“Una bestia in Paradiso” Cécile Coulon Edizioni e/o

 

Alla morte della figlia e del genero Émilienne accoglie i nipoti Blanche e Gabriel.

I bambini imparano a convivere con la perdita attraverso meccanismi di difesa differenti.

La casa e la terra circostante diventano il centro di un quotidiano che non permette al dolore di penetrare.

La fattoria guidata dalla saggezza della nonna è luogo dei ricordi, è appartenenza, radice che non può spezzarsi.

Il primo amore è per Blanche assoluto, un salto vertiginoso nelle acque del desiderio.

Quando Alexandre decide di partire, per la giovane è un duro colpo ma una caratterialità ferma le impone di non crollare.

“Una bestia in Paradiso”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Silvia Turato, ha la purezza di una storia che trascina il lettore.

Nei tanti colpi di scena, costruiti con maestria, viene mantenuta una struttura narrativa molto intensa, carica di pathos, ricca di suggestioni paesaggistiche.

I personaggi delineati con tratti decisi appaiono nella loro interezza e da un sorriso, un sguardo duro, da un tono di voce sentiamo i sentimenti che li attraversano.

Cécile Coulon scrive un romanzo bellissimo, limpido, trasparente.

Amore e tradimento, ragione e follia, disperazione e gioia attraversano le pagine che scorrono veloci.

Si è presi dalla trama che si sviluppa intorno all’idea di famiglia non tradizionale, forte, salda, inviolabile.

Nella modernità del testo si cela una componente classica che rimanda alla letteratura del Primo Novecento.

La terra è sacra e va difesa a costo di un tragico sacrificio.

Nel finale che ricorda la tragedia greca l’eroina si aggira sperduta nel territorio della dimenticanza.

Nei suoi gesti, nelle sue movenze si scorge l’urlo di tante donne che sono state frantumate e offese.

Da leggere pensando che la resistenza spesso si manifesta isolandosi e creando una realtà parallela.

“Il secondo libro” Massimiliano Governi Edizioni e/o

 

Massimiliano Governi si esibisce con una prova letteraria esilarante.

“Il secondo libro”, pubblicato da Edizioni e/o, può essere letto come un diario intimo o come una provocazione ad una certa editoria che con grande velocità sforna libri su libri.

Il protagonista vive la tragicomica esperienza del blocco dello scrittore e annaspa in cerca di soluzioni.

Mentre il foglio resta bianco sopravvive immerso nelle sue ossessioni.

Ma attenzioni, le fisime descritte ci riguardano.

Registrano tic e atteggiamenti destrutturanti che conosciamo bene.

Il bisogno di raccogliere informazioni e catalogarle, la corrispondenza con la vicina di casa, la necessità di scoprire i segreti del quartiere: un campionario di gestualità che rappresentano la disarmonia delle esistenze.

Lo scrittore con una scrittura volutamente frammentaria scompone il disorientamento contemporaneo.

Il libro da scrivere potrebbe essere un pretesto per delimitare le incapacità di raggiungere obiettivi prefissati.

Dai vecchi film a strani incontri, alle passeggiate in città, ai sogni erotici in un crescendo di piccole manie.

“Mi sono innervosito per l’andamento a fisarmonica delle auto e per il fatto che sulla strada non c’era nemmeno un’edicola, sono dovuto arrivare a viale Trastevere, passando per l’Aurelia Antica e scendendo per via Garibaldi.

Lì ho potuto comprare i soliti cinque quotidiani.”

Non è casuale l’ambientazione storica: siamo negli anni Novanta e di questo tempo ci viene restituito il non senso.

I miti sono stati spazzati via, restano poche certezze e il senso della precarietà.

La scrittura potrebbe riorientare il mondo verso la chiarezza ma i motori cerebrali si sono spenti, vivacchiano cercando di non affogare nell’anonimato.

Deliziosa commedia e se si intravede uno scollamento dai propri progetti non è detta l’ultima parola.

Bisogna andare fino in fondo e forse si aprirà uno spiraglio ideativo.

Complimenti all’autore che ancora una volta sa essere fantasioso e sincero, sarcastico e malinconico.

“L’ultimo siriano” Omar Youssef Souleimane Edizioni e/o

 

“Nella foresta dei nostri corpi

I nostri piedi allacciati tra due cieli

Una metà di me è nella luce

L’altra vola nel tuo respiro

Mi guidi verso il mio volto

Verso il vento e l’alfabeto

Se una casa esiste

È quando dimentico la stagione degli assassini

Nella luce che la tua voce emana”

Omar Youssef Souleimane riesce a raccontare la Storia contemporanea facendo vibrare di emozioni.

Parlare della Siria mantenendo uno sguardo obiettivo non è facile.

Tante le contraddizioni politiche che hanno fatto fallire la rinascita di un paese che avrebbe potuto scrollarsi di dosso il peso di un’oppressione.

In “L’ultimo siriano”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca, lo scrittore mette in luce la lotta di un gruppo di giovani che credono nella Primavera Araba.

Nella loro tenacia si sente la passione per un’idea di società aperta e libera.

Una libertà che si conquista passo dopo passo, costruendo ponti di condivisione.

“Dobbiamo fare resistenza al regime in maniera pacifica,

rifiutare ogni forma di violenza

e rimanere indipendenti:

non siamo un partito politico che vuole arrivare al potere.”

È fondamentale questa affermazione perché finalmente mostra con chiarezza chi sono coloro che dal regime vengono considerati “ribelli.”

Li conosciamo non solo come militanti e questo è un grande pregio del romanzo.

I desideri e i sogni di una generazione sono stelle che brillano in un cielo scuro.

L’amore tra Mohammad e Youssef, travolgente e vissuto in segreto perchè considerato peccaminoso, è simbolo di una frattura con il passato.

È ribellione alla famiglia e a regole imposte.

È abbraccio che diventa atto rivoluzionario.

L’arresto e le torture subite da Khalid mostrano il volto deformato di una violenza animalesca, brutale.

Il sangue sulle strade di Damasco, l’urlo trattenuto di fronte alle morti assurde, il terrore ai posti di blocco: una scrittura misurata ma incisiva.

“Amiamo il nostro passato perché il presente è doloroso.

Quanto al futuro, l’abbiamo smarrito.

Siamo fieri di aver inventato lo zero e averlo regalato al mondo intero, il problema è che non siamo andati oltre.”

Analisi lucidissime si alternano a pagine struggenti in un cerchio che si rimpicciolisce fino a diventare un puntino.

Luminoso, splendente, educativo.

Risuona come un monito anche per l’Occidente:

“La prossimità della violenza dà più valore alle cose semplici.”

Ci aspetta “un cammino infinito” e siamo grati all’autore per avercelo ricordato.

 

“Un arpeggio sulle corde” Kae Tempest Edizioni e/o

 

“Fuori gli alberi sono poesie cantate dal vento

Il cielo, una ferita che lascia intravedere l’osso

Mi è stato dato un percorso da seguire:

Il gancio, il focolare, la collina

Ero nata per essere il tuo letto

E sempre per quello sono nata.”

Seguiamo Kae Tempest con la certezza che incontreremo asperità interiori mescolate ad una prosa che si fa rutilante, insistente.

È l’urgenza di cercare l’oggetto corpo, di misurarne la resistenza.

Il tentativo di raggiungere l’insondabile camminando per le strade di una città dove i ricordi sono racchiusi “in scatole di cartone”.

“Se riesco a scordarti, magari ritorni

Mi ami ancora ma non puoi promettere niente

Se ti aspetto, non cambierà nulla, non farò

Quello che tu vuoi che faccia.”

“Un arpeggio sulle corde”, pubblicato da Edizioni e/o, si muove facendo apparire lividi e ferite.

La parola è volutamente scostante, aspra, accoppiata ad aggettivi che danno profondità alla frase.

Si rimbalza all’interno di percezioni che raccontano la quotidianità.

Sono scorci, episodi, libere associazioni.

Sono la libertà di non affidarsi all’asfissia della rima.

Il rumore assordante di un telefono che squilla, i ricordi di un corpo che è incontro mai concluso.

“Per favore io sono qui in mezzo al palco, prendimi per

le mani fluttuanti”

Le liriche hanno la spontaneità di chi vuole cercare nell’altra inizio e fine, sono sorgenti non inquinate da sentimentalismi.

Hanno la purezza della scoperta, la malinconia del rimpianto e la tenerezza di una gestualità estrema, graffiante e sincera.

 

“Caldo” Victor Jestin Edizioni e/o

 

“Oscar è morto perché l’ho guardato morire senza muovere un dito.

È morto strangolato dalle corde di un’altalena, come i bambini nei fatti di cronaca. Oscar non era un bambino.

A diciassette anni non si muore così, senza farlo apposta. Ci si stringe il collo per provare qualcosa.

Forse stava cercando un nuovo modo di godere.

In fondo siamo tutti qui per godere.

Comunque sia non mi sono mosso.

Da lì è derivato tutto il resto.”

Un incipit conturbante, essenziale e tragico.

“Caldo”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca, ha la cadenza scalpitante dell’adolescenza.

Un campeggio e le musiche assordanti.

L’obbligo di divertirsi e il caldo feroce.

Il mare, insidioso nemico, raccoglie desideri tutti da decifrare.

Oscar sfida la vita per gioco o per paura nel silenzio di una notte acida di umori.

Léonard resta ad osservare, attratto da un gesto che potrebbe essere il suo.

Entra nel cerchio della morte, sceglie di esserne complice, nasconde il corpo del ragazzo.

In quel gesto inspiegabile, rabbioso c’è l’ansia e la disperazione.

La voglia di cancellare le tracce di un disagio generazionale e il terrore di lasciarsi andare agli istinti.

Victor Jestin è un giovanissimo scrittore francese che non ha timori a confrontarsi col suo tempo.

Ha una scrittura lucida, tagliente, attraversata da riverberi stranianti.

Costruisce un romanzo che ha parecchie prospettive.

L’attrazione sessuale, il bisogno di scoprire il corpo dell’altro sono urgenze che esplodono come razzi impazziti.

Emerge il senso di colpa che è sintomo di qualcosa di molto profondo.

Si può attraversare l’infanzia senza perdere parte di sè?

Osservare il mondo e sentirsi estranei, distanti e attratti da una finta messinscena che ci vuole felici a tutti i costi.

Una prova letteraria perfetta, curata nel linguaggio e nella trasposizione scenica delle emozioni.

Un viaggio tragico e al contempo catartico dove il tempo si ferma e dilata gli attimi.

Una scrittura lancinante, partecipata che fa incontrare solitudini e invita a “sbrigarsi ad essere felici.”

 

 

“Non si tocca” Ketty Rouf Edizioni e/o

 

“Oggi non esisto.

Probabilmente neanche domani.”

Incipit che mette in luce l’assenza del Sè, la distanza tra corpo e anima, la consapevolezza che il futuro è un vuoto da riempire.

L’esordio narrativo di Ketty Rouf è perfetta sintesi di un disagio.

Essere o non essere, vivere o sopravvivere, sognare o agire.

“Non si tocca”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Valentina Abaterusso, è una provocazione.

“Il mio corpo cade, ma non cede.

Insegno filosofia, pratico la resistenza.

A che altro serve la filosofia se non a evitare che la vita sia un travaglio privo di senso?”

La scuola è infinita ripetizione di parole e gesti, conca di insoddisfazioni e di rimpianti.

Un’esistenza piatta tra Xanaz e sogni di piaceri sopiti.

Frequentare un locale di strip – tease significa costruire una doppia identità, riappropriarsi del desiderio, essere desiderio.

Farsi corpo, esplorarsi, accettarsi.

Nel gioco sensuale si celebra il rito della nascita.

Finalmente farfalla nella libertà di lasciarsi guardare.

E nello sguardo maschile cercare non solo approvazione.

C’è il bisogno di materializzarsi, uscire dall’ombra.

“Il corpo è la nostra storia, dobbiamo ascoltare i nostri polpacci tesi sui tacchi da capogiro, la pelle trasfigurata dell’attimo di oblio che ci coglie, tutte, come un’ebbrezza.”

Nella trasfigurazione del piacere rinasce la bambina alla quale era stata negata la gioia.

Si libera della catene del pudore, danza nella nuda essenza della carne.

E gli insegnamenti filosofici sono trofei da mostrare, percorsi ad ostacoli per raggiungere la felicità.

E se bisognerà fare una scelta non ci saranno tentennamenti.

Un epilogo con un forte messaggio che si espande tra i caratteri delle ultime righe.

Sarà il dono di una scrittrice che ha saputo varcare il confine dei tabù.

“La combattente” Stefania Nardini Edizioni e/o

 

“Noi.

Unici e inscindibili

Lucidi

Complici.

Avevamo vissuto il mondo rivoltandolo a modo nostro.”

Parole incandescenti tratteggiano un amore totale, appassionato, completo.

Alla morte del marito Angelita perde la certezza di quel “due” sul quale ha costruito l’esistenza.

Una bufera entra e spazza via le gestualità, le parole, le abitudini.

“Non esiste alcun vocabolo in grado di smussare la violenza della parola morte.”

I ricordi diventano compagni ingombranti perchè occupano ogni spazio fisico e mentale.

I luoghi sono sacrari di una intimità perduta.

Il tempo ha i contorni dilatati.

Il Settantasette e le lotte, l’entusiasmo, l’ottimismo di chi vuole cambiare il mondo.

“Zingari felici.

Sì, eravamo zingari felici, perchè padroni della strada.

Della nostra libertà estremizzata nel pianto dei lacrimogeni.”

“La combattente”, pubblicato da Edizioni e/o, con competenza e ardore racconta una fase storica.

Non tralascia gli errori e le follie, gli eccessi che portarono alla lotta armata.

Individua attraverso una digressione narrativa le connessioni tra militanti italiani e francesi, riunisce eventi tragici con un’elaborazione graduale e dolorosa.

La nostra protagonista si trova ad indagare sui segreti del suo amato e le scoperte sono lancinanti verità.

Scoperchiano un passato che è stato volutamente rimosso.

Mi piace pensare che Stefania Nardini, attraverso il romanzo, voglia far saltare quel muro di silenzio che ha incatenato le motivazioni storiche e politiche di quella fase.

Ha il coraggio con una scrittura netta di affrontare la Storia senza pregiudizi ideologici.

Non si sottrae ad un’analisi impietosa dei reduci che non saranno mai eroi.

Di una generazione che ha creduto, sognato, lottato.

Non è casuale la scelta di Marsiglia come ultima tappa di un viaggio necessario.

Città che sa stregare e sa concedersi.

Luogo della rinascita o forse semplicemente spazio di pace.

 

Intervista a Stefania Nardini autrice di “La combattente” Edizioni e/o

 

È un piacere ospitare nel salotto virtuale di @CasaLettori la giornalista e scrittrice Stefania Nardini.

Mi piace immaginare che la nostra conversazione si svolga a Marsiglia, luogo di incontro e di condivisione, città molto presente nello splendido romanzo “La combattente”, pubblicato da Edizioni e/o.

Un libro che si ama fin dalle prime pagine non solo per la qualità della scrittura.

È un viaggio nel tempo, una storia d’amore, un atto di ribellione.

 

Come è nato “La combattente”?

Da un’esperienza personale. La perdita di mio marito dopo 30 anni di vita insieme, mesi trascorsi nella nostra casa in campagna a tentare di capire come fosse possibile una rinascita.

 

 

Il suo romanzo affronta con coraggio un periodo storico che volutamente è stato dimenticato.

Cosa ha significato ripercorrere gli anni di piombo?

Per me è stato “naturale”. Nell’aprire una lunga riflessione sulla mia vita e sulla mia storia non potevo evitare l’analisi di un’epoca che ha influito sulle scelte di una generazione come la mia.

Perché i ricordi della mia gioventù sono là.

I ricordi di una generazione sono là.

E non si può affrontare un tema personale privandolo di una contestualizzazione.

E per farlo è stato indispensabile lo strumento letterario che mi ha consentito di spaziare nella costruzione del racconto.

Un’operazione naturale e liberatoria.

Visto che di quegli “anni” non c’è una narrazione storica.

E l’etichetta del “piombo” , che innegabilmente c’è stato, è riduttiva, li liquida come zona del male, foraggiando il sentimento ormai fin troppo diffuso dell’anti politica, o della politica ridotta allo spettacolo che è sotto in nostri occhi.

 

 

Nella ricostruzione degli eventi emerge un raffinato lavoro di ricerca.

Quanto influisce nella sua scrittura l’approccio giornalistico?

Devo dire che se in altri miei lavori la ricerca storica ha costituito la base dei miei lavori, in questo caso la ricerca è stata prevalentemente nella mia memoria.

Nelle letture che mi hanno appassionato negli anni, in quel mio essere spesso fuori dal coro, nel non aver mai abbandonato la memoria della mia formazione.

Che è stata anche quella giornalistica, quando il giornalismo era il culto della verità.

Quando il giornalismo aveva una responsabilità civile.

 

 

Angelita può essere considerata icona di un presente che vuole sconfiggere l’oblio?

Angelita è il presente.

Un presente di cui nessuno parla, che per usare un termine alla moda viene considerato di nicchia, ma che nicchia non è.

Lo dimostra l’interesse per il romanzo non solo da parte del lettore mio coetaneo ma anche da parte di chi non ha ricevuto un’eredità storica.

Angelita è il presente di donne sole che scrivono sui social i loro pensieri, oltre i quali c’è molto di più di una frase ad effetto.

Perché il presente di Angelita è intriso di un passato che le offre gli strumenti per guardare al futuro. Perché è il passato che ci suggerisce “si può fare” “ce la possiamo fare” , è “accaduto che ce l’abbiamo fatta”.

Forse per questo gli anni 70 sono un tabù.

Sono anni scomodi nell’arena dei likes.

Sono anni in cui le persone non si arrendevano facilmente, al di là degli errori.

E Angelita si serve della sua storia per farcela.

 

 

Uno dei compiti della letteratura è far emergere la verità, anche quando è scomoda.

Quanto è doloroso scavare tra le macerie del passato?

Non so se è doloroso.

Potrebbe essere liberatorio.

E’ indispensabile sporcarsi le mani con le macerie per costruire il nuovo.

 

 

Il suo libro ha il pregio di essere giudice implacabile di una generazione.

Cosa è rimasto di quei sogni?

Più che giudice, un testimone.

Di quei sogni c’è molto.

Intanto molti di quei sogni sono realtà e questo non dovremmo dimenticarlo.

E dovremmo sentire il dovere di difendere le tante conquiste di civiltà prodotte da quella storia. Nonostante l’attentato continuo che punta a fare a pezzi quelli che ci sono stati riconosciuti come i pilastri di una società democratica.

Quei sogni, che erano grandi sogni,  hanno contaminato le coscienze sia pure nell’inconsapevolezza. Mentre è indispensabile ritrovare una nuova consapevolezza per rimpossessarci dell’idea di essere soggetti sociali, protagonisti di una politica che nessuno ci impedisce di rielaborare, di costruire. Siamo tutti liberi di farlo.

 

 

La figura di Fabrizio è metaforica rappresentazione di un dolore insopportabile.

Il suo approccio psicologico vuole mettere in luce le fragilità?

La fragilità è propria dell’essere umano.

E con le nostre fragilità ci troviamo a fare i conti.

E credo vadano accettate per quello che sono.

Fanno parte di noi e dobbiamo amarle nella loro autenticità.

Perché non riconoscerle?

In nome di cosa?

Di un cliché che deve far fede alla nostra esteriorità?

 

 

Quanto la sua Marsiglia è simile a quella di Izzo?

Marsiglia è Marsiglia.

Izzo è Marsiglia.

E chi si avvicina a Marsiglia non può farlo con superficialità.

E’ una città complessa, in continua evoluzione.

E la “mia” Marsiglia è quella che vivo, che amo e odio, e poi amo ancora.

E’ un sentimento che accomuna molti marsigliesi di adozione, come nel mio caso, e non.

Izzo l’ha resa reale nella sua emozionalità, come un sentimento.

Perché Marsiglia è un patto d’amore.

 

 

Il messaggio che ha voluto lanciare?

Rinascere è possibile.

Sempre.

Rimuovere è il primo passo per costruire un alibi.

 

 

Nella trama si percepisce un bisogno di rappresentare il tempo.

La sua vuole essere una lettura filosofica?

Più che filosofica di riflessione.

 

 

Programmi futuri?

Non ne ho idea.

Spero di continuare a scrivere.

Quando sentirò di avere qualcosa da dire.

 

 

 

 

 

“Il fiume dentro di noi” Karen Powell Edizioni e/o

 

“Quanto era mutevole quell’ acqua color del rame, quando si faceva strada a forza nella strettoia della vallata e poi subiva il contrattacco del Passo, il punto più stretto del fiume, dove l’acqua infuriava e ribolliva nella strozzatura, e poi irrompeva in avanti, erodendosi un cammino tra le rocce più tenere e più in là nel terriccio, finché il suo furore si placava proprio lì, in quel laghetto piatto come uno specchio.”

In poche righe Karen Powell propone le coordinate narrative del suo splendido “Il fiume dentro di noi”, pubblicato da Edizioni e/o, tradotto da Silvia Castoldi.

L’impianto stilistico, le ambientazioni, la descrizione minuziosa di una società suddivisa in classi ricorda il classico britannico.

La scoperta del cadavere di Danny Masters crea la suspense del giallo mentre lo sviluppo della trama tratteggia una scrittura psicoanalica molto raffinata.

Un testo poliedrico che in ogni capitolo introduce i personaggi, tutti segnati da una mancanza.

È come se la vita sia spezzata da eventi che sono diventati macigni.

Ogni anima ha un suo segreto, un tormento difficile da verbalizzare.

I venti della guerra alitano come un fuoco che non riesce a spegnersi mentre la situazione economica risente di un squilibrio che metterà in crisi la stabilità economica e sociale.

La condizione femminile oppressa da regole antiquate mostra il volto di un machismo ossessivo e anche l’amore è frutto di questa distorsione.

La figura di Lennie si eleva mostrando le dissolvenze di un’anima che è “stanca delle ombre”.

Il dramma esplode lasciando una scia di peccati mai confessati e di colpe incancellabili.

E il fiume raccoglie l’ultimo canto di chi affida all’acqua un dolore insopportabile.

“La terra stessa sarebbe diventata ciò che era sempre stata: un palinsesto in attesa di una nuova storia da raccontare, che era sempre la stessa, vecchia storia, di amore di perdita, di gioia e dolore.”

La scrittrice sa interpretare la connessione tra Natura ed essere umano riuscendo a creare una rete fitta di messaggi cifrati che il lettore dovrà interpretare.

La sua scrittura è un’acqua tumultuosa che trascina nei lidi più segreti, la traccia stilistica conferma un’autrice autentica capace di distinguersi nel panorama culturale.

La sua voce ha rimbalzi e fuochi d’artificio, la parola si forgia attraverso una struttura classica.

Ogni pagina palpita di sentimenti veri e si percepisce che il romanzo è pensato, studiato e costruito con amore.

 

“Tutti gli uomini aspirano per natura al sapere” Nina Bouraoui Edizioni e/o

 

“Ho lasciato Algeri il 17 luglio del 1981, prima del decennio nero, avevo quattordici anni.

Quanti degli amici, dei vicini di casa, dei conoscenti sono stati uccisi poi?”

Algeri e le regole imposte alle donne, i colori accecanti e il sudore di corpi impauriti.

I giochi cercando negli altri risposte, un corpo che cresce frantumando desideri proibiti.

“Voglio sapere chi sono,

Di cosa sono fatta

Cosa posso sperare,

Risalendo il filo della mia storia il più lontano possibile.”

“Tutti gli uomini aspirano per natura al sapere”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Silvia Turato, è bisogno di accettare la propria omosessualità.

Liberarsi da una colpa atavica, sperimentare la libertà di essere.

Danza con sé stessi,  doloroso rito di iniziazione.

Parigi e i luoghi dell’incontro.

Amicizia che barcolla quando si insinua troppo nell’intimità.

“Conduco una doppia vita

Non ne parlo

Non so dove mi potrà condurre

È ricoperta di spine e di ortiche.”

Riconoscersi nella madre e averne timore.

Liberarsi delll’affettività graffiante e vagare nel deserto del proprio Io.

Cancellare le proprie impronte, affrontare la notte con i suoi fantasmi.

Nina Bouraoui scrive un romanzo meraviglioso, spigoloso e poetico, commovente e dissacrante.

Le parole scorrono come fiumi di lava, poli di un’esistenza che vorrebbe estremizzare e contestare non solo la propria natura ma la cultura opprimente della sua gente.

Il conflitto coinvolge due popoli e c’è la necessità di distaccarsi da entrambi.

“La scrittura agisce come un balsamo, il suo gesto mi quieta, mi rende felice.”

Due frasi ricorrenti a scandire i capitoli: divenire e ricordare.

La memoria che fa implodere il cambiamento, acuminata scheggia che stritola l’infanzia.

Raccattare miraggi di un deserto dove nulla è reale.

“Sono senza passato, senza futuro e senza testimone

Potrei scomparire tra le sue mani eppure rinasco.”

Un libro che abbraccia le radici e le trasforma in piccole oasi di luce.

“Resta solo una certezza – noi speriamo.”