“Inchiostro simpatico” Patrick Modiano Einaudi Editore

 

“Chi vuol ricordare deve affidarsi all’oblio, al rischio dell’oblio assoluto e a quel felice caso che diventa allora il ricordo.”

Le parole di Maurice Blanchot nell’esergo di “Inchiostro simpatico”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Emanuelle Caillat, forniscono una delle tante chiavi di lettura.

Il romanzo è pervaso dalla contrapposizione tra memoria e oblio creando un’atmosfera quasi surreale.

Tutto è avvolto dalla nebbia del tempo e si ha la sensazione di approdare nella dimensione del surreale.

Un caso da risolvere: la scomparsa di Noëlle Lefebvre, donna misteriosa che ha lasciato poche tracce.

Il protagonista, appena ventenne, viene investito del ruolo dell’investigatore e attratto da qualcosa che non sa ancora definire, segue diverse piste per arrivare alla soluzione del rebus.

Amici, conoscenti, forse amanti danno poche notizie utili ma delineano un personaggio complesso che potrebbe avere diverse identità.

Una fototessera dai colori sbiaditi, un indirizzo, un taccuino dove sono annotate solo poche righe.

La maestria di Patrick Modiano, premio Nobel per la Letteratura, lascia disorientati e felici di leggere un’opera dai risvolti decisamente filosofici.

Quanti “spazi bianchi” ci sono nelle nostre vite e come potremo riempirle?

Che ruolo ha la parola scritta?

“Di certo mi è sempre piaciuto introdurmi nelle vite degli altri, per curiosità e anche per il bisogno di capirle meglio e districare i fili ingarbugliati delle loro esistenze – cosa che spesso non erano in grado di fare da soli perché vivevano la loro vita da troppo vicino, mentre io avevo il vantaggio di essere un semplice spettatore, o meglio un testimone, come si dice nel linguaggio giuridico.”

Ripensando alle altre opere dello scrittore ci si rende conto che ha sempre provato a sminuzzare le esistenze con la leggerezza di un Maestro.

Quell’ evento accaduto in età giovanile torna come un bisogno, un’ossessione, un desiderio.

Ed una breve frase ” se avessi saputo” è una voce che penetra negli interstizi del tempo, diventa invito a capire.

La narrazione assume un nuovo tono, è accelerata, carica di echi che non danno pace.

Si arriva alle ultime pagine con il cuore in gola e ci si accorge che il testo contiene un’ulteriore simbologia.

Forse si è giunti al traguardo ma non importa.

Quello che conta è il tentativo di rispondere alle tante domande esistenziali.

Può la dimenticanza tracimare ogni pensiero, atto, relazione?

Bella la metafora dello sciatore che “scivola in eterno su una pista piuttosto ripida, come la penna sulla carta bianca.”

Finalmente ogni spazio si è riempito e a noi tocca il compito non facile di unire ciò che è disgiunto.

Un libro che ricorda le pennellate dei pittori impressionisti in una Parigi magica e suadente.

 

“Vita mortale e immortale della bambina di Milano” Domenico Starnone Einaudi Editore

 

“Era stanca, e la vita era passata a cucire migliaia di guanti di camoscio per le dame, e adesso era serva di tutti noi, figlia, genero e nipoti, e l’unico che lei serviva e che avrebbe sempre servito e riverito con grandissima gioia ero io.”

Tra nonna e nipote si costruisce un rapporto speciale fatto di silenzi, storie fantasiose e frammenti di passato.

Domenico Starnone torna all’infanzia e con pagine intense racconta l’amore spontaneo per la bambina del palazzo di fronte.

È l’idealizzazione romantica di un sentimento che prende forma nella mente come una scintilla.

È la scoperta del primo desiderio narrata con purezza commovente.

Gli sguardi, la ricerca di attenzioni ed i sogni ad occhi aperti sono offerti al lettore con una semplicità perduta.

“Vita mortale e immortale della bambina di Milano”, pubblicato da Einaudi Editore, è rivisitazione di una memoria simbolica.

Quella memoria che si insinua nella mente, si trasforma con il passare degli anni, pronta a tornare con intensità come segno tangibile di vita.

Due voci fanno da controcanto ad un testo poetico e delicato come una carezza.

Il ragazzino e l’adulto permettono di cogliere due prospettive differenti, invitano a ripercorrere un cammino a ritroso.

La trama, in apparenza semplice, è un manuale di sopravvivenza.

Analisi lucidissima della famiglia e delle differenze sociali, valorizzazione della lingua d’origine attraverso quel dialetto che è radice.

Incontro con una spiritualità che non segue i canoni stabiliti e vive il dubbio come fonte di conoscenza.

Sperimentazione della morte come inizio di una relazione mai interrotta.

“Mi sentivo spesso come se mi tenessi solo con le unghie in cima ad una parete di vetro e fossi sul punto di scivolare in basso, verso una melma scura, con uno stridío insopportabile.

Però stavo attento a non darlo a vedere a nessuno.”

Cosa significa uscire dal perimetro culturale di provenienza e tentare il salto di qualità?

L’istruzione diventa strumento e contemporaneamente trappola.

Nello studio della fonetica si coniugano più mondi per la necessità di trovare un punto di congiunzione con quella Napoli analfabeta, sempre ai margini.

Quelle parole senza vocale sono materializzazioni del ricordo, carne viva che si è trasmessa da secoli.

Nelle ultime pagine si consacra la grandezza di un autore che senza smancerie racconta il dolore della perdita.

Un riscatto per tutte le donne come la nonna che hanno lasciato un segno immortale con l’esempio e l’abnegazione.

Finalmente eroine che hanno saputo tenere viva l’unità familiare sacrificando se stesse.

Un testo meraviglioso, un invito a cercare nelle piccole conquiste il senso e la direzione del cammino.

 

“Il lettore sul lettino” Guido Vitiello Einaudi Editore

 

“Sono oggetti materiali o mentali, i libri?

Li tocchiamo, ti annusiamo, li soppesiamo, li allineiamo sugli scaffali, li portiamo con noi nei nascondigli più inviolati, di solito li prestiamo malvolentieri, li sgualciamo o li maltrattiamo in vario modo.”

Ironico e colto, saggio e irriverente, Guido Vitiello ci offre uno spaccato delle nostre piccole e grandi manie.

Ci ritroviamo nelle sue descrizioni e sorridiamo di fronte al nostro amore maniacale per la lettura.

Siamo stati scoperti e finalmente sappiamo che le nostre nevrosi sono condivise.

“Il lettore sul lettino”, pubblicato da Einaudi Editore, ripercorrendo “tic, manie e stravaganze di chi ama i libri”, ci fa sentire a casa.

“Pian piano, immersi nella lettura, ci dimentichiamo della loro esistenza materiale, della carta e dell’inchiostro, diventano una dépandance della nostra mente, e in quello spazio lasciamo che compiano ogni sorta di operazioni magiche.”

Il legame con i parallepipedi di carta nasce da lontano e l’autore scomoda Freud per dare una visione psicoanalitica alla nostra brama.

Ci chiediamo quale parte interpreta il nostro compagno di sempre.

È “padre severo che ci scruta dallo scaffale più alto”?

È “madre a cui strappare i segreti della vita?

Sarà amante, bambino o “tutte queste cose a turno”?

Ogni capitolo è preceduto da una citazione che scandisce la passione degli scrittori per la parola scritta.

Una specie di viaggio all’interno della letteratura mondiale in compagnia di Stefan Zweig, Jorge Luis Borges,  Giorgio Manganelli.

L’analogia tra libri e amori, l’incapacità di prestarli, il desiderio di accumularli, per non parlare del senso del dovere che ci costringe a continuare a leggere anche quando il testo non ci convince.

Vogliamo parlare delle copertine e della sobria distanza del digitale?

La difficoltà ad accostarsi alla saggistica, l’ambiguità del voler rileggere, l’ossessione nell’organizzazione della propria biblioteca: tanti gli spunti di riflessione.

Certamente  “il rapporto del lettore nevrotico con i libri è disseminato di rituali e interdizioni rispetto ai quali, a voler essere evoluzionisti fino in fondo, i dieci comandamenti sono un distillato di modernità e di spirito illuministico.”

Sappiamo già che il viaggio non è finito, lo scrittore continuerà a farci compagnia con la sua verve brillante spingendoci a vivere insieme a lui l’inebriante sensazione di essere passionali amanti della letteratura.

Non provino a dissuaderci, a convincerci che le tecnologie hanno sostituito la carta.

Non ci risciusciranno.

 

“Baudelaire (e Flaubert)” Giovanni Raboni Einaudi Editore

 

“La carne si fa parola”, mai sottotitolo è stato così azzeccato.

Leggendo Baudelaire (e Flaubert)”, pubblicato da Einaudi Editore e curato da Patrizia Valduga, si percepisce la metamorfosi tra corpo e logos.

Un saggio sublime che entra nella esplorazione della poetica sviluppandone la modernità e la Bellezza.

La ricca biografia di Baudelaire non si ferma all’analisi delle vicende private, le analizza avvicinandole ai testi.

“Non invidio i poeti che si lasciano guidare unicamente dall’istinto; li ritengo incompleti…

È impossibile che un poeta non sia anche un critico.”

Per la prima volta viene affermata “la specificità della poesia”.

In “I fiori del male” il verso sa essere sensuale, voluttuoso, provocatorio e moderno.

Esprime un’avventura esistenziale dolorosa, lancinante, non attenuata dalla “beatitudine del nulla”.

È vissuto frastagliato da una realtà che nei bassifondi si insinua cercando quell’umanità dolente e poco rappresentata.

Giovanni Raboni nel ricostruire il percorso degli scritti, delle lettere, dei diari, trasla il senso del Verbo, lo rende vivo e moderno.

Scava nelle frasi e in questo lavoro di ricerca ci offre una visione dinamica e vivace di una delle personalità più controverse della letteratura internazionale.

“Baudelaire è il primo poeta che riesce ad essere moderno, non più dentro la realtà, o nelle pieghe di essa, bensì contro una realtà che vorrebbe, oggettivamente e ineluttabilmente, la sua scomparsa.”

La scelta di costruirsi una maschera diventando un eccentrico dandy, la descrizione dei luoghi come “oggetti da esorcizzare”, la polemica nei confronti di una borghesia che vira verso valori capitalistici, possono essere lette come strategie o come tragica distanza dal suo tempo.

Le lettere alla madre vengono commentate con la meraviglia dell’appassionato che sa emozionarsi condividendo emozioni.

Le dissonanze, l’amore per i gatti, l’alleanza “tra prosa e poesia”, la ricchezza del lessico e della sintassi: il nostro viaggio a tappe è una miniera di sorprese.

Le pagine dedicate a Flaubert sono sintesi perfetta della vera critica letteraria che non si ferma alla disamina del testo ma perlustra la psicologia dei personaggi, le simbologie e i fremiti emotivi.

Le conclusioni di Patrizia Valduga chiudono il cerchio magico e invitano a fermarsi su alcuni passaggi del saggio con la gioia di scoprire che è tempo di resistere “alle opprimenti Caterine come all’opprimente mondo borghese, e resistere alla grandezza di Hugo e di Balzac come all’incomprensione e all’ostilità dei mediocri.”

 

 

“Tutta colpa di Freud” Paolo Genovese Einaudi Stile Libero

 

In “Tutta colpa di Freud”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, ci sono tutti gli ingredienti della commedia brillante.

Il ritmo narrativo ha una cadenza lineare, senza inutili incidentali.

La trama subisce diverse metamorfosi e i numerosi intrecci paralleli creano un’atmosfera di attesa.

I dialoghi si susseguono veloci e trasformano il testo in una raffinata pellicola a colori.

I capitoli danno voce ai personaggi in un’alternanza che permette al lettore di conoscerne il pensiero.

È proprio la capacità di interrogarsi uno dei tanti punti di forza del romanzo.

Ci si immerge in un testo che sa essere introspettivo con leggerezza e questa caratteristica è dono per chi ama una letteratura che indaga con intelligenza il tempo presente.

Francesco Taramelli è uno psicoanalista competente e un padre meraviglioso.

Abbandonato dalla moglie ha saputo offrire alle figlie un porto sicuro dove rifugiarsi.

I problemi delle sue ragazze vengono affrontati e aggrediti da più punti di vista.

Se il primo approccio è professionale, vincente è la carta di un affetto che non soffoca ma invita alla riflessione.

Della diciottenne Emma apprezziamo il carattere solare, la spinta a voler crescere in fretta.

Marta insegue i suoi sogni e nella piccola libreria nel centro di Roma è quella libraia che tutti vorremmo conoscere.

Sara alla fine di una storia sentimentale lascia New York e torna a casa.

È una figura molto interessante, capace di mettere in discussione il proprio orientamento sessuale.

In questo contesto articolato non mancano gli uomini ed ognuno ha una personalità che ne delinea le fragilità.

Chi sono veramente i maschi e come si muovono nel territorio complesso delle affettività?

Paolo Genovese con una innata genialità ne traccia i confini, si muove con abilità nella psiche.

Mostra che non esistono principi azzurri e che l’amore ha una consistenza fluida.

Invita a confrontarsi con il sogno di perfezione che sta intaccando la nostra realtà.

Inventa colpi di scena deliziosi dove le parti si invertono trascinate da un sentimento non sempre stabile.

Un libro intelligente che offre diverse occasioni di introspezione e regala non poche risate.

 

“Oliva Denaro” Viola Ardone Einaudi Editore Stile Libero

 

“Oliva Denaro”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, è un romanzo perfetto nello stile, nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi.

La parola affidata alla protagonista, che da il nome al titolo, rispecchia i pensieri, gli stati d’animo, i turbamenti, i batticuori di una ragazzina.

I luoghi, le credenze, il ritmo lento e arretrato del paesino siciliano sono narrati con una finezza di dettagli che lascia sbalorditi.

Ambientare il testo negli anni sessanta significa realizzare una saga familiare e comunitaria dopo averne studiato con attenzione il substrato culturale e antropogico.

La scrittura è frutto di ricerca e meditazione e riesce a regalare un affresco di una società asfissiata da da regole e imposizioni imposte dagli uomini.

Le donne subiscono il destino, devono mantenersi pure, non avere grilli per la testa, attendere che qualcuno le scelga come spose.

“La femmina è una brocca: chi la rompe se la piglia, così dice mia madre.”

Un incipit che sa anticipare e al contempo provocare.

Viola Ardone attraverso le riflessioni della sua Oliva ci regala un periodo storico impreziosendolo con sprazzi di una quotidianità che si muove lenta.

“La vita di Martorana è vita di sguardi, pensai: vedere ed essere visti.

E ognuno all’occhio altrui pretende sempre di essere meglio di quello che è.”

Frasi lapidarie, essenziali che fotografano il bianco e il nero.

A proteggere l’integrità della figlia è la madre, depositaria di una sovrastruttura dalle radici millenarie.

Custode e carceriera perché questo è il suo ruolo sociale.

Quando la giovane subisce un grave trauma la rigidità della figura materna si frantuma.

“Le sue mani mi premono il viso, scendono sul collo, sulle spalle, mi avvolgono la schiena e mi tengono forte.

Restiamo abbracciate per terra, le guance attaccate, vischiose di confettura alle arance.”

Torna ad essere grembo che accoglie e questa trasformazione dolorosa crea una frattura tra il prima e il dopo.

Mostra che esiste la famiglia nel senso più sacro del termine.

Il padre non spreca parole ma c’è ed è presenza luminosa, uomo senza pregiudizi.

In un crescendo di tensione arriva il momento della scelta.

La scrittrice modula con intelligenza il percorso mentale della sua creatura.

Ha stabilito con lei un patto segreto e il lettore percepisce questa intesa.

Comprende che il libro è una sfida, un esercizio di coraggio, un invito a volare in alto.

A credere in se stesse, a trovare l’entusiasmo di ribellarsi.

Una prova letteraria di altissimo valore educativo, un esempio per le nuove generazioni, un pungolo per chi ha già percorso parte dell’esistenza.

Non è finito il tempo di lottare per i propri diritti.

Leggetelo, è il dono di un’autrice che entra a pieno titolo nel paradiso della letteratura internazionale.

 

“50 suicidi più 50 oggetti contundenti” Alessandra Carnaroli Einaudi Editore

 

“preparo il giorno

del mio trapasso stendo

la pasta sfoglia passo

passo come dice benedetta

detto cotto

le presine da forno

sentiranno

la mancanza quando

cadrò

di sotto”

“50 suicidi più 50 oggetti contundenti”, pubblicato da Einaudi Editore, è una raccolta poetica provocatoria e divertente.

Nessuna punteggiatura e un verso breve, incisivo, immediato.

È la parola che diventa flessibile, si presta ai giochi verbali, alle incidentali.

Un rincorrersi di pensieri accelerati, spinti dalla forza motrice di uno scarto sul quotidiano.

Oggetti e luoghi riassemplati diventano pericolosi tentatori.

Dalla casa, incontrastato spazio femminile, alla strada e in questo passaggio si cela un’impennata che sposta l’attenzione dal soggetto all’oggetto.

“fingersi migrante a rosarno

raccogliere pomodori

attenderne di notte

il lancio.”

Il disagio contemporaneo trasformato in un palcoscenico da osservare.

“aprire casseforti e cassapanche

provare gonne di due taglie più piccole

rifare uguali spezzatini “

Ripetitività di gesti che sulla carta mostrano l’assurdità di una recita sempre uguale.

Alessandra Carnaroli spezza la prigione dell’avvio, racconta il mondo rovesciato dove ogni donna è padrona di sè stessa.

Torna a guardarsi e a guardare, ad indagare quel vuoto che attrae come un gorgo.

Rendendo esplicito “il suicidio” compie un atto liberatorio.

Si fa terapeuta del lettore e lo invita a scrollarsi di dosso il dolore del vivere.

“di morte apparente

mi risveglio

al canto

delle vecchie

nel primo banco.”

La scena cambia bruscamente e ruota su sè stessa.

Dal suicidio all’omicidio perchè?

Ci si ferma attoniti e piano piano forse si comprende.

Una scarpa con il tacco, la tazza con la faccia di mafalda, la statuina di Biancaneve, la palla di vetro con l’angioletto: scarti nella stanza della mente.

Metafore di un indefinito malessere.

Polverosi contenitori del nulla.

Si può immaginare una coppia nella danza tragica dell’autodistruzione.

Mi piace pensare che non ci saranno vinti e vincitori, il sangue si trasformerà in fiore donato a chi cerca pace.

 

 

 

“Appunti sul dolore” Chimamanda Ngozi Adichie Einaudi Editore

 

“Quella del dolore è una storia crudele.

Insegna quanto possa essere violento il lutto, quanta rabbia possa contenere.

Insegna quanto possano sembrare vuote le condoglianze.

Insegna quanto il dolore abbia a che fare con le parole, con il loro fallimento e con il nostro bisogno di trovarle.”

La scrittura di Chimamanda Ngozi Adichie è espressione di una implosione, il viaggio alla radice della sofferenza.

L’ elaborazione del lutto per la scomparsa del padre è lenta appropriazione di una realtà che non si può accettare.

Corpo e anima si incontrano nella lacerazione che ha frantumato il senso dell’esistere.

“Non posso riflettere, non oso approfondire, perchè ne uscirei sconfitta non solo dalla sofferenza, ma da un nichilismo travolgente, un meccanismo di azzeramento del senso, perché non c’è senso, perché niente ha senso.”

“Appunti sul dolore”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Susanna Basso, è confessione intima, ricerca di una lingua nuova che sappia contenere e proteggere, fermare in immagini il prima e il dopo.

“È possibile essere gelosi del proprio dolore?

Voglio che mi conosca, voglio conoscerlo a fondo.”

I ricordi si proiettano su lastre di ghiaccio, diventano esercizio di riappropriazione dell’infanzia.

Hanno il potere di far emergere tratti delle origini nigeriane.

Attraverso una contaminazione di culture la scrittrice trasforma e sublima la sua perdita.

Costruisce uno spazio in cui il lettore è coinvolto e non solo sul piano emotivo.

C’è un afflato che solo la buona letteratura sa regalare quando mette a nudo l’Io.

Un testo da assaporare a piccoli sorsi, cercando tra le pagine le parole che non abbiamo saputo pronunziare quando la morte è entrata prepotente nelle nostre vite.

Mi piace pensare che “la sofferenza è un monumento all’amore: solo chi prova dolore autentico può dire di avere amato davvero.”

 

 

“Le maestose rovine di Sferopoli” Michele Mari Einaudi Editore

 

Se “Leggenda privata” ci aveva sorpreso mostrando un’affabulazione innovativa e originale, “Le maestose rovine di Sferopoli”, pubblicato da Einaudi Editore, ci abbaglia per la qualità di una creatività che sa spaziare in tutti i territori del possibile e del suo opposto.

Un viaggio che porta lontano superando gli steccati del divenire.

Ogni racconto è esperienza esaltante, attivazione di neuroni, espressione di un universo non convenzionale.

Mentre tutto ciò che è ovvio si allontana, resta la purezza di scorci mai visitati prima.

È divertente poter far parte dell’inventiva di Michele Mari, interpretando il senso di ogni storia.

Nei rabbini che edificano golem si può cogliere la sfida al divino o la lotta tra essere e apparire.

L’ubbidienza di Toshiro all’imperatore, la rivalità tra due parroci di provincia, la mancanza di fermezza del cavaliere potrebbero schematizzare la vulnerabilità e la fragilità dell’essere umano.

Assistiamo ad un convegno organizzato dai teschi, cercheremo di comprendere il mistero della stanza abitata da un’eterna bambina, torneremo ad essere “solo bambini”, indosseremo scarpe che cambieranno il nostro destino.

Si ha la percezione di osservare “la contraddizione” tra due o più facce della realtà.

Non mancano i giochi linguistici in un puzzle di citazioni tratte da libri amati.

“Si sogna quasi sempre in soggettiva.

Nei sogni siamo il vettore che sposta il proprio sguardo, e ci sappiamo come guardanti.”

Il ribaltamento della visione egocentrica dell’Io è molto presente e ci costringe a guardarci nella distorsione di noi stessi, mentre gli altri diventano lo specchio.

Impossibile trovare gli aggettivi per celebrare un libro che contiene il Tutto.

Filosofia, fantasticheria, spiritualità, psicoanalisi in un percorso che fa onore alla letteratura italiana.

I continui flussi stilistici, la perfezione dell’eloquio, la compattezza dei dialoghi, la ricerca del senso della narrazione sono solo alcuni dei pregi di un testo unico, grandioso, metafisico.

Leggetelo e vivrete emozioni indimenticabili e uniche.

 

 

 

Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

 

In “L’invulnerabile altrove”, pubblicato da Einaudi Editore, si percepisce un cambiamento stilistico e musicale rispetto a “Cattivi”.
Quali gli input per arrivare a questo percorso introspettivo molto interessante?
Cattivi era ambientato in uno spazio molto piccolo e molto vuoto: una cella di isolamento.
Questo rendeva le parole importanti (anche quando non era affatto certo che qualcuno le avrebbe ascoltate, e tanto meno che avrebbe risposto).
L’invulnerabile altrove è ambientato in uno spazio ancora più piccolo e – in teoria – solitario: una testa. però non è un monologo: è un dialogo. sono due teste in contatto (e, attraverso le teste, due mondi che hanno bisogno di essere raccontati, due mondi invisibili l’uno per l’altro).
E’ il massimo dell’intimità compresso insieme al massimo dell’estraneità.
Credo le conseguenze stilistiche vengano da lì, da questa tensione.
Delle due figure femminili, solo una ha un nome proprio.
Dietro questa scelta letteraria riuscita ma temeraria cosa si cela?
Intanto un mio limite: faccio sempre fatica a dare dei nomi ai personaggi.
Comunque all’inizio un nome ce l’aveva anche la voce che è viva, e racconta.
Poi mi sono accorto che c’era molta più concretezza nel mondo dei morti. Capitavano più cose lì. Il mondo di ombre, la condanna a ripetere atti di cui si è dimenticato il senso, era più da questo lato. Così ne ho approfittato per togliere il nome alla voce narrante.
C’è un bilanciamento tra i  due personaggi o una domina sull’altra?
L’opacità del qui contro lo splendore dell’altrove rischia continuamente di mettere in secondo piano la voce narrante.
Io però ho fatto il possibile per evitarlo.
Dopotutto è con lei che possiamo identificarci.
Con i problemi e le paure e le speranze di chi non è ancora morto.
Quanto è presente il tema del doppio nel testo?
Non troppo. Che Anna sia il doppio immaginario e per certi aspetti complementare di chi narra è solo una delle letture possibili.
Serrati i dialoghi in un gioco mentale raffinato che riesce a sintetizzare il Pensiero.
Il bisogno di cercare strade alternative all’Omologazione?
Mettiamola così: la voce che narra si adatta molto rapidamente ad avere una seconda voce in testa perché, in partenza, non era molto soddisfatta della sua, quella che sentiamo tutti, quella che ascoltiamo da quando abbiamo ricordi.
La nostra vocetta interiore spesso è poco più di un rumore, di un antidoto al silenzio.
Ricorre spesso il verbo “guarire”, da cosa e da chi?
Guarire ha innanzitutto un significato sociale, significa: tornare alla normalità, non rischiare di venire espulsi. Questo nel libro vale per i vivi e, ancor più, per i morti.
Le due donne non sanno come sono entrate in contatto, sanno però che questo contatto deve finire, e in fretta.
La pazienza dei rispettivi mondi sta per finire.
Ma se la malattia (questa malattia del libro) è contatto, mescolanza non autorizzata, allora guarire comporta sì maggiore integrità, ma anche maggiore sterilità.
Il corpo è un ostacolo o una nuova opportunità per vivere il connubio tra ragione e istinto?
I morti fanno meraviglie col corpo.
Dedicano un’infinità di tempo a esercitarsi, migliorarsi, sintonizzarsi con gli altri.
Sono ballerini, ginnasti, acrobati, coro.
I vivi… fanno più fatica.
Che ruolo hanno i sogni? Delimitano gli spazi della creatività?
I sogni sono l’unico momento in cui le due donne non sentono i pensieri dell’altra.
Sono un momento di privacy.
E dopo un po’ cosa fanno?
Cominciano a raccontarseli.
Per Anna, in particolare, diventano un modo per raccontare il suo passato.
Un passato che ha molto dell’incubo e, come i sogni, è difficile da ricordare, e nel raccontarlo si distorce.
Quali metafore si nascondono nel Prima e nel Dopo?
Non lo so.
Però una delle cose che distinguono il Dopo dal Prima è che nel Dopo si crede fermamente nel progresso.
Si è certi – pur con ripiegamenti e periodi di stasi – di andare verso il meglio.
Quanto l’ha cambiata questa sfida letteraria?
Ho impiegato troppi anni a scriverlo. Non va bene. Umanamente, personalmente, spero che una fatica così non mi capiti mai più.
Programmi futuri?
Sto scrivendo (lento come sono, guai se non fosse così!)