“Il gioco della notte” Camilla Läckberg Einaudi Stile Libero

Una scrittura folgorante, adrenalinica.

Scenografia perfetta dove ogni particolare, gesto, frase aumenta il climax.

Dialoghi essenziali dove non conta ciò che si dice ma quanto è intenso e tragico l’intervallo tra una parola e l’altra.

Riflessioni silenziose che arrivano come grandine.

“Il gioco della notte”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Catia De Marco, ha suggestioni teatrali accompagnate da un linguaggio libero da schemi fonetici.

I suoni, le luci, i tratti somatici dei personaggi costruiscono una struttura che modifica continuamente i toni musicali.

Bisogna solo ascoltare ed osservare mentre la trama ci porta dove difficilmente entriamo.

Per timore, paura, ritrosia preferiamo non addentrarci nell’universo labirintico dei giovani.

Camilla Läckberg ci concede il privilegio di varcare la soglia di pensieri intimi, taglienti, dolorosi.

Quattro ragazzi e la notte di Capodanno che deve essere riempita da rituali anancastici.

Non c’è innocenza perchè è stata frantumata da eventi che bisogna celare anche agli amici più cari.

L’attrazione fisica è pericoloso salto nell’ignoto, rischio di perdere l’integrità dell’anima.

Max, Liv, Anton e Martina hanno il terrore di somigliare ai genitori.

Ne conoscono i vizi, i segreti, il perbenismo vuoto di valori.

“Non fanno altro che usare gli altri come specchi in cui rimirarsi.

Parlano dei loro successi ma in realtà non dicono niente.

Raccontano delle loro aziende, delle loro macchine, dei viaggi che hanno fatto e di un sacco di cose senza senso.”

Il realismo della descrizione smaschera una società cinica e spregiudicata.

Continuare a subire o reagire?

Prima di scegliere uno dei due percorsi bisogna liberarsi da troppi pesi.

La scrittrice cambia registro e affida ai ragazzi un compito difficile.

Una sfida che ha come parametro di riferimento il coraggio di giudicare.

E nella notte delle notti mentre il cielo si illumina di lampi festosi si gretolano le menzogne, si piange, si ride, ci si abbraccia.

È tempo di abbandonare l’adolescenza e lo strappo deve essere totale.

Tragico e bellissimo, malinconico e tenero, spericolato ed esplosivo, il testo è occasione di un esperimento.

Leggerlo nelle scuole superiori, invitare gli studenti a commentare, discutere, mettersi in gioco.

Aprire una finestra di dialogo e provare a non chiuderla più.

 

 

“Contare le sedie” Ester Armanino Einaudi Editore

“Non saprei dire se, crescendo, sia stata io a esiliare la vera me in quel regno ormai stretto o se piuttosto sia stata lei a perdere interesse per la mia vita in grande.

Fatto sta che ritrovarla mi suscita sempre emozioni.”

Una narrazione che incede per capitoli e in ognuno si svela la personalità della protagonista.

Un gioco ad incastro di esperienze, ricordi, amori finiti.

Uno schema non rigido ma flessibile, attento a fermare l’attimo perchè nell’istante in cui il tempo si ferma si coglie ogni sfumatura.

“Contare le sedie”, pubblicato da Einaudi Editore, è diario intimo, confessione, ricerca di quel nucleo emozionale che rende l’esistenza unica e irripetibile.

È la consapevolezza che le parole vanno protette e salvaguardate  dalla ruggine dell’oblio, perché fanno parte di un patrimonio prezioso.

Ricompongono voci, suoni, schegge dolorose.

Cercano quel baricentro dove “le forze di riannodano e si annullano, e dopo il nostro sistema è pienamente calmo e sicuro.”

Il bisogno di stupirsi con un santino e la storia misteriosa in bilico tra sacro e profano.

La scelta di “abbracciare il danno, di non vergognarci delle ferite, di dare valore alle cicatrici”.

La capacità di percepire nel timbro di una voce il non detto, la voglia folle di scegliere sempre l’unità e non la disgregazione.

Ester Armanino inchioda alla pagina non solo per la forma eccellente.

Sa intrattenere un dialogo con sè stessa serrato, senza pause, senza accomodamenti.

Racconta le cadute, le vertigini e la mancanza.

La madre è il vuoto che nessuno potrà riempire, il respiro affettuoso di chi sa abbracciare senza possedere, il sorriso aperto della speranza.

“Ho scoperto un recinto dentro di me.

Il dolore non può avere un recinto.

Così sollevo il gancio, lo libero.”

L’immagine rarefatta di un sentimento viene manipolata, schematizzata e riprodotta su uno schermo che sa dosare luci e ombre.

Nel romanzo ognuno trova piccoli segnali che lo riportano al sè bambino, che illuminano la nostalgia e la malinconia.

È come se insieme all’autrice si camminasse su un sentiero che non finisce mai.

È eterno e ci appartiene, dobbiamo soltanto imparare a cogliere i fiori del nostro passato e spargere a piene mani i semi della nostra rinascita.

Solo così forse ci sentiremo “grandi”, affrancati finalmente dal peso gravoso delle infinite sale di attese che abbiamo abitato.

Troveremo certamente quello spazio “che nei regolamenti edilizi viene definito accessorio: non ci transitiamo mai a lungo, però ce lo ricordiamo per sempre.”

“Il valore affettivo” Nicoletta Verna Einaudi Stile Libero

La perdita della sorella Stella è un trauma che si dilata assumendo i contorni di una macchia gigantesca.

È ipotesi di una colpa mai commessa a divorare l’esistenza trasformandola in ricerca ossessiva di oblio.

Dimenticare, spegnere lentamente ogni sentimento.

Chiudere in una boccia spessa ricordi e giorni e risate.

Ma il passato è una fitta che ritorna.

È una madre lacerata, senza pace.

È la casa ingrigita dal peso insopportabile del rimorso.

È un padre che nella rassegnazione stanca cerca altre mete e altre vite.

È Carlo, compagno pronto a non fare domande scomode.

È ventre vuoto e desiderio di maternità come riscatto.

È  bisogno di scartare oggetti ed eminarli con la necessità di cancellare tracce ingombranti di affettività impossibili.

“Il valore affettivo”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, corrode con una lingua che si muove sinuosa, attraente e al tempo stesso pericolosa.

Seguendo Bianca intuiamo che ci farà affacciare da un rupe perigliosa.

Conosceremo la purezza e la Menzogna, incontreremo il tranello e la vergogna.

Sentiremo sulla pelle il vortice della perdizione.

Ci chiederemo come e perchè la famiglia non sa essere involucro protettivo.

Cercheremo tra le pagine una risposta che arriverà soltanto nel finale.

Nella protagonista percepiremo con chiarezza cosa significhi azzerare il tempo.

Vivremo la metamorfosi di una bambina che restituisce gli scampoli di bellezza che le erano stati concessi.

Nicoletta Verna con il suo esordio narrativo ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria alla XXXIII  edizione del Premio Italo Calvino.

Un riconoscimento meritato perché non si ferma alla trama molto articolata ma sfida tutti noi.

La sua scrittura incisiva, scarna di aggettivi, apre un varco ad interpretazioni psicoanalitiche della sofferenza.

Sa modulare il ruolo dei personaggi in un gioco di apparizioni molto misurato.

Introduce voci che non fanno solo da corollario, sono petali a volte appassiti di un unico fiore.

Possono produrre suoni stonati come Rodolfo o armonie dimenticate come Serena.

Condurre verso spazi opprimenti come Liliana o verso la luce di un sorriso come Sofia.

Da leggere per imparare a verbalizzare le emozioni, accettare le fragilità, accogliere la solitudine.

“Il re ombra” Maaza Mengiste Einaudi Editore

“O figlia benedetta, tu che ruoti in circoli lenti.

Tu che allarghi le braccia e sollevi il viso e segui la spirale oscillante della Terra.

Fino a quando starai al passo col suo moto?

Quanto tempo dovrà passare prima che tu veda che non c’è altro posto dove andare?

Che non c’è altra via d’uscita se non quella che ti fabbrichi con le tue mani.”

Le voci del coro si alzano nel cielo offuscato dai bagliori della guerra.

Riempiono di poesia il campo di battaglia.

Offrono un controcanto alla Storia e alleggeriscono l’atmosfera carica di pathos.

“Il re ombra”, pubblicato da Einaudi e tradotto da Anna Nadotti, ha le suggestioni di un poema epico e i tratti di un rievocazione storica.

“Il tempo è collassato e c’è soltanto questo: un’invasione”

L’Etiopia travolta dal delirio di onnipotenza di Mussolini diventa teatro di una resistenza ad armi impari.

“La guerra è qui.

Si è insinuata nel paese.”

Il romanzo, finalista al Book Prize 2020, vincitore del Premio The Bridge 2019 per la Narrativa, è un capolavoro letterario che si legge con il fiato sospeso.

Coinvolgente, appassionato, è come un film in bianco e nero di un tempo da rivivere.

“Diventa il soldato che sei nata per essere.

Alzati, Hirut.”

Piccola donna che ha conosciuto l’oltraggio di vivere da serva,  ha subito in silenzio la lacerazione delle carni, ha ingoiato lacrime.

È tempo di agire, difendendo la propria terra.

E con lei altre figure femminili guidate da Aster diventano le nuove guerriere.

Maaza Mengiste regala una nuova opportunità, racconta il coraggio e la tenacia, mostra ciò che i libri non riportano.

Sa cogliere nei suoi personaggi tutte le sfumature che li attraversano, trasforma ogni gesto in un atto unico, necessario.

“Diranno che non è vero.

Che i loro aerei non volavano sull’armata di Kidane e non hanno lanciato l’iprite sui combattenti, sui fiumi e la terra.

Negheranno i bambini morti, le donne scorticate, le acque avvelenate, gli uomini traumatizzati.”

Foto sbiadite a battezzare la verità mentre le parole si fanno cocenti e brevi capitoli scandiscono la violenza.

“Cantate di coloro che non ci sono più.

Cantate dei giganti che sopravvivono fra di voi.

Cantate di coloro che devono ancora nascere.

Cantate.”

È tempo di liberare il tormento, seppellire la rabbia e trasformare l’angoscia nel canto di un popolo orgoglioso.

Il Re Ombra entra glorioso nel presente e ci ricorda di essere testimoni vigili degli eventi che attraverseranno le nostre vite.

Un libro che smaschera la viltà e la violenza maschili con un’impacabile analisi.

Da proporre nelle scuole come utilissimo manifesto di amore viscerale per i veri ideali.

 

“Le ferite” Einaudi Editore

“Le ferite”, pubblicato da Einaudi Editore e curato da Caterina Bonvicini, riunisce i racconti di quattordici autori italiani.

È un omaggio a Medici Senza Frontiere e una occasione di immersione in stili differenti.

Ad unirli è la purezza di una parola mai artefatta, di una interiorità che si mostra.

Gemme preziose per ricomporre quelle fratture grandi e piccole che sentiamo ancora dolorose.

Riviviamo la noia dei lunghi pomeriggi d’estate in compagnia di Sandro Veronesi e attraverso il suo pensiero bambino ammettiamo di “essere in grado di convivere col male che ci è stato fatto, ma anche con quello che abbiamo fatto noi.”.

Con Donatella Di Pietrantonio insieme ad una madre, ormai “bambina eterna e svampita”, sentiamo che troppo spesso non siamo arrivati in tempo per fare una carezza.

Domenico Starnone e l’amarezza di un gesto negato, Rossella Milone e la solitudine di una notte infinita, Diego De Silva e la voglia di urlare dalla rabbia di fronte ad un paese che si nutre di frasi fatte e senza senso, Marco Balzano e il gusto aspro di un’amicizia semplice che resiste nella mente.

Il costrutto perfetto di Marcello Fois nell’estrapolare uno dei tanti gesti folli che seminano sangue innocente.

La tensione emotiva di Antonella Lattanzi e il desiderio di abbracciare le bambine vittime di una quotidiana tempesta familiare e quell’incontro in un letto di ospedale dove forse non ci sono più bianchi e neri narrato da Melania Mazzucco, la capacità di dimenticare il torto grazie a Jhumpa Lahiri.

E la Storia con la S maiuscola che ci investe anche quando vorremmo scansarci.

Le parole di Hamid Ziarati si conficcano nella pelle e mostrano la disperazione di chi non ha più diritti, esule in attesa di riuscire a raccontare gli orrori delle guerre.

E la lettera scelta da Marco Missiroli, l’ultimo messaggio di Samir alla moglie prima di affogare in mare.

Le immagini di un salvataggio fallito e la sconfitta di tutti noi sono un monito e siamo grati ad Evelina Santangelo perchè ha saputo circoscrivere un evento che tenteremo di dimenticare.

Mi piace pensare che la sua narrazione sia il polo da cui ripartire.

Da una catastrofe che ci sta travolgendo dobbiamo provare ad uscirne con coraggio.

Il coraggio di affrontare gestualità dimenticate, di curare non solo le nostre ferite.

Un’opera dove si respira la passione, il lavorio incessante per rendere musicale il testo, il piacere di comunicare emozioni.

 

“Fleishman a pezzi” Taffy Brodesser – Akner Einaudi Stile Libero

“Toby e Rachel si erano separati proprio all’inizio di giugno, subito dopo la fine delle scuole, al culmine di un processo cominciato quasi un anno prima o forse quattordici, subito dopo il loro matrimonio, a seconda della persona a cui si domandava o della maniera in cui la si vedeva.”

Quando finisce un matrimonio? C’è sempre una causa scatenante? Come si riprende a vivere da single?

“Chi può sapere in anticipo se una cosa che oggi ci diverte o ci affascina non ci sembrerà intollerabile, a un certo punto?

Come possiamo sapere in anticipo di che cosa avremo bisogno?”

Taffy Brodesser – Akner va oltre le banali motivazioni e in “Fleishman a pezzi” , pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Gianni Pannofino, racconta non solo la frattura.

Evidenzia con mano sicura la psicologia dei personaggi, ne confronta le diversità e con intelligenza scava nei silenzi.

Costruisce una trama su diversi piani interpretativi e lo fa con una verve ironica eccezionale.

Nella prima parte del romanzo, finalista al National Book Award, introduce un elemento che volutamente distrae il lettore dal tema principale.

Rachel scompare lasciando al marito i due figli e infinite domande.

Quanto si conosce il proprio partner? Quali aspettative vengono deluse dalla quotidianità?

Accanto alla storia principale si incastrano altri mini racconti che mostrano gli incontri improvvisati al tempo di Internet.

La solitudine e il senso di inadeguatezza di relazioni vissute tra messaggi, chat e fantasie erotiche.

L’erotismo spinto è sempre accompagnato da una buona dose di sarcasmo che rischiara le tante ombre di chi cerca nella sensualità risposte alla propria inadeguatezza.

Il ragionamento dello scrittore è molto sottile quando riesce ad evidenziare le crepe di un modo di vivere che non asseconda più il desiderio.

Lo comprime, lo uccide in nome del quieto vivere.

Resta solo l’amarezza e la paura di fronte all’incedere del tempo.

Si apre nella narrazione una finestra sulla difficoltà di essere padri a tempo pieno e sulle responsabilità che piovono come grandine.

475 pagine che si leggono senza riuscire a staccarsi dal libro, attratti da una scrittura visiva piena di sorprese e colpi di scena.

Un finale aperto come è la vita quando si ha il coraggio di uscire dagli schemi per comprendere chi siamo.

 

“Questo è il piacere” Mary Gaitskill Einaudi Editore

Quin estroverso, pronto ad aiutare gli altri, convinto di essere profondo conoscitore della Natura umana.

Le sue amicizie femminili lo spingono sempre verso un’eccessiva confidenza verbale.

Un personaggio che non riusciamo a definire, forse ambiguo ma convinto di essere in buona fede.

Intrattiene relazioni che sono sempre a limite tra il detto e il non detto.

“Questo è il piacere”, pubblicato da Einaudi e tradotto da Maurizia Balmelli, è un racconto inquietante,  costringe a prendere posizioni.

Tante delle donne che gli erano state accanto  firmano una petizione “che era circolata in rete all’infinito, rilasciato interviste, preteso che Quin venisse licenziato, chiesto i danni, minacciato di boicottare qualunque azienda si fosse azzardata ad assumerlo.”

Quali le colpe?

Mary Gaitskill semina indizi ma lascia nel dubbio.

Frammenta episodi, mette a confronto la voce del protagonista con quella di una cara amica, Margot.

La reazione di entrambi pone a confronto le due sensibilità differenti.

“Come farà una donna a conoscere un uomo?”

Saprà comprendere quando finisce il gioco e inizia la discesa in un territorio troppo intimo e quindi invalicabile?

L’autrice non accusa e non condanna, rappresenta una società che non sa più confrontarsi con gli altri.

Non si descrivono violenze fisiche ma di stupro psicologico si tratta.

Ingerenze eccessive, frasi allusive, gesti esagerati.

Resta un interrogativo, qual è il limite tra la difesa della propria dignità e l’eccessiva paura di essere aggrediti verbalmente?

In tempi di #MeToo questa provocazione ci voleva.

 

 

“Prima persona singolare” Murakami Haruki Einaudi Editore

“Prima persona singolare”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Antonietta Pastore, è un album di ricordi, un viaggio a ritroso nel tempo.

Lo scoccare di una scintilla, il volto di una ragazza amata, una percezione che ritorna vivida.

È la musica di una generazione, la magia di un accordo, il virtuosismo di una sinfonia.

È l’esistenza che si snoda attraversando il treno del rimpianto.

“Nel mondo in cui viviamo tutto dipende dall’angolo da cui si osservano le cose.

Cambiando l’esposizione dei raggi del sole, l’ombra diventa luce, la luce diventa ombra.

Il positivo diventa negativo, e viceversa.”

I racconti di Murakami Haruki ci permettono di cambiare prospettiva, di osservare con meraviglia, di amplificare le emozioni.

Nella perfezione di una scrittura asciutta, nella ricerca del dettaglio, nella cura del linguaggio c’è armonia.

Diversi strumenti convergono nel costruire figure immaginifiche.

“Ci sono diversi centri, anzi, infiniti centri, ma in un cerchio che non ha circonferenza.”

Se la figura geometrica è una metafora non importa.

Quello che conta è il messaggio che lancia.

L’inesistente può contenere l’esistente se si fa lo sforzo di crederci.

E tutto diventa possibile mentre la vita diventa una passeggiata fantasiosa.

Non manca una nota malinconica che si ravvisa come un presagio.

È il tempo che le sue spire acuminate a ricordare che ci sono scadenze che dovremo attraversare.

“Ci rivedremo

O finirà così

Qui e ora?

La luce mi invita

L’ombra mi calpesta.”

Un gioco di doppi che si ripete costante, passato e presente, fuga e ritorno.

Cose e persone scompaiono, affetti si perdono, la notte nasconde le tracce.

Resta la parola a colmare il senso di smarrimento.

È la parola di chi ci regala se stesso, si offre e ci invita a mostrarci in un tempo in cui tastiere e cellulari oscurano l’Io.

“Spezzare

Essere spezzati

Se poso la nuca

Sul cuscino di pietra

Ecco, è diventato polvere.”

 

 

“Quando tornerò” Marco Balzano Einaudi Editore

 

“Ragazzi miei, ho trovato lavoro in Italia.

Devo andare, altrimenti non potrete più studiare e a momenti neanche mangiare come si deve.

Io invece voglio che viviate con le stesse possibilità degli altri.”

Poche righe scarabocchiate su un foglio in un’alba gelata.

Lasciare la Romania e lo strappo che non consente il pianto.

Milano e la nebbia, la lingua da imparare in fretta e un corpo di vecchio da accudire.

Telefonate che si riducono alle solite domande mentre il cuore è asfissiato dall’assenza.

Moma, madre costretta a pagare la colpa di una povertà che non lascia scelta.

“Quando tornerò”, pubblicato da Einaudi Editore, racconta la migrazione delle donne, aprendo uno scenario che si è volutamente ignorato.

Figure che entrano nelle nostre case, si prendono cura dei nostri anziani, riempiono il vuoto di un affetto che non possiamo e non riusciamo a dare.

Di loro nessuno dice niente, schiave e prigioniere, stanche, invecchiate, devastate dalla nostalgia.

Marco Balzano regala una prosa commovente che nasce dallo studio del fenomeno migratorio.

La sua voce arriva con quella leggerezza che lo contraddistingue.

Lo stile e i tempi letterari sono scanditi con ritmo pacato di chi ama la parola.

La capacità di dare spazio ai personaggi definisce un quadro dai colori tenui nel drammatico evolversi degli eventi.

Il dolore e la rabbia di Manuel, figlio abbandonato, dicono molto su chi resta.

Si vive aggrappati al sogno di un ritorno, ma i giorni passano e scavano solchi di incomprensione.

La trama scorre e vorremmo fermarla, goderci la purezza della frase, la brezza di una narrativa che sa essere denuncia sociale.

Sentiamo che succederà qualcosa nelle accelerazioni prospettiche della struttura.

E quando un solo gesto, segno di una disperazione senza fine, arriva siamo pronti ad accoglierlo.

Il cerchio si chiude su un ragazzino e la sua mamma.

L’amore si condensa in una sala d’attesa e i ricordi diventano pungenti.

Bisogna sussurrare cosa significhi essere migrante, avere il coraggio di mettere a nudo la vergogna di essere solo un nome senza diritti.

È necessario fare spazio al senso di colpa per non avere percepito la frattura che stava disintegrando la famiglia.

Imparare a piangere dopo anni di lacrime ingoiate.

“Mi sentivo svuotata.

Ero solo affamata di te.”

Difficile in una recensione esprimere le emozioni che si provano, trovare fonemi per ringraziare l’autore.

Da siciliana ho ritrovato la storia dei miei nonni e mentre le mie immagini si mescolano con quelle dello scrittore so che questo libro andrà lontano.

Testimonierà lo strazio di chi parte, offrirà speranza a chi decide di rimanere.

“Stai zitta” Michela Murgia Einaudi Editore

“Una donna che parla in contraddittorio 《provoca》.

Il resto può passare, ma l’atto di esprimere opinioni diversive va sempre contestato.

Sei cantante e dici la tua sui migranti?

Continua a cantare e stai zitta.

Sei scrittrice e fai un commento su come il governo gestisce l’emergenza pandemica?

Scrivi i tuoi libri e per il resto stai zitta.

Fai l’attrice e rilasci una dichiarazione sulle scelte collettive per fermare il cambiamento climatico?

Eri molto molto meglio quando facevi i film e stavi zitta.”

Propongo un esperimento.

Iniziate a leggere “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più”, pubblicato da Einaudi Editore, in compagnia di un quadernino.

Ad a ogni capitolo segnate la frase che vi ha convinto e quella che rappresenta la realtà.

È importante liberarsi dai pregiudizi ed ascoltare.

“La donna che non vuole irritare l’uomo con cui si sta confrontando deve agognare di avere spesso torto o almeno di non avere sempre ragione.

Specialmente quando ha ragione.”

Una delle cause del silenzio è legata alla condiscendenza della donna?

Michela Murgia analizza con lucidità e una buona dose di umorismo l’assenza delle figure femminili nei ruoli di potere.

Dai giornali, alle televisioni, alla politica poca rappresentanza come se nessuna sia esperta.

La cosa più grave che questa assenza non viene percepita, è “la normalità”.

Non bastano le quote rosa?

Signori, ci dispiace, non cerchiamo una parità numerica ma vorremmo “una rappresentazione del pensiero.”

Viene negata l’identità sociale, la competenza, la creatività espressiva.

Nella sfera privata o si è mamme o si vive il peso di una colpa.

“Come in tutti i sistemi di potere coercitivi, il patriarcato non tollera il dissenso e ha metodi violenti per combatterlo.”

Se negli anni settanta si erano aperti nuovi orizzonti oggi si assiste ad una regressione sociale.

Certamente la politica sovranista e aggressiva ha le sue responsabilità insieme ad una mancanza di solidarietà tra donne.

E se provassimo a rifiutare i modelli che ci impongono?

Pronti a rileggere le vostre osservazioni?

Le parole della scrittrice vi hanno convinto e hanno rafforzato le vostre condivisione: il libro è stato illuminante.

Non vi siete sentiti coinvolti? Anche in questo caso la lettura è stata utile perché vi ha permesso di conoscere una visione alternativa alla vostra.

Per quanto mi riguarda mi sono sentita rappresentata, ho respirato un’aria di confronto e un approccio morale ed etico che mi appartengono.