“L’incanto fonico” Mariangela Gualtieri Einaudi Editore

 

“Ora che la lingua viene così mortificata, e le nostre vite sembrano sempre più ingabbiate, la poesia è senza dubbio la rivolta più alta, la migliore alleata, e ha bisogno di tutte le sue potenze.

È nell’oralità che essa vive in pienezza.”

“L’incanto fonico”, pubblicato da Einaudi Editore, nasce come narrazione del lungo percorso culturale di Mariangela Gualtieri che nel teatro è approdata e grazie a maestri del calibro di Cesare Ronconi e Carmelo Bene ha imparato “la poetica dell’oralità”.

Il testo è invito a sperimentare questa forma espressiva, a fare del verso il nostro lasciapassare per entrare nell’universo della comunicazione.

Il sottotitolo, “L’arte di dire la poesia” è molto esplicito e ci permette di riflettere sul valore dell’oralità.

Reimpiarare a gestire la parola, a sentirne il suono e l’armonia, a inglobarla nel nostro linguaggio quotidiano.

Nel tempo in cui i social e la frenesia del presente ci hanno allontanato dalla purezza del fonema l’autrice lancia la sua sfida.

“È vero, manca una poetica generale dell’oralità, e qui io cerco di portare il mio contributo non già come teorica, linguista o antropologa della parola, quanto piuttosto come musicista che ha abitato questa terra felice che è il mondo orale aurale.”

La mia impressione è che la poetessa sia linguista, antropologa e sociologa.

Nel percorso che faremo entreremo in contatto con le tecniche respiratorie, con le pause, con le vibrazioni.

Torneremo indietro ed evocheremo le nostre nonne che pur senza istruzione riuscivano a trasmetterci attraverso i pochi versi che ricordavano il sentimento.

Era un modo per tenere viva la memoria, per abbeverare le radici tramandate dagli avi.

“Parola e silenzio

Sponde che fanno fiume

Abbagliante di poesia

In mezzo acqua turbinante

Spaventosa

Abissale acqua gelata.

Potente pericolosa molto

Acqua.”

Quell’acqua che ci ha trascinato nel mare aperto dell’incomunicabilità, che ha avvelenato i pozzi della nostra creatività.

Il verbo e il silenzio: il mistero racchiuso in questo perfetta e impenetrabile dualismo.

“Lingua madre come feto nell’accogliente utero”, ritorno alla nascita o forse alla rinascita.

Accogliere e resistere, farsi ritmo e timbro, proteggersi dall’impoverimento lessicale, comprendere, abbracciare.

“Sue molte potenze.

Esortazione

Illuminazione

Cortocircuiti

Svelamento.

Scioglimento di ghiacci interiori.”

Sintesi accelerata che nella scelta accurata di ogni parola svela la potenza infinita del linguaggio poetico.

In alcuni passaggi la prosa prende il sopravvento ed è calda, avvolgente, ipnotica.

È luce di una scrittura intima, vitale, sperimentale.

È barriera contro ogni battaglia, “colmo respiro dell’adesso.”

Metamorfosi del verbo che si fa canto, rinuncia alla “zavorra di pensieri”,  libertà.

È quello che si prova in compagnia di questo meraviglioso testo.

Ci si sente cantastorie in città mai viste prima, uccelli migratori che fuggono dalla Patria del non detto.

Catartico esercizio per far affiorare la preghiera dell’anima.

 

 

 

 

“Elvira” Flavia Amabile Einaudi Editore Stile Libero

 

 

“Elvira”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, restituisce il ricordo di una figura che ha segnato la storia del Cinema.

Completamente avvolta dall’oblio per il suo carattere schivo e per la ferma opposizione al regime fascista non ha conosciuto gli onori della cronaca.

La incontriamo grazie al romanzo della giornalista e scrittrice Flavia Amabile e restiamo folgorati dalla sua personalità determinata.

È il 1901 quando insieme alla famiglia da Sorrento si trasferisce a Napoli.

La madre sarta, il padre commerciante, poche pretese e l’umiltà di chi conosce il sacrificio.

Da questo contesto la nostra eroina impara la perseveranza ma sente agitarsi in petto il fermento che vive la città.

Ad attrarla “la macchina della meraviglia”, le prime proiezioni cinematografiche.

Insieme a Nicola Notari, che presto diventerà suo marito, condivide la stessa passione.

Quando la terza gravidanza arriva a spegnere i suoi sogni, non ha scelta.

Affida la nuova nata alle suore della Madre di Dio.

Affianca il suo uomo nella produzione delle pellicole, ha mille idee e la voglia di non arrendersi.

In lei si concentra il nucleo ardente di una rivoluzione personale, assistiamo alla sua crescita professionale, agli intoppi causati da una società maschilista.

Il personaggio viene tratteggiato con infinita sensibilità e se la scrittura mostra un taglio giornalistico non mancano le pagine cariche di sentimento.

C’è in lei il doloroso sdoppiamento tra ciò che vuole essere e ciò che vogliono che sia.

Anche nei momenti più difficili non cede al sentimentalismo, soffoca la tensione emotiva e va avanti a passo spedito.

Con la prima cinepresa sperimenta la strada, le sue voci, lo sguardo innocente dei bambini.

Vuole raccontare una città che vuole essere progressista ma si perde nella palude del rigore morale.

Il suo primo film racconta di donne schiacciate dal peso del loro ruolo, esprime il rimpianto e forse anche la rabbia.

La Storia diventa una catena che la inchioda, stritola con le sue leggi assurde la creatività e l’energia vitale.

“Pochi mesi sono trascorsi dall’ingresso dell’Italia in guerra, un nuovo anno è appena iniziato, il 1916, e Napoli si sta spegnendo.

Nulla e nessuno viene risparmiato.”

Lo stile coinciso accentua il vuoto di un Paese coinvolto senza essere protagonista delle scelte.

Nella parte finale le domande senza risposta sono tante e sono le stesse che ci poniamo sapendo che solo il tempo ci concederà le risposte.

Impariamo che

“Non ci sono scelte senza rinunce.

Ci sono scelte senza dignità.”

Nell’ultima decisione di Elvira non c’è resa.

Ha bisogno di spazio, di un suo spazio.

A lei dobbiamo riconoscere il coraggio e la capacità di raccontare “vite piene, tormentate, contrastate, ribelli, perdenti.

Libere.”

Da leggere con la certezza che i sogni vanno realizzati, costi quel che costi.

“Il complotto dei Calafati” Francesco Abate Einaudi Editore Stile Libero

 

 

Uno dei tanti pregi di Francesco Abate è quello di essere poliedrico.

Nelle sue opere si uniscono più generi con quella scioltezza di chi sa manipolare la parola.

Le sue narrazioni sanno essere intime e al contempo aperte al sociale.

Le storie non sono chiuse in perimetri stilistici ma vagano con una libertà linguistica che è altra carta vincente.

Il dialetto si intrufola nel testo, ne diventa parte, afferma l’identità di un popolo.

“Il complotto dei Calafati”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, stigmatizza questa appartenenza.

Regala una Terra insolita, misteriosa, esoterica.

Negli anfratti di luoghi inaccessibili esprime una tavolozza di colori e di suoni, nei saloni dei ricchi racconta l’arroganza del potere, nei magazzini fumosi dà voce ai lavoratori.

È una Sardegna dalle mille voci e mi piace pensare che il romanzo sia un corale affresco.

Partendo da un evento realmente accaduto, il terremoto del 1905, l’autore costruisce una scenografia perfetta.

La collocazione dei luoghi, il disegno delle strade, le forme delle case fanno da palcoscenico ideale descritto tanto bene da sembrare reale.

Vengono raccolti fondi per ricostruire ed ecco un altro elemento interessante.

La solidarietà crea aggregazione, sconfigge il paradigma di una società chiusa.

A virare nelle tonalità del noir un fatto di sangue che vede coinvolti i nobili Cabras e l’autista.

Tante le ipotesi su questi omicidi e mentre si intravedono frammenti di verità il lettore è travolto da una scrittura accelerata.

Torna in scena Clara Simon che avevamo già amato in “I delitti della Salina”.

Abate sceglie un personaggio che dovrà lottare per far valere i propri diritti.

Era impensabile in quel tempo per una donna firmare un articolo su un giornale ma la nostra eroina non si arrende.

È una figura speciale marchiata come diversa perché figlia nata da un matrimonio misto.

Queste “limitazioni” accrescono la sua tenacia, la rendono più forte.

Simbolica rappresentazione di un femminismo non di maniera, esempio per tutte noi, pronta a stare dalla parte dei più fragili.

Un finale inaspettato e la certezza che esiste una connessione tra passato e presente.

Tocca a noi trovare le chiavi di accesso.

Ancora una volta lo scrittore riesce a scuotere le nostre coscienze.

Da che parte stiamo?

Sappiamo riconoscere il Male?

Nel tragitto compiuto restano le orme di chi cerca giustizia.

Da leggere per abbattere i pregiudizi e scoprire negli altri quella diversità che li rende unici.

Per ricordare che “la mente umana è indomabile, a volte”

“Animali in versi” Franco Marcoaldi Einaudi Editore

 

“Dal sacrificio di animali

Alla guerra tra umani

Il passo è breve: nel sangue

Si misura, meglio che altrove,

L’irresistibile potenza

Delle nostre, luciferine leve.”

L’urgenza di creare un ponte tra noi e il mondo animale, il bisogno di accorciare le distanze, comprendere il linguaggio dell’Universo.

Essere cervo, cicogna, asinello.

Inventare un codice segreto, un’appartenenza comune.

Decifrare le gestualità, vivere quella diversità che ci rende distanti.

“Animali in versi”, pubblicato da Einaudi Editore, è un bizzarro canzoniere, un canto solitario di un’anima confinata nella precarietà dell’Essere.

E nello specchiarsi in vite altre ritrova il senso del cammino.

“Dai retta a me, padrone mio,

Pensa di meno a te

E asseconda il vento.

Svuotato l’io, sarai pieno di vita:

Importa poco se per un anno, dieci o cento.”

Si invertono le parti e siamo noi a dover ascoltare.

Imparare ad inginocchiarci alla luna, dimenticare “di essere una macchina di sopraffazione e di guerra”, volare in alto, godere delle “epifaniche presenze, momento per momento.”

Incanto e pianto di fronte alla bellezza che scompare, estasi di un attimo rubato ad una notte chiara, spaesamento e ricerca della conoscenza.

“Se è nell’intensità dei sensi

Che si gioca la partita

Sulla qualità della vita

Degli esseri viventi, allora

L’animale trionfa sull’umano:

Gigante il primo e il secondo un nano.”

Franco Marcoaldi lancia una provocazione e il suo verso è fulmine e saetta, bersaglio centrato, risposta al nostro arrogante antropocentrismo.

Ci troviamo fragili, incapaci di leggere “la mappa di un imminente, celestiale mutamento.”

La parola scorre e si fa immagine, scherzosa, malinconica, sarcastica.

Stati d’animo nell’alternanza capricciosa di un gioco improvvisato.

Altalena di simbologie che svelano l’arcano mistero che lega l’uomo alla bestia.

Impedire questa fusione significa rifiutare parti di sè, sentirsi unici e irripetibili, entrare nel circolo vizioso dell’Ego.

La raccolta poetica offre chiavi di lettura e “lezioni di stoicismo e di pazienza”.

“Perché natura non è un unicum

Che procede a tutto tondo. Vive di parti

Separate e contrastanti: ciò che dà

Gioia ad alcuni, altri li trascina a fondo.”

Nella strofa breve, nel contrasto tra realtà e immaginazione si compie il miracolo dell’unità.

Insieme essere voci sincrone di una melodia che unisce in schemi casuali e divertenti le poliedriche e multiformi esistenze.

Amare e farsi amare, scoprire e farsi scoprire, cercare e farsi cercare.

Sarà questo il nostro nuovo impegno.

“Le madri non dormono mai” Lorenzo Marone Einaudi Editore Stile Libero

 

“L’unico modo di sfuggire alla condizione di prigioniero è capire com’è fatta una prigione”

Le parole di Italo Calvino scelte come esergo da Lorenzo Marone anticipano la qualità letteraria di “Le madri non dormono mai”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero.

Ambientato in un Icam, istituto a custodia attenuata per detenute madri, nasce dall’esperienza diretta dell’autore.

Si sente che la scrittura è frutto di lunga e prefonda meditazione, è sofferta, vivida, espressiva.

Entriamo in punta di piedi all’interno della struttura carceraria, impariamo i ritmi, sentiamo che questa storia diventerà nostra.

È quel dentro popolato da fantasmi, da incubi, paure.

È il passato che ritorna con il suo carico di errori e di violenze subite.

È la faccia oscurata di quella fetta di umanità che sconta i suoi errori, con rabbia, rassegnazione, impotenza.

È Miriam e l’incapacità di fidarsi e affidarsi.

È Diego che a nove anni conosce già il rifiuto degli altri, l’esclusione e l’isolamento.

È Melina, fragile bambina che cerca “parole belle” per cambiare l’ordine del mondo.

È Amina fuggita dalla Nigeria, vittima di un sistema che la vuole schiava.

È Dragana che non crede “nei pensieri belli.”

Accanto a queste anime devastate si muovono altre figure in cerca di pace.

Miki e il demone del desiderio, Greta e una ferita da risanare, Antonia con la sua voglia di scappare dalla monotonia.

L’infanzia con i suoi tormenti lega insieme queste esistenze spezzate.

Si prova a cambiare, a credere negli altri, a cercare un abbraccio.

Ma c’è il fuori che è mostro pronto a ghermirti.

Napoli con i suoi contrasti, la violenza, l’arroganza e la mancanza di opportunità è realtà che non si può cancellare.

Ci si chiede come abbia potuto lo scrittore regalarci tanta poesia.

Dal dolore vediamo crescere fiori di speranza, luminarie che portano pace.

Ci sono frasi che si ha voglia di ricopiare perché descrivono con genuinità il Bene e il Male.

Raccontano la maternità che non ha bisogno di frasi e gesti, l’amicizia che annulla le distanze, la condivisione di sofferenze antiche.

E anche i silenzi sanno narrare, e le pause, i dialetti, gli sguardi.

C’è la coralità che diventa esperienza, la tragedia che si stempera nella lettera di un bambino che crede nel futuro.

Respiriamo l’amore universale, il desiderio di cambiare il destino, la voglia di ricominciare.

È inclemente a volte la vita ma ci lancia messaggi che non possiamo non interpretare.

Dedicato a “tutti i bambini sfruttati, invisibili, emarginati, schiavi.”

Dedicato a tutti noi che ci crediamo liberi.

La più bella prova letteraria di Lorenzo Marone, commovente, intensa, ritmata.

Complimenti e grazie!

Si impara tanto e si ha la certezza che quel dentro ci appartiene.

 

 

“Senza sbarre” Cosima Buccoliero Serena Uccello Einaudi Editore

 

 

“Quando una persona entra in cella, qualunque sia stata la sua vita precedente, è una persona disperata.

Si trova inevitabilmente in una situazione di bisogno, così mi chiedo innanzitutto cosa posso fare per permetterle di rimettersi in piedi.

Mi preoccupo per lo più dei bisogni primari.

Mi colpisce l’insensatezza dello smacco, come la vita possa diventare assurda e come l’insensatezza possa generare ingiustizia.”

Cosima Buccoliero sta per lasciare la direzione della Casa di Reclusione di Milano Bollate.

L’aspetta un nuovo incarico ma per chiudere questa esperienza ha bisogno di raccontare.

La sua voce è sincera, commossa, accorata.

È stata custode dei giorni di vite spezzate, ha ascoltato, scelto, individuato progetti di reinserimento.

Ha saputo coniugare il dentro con il fuori insegnando ai figli quanto sia importante superare i pregiudizi,

“che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi. Che non è bianco o nero. Ma che esiste il grigio, e che il bianco può diventare nero e viceversa.”

Insieme ad una squadra di collaboratori ha costruito un modello alternativo di carcere, un progetto che potrà essere imitato.

Il suo primo impegno è stato quello di esserci, di abbandonare la comodità di una scrivania e di imparare a condividere le problematiche, le solitudini, le disperazioni del singolo.

Non basta provvedere alle urgenze, è necessario dare senso al tempo, proporre attività che siano formative professionalmente e culturalmente.

Bisogna pensare a spazi che siano aperti pur essendo chiusi.

Rompere l’isolamento, far circolare idee.

“Senza sbarre”, pubblicato da Einaudi Editore, non è solo esperienza di una donna che crede nel suo lavoro.

È sperimentazione, ricerca, attuazione della Costituzione.

È dare l’occasione ai carcerati di non essere numeri ma persone.

Osservare i comportamenti, comprendere che cucinare in cella significa riprodurre quel privato affettivo che manca.

Invitare ad accettare un impegno, a scegliere di partecipare.

“Dedicare tempo a un detenuto vuol dire conoscere lui, certamente, ma pure la sua famiglia, la sua rete di amicizie, sapere decifrare il suo mondo.

E allora si ha una mappa.”

Tanti esempi, scorci che parlano al nostro cuore.

Attraversare le porte e sentirsi straniato, assente.

Esprimere la propria creatività cercando di difenderla come bene prezioso.

“Fatichiamo a capire, fatichiamo a rispondere, abbiamo bisogno di strumenti che stentiamo a riconoscere.

E non è neanche solo una questione di mancanza di educatori.

È proprio che ci troviamo a maneggiare un alfabeto sconosciuto.”

L’autrice ci regala alcune lettere di questo alfabeto, lo fa mettendo a nudo le criticità di un sistema, le difficoltà legate alla mancanza di personale, gli episodi significativi, gli errori e le vittorie.

L’emergenza Covid, la distanza della città che non è parte integrante di un percorso che riguarda tutti: un saggio illuminante che si legge come un romanzo.

Un grazie va anche alla giornalista Serena Uccello e all’editore che ci hanno permesso di capire che dovremo imparare insieme “nuovi linguaggi in un nuovo contesto.”

 

 

“Nature umane” Marco Balzano Einaudi Editore

 

“Anche foglie infrante

Scoprono vite misteriose

Cose che non ti aspetti e che non dicono

Le piante, tempi segreti

Che vanno al di là delle esistenze.”

Marco Balzano trasforma il Creato nel Paese delle Meraviglie.

Svela connessioni, vitalità, equilibri.

Agli animali regala identità, offre una possibilità di essere parte di un tutto.

Nella leggerezza del verso si ha la sensazione di sfogliare un album di disegni, colorati, espressivi, animati.

È l’esaltazione della sopravvivenza in risposta ad una violenza sottile, lama che devasta e distrugge.

Canto che si intona al vento di mare mentre la noncuranza stringe le sue catene.

Esistenze sempre in bilico in un costante pericolo, come la goccia di rugiada che precipita nel gorgo del Nulla.

Mantenere in vita, salvare il Cosmo dal delirio collettivo.

Cercare le parole per raccontare il Mistero dell’esistere.

Farsi albero, balena, alga, girasole.

Percepire il dolore e sentire compassione.

Il secondo movimento di “Nature umane”, pubblicato da Einaudi Editore, è “Testimonianza”.

Storia che esce dal contesto della brutalità e racconta i vinti e gli sconfitti.

“Il sangue che si sparge senza senso”, il burka, i morti nella terra rossa, la migrazione: immagini di un tempo che non ha clemenza.

“Il mare che scintilla, il frutto che matura.

I meschini sono simili  solo nell’ombra.

Uguali quando li schiaccia la tenebra.”

Cercare il senso di questo vivere sconnesso, di questa assenza di responsabilità.

Offrire una visione altra attraverso barlumi di esperienza.

Scompagginare le indifferenze e le ignoranze.

Inventare la lingua universale che non contiene segreti.

La poesia diventa strumento di ciò che la voce non sa dire.

I ricordi si mescolano al presente, il gioco è un filtro magico, le domande futili ricerche di verità.

Ci si muove tra le pagine attendendo una rivelazione, un segno, una speranza.

E mentre la pandemia deruba i giorni gridare forte:

“Libertà non è una porta che si apre.”

Balzano ci invita a cercare le mezze verità, a ricomporre le parti.

Una sola certezza: la poesia è viva, non conosce il tramonto ma illumina i sentieri della Letteratura.

 

 

“Anatomia di uno scandalo” Sarah Vaughan Einaudi Editore Stile Libero

 

 

Sarah Vaughan, giornalista politica e giudiziaria, costruisce un legal thriller impeccabile.

Articola la narrazione dando spazio ai personaggi, riuscendo ad entrare nella loro anima.

Scova il punto debole di ognuno e da psicologa dei sentimenti compone una mappa affettiva che segue più itinerari.

Da “Anatomia di uno scandalo”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Carla Palmieri, è stata tratta la serie tv disponibile su Netflix.

Londra è teatro di uno scandalo che coinvolge James Whitehouse, sottosegretario del Ministro.

Intoccabile, brillante, belloccio, sicuro di sè rappresenta la categoria degli invincibili.

Accusato di stupro da una sua segretaria vede crollare il castello di certezze.

Può sembrare strano ma non è lui il protagonista di questa incredibile vicenda.

A salire sul palco alternandosi sono le donne.

La moglie Sophie che non si è accorta del tradimento, convinta che il suo matrimonio sia indistruttibile.

Un amore nato all’università, sopravvissuto a piccoli scossoni, è segno di solidità sociale.

Assistiamo allo smarrimento, all’incredulità in un crescendo di sensazioni sempre meno governabili.

È come se la roccia costruita con fatica si stia sgretolando pezzo dopo pezzo.

Durante il processo avvocata dell’accusa è Kate.

Abbiamo modo di studiare la sua freddezza e quel frammento di debolezza che sa celare agli altri.

La amiamo fin da subito, attratti da una personalità così determinata, a volte cinica.

La giovane violentata potrebbe distogliere la nostra attenzione dal tema principale.

Se è vero che l’autrice riesce a restituirci l’umiliazione della vittima, ciò che si vuole sottolineare è l’arroganza del potere maschile.

Potere che non è solo sessuale, è più complesso perché coinvolge i perversi meccanismi che governano le stanze dei bottoni.

Con una mossa geniale la scrittrice riannoda i fili del passato e ci riporta indietro.

Eccoli i nostri personaggi, ragazzi e ragazze con quella spensierata euforia all’interno del College.

Ed è proprio tra i corridoi del sapere che succede l’irreparabile.

La storia dentro la storia ed una virata del romanzo.

Un altro stupro e la perdita dell’innocenza.

Finalmente comprendiamo cosa significa liberarsi dal senso di una colpa per essere stati violati, per aver creduto nella purezza.

inventarsi una nuova identità e ricominciare.

La vendetta potrebbe essere arma vincente ma esiste la deontologia professionale, esiste il rispetto della Legge.

È la coscienza a guidare i passi di tutti ma sarà facile far prevalere la ragione?

In un finale da capogiro l’ultimo messaggio da non dimenticare.

Non sempre si può insabbiare il peccato e se esplode come una tempesta è tempo di ritrovare pace.

Una scrittura visiva, mai moraleggiante.

Un testo che sa denunciare senza urlare.

Una prova letteraria strutturata come un viaggio nella psiche.

Bellissimo, leggetelo!

“La libreria sulla collina” Alba Donati Einaudi Editore

 

Di Alba Donati abbiamo apprezzato le poesie, dove la parola ha girovagato nei meandri delĺa mente, in perfetto equilibrio tra innovazione e tradizione.

Lo stesso pathos empatico, la freschezza linguistica, l’originalità della forma li ritroviamo in “La libreria sulla collina”, pubblicato da Einaudi Editore.

Un testo brioso, aperto alla speranza.

Immancabile nella libreria dei bibliofili per gli infiniti e raffinatissimi suggerimenti.

Per gli accostamenti letterari, l’analisi critica delle opere citate, l’incontro con gli autori amati.

Un paradiso dove ritrovare la voglia di leggere, ideale per chi ha perso la curiosità.

Un sogno che si avvera a dimostrazione che non ci sono chimere impossibili.

Storia di una donna che sfidando le leggi del mercato editoriale apre una libreria in un piccolo centro.

Lucignana con i suoi 180 abitanti, chiusa tra le montagne dell’Appennino lucchese, diventa laboratorio culturale, sinergia di menti, progetto condiviso.

“Come mi è venuto in mente?

Le cose non vengono in mente, le cose covano, lievitano, ingombrano la nostra fantasia mentre dormiamo.

Le cose hanno gambe proprie, fanno un cammino parallelo in una zona di noi che noi non sappiamo nemmeno lontanamente dove sia e a un certo punto bussano: eccoci, siamo le tue idee pronte per essere ascoltate.”

Immagine suggestiva che restituisce il valore e la potenzialità del pensiero.

Quel pensiero che ci caratterizza, ci rende unici, ci invita ad esserci.

Colpisce che l’embrione di questa nostra capacità ideativa sia già presente nell’infanzia e questa affermazione ribalta le teorie evoluzionistiche, rende giustizia a quella fase della vita dove tutto sembra possibile.

Ed è questa traslazione nel tempo ad affascinarci.

Vi avviso: siamo solo all’inizio di un viaggio che ci porterà lontano.

È la gestione degli spazi, la scelta dei libri, il rapporto con il lettore, le tante iniziative a farci sentire quel luogo sperduto la nostra casa.

Casa dove potremo imparare cosa significa leggere e meditare, ritornare ad un verso e provare a collocarlo nel nostro presente, sentire che la letteratura è vita.

Nella scelta della location c’è una forte necessità di ritrovare le radici.

Quelle radici contadine e libertarie, quei ricordi che vanno preservati.

Memoria e cultura vanno a braccetto, si stringono forte e superano le difficoltà.

Organizzato come un diario, diviso in mesi, il testo costruisce una cadenza temporale, scandisce le date.

Ricorda che ogni giorno è dono e ricordo.

L’11 febbraio che vede unite nel gesto estremo Sylvia Phath e Amelia Rosselli.

Per loro e per Virginia Woolf bisogna continuare.

E Alba ci prova, resiste alle fiamme che tentano di distruggere ciò che ha costruito, non si arrende al

lockdown.

Si genera una rete di solidarietà ed ognuno fa la sua parte con gioia e generosità.

Sembra di vivere in un mondo ideale, caldo, accogliente.

Una tazza di tè, chiacchiere e risate, progetti e pagine da rileggere.

Il tramonto sul “Prato Fiorito”, gli acquazzoni improvvisi, il vento e il gelo dell’inverno.

Il paesaggio non è corollario, ma attore principale.

Ci sono pagine che emozionano perchè rispecchiano ciò che pensiamo.

“Chi scrive combatte contro la trama affinchè si depositi, nel cuore del lettore, l’essenziale.

Io scivolo sugli scaffali e so che dentro i libri che ho scelto c’è sempre un dolore, una sconfitta.”

Leggere per non svanire nel nulla, per trasmettere ai più giovani la voglia di conoscere, per non dimenticare il passato.

Un invito che suona come una melodia:

Non stanchiamoci di ricominciare da capo.”

 

“Addio, a domani” Sabrina Efionayi Einaudi Editore Stile Libero

 

“Una ragazza napoletana afro – discendente che un bel giorno decide di fare i conti con il tempo, di aprire certi cassetti della memoria e di ordinarne il contenuto sul letto, come quando si parte per un viaggio e si prepara la valigia.

Ecco, ora io vi chiedo di partire con me.

Abbiate fiducia.

Datemi la mano.”

Stringiamo con forza la mano di Sabrina Efionayi perché già nel prologo comprendiamo quanto sarà difficile per lei ricomporre la storia della sua esistenza.

Quanto coraggio sarà necessario per mantenere l’imparzialità, per sentire sulla pelle cosa significa essere “negra”

Quanta pazienza nel trovare le parole giuste per non ferire e per restituire i fatti nella loro interezza.

“Addio, a domani”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, è un terremoto che mette in crisi i pregiudizi.

Spazza via preconcetti partendo dalla realtà.

Non quella rappresentata da un Occidente bigotto che sa vedere solo la colpa.

Gladys è una bambina nonostante i suoi diciannove anni.

Arriva in Italia dalla Nigeria, convinta da madame Joy che le prospetta la chimera di un futuro felice.

Lei, legata alla famiglia, a quella terra incendiata dal sole, affronta il viaggio con la certezza di poter provvedere ai bisogni dei suoi cari.

Castel Volturno e una casa prigione.

Altre giovani e il corpo da offrire ad uomini vogliosi.

Non c’è scampo, è la trappola della tratta.

La strada è la vergogna di mostrarsi, l’orrore di mani che ti cercano, di volti deformati dal desiderio.

Quando scopre di essere incinta intuisce che dovrà difendere la sua creatura, nata dell’unico atto d’amore.

Uyi è intermezzo felice, compagno di sventura, raggio di sole.

Ma la vita non sempre ci permette di avverare i sogni.

E per Gladys, quando nasce Sabrina, c’è una sola strada: affidare la sua bambina ad Antonietta.

Due madri, una biologica, l’altra affidataria e la costante ricerca di una sintesi tra due culture.

La scrittrice ripercorre a ritroso l’infanzia e l’adolescenza.

Con parole affilate narra la difficoltà di inserirsi, il bisogno di capire la propria identità.

“Non sapevo come sentirmi, non ero mai stata circondata da bambini neri come me.

Non così tanti e non tutti insieme.

L’idea inizialmente mi eccitata, pensavo che non mi sarei più sentita quella diversa, invece ho scoperto che non bastava nemmeno quello.”

Non basta il colore della pelle simile per sentire l’appartenenza.

Una lezione che lascia tramortiti e che fa riflettere sulle nostre infinite diversità.

Come ci sentiamo rappresentati?

Quali specchi ci restituiscono la nostra anima?

L’autrice ha la forza di interrogarsi e di trasformare il romanzo in un affresco di incertezze.

Esce dalla dimensione nazionalistica, si fa voce di tutti noi.

Stilisticamente raffinato il testo utilizza spesso l’ inglese e in questa dualismo si coglie il bisogno di abbattere i muri linguistici.

Una Babele dove si intrecciano fonemi e usanze e tradizioni.

Il viaggio nel paese d’origine è scoperta e al contempo timore.

È luce e speranza, è buio e terrore.

È la frantumazione dell’Io, il padre ritrovato, la difficoltà a perdonare.

Ritrovare la donna che ti ha partorito, accettarla, sentirsi una sua parte.

Non è facile…forse “domani.”

L’onestà intellettuale di chi attraversa il suo inferno personale e rivendica la sua indipendenza.

Bellissimo e utile per trovare pace.