“Avere tutto” Marco Missiroli Einaudi Editore

 

“Il tremore dei polsi, delle gambe.

Il senso di vigilanza e l’improvvisa sonnolenza.

Vivere secondo la matematica della vincita e della perdita: tutto è addizione o sottrazione.

Abbuffate e digiuni.”

Il tavolo da gioco, l’adrenalina che invade il corpo, la sfida al destino.

Si inizia attratti da una pericolosa vertigine e si resta ammaliati dall’idea di avere una possibilità.

“Avere tutto”, pubblicato da Einaudi Editore, ci permette di entrare nel circolo oscillante delle ipotesi.

Si dimentica il reale, ci si immerge in una dimensione altra dove è il rischio a muovere il tempo.

Una scrittura nitida, essenziale, un ritmo che accelera e decelera mentre le immagini scorrono veloci.

Sandro e quella smania che non dà tregua, come un veleno che si incista nella mente mentre il cuore galoppa.

“Ciclotimia da gioco: movimento psichico a sinusoide, con sei – otto picchi emotivi nel giorno del tavolo.

Picchi emotivi alti: euforia, palpitazioni e tremori, impellenza di movimento degli arti, dispercezioni.

Picchi emotivi bassi: senso di angoscia, mancanza di stimoli verso l’ambiente circostante, crollo dell’empatia.”

Ci appare ii ragazzino e poi l’adulto in un continuo salto temporale.

Il ritorno a Rimini dovrebbe circoscrivere la tregua, ricucire il rapporto col padre, riannodare fili che si erano dispersi.

I giorni scorrono in una quotidianità ordinata tra parole stentate e riavvicinamenti.

Aleggia la presenza della madre, il passo lieve di provetta ballerina, l’armoniosa luminosità di una donna e di un uomo che hanno attraversato il matrimonio a passo di danza.

I ricordi rimbalzano come piccole gocce purificanti ma non possono allontanare il presente che arriva furtivo e carico di ombre.

Due uomini e tanto non detto mentre una tempesta scatena l’imprevedibile.

La morte si affaccia con il volto di cera, siede a capotavola e attende.

Eccoli padre e figlio soli ad affrontare l’ultima partita.

Le carte non si possono più mescolare, restano testimoni inamobili.

Marco Missiroli compone un romanzo intenso usando il linguaggio come sperimentazione del dolore.

Riesce a regalare attimi irripetibili nei quali ci si guarda negli occhi, si scoprono le affinità, si cerca di colmare i lunghi silenzi.

Racconta la vita nel suo tragico e impenetrabile mistero.

Mostra la debolezza e la determinazione, la decontaminazione ed il rimpianto.

Con il titolo impone un interrogativo e in quel tutto c’è il pieno ed il vuoto, il desiderio ed il peccato, la condanna e l’assoluzione.

Nella struttura narrativa si intuisce un lavoro di cesello che non prevede incidentali, nella purezza dello stile il bisogno di legare insieme prima e dopo, nella espressività dialettica la capacità di narrare le cadute e le risalite.

Nel finale aperto filtra una speranza e la accogliamo grati.

L’errore può dilatarsi o contrarsi: dipende solo da noi.

 

“La tortura” Henri Alleg Einaudi Editore

 

“È agli scomparsi e a quelli che, certi della loro causa, attendono la morte senza paura, è a quanti hanno conosciuto i carnefici e non li hanno temuti, è a tutti coloro che, di fronte all’odio e alla tortura, rispondono con la fiducia nella pace che non può tardare e dell’amicizia dei nostri due popoli, che bisogna pensare leggendo la mia storia; perchè potrebbe essere quella di ciascuno di loro.”

Quando nel 1958 la casa editrice francese Èdition de Minuit pubblicò “La Question” finalmente la verità venne a galla.

Le ventimila copie della prima edizione andarono esaurite subito.

Henri Allen era  direttore del quotidiano di ispirazione comunista “Alger Répubblicain” e quando il giornale venne dichiarato fuorilegge, entrò in clandestinità.

Venne catturato e subì le più atroci violenze senza mai cedere alla pressione dei suoi carnefici.

“La tortura”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Paolo Spriano, è la sua terribile testimonianza.

I fatti vengono narrati dal cronista con quella linearità di pensiero che caratterizzava l’autore.

I luoghi in cui avvennero atti che niente hanno di umano vengono descritti con precisione nella certezza che anche le mura hanno assorbito le urla e lo strazio di uomini e donne considerati oggetti.

Con lucidità sono riportati i tratti fisici, le parole, le gestualità degli aguzzini.

“Da un’alta lucerna quadrettata di filo spinato, sulla parete destra, le luci della città gettavano nella stanza un fioco chiarore.

Era notte.

Dal soffitto erano colate sui muri di cemento grezzo delle sbavature di stucco, è la febbre mi faceva riconoscere in esse delle forme vive, che, appena intraviste,  tornavano subito a confondersi.”

Se il corpo è martoriato la mente mantiene uno stato di allerta, dimostrando che il dolore fisico può essere governato.

Alleg può essere considerato un eroe non solo perché non tradì i suoi compagni di lotta.

Riuscì a mostrare che vittime e carnefici non stanno sullo stesso piano, che uccidere l’ideologia in nome della presunta salvezza è atto di viltà e svilisce la dignità.

Come commenta Jean Paul Sartre nella introduzione Alleg diede una lezione ai benpensanti, ebbe il coraggio di denunciare l’inenarrabile.

“Allen ci risparmia vergogna e disperazione perché è una vittima e ha vinto la tortura.”

Siamo trascinati in una narrazione che pensiamo non ci appartenga.

Invece mostra la lotta tra la bestia e l’essere umano, tra la crudeltà e la purezza.

Una lettura che fa interiorizzare un periodo storico del quale si è parlato poco.

Ci aiuta a comprendere fino in fondo il saggio che accompagna il testo firmato da Caterina Roggero.

La questione algerina va riletta per analizzare omissioni e colpe e per dare finalmente pace alle troppe vittime.

“Devo questo impegno a quanti, ogni giorno, muoiono per la libertà del loro paese…

Bisogna che i francesi sappiano ciò che si consuma qui, in loro nome.”

Da leggere come un testamento spirituale che nessun vento di guerra potrà distruggere.

 

“Diario 1938” Elsa Morante Einaudi Editore

 

“Ci sono in noi degli intuiti, delle vie psicologiche ignote, e talvolta un sogno può servire a ritrovarli.

Una sottile trama psicoanalitica attraversa “Diari 1938”, pubblicato da Einaudi Editore.

Il sogno diventa narrazione e si libera di scorie metaforiche.

È nella sua essenzialità e purezza.

È il sembiante di sè stesso, il lucido viluppo di immagini che si ripropongono costruendo il racconto.

Ed il racconto trasforma l’effimero in qualcosa di più, in uno scrigno ritrovato dove sono conservati sentimenti inespressi.

“Reminiscenze improvvise ci riaprono paesaggi ed eventi sognati e poi scomparsi dalla memoria.”

Ricorrono figure e luoghi che estrapolati e letti in trasparenza ci permettono di entrare nelle camere segrete e inaccessibili del desiderio.

La sessualità, incatenata dalla realtà, diventa tormentosa ricerca della concretezza di Amore.

Che ci siano solo le iniziali dei nomi è scelta di riservatezza ma potrebbe rappresentare la necessità di esplorare la struttura amorosa senza lasciarsi condizionare dal presente.

“Mi prendeva un tormento acuto per questa mancanza d’amore.”

La stilizzazione della frase è segno di un avvicinamento e di una negazione.

Difficile accettare di essere costretti nel bozzolo ossessivo della relazione.

Elsa Morante cerca altro e nella scelta della forma diaristica si comprende il dualismo tra parlare di sè e costruire un tessuto letterario.

“Che il segreto dell’arte sia qui?

Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare.

Ché forse tutto l’inventare è ricordare.”

Difficile trovare una riflessione che nella semplicità dell’eloquio riesca a sottolineare il ruolo dell’arte e il nostro bisogno di viverla.

Un modo per creare un ponte indistruttibile tra oggi e ieri, tra il pensiero e la ragione.

È forte la pulsione emotiva nella evocazione della madre.

Ci si emoziona osservando quel “viso stanco” e in contrapposizione il corpo dell’autrice “nudo, esile, gentile, candido.”

E in lontananza la casa che si allunga verso la campagna.

Una triade che può avere infinite chiavi di lettura.

Ogni pagina ha questa ondulazione visiva e percettiva e nel restare incantati per la bellezza della parola scritta si è tentati di trovare i segni del percorso culturale e umano di una grande Donna.

Due fonemi si ripetono: umiliazione e solitudine.

È la femminilità che sa di essere stata ferita e cerca di recuperare quel che resta dei tanti frammenti.

Illuminante la prefazione di Alba Andreini che apre infinite possibilità di lettura.

Sono certa che conoscere questo testo sia esperienza liberatoria e catartica.

Un’occasione di “conoscere più in là.”

“Quattro galline” Jackie Polzin Einaudi Editore Stile Libero

 

Laureata in scrittura creativa Jackie Polzin ha un esordio letterario brillante.

Geniale il costrutto narrativo diviso in brevi capitoli, originale la trama che sa coniugare osservazione e riflessione, fluida la parola, pronta ad ingigantire un dettaglio, a sintetizzare un dialogo.

La rappresentazione del nostro quotidiano in cerca di risposte, l’estensione del pensiero che nella leggerezza di un ragionamento articolato costruisce una personale filosofia.

Mi piace definire “Quattro galline”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Letizia Sacchini, un manuale di sopravvivenza indispensabile.

Proprietaria di quattro volatili la protagonista prova a studiare il mondo animale con quella curiosità spartana e genuina dell’esploratrice.

Ogni nuova conoscenza serve a confrontare le reazioni delle bestiole con le proprie, a comprendere cosa si annida veramente dietro uno svolazzo, a un canto, ad una luminosità dello sguardo.

Si resta stupefatti perché attraverso questa tecnica analitica si scopre la nostra natura umana, i turbamenti, le abitudini, le affezioni e le disaffezioni.

Il rapporto con la casa come luogo delle certezze, con lo sferragliare di un treno, un giorno di gelo, la violenza di un tornado.

In questo piccolo universo si muove l’amica Helen e il marito Percy.

Personaggi che vengono attraversati da una speciale aura, entrano nella sfera del sentimento che non è mai esasperato dall’esagerazione.

Persone e cose esistono e vanno collocate nella giusta scheda interiore.

Nel corso della lettura si ride tanto e ci si sorprende per la quantità di nozioni scientifiche rielaborate in chiave ironica.

Ci si emoziona perché si intuisce che qualcosa manca.

Una perdita che non si sublima in dolore, galleggia nella coscienza come ricordo, come rimpianto.

“La costruzione di un muro è arbitraria – la natura non comincia qui per finire là – ma ha un significato preciso.

Un muro suggerisce l’esistenza di risorse disponibili da una parte e non dall’altra, una cosa che in questo senso è il contrario della condivisione.”

Credo sia impossibile riuscire ad essere tanto incisivi, taglienti e convincenti nel definire il nostro bisogno di blindarci.

Paura, incertezza, bisogno di definire il proprio spazio e quindi il proprio io.

Partendo dall’eterno presente delle galline si affronta il tema del tempo e della sua inconsistenza, della “ferocia dell’abitudine”, del matrimonio come sperimentazione di diversità a confronto.

E quando è tempo di andare per affrontare nuove avventure resta la voglia di continuare a sentirsi viva.

Una canzone dedicata alla vita, quella vera, semplice e al contempo complessa, all’amore che si radica dentro e trasforma quattro galline in compagne per lenire la fatica dell’essere.

Poetica e concreta, una prova letteraria che lascia dentro una brezza difficile da dimenticare.

È forse quell’abbandono totale, quella carica emotiva che in ogni pagina fa capolino.

Come un raggio di sole in un giorno nevoso.

 

 

“Sogni del fiume” Chandra Candiani Einaudi Editore

 

“Credo siano fiabe che hanno ancora voglia di pronunciare parole vecchissime come solitudine, dolore, gioia, amore, morte, e anche albero, muro, pattumiera, tram.”

Parole che avevamo perduto per strada, difficili da pronunciare perché riaprono ferite.

E di fronte al dolore preferiamo dimenticare e fuggire lontano.

Chandra Candiani le restituisce nell’integrità del senso, in una collocazione fiabesca.

Ci invita a tornare indietro nel tempo quando il vocabolario era scoperta.

Quando il fiume era voce suadente, la vita una sperimentazione senza fine.

Quando avevamo sogni forse impossibili ma quelle chimere ci aprivano alla conoscenza.

Oggi abbiamo paura del silenzio che ci avvolge, di attardarci con noi stessi, certi di vedere brutte copie di ciò che avremmo potuto diventare.

“Sogni del fiume”, pubblicato da Einaudi Editore, è canto sommesso di una Poetessa che da sempre ha trasmesso gli opposti dell’esistenza.

Il desiderio della bambina di correre insieme al fiume è la necessità di spegnere l’arsura, il bisogno di congiungersi con l’Origine di tutto.

È quel richiamo atavico dell’acqua, il ritorno al ventre che ci ha nutrito.

E mentre l’usignolo malinconico ritrova la sua risonanza, siamo spinti a liberarci dallo “scorrere dei rumori senza sentimento.”

“Cantò la fine dell’amore perché tutti temono la sua leggera morte, cantò la fine della gentilezza e cantò se stesso e la sua gratitudine per essere nato così, malinconico.”

In tutti i racconti la poetica del sentire, del cedere al richiamo di un tempo che sembra sfumato.

Con la rosa trasformarsi e nella metamorfosi abbracciare il vento.

Milano e quel silenzio che ha il sapore aspro dell’inverno dove ci si incontra per caso per riscoprire insieme il valore del logos.

Un sasso e una formica, il pianto che scioglie le sovrastrutture di un’operosità che distrugge, l’angelo giardiniere e i pensieri trasformati in polvere.

Pura magia che consola e affascina nella certezza che “ogni sogno, per il solo fatto di essere stato sognato, si realizza anche contro la più severa delle leggi.”

“L’amore apre il petto

L’amore è una notizia

L’amore è il vuoto

L’amore è il caos

L’amore è la nuvola

La nuvola piove

La pioggia ama

L’amore piove.”

Sembra un gioco verbale ma c’è dell’altro.

È la concatenazione del niente e del tutto, del vuoto e del pieno.

L’unicità di ognuno, la materia che si congiunge allo spirito, la creatività che scrive una nuova forma poetica: un testo lieve, delicato, arricchito dalle illustrazioni di Rossana Bossù.

Piene di colori, dalle forme strane sono una ulteriore prova che siamo “un insieme di briciole di biodiversità.”

Per imparare che ognuno ha un suo potenziale di unicità, per tornare ad amarsi e ad amare.

 

“Il pianto delle troiane” Pat Barker Einaudi Editore Stile Libero

 

“Comincia a fare giorno, le stelle svaniscono; poi, finalmente, il sole emerge dalla massa grigia e rigonfia del mare: piccolo, duro, freddo come una pietra.”

Non riesce a squarciare le tenebre che avvolgono Troia.

Sconfitta, martirizzata, offesa, ingannata.

A pagare il prezzo più alto sono le donne, “le invisibili”, offerte come schiave ai vincitori.

Il mito viene riscritto seguendo le tracce di questo sacrificio e nel leggere “Il pianto delle troiane”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Carla Palmieri, sentiamo che il cuore sobbalza.

Finalmente arrivano le tante voci di coloro che in ogni guerra, pur essendo vittime sacrificali, restano in ombra.

Hanno perso figli e mariti e padri ma i loro occhi devono rimanere asciutti, le loro membra devono contenere il dolore e la rabbia.

Da secoli si perpetua l’arroganza di una narrazione al maschile tra eroi e martiri, vincitori e vinti.

Si accetta passivamente questa mancanza di visibilità come un marchio per non aver imbracciato le armi.

Grazie a Pat Barker finalmente si ribaltano i ruoli ed eccole, le Troiane pronte a raccontarsi.

Voce narrante è Briseide e la scelta non è casuale.

È colei che ha subito violenza, porta in grembo il figlio dell’onta.

Rispetto alle compagne è la favorita essendo stata scelta da Achille e alla morte di questi affidata ad Alcimo.

Tiene a bada i suoi fantasmi perché sente di avere un compito speciale.

Dovrà narrare la disperazione di coloro che sono prigioniere.

Non solo fisicamente, sono alberi spezzati, uccelli che non sanno più volare.

Hanno perso la dignità, trattate come oggetti, spartite come bottino di guerra.

Ecuba che vorrebbe urlare al vento, annientata, devastata dalla perdita del marito.

Cassandra incapace di predire il futuro, raggelata da un presente che aveva immaginato.

Sacerdotessa inascoltata, stanca e sopraffatta da una realtà che la condanna ad essere considerata pazza.

Elena con quella bellezza che è solo tormento, non più peccatrice ma portatrice di un peso che non potrà scrollarsi di dosso.

Figura che in controluce mostra la disistima nei confronti di se stessa, sente la colpa come un manto che la opprime.

Amina chiusa in un silenzio carico di pensieri, pronta a rischiare pur di dar sepoltura al suo signore.

A spezzare il ritmo narrativo entra in scena Pirro con le sue debolezze, il suo bisogno di confrontarsi con il padre in una lotta che lo tramortisce.

Per lui le schiave sono solo corpi da possedere, attimi di piacere senza sentimento.

Il romanzo evidenzia il contrasto tra modi di essere: maschile e femminile si fronteggiano e nelle donne c’è l’orgoglio di chi non piegherà mai la testa.

Dovranno imparare ad amare i piccoli esseri che nasceranno, dovranno seppellire i morti e insegnare a chi verrà dopo di loro la solidarietà e l’onore.

Onore che nessuno potrà scalfire, coraggio che verrà tramandato ed arriva fino a noi come una carezza.

“Notte di battaglia” Miriam Toews Einaudi Editore

 

“Nella vita non importa le parole che usi, tanto non ti eviteranno di soffrire.”

Nella libertà di un linguaggio che si avvicina al parlato Miriam Toews ci fa sentire a casa.

Vorremmo far parte della bizzarra famiglia protagonista di “Notte di battaglia”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Maurizia Balmelli.

Una nonna esplosiva che per liberarsi dei nodi intricati del passato ha inventato una sua filosofia.

Ride della vita e del tempo che le resta con quella genuina innocenza che la rende speciale.

Non si arrende agli acciacchi, alla sordità, al corpo che non sempre è compagno.

Ogni giorno è una sfida che affronta a testa alta con ironia e spregiudicato entusiasmo.

La figlia pronta a passare dalla risata al pianto, in piena crisi ormonale con un figlio in arrivo.

Donna che della confusione ha fatto la sua forza, sempre in bilico tra l’euforia e la rabbia incontenibile.

Figure moderne, risolute anche nei momenti più difficili, reali in un mondo che propone modelli di perfezione.

Non sono perfette, lo sanno e ne sono felici, hanno strutturato le loro giornate come fossero su una giostra che gira vorticosa.

E loro volano in alto, ogni tanto una caduta, la testarda ostinazione a rialzarsi.

Diverse caratterialmente riescono ad essere in sintonia perché conoscono l’arte del confronto e sanno tirarsi indietro per concedere spazio.

E poi c’è lei, meravigliosa bambina.

Per niente turbata dall’eloquio dei grandi, riflessiva, amorevole, capace di porsi domande esistenziali.

Amiamo Swiv e le sue lettere al padre scomparso nel nulla.

Resoconti quotidiani delle strampalate “riunioni di redazione” dove si decidono gli obiettivi di studio.

Niente scuola che è solo una farsa ma il vissuto che racconta esperienza.

Un viaggio che è avventura tra mille incidenti e tante risate.

Una nascita e il mistero che si rivela mentre è tempo di accettare la perdita.

Un abbraccio che unisce tre generazioni e insegna a camminare da soli nella certezza che niente finisce per sempre.

Restano parole da incidere a fuoco.

“Combattere è durissimo, eppure non ci dobbiamo fermare mai.”

Ogni battaglia è diversa da un’altra, bisogna resistere e imparare a sorridere, e credere che anche la gioia è resistenza.

Un romanzo perfetto, veloce e molto istruttivo.

Commovente e tenero, sagace e spassoso, originale e rivoluzionario.

Dà voce a tutte coloro che non accettano schemi, restituisce dignità a chi sceglie una gravidanza da single, a chi sa che non siamo eterni ed ogni ora è preziosa.

A chi vuole imparare lingue segrete, elaborare i ricordi, accettare le sconfitte.

Non vi resta che leggerlo!

 

“I cura cari” Marco Annicchiarico Einaudi Editore

 

“Anche se le ore scorrono lente,

Le mie svaniscono veloci.

Mia madre, invece,

Moltiplica i minuti e vive

Diverse giornate in una sola.

Si sposta di continuo

Nello spazio e nel tempo,

Da Milano al suo paese,

Dai giorni di oggi

A quelli dei suoi vent’anni.

Noi non riusciamo mai a starle dietro.”

Una madre affetta da Alzheimer e un figlio che deve imparare ad accettare la malattia.

Riconoscere quella donna dispersa in una realtà che non riconosce, smarrita tra i ricordi di un prima e i deliri di un presente sfocato.

È come un giocattolo rotto che ripete ossessivamente le frasi quasi a voler costruire una tela alla quale aggrapparsi.

Confusa e disorientata in una casa che non sente più  sua, con un marito che assume diverse sembianze in un susseguirsi estenuante di ossessioni.

Marco Annicchiarico, raccontando con lucidità la sua esperienza, ci invita a seguirlo, a fare nostra la sua paura di addentrarsi in un territorio sconosciuto.

Non è solo la patologia a spaventare, è il terrore di aver perso l’identità.

Di essere una nuvola di passaggio, un fiore reciso, un prato incolto.

Perdere il riconoscimento significa schiantarsi, brancolare nel buio, perdere punti di riferimento certi.

Accanto alla narrazione dell’incedere della cancellazione lenta e inesorabile del presente c’è il viaggio di un uomo all’interno di sé stesso.

Percorso solitario che esclude ogni interesse, ogni passione, ogni amore.

Resta solo quella figura scomposta, come marionetta senza fili.

Mamma che non sa più esserlo, che nella gestualità affannata perde il contatto con il quotidiano.

E il padre, compagno di una sventura dai confini slabbrati, è unico punto fermo finchè la sorte non recide la vita.

La solitudine diventa macigno, a volte impazienza venata dai sensi di colpa, dal timore di non reggere, di crollare fisicamente e psicologicamente.

“I cura cari”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana “Unici”, ideata e diretta da Dalia Oggero, è testimonianza perturbante e bellissima.

La scrittura segue un flusso che sa interrompersi per dare spazio al lettore.

Libera nella scelta di introdurre la poesia che ha il ritmo di una canzone senza accordi.

È un bisogno, forse l’unica certezza e i giorni scorrono come infinite notti senza stelle.

In questa tempesta di emozioni grande è la forza per evitare di lasciarsi andare.

Imparare i tempi di una malattia spietata, provare a comprendere l’intrigo mentale con quel sentimento e quel trasporto che solo un figlio può provare.

“Quando mia madre inventa parole nuove, io le faccio mie e torniamo a parlare la stessa lingua, una sorta di nuovo esperanto.”

Lo scrittore ci ricorda cosa è l’affetto filiale, ci regala la sua storia invitandoci ad inventare nuovi linguaggi, nuove carezze da concedere ai nostri anziani.

Un libro terapeutico per chi ha “una madre albero”, per chi non sa gestire il tempo che passa, per chi ha paura della morte.

Grazie di cuore!

“Il dio disarmato” Andrea Pomella Einaudi Editore

 

“Ciò che sto tentando di fare è dilatare quei tre minuti ben oltre le leggi naturali della fisica, attraversandoli come fanno i giocolieri con le bolle di sapone, dando conto dell’immane frattura che quell’ evento ha provocato nella storia d’Italia, ma anche indagando il territorio e lo spazio urbano, specialmente il tratto di strada in cui avvennero i fatti.”

Leggere “Il dio disarmato”, pubblicato da Einaudi Editore, significa elaborare un lutto, quel lutto che ci ha resi piccoli e vulnerabili.

Comprendere cosa accadde quel tragico 16 marzo 1978 in via Fani, vivere il rapimento di Aldo Moro al rallentatore.

In questa sparcellizzazione temporale dobbiamo collocare il prima e il dopo, accettare che la Storia si compone di attimi e imparare ad osservarli con lucidità.

Il romanzo ci restituisce quell’esperienza dolorosa riuscendo a creare una sorta di palcoscenico che solo all’apparenza è virtuale.

I personaggi che si muovono nella spazialità siamo noi e in questo misterioso sdoppiamento della finzione letteraria il trauma esplode e ci travolge.

Un testo politico nel senso più puro del termine, frutto di un lavoro di accurata ricerca.

Un viaggio filosofico tra le spirali del tempo che nella staticità di pochi minuti si riappropria del suo significato simbolico.

La peregrinazione in una Nazione che si affaccia ad un cambiamento epocale permette di leggere anche il presente in una dimensione critica.

L’analisi accurata della psicologia dei personaggi lascia senza fiato.

Del Presidente riusciamo a percepire stati d’animo, sensazioni, visioni che finalmente fuori dagli schemi della retorica rappresentano l’uomo, non solo lo statista.

La moglie, i figli, il nipote non appaiono come figure sfocate nello sfondo della tragedia.

Sono essi stessi parte attiva in questo teatro che a distanza di anni sembra surreale.

I brigatisti fotografati in quel prima dove tutto può ancora ribaltarsi potrebbero essere un invito a rimodulare l’idea di destino.

Credo che l’opera vada letta seguendo gli infiniti schemi mentali dello scrittore.

Andrea Pomella non ha mai trascurato l’aspetto esistenziale ma in questo magnifico testo supera se stesso.

Avvolge con una scrittura vitale, calda, appassionata.

Bilanciata e armonica, capace di costruire un artificio difficile da realizzare.

È voce narrante è coprotagonista, osservatore e attore.

Questo esercizio culturale traccia un netto confine con la letteratura sociale.

Va oltre, crea un suo genere e un suo stile.

Nell’autonomia dell’impostazione scenica, nell’equilibrio tra evento e riflessione, nella elaborazione  dell’impianto narrativo lo scrittore è Maestro.

Gli siamo grati per averci condotto per mano come un fratello, come un amico.

Per averci svelato le misteriose strade del sogno che possono traslare in una realtà parallela.

Per aver donato alle nuove generazioni un metodo deduttivo che li aiuterà a decodificare il passato e anche l’attualità.

Per averci commosso scuotendoci dell’indifferenza verso tutto ciò che è già accaduto.

Per la parola raffinata, elegante, musicale.

Per averci regalato i timori delle letterato, le scelte e i ragionamenti di chi ama scrivere e condividere la sua passione.

Per averci insegnato che la memoria va preservata e custodita.

“Tutta intera” Espérance Hakuzwimana Einaudi Editore

 

Sono gli altri a definirci?

A decidere quale è il nostro posto nel mondo, a scegliere per noi la parte che dovremo sacrificare per essere accettati?

Si affollano nella mente i tanti quesiti che si pone e ci pone Espérance Hakuzwimana.

Con una scrittura che sa contenere l’inquietudine frammentandola in piccoli scorci della sua esistenza si racconta.

E noi stiamo ad ascoltare quelle parole che tagliano e bruciano e modellano.

Adottata a soli due mesi nella famiglia italiana è “Saramia” e in quel mia c’è il possesso che deve diventare accoglienza.

Dal padre insegnante impara i sinonimi, dalla madre il linguaggio della tenerezza.

Resta per gli altri la diversa per il colore della pelle, per i ricci ribelli.

Fin da piccola rifiuta questo sguardo obliquo che la costringe ad entrare all’interno di una categoria.

Sa che deve fare di più rispetto ai coetanei e in questa corsa che le accelera il cuore non sempre è vincente.

Abbandona gli studi, sperimenta uno spazio tutto per sè, prova a capirsi.

A delineare il suo personaggio ma è difficile essere “Tutta intera.”

Il romanzo pubblicato da Einaudi Editore ci spiazza e ci emoziona.

Per la sincerità e la lacerazione interiore, per i passi incerti verso l’autoanalisi.

Saranno gli alunni del doposcuola ad aprire un varco tra culture.

A mostrare l’altra faccia della medaglia.

Quella degli esclusi, emarginati, ghettizzati.

Ognuno di quei giovani ha una storia e sa cosa può aspettarsi, non si concede illusioni, conosce il muro che non può attraversare.

Ed ecco che Sara si trova in bilico, è l’aliena, la favorita dalla sorte.

Difficile riuscire a decifrare ciò che è stata alla nascita, cosa è diventata.

Bisognerà recidere rami secchi, prendere le distanze dagli affetti più cari se non sanno trovare la cifra della convivenza e della condivisione.

Rifiutare ciò che impedisce di essere fratelli indipentemente dai legami di sangue.

L’autrice mostra i lati oscuri delle adozioni, la fragilità delle relazioni, il bisogno di essere accettati senza pregiudizi.

Un libro potente, caustico, doloroso e al contempo coraggioso.

Un invito a guardarci intorno con quella libertà intellettuale che ci permette di costruire un futuro altro.

Lo dobbiamo a noi stessi, ai figli, ai nipoti, alle tante Sare che popolano il nostro pianeta e chiedono solo il diritto di esistere.

Spero che questa splendida e intensa opera sia stimolo per un dibattito che non escluda nessuno, che dia voce agli ultimi, ai ribelli, alle anime che non si ritrovano, ai nati da matrimoni misti, ai maestri che non trovano più un logos universale, alle mamme e ai papà che dovranno educare i loro bimbi bianchi, a chi odia, a chi vuole recinti, a chi opera nel sociale, a chi ama e a chi ha perso il senso e il valore dell’esistenza.