“Ragazza” Edna O’Brien Einaudi Editore Stile Libero

“Prima ero ragazza, adesso non piú. Puzzo.

Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli.

Le viscere, un pantano.

Trasportata a tutta velocità nella foresta che vedevo, quella prima notte atroce, quando hanno rapito me e le mie amiche dalla scuola. L’improvviso pam-pam degli spari nel nostro dormitorio e gli uomini, a viso coperto, la furia negli occhi, si spacciano per militari venuti a proteggerci, perché in città c’è un’insurrezione.

Noi abbiamo paura ma ci crediamo.

Qualche ragazza scese titubante dal letto e altre arrivarono dalla veranda, dov’erano andate a dormire perché la notte era calda, afosa.”

Le notizie del rapimento di studentesse nigeriane arrivano in Occidente come eventi lontani, echi di storture che non ci appartengono.

Altre voci coprono la vergogna dell’impassibile e desolante indifferenza.

Edna O’Brien ci scuote e ci costringe ad ascoltare,  capire, cercare le ragioni di tanta follia.

“Ragazza”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, nasce dai viaggi della scrittrice in Nigeria.

Una conoscenza diretta, un dialogo con le vittime di Boko Haram.

La visita nei campi profughi, le testimonianze dei volontari, i volti devastati dalla paura, i campi incendiati, il dolore delle madri.

Il romanzo è una denuncia, il bisogno di squarciare il velo del silenzio.

Maryam è simbolo di tutte coloro che non ci sono più, dimenticate, disperse come inutili corpi violati.

Il campo di addestramento dei miliziani è luogo di orrore e di prevaricazione.

È la fine della civiltà,  sangue innocente che sgorga lasciando scie di indicibile sofferenza.

La foresta con l’intricato e perverso labirinto di rami intrappola la ragione, mostra la ferocia di una ideologia intrisa di odio.

“Subito le nostre camicie bianche, le uniformi della scuola e i foulard si dissolsero in incorporei fiocchi di cenere grigia che restavano sospesi un istante prima di essere risucchiati in alto, alla ricerca di un varco tra le spire di filo spinato. Io li seguii con l’immaginazione, pensando stupidamente che i fiocchi di cenere ci avrebbero fatto da messaggeri.”

Gli stupri, la caparbia arroganza dei carnefici, la sopraffazione fisica e psicologica vengono narrati con un ritmo lieve.

È  intreccio tra Bene e Male, tra conoscenza e ignoranza, libertà e schiavitù.

E la liberazione della protagonista insieme alla sua bambina è ipotesi di riscatto, fiducia in un futuro normale.

Ancora sono tanti gli intoppi, le nuvole nere, il terrore di chi non può accettare “la donna della foresta”.

“Il Paese che avevo lasciato non esisteva piú, case date alle fiamme con le persone che dormivano dentro, contadini non piú in grado di coltivare la loro terra, gente che scappava da un deserto famelico all’altro, devastazione.”

Il romanzo mostra le conflittualità di un popolo che vive nel terrore, incapace di abbracciare e consolare.

È la reazione umana a qualcosa che è troppo grande, terribilmente ingiusto.

Ancora una volta torna il tema della maternità e nei mille rivoli di un amore complicato ci perdiamo e le nostre lacrime diventano preghiere.

Vorremmo essere noi pronte ad accudire, difendere, proteggere.

Urlare la nostra rabbia, concedere pietà.

Edna O’Brien ha compiuto un miracolo: ci ha permesso di aprire gli occhi, di capire che solo dalla condivisione della Verità potrà nascere un mondo nuovo.

Nelle descrizioni, nei dialoghi, nella sequenzialità degli eventi c’è lo stile di un’autrice che non perde mai di vista il lettore.

A lui affida una testimonianza forte con la certezza che le sue parole entrino nel cuore e nella carne.

Siano stimolo a credere, nonostante tutto, alla possibilità di salvezza.

E forse torneranno “spole di luce”, aloni di speranza e sguardi d’amore.

 

Incipit “Ragazza” Edna O’Brien Einaudi Stile Libero

 

“Prima ero ragazza, adesso non piú. Puzzo.

Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli. Le viscere, un pantano. Trasportata a tutta velocità nella foresta che vedevo, quella prima notte atroce, quando hanno rapito me e le mie amiche dalla scuola.

L’improvviso pam-pam degli spari nel nostro dormitorio e gli uomini, a viso coperto, la furia negli occhi, si spacciano per militari venuti a proteggerci, perché in città c’è un’insurrezione. Noi abbiamo paura ma ci crediamo.

Qualche ragazza scese titubante dal letto e altre arrivarono dalla veranda, dov’erano andate a dormire perché la notte era calda, afosa. Sentendo Allāhu Akbar, Allāhu Akbar, capimmo al volo.

Avevano rubato le divise dei nostri soldati per eludere la sorveglianza.

Ci tempestarono di domande: Dov’è la scuola maschile, Dove tengono il cemento, Dove sono i magazzini. Quando rispondemmo che non lo sapevamo, persero la testa. Poi eccone arrivare altri di corsa dicendo che nei capannoni non avevano trovato pezzi di ricambio né benzina, e allora apriti cielo.”