión Edizioni e/o

“Per noi un libro è un libro è un libro.

E la sua lettura – interesse e regalo – è un rito,

l’eco dell’eco dell’eco di ciò che fu sacro.”

Amazon uccide il desiderio e il ricordo del momento magico in cui scegli cosa leggere.

È un algoritmo che ha eliminato la partecipazione umana trasformando “il cliente in influencer.”

È mercato che non si preoccupa di conoscere la mente dell’acquirente pur registrandone i dati personali.

“Contro Amazon. Diciassette storie in difesa delle librerie, delle biblioteche e della lettura”, pubblicato da Edizioni e/o, è l’accorato invito ad affidarsi e a fidarsi del cartaceo.

Un viaggio che traccia una topografia culturale, letteraria e mentale.

Le prime letture, quel tempo indimenticabile che apre spiragli inaspettati.

La disposizione della libreria che non è mai casuale, ma frutto di una mappa intellettuale costruita giorno dopo giorno.

Jorge Carrión costruisce un castello personale e collettivo dove perdersi e ritrovarsi.

“Attraverso tutti questi libri che mi circondano quotidianamente mi sento vicino sia a me stesso – a quello che ero, il lettore che è andato crescendo, cambiando, accumulando strati – sia all’informazione, alle idee che contengono.

O che soltanto insinuano.

O che semplicemente creano collegamenti ipertestuali: molti dei miei libri sono pianeti che orbitano intorno a pensatori, scrittori, personaggi storici che non conosco di prima mano, che sono amici di amici, complici involontari, pedine mobili di un complesso sistema di possibili conoscenze.

Amici, conoscenti, futuri. Queste sono le tre etichette che dovranno organizzare la mia biblioteca.”

Maiorca, New York, Buenos Aires: ci si diverte incontrando librai, scrittori, intellettuali.

Commovente l’intervista ad Alberto Manguel, direttore della Biblioteca Nacional De Argentina.

“Avevo pensato che la letteratura fosse emozionale, filosofica, avventuriera.

Borges mi insegnò a preoccuparmi di come quel certo testo fosse stato costruito prima di trasmettere emozioni.”

Il saggio ha una varietà di temi e di occasioni di riflessioni.

È un inno al piacere della lettura, un canto indirizzato soprattutto alle nuove generazioni.

È la curiosità e la scoperta, la ricerca del ritmo di un testo, l’amore per le connessioni tra parola ed emozione.

“Le buone librerie sono domande senza risposta.

Sono luoghi che ti provocano intellettualmente, che codificano enigmi, che ti sorprendono e ti impongono sfide, che ti ipnotizzano con quella melodia – o cacofonia – creata dalle luci e le ombre, gli scaffali, le scale, le copertine, la porta che si apre, un ombrello che si chiude, cenni del capo che dicono salve o arrivederci, la gente in movimento.”

Un libro da esplorare ed insieme all’autore visitare la biblioteca del Nautilus, di Don Chisciotte, di Babele.

Mi piace immaginare che Borges mi sia stato compagno e amico in questa esaltante avventura e che mi abbia sussurrato:

“Sei dentro e la fortezza cinge l’universo

E non ha verso né inverso

Né esterno muro

Né segreto centro.”

“Nives” Sacha Naspini Edizioni e/o

“Nives” donna rude, vissuta tra i campi, incapace di piangere alla morte del marito.

Figura che sembra nascondersi dietro una lastra di ghiaccio si accorge presto che

“nella solitudine la vita di campagna cambiava tanto.

Le ore diventavano badilate sui denti al rallentatore; le medesime faccende prendevano una piega anomala.”

Per reagire allo “sprofondo” che la coglie ogni sera, sceglie come compagna la gallina Giacomina.

C’è tanta umanità repressa nelle scelte della protagonista del romanzo pubblicato da Edizioni e/o.

Un animale zoppo simbolo del profondo bisogno di colmare un vuoto, un abisso di immagini sbiadite.

Scene che rasentano l’ironia se non si percepisse che qualcosa sta per accadere.

Sacha Naspini ci ha abituati alle sorprese, ad una scrittura che precipita verso luoghi e sensazioni ed emozioni impreviste.

Sarà la lunga telefonata al veterinario Loriano Bottai a travolgere il percorso narrativo.

Ricordi che si intrecciano in un crescendo scenico perfetto.

Emergeranno amori giovanili, tempeste emotive, tragici tradimenti.

Una confessione che ha il sapore liberatorio, come un nodo che finalmente può sciogliersi.

Il linguaggio accelerato dai dialoghi è semplice, spontaneo.

Le parole arrivano come valanghe sul lettore e restituiscono ai personaggi gli ultimi barlumi di una giovinezza sprecata.

L’autore trasforma il pathos in un intreccio di eventi dove aleggia la rabbia e si libera il senso del pudore.

Niente può ancora restare sotterrato, bisogna estrarre dal passato cumuli di macerie, di menzogne, di finzioni.

“Non mi basterebbero sei vite per sfogliare questo libro d’oro che mi è fiorito dentro”

Le parole di Nives offrono una delle tante chiavi di lettura.

Bisogna avere il coraggio di affondare nelle pozze del passato e poi rinati riprendere la via.

 

 

“Morti ma senza esagerare” Fabio Bartolomei Edizioni e/o

“Morti ma senza esagerare”, pubblicato da Edizioni e/o, è la prima delle quattro storie della “Quadrilogia della famiglia”.

Un racconto breve intriso di dolcezza dove anche i sogni impossibili si avverano.

Vera si è staccata presto dall’amore vischioso dei genitori, ha preferito camminare con le proprie gambe, certa di essersi scrollata di dosso un’affettività ripetitiva.

Alla morte improvvisa e inaspettata delle figure parentali crollano le resistenze.

Capire cosa l’ha spinta ad allontanarsi, ricordare ogni gesto amorevole.

Fabio Bartolomei ha la genialità di inventare un imprevisto che trasforma la commedia in un misterioso fantasy.

Nello sviluppo del meccanismo di elaborazione del lutto padre e madre tornano ad essere reali.

È il paradosso dell’amore che sfida i perimetri dell’Aldilà.

È la delicata ricomposizione di un trio affettivo che nelle gestualità quotidiana riannoda i sentimenti.

Quelle attenzioni date per scontate, a volte invasive, acquistano il sapore della geniunità.

Le raccomandazioni, gli abbracci, le premure mostrano il volto luminoso del concedersi.

Le pagine scorrono mentre si sente il bisogno di vivere quell’esperienza surreale, si ricordano i sorrisi non ricambiati, le parole dimenticate.

Ci si accorge che il nucleo originario terrà sempre una fiaccola accesa.

Che l’assenza si può nutrire di memorie, che esiste un patrimonio indissolubile.

Tra risate e lacrime l’autore assolve la famiglia, le concede qualche ingerenza, la coccola e la protegge da una società che è disgregante, incapace di fortificare le proprie radici.

“Ogni volta che ti picchio” Meena Kandasamy Edizioni e/o

“L’amore non è cieco; guarda soltanto nei posti sbagliati.”

“Ogni volta che ti picchio”, pubblicato da Edizioni e/o, non è solo la lenta, minuziosa ricostruzione di un amore malato.

È l’atto liberatorio di chi finalmente ha il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Un matrimonio che fin dai primi mesi diventa gabbia che limita ogni spazio ideativo.

“Non c’è passato.

Sono stata trasformata in una tabula rasa.”

Un crescendo di violenze psicologiche e fisiche che vengono narrate con distacco, come se si osservasse una pellicola in bianco e nero.

La distanza necessaria per rendere oggettivo il racconto, per non cadere nella trappola del vittimismo.

“Non ho intenzione di lasciarmi domare da questi attacchi di collera”.

Per sopravvivere la protagonista invia lettere ad amanti immaginari, sceglie rime da ripetere come un mantra.

La forza d’animo di questi tentativi di difesa è commovente, spinge il lettore a sentire empatia, a studiare con attenzione i piccoli e grandi eventi che devastano la quotidianità.

Meena Kandasamy offre uno spaccato della società indiana ancorata a tradizioni che vogliono la figura femminile relegata al ruolo di “moglie perfetta”.

Fa riflettere sull’atteggiamento maschilista dei cosidetti “compagni”.

Ci si chiede quanto cammino bisogna percorrere per liberarsi da tabù e pregiudizi.

“Ogni volta che mi picchia il terrore nasce dall’intuizione che tutto questo continuerà, che non finirà facilmente.”

Il romanzo nello scorrere delle pagine si riempie di dolore.

Cocci di una personalità ridotta ad oggetto, sogni slabbrati e inutilizzabili, corpo violato, parole che si inceppano.

Lo stupro diventa possesso, osceno annullamento della dignità, cenere che si disperde nel silenzio.

Una storia che cuce insieme vergogna e coraggio, solitudine e speranza .

Solo ls scrittura  protegge, avvolge, difende.

“Sono la donna che, col cuore spezzato, crede ancora nell’amore.”

 

 

“Niente per lei” Laura Mancini Edizioni e/o

“I bombardamenti quel giorno stavano distruggendo le strade, buttando giù interi palazzi, frantumando i binari, spezzando ponti a metà.”

Il realismo nell’incedere incalzante di una scrittura che si snoda nel tempo componendo immagini e disfacendole.

“Niente per lei”, pubblicato da Edizioni e/o, è prova che la letteratura può interpretare la Storia.

Non solo raccontarla ma renderla viva, sempre attuale.

Tullia ha l’innocenza di bambina e lo sguardo attento a cogliere negli altri piccole crepe.

“Una voce dentro però mi avvisava: adesso è diverso, tu sei diversa, i tuoi genitori sono diversi, le cose cambiano.”

Nella frase ruota il senso profondo del romanzo, l’instabilità che crea alterazioni percettive e affettive.

Gli altri sono soggiogati da eventi che cambieranno il corso delle esistenze, disorientati provano a capire quali meccanismi governano il mondo.

La rabbia repressa nella madre che non sorride mai è archetipo di una relazione complessa ma non distorta da recriminazioni.

Il conflitto è articolato attraverso un gioco psicologico sottilissimo, un fronteggiarsi per conoscersi, odiarsi, amarsi.

“I muraglioni del Tevere sembravano grotte di un presepe dirupati”

Un unico cerchio chiude Roma e i suoi abitanti.

Soffi di vita che si miscelano in un tempo che sarà segnato dalla perdita e dalla consapevolezza che bisogna andare avanti.

“Quel giorno avevo deciso che non avrei mai abbassato lo sguardo per prima.”

Le parole con la loro ineffabilità sono calamite che aprono nuove prospettive, “il piacere di leggere” è palpabile, come un bisogno primario.

Sono un ponte salvifico alleviando la difficoltà di crescere.

“Non avrei accontentato altri che me stessa, non avrei sminuito la dimensione del mio mio sogno.”

Al suo esordio narrativo Laura Mancini ci regala una figura femminile determinata, impavida, ferocemente aggrappata ai suoi desideri.

Ci invita a rileggere un lungo periodo storico e la scelta di introdurre in ogni capitolo una data è la necessaria esigenza di trasformare il lettore in testimone.

Una prova letteraria brillante, un’autrice che scommette sull’accurata ricerca filologica.

Nel linguaggio c’è sempre uno scarto fra ciò che appare e il suo rimando concreto e la scrittrice ha la capacità di farne percepire ogni vibrazione.