“Dimmi che non può finire” Simona Sparaco Einaudi Stile Libero

 

“Dimmi che non può finire”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una storia di rinascita e di speranza.

Nello sviluppo della trama assistiamo ad un graduale cambiamento emotivo della protagonista.

Amanda vive con la madre che dopo la fuga del padre non è riuscita ad uscire dal vortice di anaffettività e disinteresse.

“Il rapporto con mia madre era una mina vagante inesplosa sotto il pavimento della cucina, la mia vita sociale era pari a quella del senzatetto che dormiva sui gradini del supermercato, e proprio prima di Natale il parrucchiere degli studi televisivi, che tutti chiamavano artista, mi aveva fatto un taglio che persino le apprendiste cinesi di Piazza Vittorio avrebbero saputo realizzare meglio.”

La giovane nasconde un segreto che disorienta l’esistenza.

Presagi di fallimenti, sconfitte, delusioni affidate ai numeri.

Simona Sparaco con questa ingegnosa invenzione entra nell’universo matematico con spavanda genuinità.

Trasferisce la paura della perdita a un trasfert, dimostrando quanto la psiche abbia necessità di costruire alibi pur di celare il vuoto interiore.

“Il 10: la perfezione, che contiene la globalità dei principi universali.

Letto in chiave isoterica, indica il cambiamento che permette all’iniziato di evolvere e di elevarsi spiritualmente.”

La scrittrice destruttura la figura femminile e ne mostra con infinita umanità i solchi dolorosi di ciò che non si accetta.

Introducendo nella trama un bambino e il suo papà forza il gioco di un destino già scritto.

Sovverte quel senso di mistero che in ognuno di noi può assumere connotati frenanti.

Libera il suo personaggio da una pericolosa deriva e nel farlo offre al lettore sentieri da percorrere.

Basta un attimo, un gesto d’amore, una carezza, una parola che arriva al cuore.

“Potevo imparare a guardarmi con i loro occhi, e lasciare la mia tana una volta per tutte.

Ero pronta a incendiare la notte e anche il giorno.”

Credere con fermezza che si può invertire il pensiero finalmente pronti ad affidarsi e a fidarsi della gioia.

 

 

 

Incipit “La città dei vivi” Nicola Lagioia Einaudi Editore

 

 

“Il 1°marzo del 2016, un martedí con poche nuvole, i cancelli del Colosseo si erano appena spalancati per consentire ai turisti di ammirare le rovine piú famose del mondo.

Migliaia di corpi camminavano verso le biglietterie.

Chi inciampava nei sassi.

Chi si alzava sulle punte per misurare la distanza dal Tempio di Venere.

La città, lí sopra, cucinava la rabbia nel proprio stesso traffico, negli autobus in avaria già alle nove del mattino.

Gli avambracci scandivano gli insulti dai finestrini aperti.

A bordo strada i vigili compilavano multe che nessuno avrebbe mai pagato. «Seee… vajelo a di’ ar sindaco!»

L’addetta alla biglietteria numero quattro scoppiò in una risata beffarda, provocando l’ilarità delle colleghe.

L’anziano turista olandese la guardò stupito al di là del vetro.

Nel pugno brandiva i due biglietti falsi che due falsi addetti al sito archeologico gli avevano venduto poco prima.

Questa, di andare a protestare dal sindaco, era tra le battute piú ripetute delle ultime settimane. Nata negli uffici comunali, si era diffusa tra i tassisti e gli albergatori e i netturbini e i venditori di grattachecche a cui pure, in mancanza di una piú chiara autorità, i turisti chiedevano aiuto tra gli infiniti disservizi cittadini.

L’olandese aggrottò le sopracciglia. Possibile che anche la vera autorità, quella in divisa ufficiale, lo stesse prendendo in giro?

Alle spalle la folla aumentava il suo brusio.”

“I delitti della Salina” Francesco Abate Einaudi Editore Stile Libero

“Le piramidi di salgemma si accesero di rosa.

Anche quella mattina di fine agosto concesse ai quarzi di riflettere la luce del sole appena sorto sulle vasche dell’immensa salina, che si infiammò di rosso e ocra.”

Nell’intreccio di colori che infiammano il paesaggio Francesco Abate costruisce un preludio che anticipa una trama dai tanti rivoli.

“I delitti della Salina”, pur avendo tutte le caratteristiche di un noir, riesce ad essere romanzo storiografico, viaggio culturale, testo introspettivo.

Ambientato nella Sardegna dei primi del Novecento restituisce l’anima del popolo sardo, le usanze, le credenze, i conflitti di classe.

Clara è l’emblema di un femminile che inizia a far valere i propri diritti.

Personaggio che affascina per il carattere volitivo, la testarda ostinazione a cercare la verità.

“Lentamente sentì sciogliersi il groppo in gola e il peso allo stomaco, spuntati come gramigna tra l’isolamento sociale, la gogna e la censura degli anni passati, ma soprattutto dei mesi appena trascorsi.

L’unica giornalista donna della Sardegna era finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche  di scarso valore per aver osato far venire a galla la verità.”

In poche righe si delinea il passato del personaggio con un raffinato sguardo introspettivo.

Nella società borghese dove il pregiudizio è di casa ha difficoltà a farsi accettare perché di sangue misto.

Non arretra, non sceglie le retrovie, da giornalista sa che bisogna essere voce degli eventi.

La scomparsa dei “piciocus de crobi”, bambini che vivono ai margini, sfruttati e privati dell’innocenza la spinge ad indagare.

Al suo fianco l’amico d’infanzia Ugo Fassberger, il tenente dei carabinieri Rodolfo Saporito e Sarrana, sigaraia rivoluzionaria, la signora Tedde, proprietaria di una casa di tolleranza.

È nell’unione delle diversità che può nascere un percorso di vera ricerca.

L’autore non si limita ad un’analisi sociologica ma riesce a far vivere le atmosfere all’interno del Bagno Penale, della Manifattura dei tabacchi e delle saline.

Al centro della narrazione c’è sempre l’essere umano e si percepisce la solidarietà, il rispetto e l’umanità dello scrittore.

Le sue parole, come nelle precedenti prove letterarie, diffondono il calore empatico, sottolineano la sofferenza degli ultimi, sanno immaginare il riscatto.

Cagliari è una cartolina d’altri tempi ma leggendo tra le righe si nota il sottile connubio con il presente.

Pregio del libro è la realizzazione di una sorta di ponte storico, un’immagine che dal passato riverbera le sue ombre e luci all’attualità.

La certezza che conforta è che continuerà la narrazione di questo originale poliziesco.

Ci aspettano altri pezzi di un puzzle intrigante, altre rivelazione e forse chissà qualche amore sbocciato per caso.

Alla prossima puntata che aspettiamo con ansia.

 

 

“La pattuglia dei bambini” Deepa Anappara Einaudi Editore Stile Libero

“La pattuglia dei bambini”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una stella nel firmamento letterario internazionale.

Deepa Anappara ha un esordio che travolge il lettore.

Difficile sintetizzare i tanti stati d’animo che riesce a scatenare.

La narrazione è affidata al piccolo Jai e la spontaneità è una cascata di acqua limpida in un mondo offuscato da elucubrazioni mentali.

“Noi viviamo in un basti, e casa nostra ha una sola stanza.

Papa ripete sempre che in questa stanza c’è tutto quello che ci serve per essere felici.

Parla di me e Didi e Ma, non della tv, che invece è la cosa migliore che abbiamo.”

Quando sparisce il primo bambino il nostro protagonista insieme agli amici Pari e Faiz si improvvisa investigatore.

Sembra un gioco di ragazzini, la spensierata ricostruzione di un puzzle.

Ma con un ritmo che diventa crescente le scomparse continuano ad aumentare.

L’indifferenza della polizia mostra lo scollamento tra comunità e potere, tra prevaricazione e sofferenza.

“Voglio scoprire cosa stanno facendo i poliziotti.

Gli sbirri alla tv hanno come motto «Servire e Proteggere» ma quelli che vedo in giro al Bhoot Bazaar fanno tutto il contrario.

Infastidiscono i bottegai, si ingozzano senza pagare dai venditori ambulanti, e a quelli che sono in ritardo con l’hafta fanno scegliere tra un manganello su per il didietro o una visita dei bulldozer.”

Il realismo nelle descrizioni accurate descrive l’India che preferiamo non conoscere.

Il lavoro precario nelle case dei ricchi, la difficoltà a provvedere ai bisogni primari, lo smog che copre ogni cosa e pizzica gli occhi.

Padri alcolizzati, madri costrette ad accuparsi poco dei figli, scuola che non sa comprendere il linguaggio fantasioso dei ragazzini.

L’autrice entra nei vicoli bui, tratteggia personaggi che sembrano usciti da favole paurose, sottolinea la conflittualità tra indi e musulmani.

“È troppo pericoloso sposare un musulmano se sei indú.

Al telegiornale ho visto delle foto piene di sangue di gente ammazzata perché aveva sposato qualcuno di religione o casta diversa.

E poi Faiz è piú basso di Pari, non starebbero bene insieme.”

Una scrittura visiva, immediata, carica di vibrazioni.

Un viaggio di formazione in un ambiente che nega i diritti dell’infanzia.

Un noir che incede verso un unico, enorme interrogativo.

Chi sono i cattivi e chi i buoni?

Si scoprirà la verità o restano solo dubbi?

“Io non ho paura di niente, dico, ed è un’altra bugia.

Ho paura delle ruspe, degli esami, dei djinn che forse esistono davvero, e dei ceffoni di Ma.”

La sincerità innocente che emoziona e rende omaggio alle tante piccole vittime che non hanno avuto giustizia, ai genitori straziati, ad un paese che deve fare un lungo cammino per risorgere.

 

 

 

 

 

 

Incipit tratto da “Tempi duri” Mario Vargas Llosa Einaudi Editore

 

 

 

“La madre di Miss Guatemala apparteneva a una famiglia di immigrati italiani chiamata Parravicini.

Nel giro di due generazioni il cognome si era accorciato e spagnolizzato.

Quando il giovane giurista, professore di Diritto e avvocato in attività Arturo Borrero Lamas chiese la mano della giovane Marta Parra, la società guatemalteca cominciò a vociferare perché , evidentemente, la figlia di bottegai, panettieri e pasticcieri di origine italiana non era all’altezza dell’attraente gentiluomo, bramato dalle ragazze da marito dell’alta società per l’antica stirpe, il prestigio professionale e la fortuna.

Alla fine i pettegolezzi cessarono e mezzo mondo assistette, alcuni come ospiti e altri come guardoni, al matrimonio celebrato nella cattedrale dall’arcivescovo della città. Presenziò all’evento il presidente eterno, il generale Jorge Ubico Castañeda, tenendo a braccetto la sua gentile consorte, in un’elegante uniforme disseminata di medaglie e, tra gli applausi della folla, entrambi si fecero ritrarre nell’atrio con gli sposi.

Il matrimonio non fu fortunato in quanto a discendenza.

Perché Martita Parra restava incinta tutti gli anni e, pur riguardandosi molto, partoriva maschietti rachitici che nascevano mezzo morti e morivano nel giro di pochi giorni o settimane, nonostante gli sforzi delle levatrici, dei ginecologi e persino di stregoni e streghe della città.

Dopo cinque anni di fallimenti ripetuti, venne al mondo Martita Borrero Parra, che fin dalla culla, per quanto era bella, sveglia e vivace, fu soprannominata Miss Guatemala.

A differenza dei suoi fratelli, lei sopravvisse.

E in che modo!”

“Insultare gli altri” Filippo Domaneschi Einaudi Editore

“Studiare il modo in cui parliamo, esaminare cioè quali espressioni usiamo, in quali corcostanze e perché, è il primo passo per capire qualcosa di più del modo in cui concepiamo e valutiamo ciò che ci accade e chi ci circonda.”

Come e perchè nasce l’insulto?

Filippo Domaneschi in “Insultare gli altri”, pubblicato da Einaudi, offre una risposta sociologica e linguistica.

Non approva e non giustifica ma spiega le motivazioni, legge le falle di una società che non prepara a dominare il conflitto.

Smonta con ironia il perbenismo vestito con i panni del pudore proprio perchè la scienza del linguaggio è studio che parte dall’osservazione.

Il neonato con il primo pianto si ribella esprimendo “frustrazione e insofferenza”.

Quella rabbia neonatale si palesa tutte le volte che non si riesce a frenare l’ostilità.

In tutte le civiltà il linguaggio ha una mappa di parole offensive.

“Persino dalle bocche di Catullo, Sallustio e Cicerone uscivano spesso e volentieri insulti rozzi e volgari.”

Possiamo definire il tempo attuale “l’epoca d’oro dell’ingiuria.”

La politica nel non trovare argomentazioni denigra con l’obiettivo di delegittimare l’avversario.

I social sempre più spesso sono teatri di feroci attacchi immotivati determinando sentimenti di vulnerabilità.

Assistiamo giornalmente alla rappresentazione teatrale dell’offesa e troppo spesso con il nostro silenzio diventiamo complici.

Grave è il meccanismo perverso che traccia una linea di confine tra individui considerati normali e minoranze.

“Nella società occidentale odierna il criterio di aderenza al modello di normalità coincide col prototipo del giovane maschio, bianco, forse anche cristiano, eterosessuale, attraente, sano, istruito, benestante.”

Il pettegolezzo, le insinuazioni, le fake – news sono larvate forme di diffamazione.

Esiste un cervello offensivo?

Che relazione c’è tra morale da sfidare e insulto?

Esistono tratti psicologici della persona insultante?

Un testo utile per imparare a disinnescare l’offesa e a cercare una dialettica di confronto civile e per ricordare che “l’insulto può avere una funzione catartica.”

Ma senza esagerare, mi raccomando!

 

“Underland” Robert Macfarlane Einaudi Editore

“Proteggere (ricordi, sostanze preziose, messaggi, esistenze fragili).

Produrre (informazioni, ricchezza, metafore, minerali, visioni).

Eliminare (scorie, traumi, veleni, segreti).

Nel mondo di sotto riponiamo da sempre ciò che temiamo e desideriamo perdere e ciò che amiamo e desideriamo salvare.”

Visitare luoghi che hanno tanto da raccontare, cogliere l’esile messaggio della Storia, interpretare la simbologia degli “occultati abissi dell’anima”.

“Underland”, pubblicato da Einaudi, sfida il pregiudizio e la diffidenza che hanno da sempre impedito di immaginare, sperimentare e vivere “il tempo profondo.”

Un tempo che oscilla tra passato, presente e futuro, un’occasione per ripensare al nostro esistere con quelle tracce che rappresentano il prima.

“Il mondo di sotto è di importanza vitale per le strutture materiali dell’esistenza contemporanea, ma anche per i nostri ricordi, per i nostri miti, per le nostre metafore.

È un terreno con cui ogni giorno facciamo i conti e dal quale siamo ogni giorno plasmati. Eppure siamo poco inclini a riconoscere che il mondo di sotto gioca un ruolo nella nostra vita, o a permettere alle sue forme inquietanti di accedere alla nostra immaginazione.”

Discesa alla ricerca della conoscenza, interazione tra anima e paesaggio, avventura antropologica si fondono.

Emozione nel visitare Aveline’s Hole, la caverna che nel mesolitico  fu usata come cimitero.

“Per mezzo della sepoltura il corpo umano diventa una componente della terra, alla quale ritorna come polvere alla polvere: è un corpo sotterrato, riportato alla sua condizione modesta, alla sua umiltà.

I vivi hanno bisogno di luoghi da abitare, ma dato il modo che abbiamo di ricordare, abbiamo anche bisogno di poterci rivolgere ai nostri morti in luoghi specifici della superficie della Terra.

La camera di sepoltura, la pietra tombale, il pendio su cui sono state sparse le ceneri, il tumulo: sono tutti luoghi dove i vivi possono ritornare e dove possono lasciare a riposare i propri cari.”

Una ritualità che unisce nella memoria.

A Parigi la “città invisibile si estende per vari livelli di profondità, connessi l’un l’altro da rampe di scale e pozzi”.

Nelle montagne slovene dove “la memoria storica si comporta come un corso d’acqua, che senza preavviso scompare per poi riemergere sotto nuovi nomi, in nuovi luoghi”

Le rosse figure danzanti nelle grotte dell’arcipelago delle Lofoten, il ghiacciaio Knud Rasmussen sono tappe di una peregrinazione che compone mappe geografiche ideali, spazi ricchi di echi antichi, disegni che sfiorano le rocce.

E l’acqua, il vento, la montagna hanno il potere di rappresentare il misticismo e la poesia dell’universo.

Robert Macfarlane impone alla scrittura un tratto teatrale e al contempo misterioso.

Nello sforzo fisico che accompagna ogni tappa sentiamo passione e desiderio di annullare il sè e farsi parte del luogo.

Ascoltarne ogni voce, interpretare segni, rionganizzare mentalmente l’esistenza di altri esseri umani.

Esperienza letteraria che non è solo racconto o ricerca individuale.

È buio che bisogna conoscere, intoppo che bisogna affrontare.

È percezione di una continuità, passaggio di testimone, speranza di riuscire a lasciare messaggi, segni e insegnamenti  ai posteri.

 

 

 

“L’altra donna” Cristina Comencini Einaudi Editore

Chi è “L’altra donna”?

È la moglie tradita o la giovane amante?

Una scacchiera dove le due figure femminili riescono a confrontarsi.

Una resa dei conti dolorosa e necessaria per capire cosa è l’amore.

Il romanzo pubblicato da Einaudi Editore è la sfida tra due generazioni che hanno il coraggio di frugare nel passato.

Entrambe ricompongono ferite adolescenziali e danno una lezione a tutti noi.

Assolvere i propri genitori significa assolvere se stessi, liberarsi da colpe che non ci appartengono.

Cristina Comencini racconta il declino della famiglia e lo fa senza enfasi.

Le interessa capire perché e come finisce una relazione, quando l’abitudine erode il sentimento.

Regge più storie in un unico quadro d’insieme e lascia la possibilità ai suoi personaggi di interpretare ed esprimere la propria personalità.

Il libro ha dei risvolti sociologici perché non si ferma alla trama ma scende in profondità, scava negli angoli bui.

Costruisce lentamente la solidarietà mostrando che si cresce solo nell’incontro e nell’ascolto.

La scrittura ha il vezzo di demolire i fantasmi e di cogliere solo la realtà.

Maria ed Elena sono facce di tempo che immaginando una eterna giovinezza costruisce illusioni.

Loro si ribellano e improvvisano un linguaggio comune.

E Pietro, l’uomo conteso?

Figura marginale o semplice pedina dell’incastro narrativo?

L’autrice lascia al lettore il compito di giudicare o forse semplicemente di accogliere le paure e le titubanze del maschio che oggi deve recitare un ruolo.

“Sono una spugna imbevuta di ricordi, di parole, di sensazioni”.

Nel finale costruito ad arte ci si accorge che non è importante dimenticare ma è fondamentale scegliere.

 

 

 

 

 

“La domanda della sete” Chandra Livia Candiani Einaudi Editore

“Che cosa vuoi corpo?

Piccolo cuore notturno

che mi tira per la manica

spella il sonno

dimmi di cosa manchi

parlami con una testa diversa”

La materialità del soggetto che disegna immaginarie figure geometriche cercando di superare l’ingorgo del tempo.

Tornare ad impossessarsi di gestualità perdute, la faccia, gli occhi, le braccia.

“Le tante facce della faccia

Si susseguono in un cinema tra muti

Segando lo spazio dell’assenza.”

“La domanda della sete”, pubblicato da Einaudi Editore”, è dicotomia tra essere e non essere, tra accettazione dell’infelicità e fuga.

È ricerca di luce in una rotazione che abbraccia il vuoto.

È distacco e necessità di riprendere il cammino.

“Ascoltare. Ascoltare e basta.

Ascoltare meglio.

Sto sognando?

Impossibile dirlo.”

Un abbandono assoluto ai cinque sensi, il riappropriarsi delle sensazioni, la speranza di tornare ad un linguaggio che sappia dare forma ai pensieri.

L’amore come fiamma che divora, assottiglia la passione lasciando orme difficili da seguire.

Vivere il sogno come incantesimo che libera il dolore.

“Ululare tra i denti, come fa la frugalità del vento,

sbriciolare tra le dita

per distrazione.”

La frasi compongono suoni che riportano alla melodia della Natura, all’acqua, al vento, all’ondeggiare dei rami.

Chandra Livia Candiani cerca negli archivi della memoria, ritrova le figure amate,  scompone il difficile legame di sangue.

Racconta l’inquietudine che non va placata ma vissuta, esplora il male, diventa vuoto da riempire.

“Restare in bilico come fa la pioggia

come una nuvola deserta,

contare momenti magnifici sulle dita,

assaporarli come semi sconosciuti.”

Un viaggio nell’invisibile con il desiderio di imparare a lasciarsi andare.

Essere senza nome, volto tra tanti, identità mancata da ricostruire.

Salpare insieme alla poetessa e “ridere e piangere sarà tutt’uno”.

 

 

 

Incipit “L’altra donna” Cristina Comencini Einaudi Editore

 

 

 

“La prima volta l’avevo notata, una bella donna triste che mi sembrava di avere già visto da qualche parte.

Io mi sentivo splendente: venticinque anni, una piccola casa, un gatto, il mio lavoro, ed ero anche innamorata di un uomo con trent’anni più di me.

Al liceo ho avuto un’esperienza con una donna, la sorella di un amico di mio fratello.

Ci siamo date un bacio in bagno, durante una gita, e poi abbracci ed eccitazione in un letto stretto.

È finita lì, mi attiravano gli uomini, nascondevano sempre qualcosa, un mistero di cui parlare con le amiche.”