“Una cadillac rosso fuoco” Joe R. Lansdale Einaudi Stile Libero

Intreccio perfetto con tanti colpi di scena.

Diretto, implacabile, generoso di dettagli.

Le caratteristiche del noir ci sono tutte.

Il climax  va accelerando mentre la tensione narrativa continua ad aumentare.

“Una cadillac rosso fuoco”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, è un film che procede incalzando il lettore.

Ed Edwards è un venditore di macchine usate, abituato a sopravvivere.

La routine di un uomo qualunque, in una città del Sud.

Un fulmine incendia il suo equilibrio fragile.

È la signora Craig: “bionda, di un biondo a buon mercato, con sopracciglia arcuate e labbra di quelle capaci di convincere un uomo, e forse anche qualche donna, a qualunque cosa.”

Mente raffinatissima, manipolatrice e molto sensuale riesce a coinvolgere il nostro protagonista in avventure rocambolesche.

Può un uomo perdere completamente la bussola per una donna?

Può essere disposto ad uccidere?

Una commedia dai toni accesi?

Non è lo stile di ” Joe R. Lansdale, maestro nell’introdurre nelle sue trame precisi messaggi.

Questa sua capacità trasforma ogni suo libro in uno specchio del tempo in cui viviamo.

Il riflesso non deformato dell’America e del suo sogno.

Lo status di chi ha raggiunto il vertice, possiede e quindi è.

“Una Cadillac dà sempre l’impressione che chi la guida faccia la bella vita, e allora la gente ti rispetta.

Magari la notte dormi in un cartone coperto da un asciugamano, ma se hai un’auto del genere, ti guardano in un modo particolare.”

Lo scrittore dimostra che tutto è possibile pur di raggiungere l’obiettivo.

Uscire dalla casta degli invisibili, cancellare tutte le macchie del passato come un padre nero e ricominciare.

Provare a sintetizzare la trama significherebbe fare un torto alla creatività del testo, anche perchè c’è molto altro nella narrazione.

C’è il sorriso e il pianto, la tenerezza per la sorella, la pietà per la madre alcolizzata.

I ripensamenti e la necessità di essere duri, inflessibili, cattivi.

I rivoli dolorosi della guerra in Corea, la prepotenza della polizia, le immagini di paesaggi illuminati dalla luna.

E l’essere umano in tutta la sua complessità, pronto a fare il gesto eroico, forse l’unico.

Quello che lo redime dando un senso profondo, intimo, emozionante ad una storia che certamente non vi farà annoiare.

 

 

“La lista degli stronzi” John Niven Einaudi Editore Stile Libero

Sessant’anni.

Tre mogli e due figli.

Ex giornalista.

“In tutta la sua vita non aveva mai avuto problemi con la legge.

Eppure era arrivato il momento.

Stava morendo.

In fretta.

Adesso era ufficiale.”

Frank Brill prima di concludere l’esistenza deve pareggiare i conti con il destino.

Andare fino in fondo, trovare il coraggio di uccidere i responsabili delle morti di Pippa, Adam, Olivia.

È impossibile fermarsi quando si inizia a leggere “La lista degli stronzi”, pubblicato da Einaudi nella Collana Stile Libero.

Un romanzo adrenalinico, una spietata analisi della politica americana, un vortice che cresce senza pause o tentennamenti.

“Cinque nomi.

Un insieme di privato e politico, per quanto anche il politico restasse pur sempre molto privato.”

Un piano perfetto costruito con freddezza e lucidità.

John Niven sceglie come ambientazione il 2026, Trump è stato sostituito dalla figlia Ivanka ma continua a muovere le fila di un teatrino grottesco.

Bigotta, violenta, avvelenata dall’odio: è questa l’America che l’autore ci mostra.

Lo fa raccontando stragi nelle scuole, abuso di potere dei poliziotti, abolizione dei diritti.

La storia drammatica del protagonista raccoglie le esperienze di tanti uomini e donne che non hanno potuto reagire.

È la voce forte della vendetta che non è privata ma collettiva.

È la rabbia di un popolo sempre più limitato nelle libertà primarie.

“Quel posto era diventato un teatro di guerra e per un attimo, i sostenitori di Trump avevano avuto la sensazione di poter fare qualsiasi cosa.

Non fermarsi più, scaraventarsi fuori dal parcheggio, invadere la città, attraversare il Paese, ragionando solo a botte e insulti, distruggendo ogni opposizione.”

Un affresco che ha il ritmo del poliziesco pur mantendo una grandissima umanità.

C’è il dolore della perdita, il rimorso per le scelte passate, lo spaesamento di fronte alla brutalità.

I carnefici vestono i panni di cittadini al di sopra di ogni sospetto e nel testo è forte la necessità di mostrarne i volti deformati.

La traduzione di Marco Rossari regala una scrittura impeccabile, dove pure la punteggiatura ha un suo perchè.

Veloci i dialoghi, accelerati i gesti, reali i personaggi.

Un atto di accusa che porta a riflettere sul ruolo dell’individuo all’interno della società, sulla colpa che non può essere generica ma deve svelare nomi, cognomi e responsabilità.

 

 

 

 

“La Ferrarina – Taverna” Franca Valeri Einaudi Editore

Interno giorno sulla “saletta di un ristorante rustico con pretese”.

Un uomo e una donna seduti di fronte.

Nell’aria la tensione è palpabile nella gestualità nervosa della coppia.

Silenzio quando “ad un tratto, come spinta da una tromba d’aria, la porta a molla si apre decisa per lasciar passare la signora Lide. La signora è evidentemente la padrona.”

La scena si anima e nel monologo della proprietaria si riconosce la verve di Franca Valeri.

Un fiume in piena, primadonna nel teatro dell’assurdo che la circonda.

“La Ferrarina – Taverna”, pubblicata da Einaudi Editore nella “Collezione di teatro”, è un inedito scritto nel 1970 per la Rai.

Ci si meraviglia dell’attualità del testo che mostra le disfunsioni affettive e  tratteggia la disparità nella relazione.

La figura maschile  nella poche parole infastidite certamente domina la scena, mentre la compagna alterna stati d’animo contrastanti.

Sempeggia un malessere trattenuto, come un sospiro.

A disorientare il lettore è il contrasto tra i tre personaggi.

Il libro oscilla tra l’ironia e la rabbia in un crescendo sempre più paradossale.

L’epilogo inaspettato è sintesi di un testo che sa rappresentare la difficoltà a comprendere il disagio altrui.

Pagine ricche di doppi sensi, di una comicità popolare immediata, spontanea.

“Fate un gran parlare del progresso sessuale e tutto… e poi questi sentimenti sono una gran spina… un fastidio almeno…”

Sarà vero?

 

 

“Tutte le cose della nostra vita” Hwang Sõk – Yõng Einaudi Editore

“Tutte le cose della nostra vita”, pubblicato da Einaudi, è ambientato in Corea in una baraccopoli dove gli abitanti per sopravvivere cercano tra i rifiuti oggetti da riciclare.

Un’umanità che non ha più nulla da perdere si aggira tra i cumuli di immondizia, dorme in baracche fatiscenti, sopporta l’afrore di un’aria irrespirabile.

“Isola fiorita” contiene nel nome una voluta discrepanza.

È un atto di accusa alle società capitaliste pronte a distruggere la bellezza, a trasformare i luoghi in discariche a cielo aperto.

Una storia di marginalità che si illumina grazie al racconto del piccolo Occhiapalla.

Insieme alla madre è stato costretto ad abbandonare i vicoli della città, sfumata immagine di quell’Altrove che classifica, giudica, scarta.

Nell’innocenza del suo sguardo riusciamo a cogliere due mondi che si sovrappongono.

Alla brutalità di una esistenza senza speranze si accompagna la capacità di sognare dei ragazzini.

Pelosino, Talpa e altri piccoli reietti ci regalano pagine commoventi di resistenza silenziosa.

La costruzione del Quartier Generale, luogo di incontro e di risate, è il ribaltamento di una realtà insopportabile.

È espressione del bisogno di difendere l’infanzia, di credere in una possibile catarsi.

Hwang Sõk – Yõng introduce nella narrazione la poetica dell’incanto.

Il fiume, le nebbia, la presenza della “famiglia Kim, l’amore di Quattrossa per gli animale affondano le radici nella mitologia di un popolo.

È il riscatto, la speranza, il cielo che continua a mostrare il suo cangiante colore.

Poesia e prosa in un romanzo che ha sfumature dolorose pur mantenendo la purezza dell’immaginazione.

La vivida rapprentazione della scenografia mostra contaminazione e purificazione, bene e male in una miscellanea di contrasti.

L’autore riesce a restituire non solo dignità a chi non ha più diritti ma ricorda che esistono i tesori nascosti.

Basta cercarli con il cuore pronto a navigare anche nelle acque torbide.

“Com’è sempre stato, dei nuovi fiori faranno capolino dalle ceneri di un campo arso, tremeranno al vento, e nuove foglie cresceranno sopra i rami bruciati e tra loro nuovi germogli di miscanto sbocceranno.

Sbocceranno ancora.

Come hanno sempre fatto.”

 

 

“Il mistero della donna tatuata” Takagi Akimitsu Einaudi Editore

“Nell’animo umano esistono voragini misteriose”

“Il mistero della donna tatuata”, pubblicato nel 1948, finalmente arriva in Italia grazie ad Einaudi.

Una struttura narrativa che ricorda un arazzo colorato dove ogni disegno è impreziosito da un’alchimia segreta.

È un poliziesco costruito come un puzzle ed i tasselli non sono solo indizi da elaborare.

La bellezza nel testo è incisa nella capacità di entrare nella psiche di ogni personaggio.

Tutti sono in bilico tra attrazione e repulsione, tra menzogna e verità.

Kinue, la donna tatuata, è figura enigmatica, libera, spregiudicata.

Vive intrecci amorosi, si mostra come una dea.

“Il tatuaggio è l’incarnazione della libido”.

In questo perverso girone Takagi Akimitsu sviluppa una trama intrisa di sensualità.

Sulla pelle candida incidendo un “irezumi” si crea una nuova vita.

È un messaggio o un richiamo alla tradizione popolare, è un ricamo che si rifà alla leggenda.

La morte della giovane “dai mille colori” è un complicatissimo rebus che verrà risolto “andando oltre la superficie”.

“Credo che l’intero caso vada confrontato al modo di condurre una partita.

Non siamo davanti a una semplice creazione artistica.

Questa è una sfida lanciata ad un avversario.

Un avversario che non è la polizia, ma piuttosto il fato.

È una partita aperta tra l’assassino e il fato.”

I rivoli psigologici si intrecciano e si camuffano, gli enigmi si infittiscono.

Nei bassifondi di Tõkyõ, sfiancata dalla guerra il dramma esplode in una concatenazione congegnata come una bomba ad orologeria.

La tecnica investigativa consacra il testo in classico non solo della letteratura di genere.

La scrittura trascina con una fluidità plastica, le sorprese non sono casuali ma seguono un percorso scientifico.

Il fascino di un Oriente che continua ad avvolgere in una nube violetta mostrando il volto deformato di “un sogno pericoloso e dolcissimo.”

“I segreti del giovedì sera” Elvira Seminara Einaudi Editore

 

Elvira Seminara riesce ad inquadrare l’inquietudine del tempo che passa.

Nei capitoli che compongono “I segreti del giovedì sera”, pubblicato da Einaudi, la cinepresa riprende inflessioni di voci, frammenti di storie, evoluzioni e involuzioni.

Personaggi che arrancano in salita, si fermano, accelerano cercando nuovamente una rotta.

Figure reali nel quotidiano sfogliarsi dei giorni, sempre troppo pochi.

Giovinezza come una chimera ormai lontana mentre aquiloni sgargianti fanno immaginare altri possibili scenari.

Finiscono amori, altri ne nascono per non accontentarsi dei ritagli di vita, per sentirsi ancora vitali.

Catania con i suoi cangianti colori è lo scenario perfetto di incontri, chiacchiere, risate e pianti.

“La strada che porta a casa mia si arresta solo davanti al mare, e questa cosa mi ha sempre emozionato.

La terra finisce dove comincia l’acqua.

Vivo sul bordo dell’isola, dove la terra si fa eccezione, orlo da superare e riagguantare”.

In questo incrociarsi di elementi si esprime la cultura siciliana sempre in bilico tra due estremi, attratti da forze contrarie.

Amici di sempre uniti dal gusto di confrontarsi mentre la scrittrice osserva, annota, sottolinea un pensiero.

“Non è così anche nei rapporti?

La ricetta é la flessibilità.”

Tra i dialoghi si allungano come ombre osservazioni, meditazioni, introspezioni.

Forte è il bisogno di “una quota d’amore al giorno”, un mantello che illumina la narrazione.

Un testo che rappresenta una generazione che non vuole sentirsi sconfitta e grazie alla scrittrice riprende gesti e  pensieri interrotti, abbraccia il presente, sorride dei passi falsi.

È bello pensare che ogni relazione “è fatta di rivelazioni, sospetti, attese e sparizioni.

Di bende, fiori, tagli, di spumante e buchi sul cuscino.

Di spari, allagamenti, crepe, giardini e boschi, di grate e fulmini, candele, e tarme.”

Il ritmo serrato di una “ricercatrice di felicità” vi conquisterà e vi immaginerete seduti insieme all’autrice a gustare una granita con gli occhi pieni di meraviglia.

 

 

“Ricordati di Bach” Alice Cappagli Einaudi Editore

“La musica è fatta di note da afferrare al volo, tempo che scorre e onde da prendere al momento giusto. “

“Ricordati di Bach”, pubblicato da Einaudi, è storia di una passione, di un sogno che può realizzarsi.

Nonostante la menomazione ad una mano in seguito ad un incidente stradale Cecilia non si arrende.

Il limite fisico è ostacolo che va aggirato perchè è il cuore che comanda.

Il violoncello è la rivincita, il mistero da svelare, il suono che diventa armonia.

L’istituto Mascagni di Livorno è palestra per imparare a non cedere.

Una favola moderna in un tempo in cui la fatica, l’impegno, la determinazione sono parole scartate.

“Tiravo avanti con le mie certezze come il monaco che coltiva le piante officinali e prega.”

Il connubio tra strumento e corpo si fortifica grazie al maestro Smotlak.

Una figura bizzarra che colma le instabilità emotive della madre.

Amato perché riesce ad incarnare “il possibile e l’impossibile insieme.”

La scrittura ha la semplicità genuina del romanzo di formazione.

Alice Cappagli racconta il miracolo della nota, l’equilibro perfetto della lingua musicale, la vitalità di un brano.

Fa percepire la differenza tra interpretazione ed esecuzione.

Forse bisogna imparare a scommettere su se stessi e provare a sfidare le voci moleste che suggeriscono di rallentare.

 

 

 

“La vita alla finestra” Andrés Neuman Einaudi

 

“Ci sono solitudini che si rivelano all’improvviso, come un colpo alla nuca.

Pensi: sono solo. Non ora. Sempre. Solo.

Questa parola afonica, rotonda. Ci sono anche le solitudini lente, quelle che si formano con il tempo.

Ce ne sono altre che erano lí fin dall’inizio, quelle di cui siamo fatti.”

Lo schermo di un computer e la voglia di reinventarsi.

Raccontare con il ritmo sincopato di un’email i pensieri più intimi.

Fermare attraverso la scrittura il presente così ambiguo, caotico, complicato.

“Forse ti scrivo proprio per questo: per appropriarmi delle mie parole, perché tu me le ridia.”

Net è il paradigma irrisolto della nostra relazione con la rete, è il bisogno di mostrare quell’io che si teme.

Il sollievo di essere invisibili usando un inguaggio che forse scompare dopo il clic fatale.

“La vita alla finestra”, pubblicato da Einaudi, è lo sguardo disincantato e al contempo innocente.

È il quotidiano con i suoi lampi e i suoi intoppi.

Il silenzio di una città estranea, distante come un piccolo punto luminoso.

La rarefatta imperfezione del reale in bar che tramettono suoni distanti, voci di vite sprecate aspettando albe che non arriveranno.

Lo spaesamento di famiglie che non trovano più parole, la fragilità della figura maschile.

“Per noi maschi l’ultimo passo verso l’irrilevanza.”

Chi gioca a scacchi con il futuro e chi resta ai margini ad osservare?

Andrés Neuman è figlio del suo tempo, lo sa leggere e riscrivere seguendo la traccia di un’immaginazione disinvolta.

Si ha la sensazione di sbirciare in qualcosa di proibito, protetto da ingannevoli riverberi di luce.

Una scrittura che nel cercare le disarmonie sa restituire sentimenti veri.

Due piani che vanno insieme e ci si chiede quanto il virtuale abbia scalfito il nostro modo di stare con gli altri, di vivere un’amore, un’amicizia, un incontro casuale.

Quanto ci si può trincerare in un mondo alternativo e quando il gioco non regge più?

Un romanzo poetico, fortemente allusivo, pervaso da una lieve malinconia.

Bisogna fermarsi sullle frasi, rileggerle, gustarne la forma perfetta, immaginare di sostituirsi al protagonista e  imparare che nella vita ci sono equilibri instabili, altalene che portano in alto e cadute che bisogna accettare.

“La morte di Gesù” J. M. Coetzee Einaudi

“In un certo senso siamo tutti orfani, perché siamo tutti, a livello più profondo, soli al mondo.”

In questo nostro solitario e incerto vagare l’incontro con David, protagonista di “La morte di Gesù”, pubblicato da Einaudi, è quella luce che vuole guidarci.

Non impone la sua presenza, è un ragazzino che cerca la normalità.

Sa che Simon e Inés non sono i suoi veri genitori, percepisce una farsa dietro la parvenza di famiglia felice.

Nella scelta di vivere nell’orfanotrofio del dottor Julio Fabricante c’è l’ancestrale bisogno di tornare alle origini.

Un viaggio che verrà interrotto da una malattia misteriosa ed ecco che in un letto di ospedale il piccolo sperimenta il dolore.

Quel tormento mentale che lo ha sempre accompagnato diventa espressione fisica di un corpo che si vuole abbandonare.

Il bambino dalle mille domande diventa una cometa per tutti coloro che lo incontreranno.

Sarà capace di sciogliere i cuori, di inventare storie, di dare speranza.

E non è casuale il grande amore per Don Chisciotte, un compagno che gli permette di immaginare un Altrove che il presente non gli concede.

J. M. Coetzee è Maestro nel costruire mondi paralleli, nel nascondere allegorie.

Il suo parafrasare è un lungo percorso di scoperta.

Una comunione tra vita e morte, scelta e fato, peccato e redenzione.

Il suoi personaggi annodano o scompongono la propria esistenza, si avvicinano alla Verità ma ne hanno paura.

Sarà il nostro eroe a far saltare il fosso, a regalare un messaggio speciale.

Nel cercare di decifrarne il contenuto si trova finalmente la propria strada.

Un romanzo di grande respiro, come un ponte da attraversare.

Ci sarà il buio, il tentativo di fuggire ma è forte l’attrazione e il bisogno di penetrare il mistero.

Il titolo è evocativo e forse è solo un timido invito ad accettare le scelte altrui anche quando ci feriscono.

Vorremmo che David riuscisse a salvarci e ci rivelasse i suoi segreti.

Certamente lascia in noi il ricordo indelebile di un sogno.

Quale?

Lo scoprirete.

 

“Tutto quello che non ho imparato a scuola” Erling Kagge Einaudi Stile Libero

“La natura ha un suo linguaggio, un suo bagaglio di esperienze e una sua intelligenza.”

Non siamo più capaci di ascoltarne le voci, di sentirne le vibrazioni e “Tutto quello che non ho imparato a scuola”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, ci riconcilia con l’ambiente, con noi stessi e con gli altri.

“Sentire sulla pelle il sole, la pioggia, il vento, il fango e l’acqua.”

Viene voglia di trovare entusiasmi nuovi, di non rinunciare ai sogni, di non perdere le occasioni che la vita ci propone.

Suddiviso in capitoli il testo è il compagno ideale per scalare le montagne metaforiche del vittimismo e della noia.

Ad accomparci è Erling Kagge. Zaino in spalla e forza di volontà. Si parte.

Preparatevi a sentire la vertigine dell’altezza prima di arrivare ad ammirare l’Everest, la sacralità del silenzio in Antartide, la percezione del gelo che penetra nel corpo.

Non aspettatevi un libro di viaggi anche se non mancheranno le avventure.

Rifletterete sul concetto di responsabilità, di destino, di ottimismo.

Imparerete ad accettare il fallimento, a non scegliere la via più facile.

Seguirete il  ragionamento filosofico di Kant, Pascal, Socrate e nelle frasi scelte dall’autore troverete tante risposte.

“Io credo che i sogni e la curiosità per il mondo che mi circonda siano ciò che dà un senso alla mia vita, ovunque mi trovi e qualunque sentiero io scelga di percorrere.”

Pagine che danno sollievo, offrono la certezza che si deve sempre cercare di scegliere liberamente.