Intervista a Tommaso Melilli autore di “I conti con l’oste” Einaudi

 


@CasaLettori dialoga conTommaso Melilli autore di “I conti con l’oste” Einaudi

 

Cosa l’ha spinta a scrivere “I conti con l’oste”?

“Ero chef di un bistrot a Parigi da alcuni anni, stavo molto bene. Ma, sia nel tipo di cucina che nel modo di servire i piatti, mi sono reso conto che andavo alla ricerca di cose che venivano dal paese dove sono nato, che non conoscevo affatto salvo i ricordi di quando ero ragazzino. Immaginavo l’Italia dalla mia cucina di Parigi e non mi bastava più, mi ero stancato di immaginare: dovevo viverla.”

 

 

Che ruolo ha la memoria nella narrazione?

 

“La metà dei cibi che ci piacciono e che ci emozionano sono quelli che mangiavamo da bambini, o molto tempo fa. Quando si cucina per gli altri si deve sempre tenere conto di questa cosa, che la cucina è, in parte, una caccia alla memoria degli altri. E quando si raccontano le cose è uguale.”

 

Cosa ha significato tornare in Italia?

“Ho trovato un paese incattivito dalla solitudine, con tanti problemi che alcuni cercano di risolvere ogni giorno, e con troppi altri problemi che ci ossessionano e che in realtà non esistono. E non c’è niente di peggio dei problemi che non esistono: perché quando un problema esiste puoi provare a risolverlo, quando non esiste risolverlo è impossibile.”

 

La dimenticanza per chi parte è una protezione ?

“Ciascuno di noi dovrebbe poter vivere dove vuole senza dover giustificare le sue scelte. Abbiamo il diritto di dimenticare da dove veniamo, almeno fino al momento in cui le cose a cui non vogliamo pensare cominciano a corroderci da dentro.”

 

Perché la tradizione non esiste?

“Perché non la conosciamo. Non sappiamo cosa si faceva “una volta”, abbiamo solo delle idee minime. Quello che tutti chiamano “tradizione” è una storia che ci raccontiamo, una stampella alla quale ci fa comodo appoggiarci quando ci sembra di non reggerci in piedi.”

 

Il personaggio che l’ha incuriosita di più?

“Quello che ho conosciuto di meno, Pierre Jancou, che per me è il modello del nuovo oste.”

 

Qual è il talento di un cuoco?

“Saper ascoltare le persone che mangiano, anche quando non dicono niente.”

 

Quando la Cucina è Cultura?

“Quando ci convince ad assaggiare delle cose che diversamente non avremmo mangiato, che non avremmo riconosciuto come cibo. Quando fa scoprire il nuovo.”

 

Possiamo definire il suo libro una mappa sentimentale?

“Nel modo più assoluto. Non c’è alcun tipo di critica gastronomica, non mi interessa giudicare i miei colleghi, mi interessa dare loro voce.”

 

Tre aggettivi per definire “l’oste di frontiera”

“Affettuoso, libero e imprevedibile.”

 

Ha dimostrato che si può raccontare l’Italia in modo insolito ed originale, le sue impressioni sulla nostra penisola?

“Grazie! Intanto bisogna dire che non l’ho affatto girata tutta, l’Italia. Quello che più mi ha colpito e turbato è quanto le provincie e le campagne si stiano lasciando andare e si siano abbandonate. Ma in mezzo a tutto ciò ci sono tanti piccoli mondi da cui possono ripartire e ritrovare vita, e molti di questi sono legati all’agricoltura, al mangiare e al bere. Dobbiamo lavorare per moltiplicare questi piccoli mondi, per parlarne e farli diventare il sistema sanguigno delle nostre campagne. Non esiste un altro modo.”

 

Quanto è cambiato dopo la stesura del testo?

“Ho trovato una sinergia formidabile con tutti i dipartimenti della casa editrice con cui ho lavorato. Il libro non è molto diverso da come l’avevo inviato, ma tutto ciò che è cambiato è cambiato in meglio.”

 

Cosa è per lei la scrittura?

“E’ il miglior modo che conosco per capire le cose e – se le capisco – per offrirle agli altri.”

 

Continuerà il suo viaggio di ricerca e di scoperta?

“Prima di tutto ritornerò in giro per l’Italia per accompagnare il libro, e sono sicuro di scoprire tanto altro così. E’ un libro che parla di territori, se non andassi nei territori a portarcelo non avrebbe senso.”

 

Progetti futuri?

“Per il momento troppi e ancora troppo confusi! Si vedrà.”

“La casa degli angeli spezzati” Luis Alberto Urrea Einaudi Stile Libero

“Big Angel era in ritardo al funerale di sua madre”.

L’incipit di “La casa degli angeli spezzati”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Marco Rossari, è anticipazione di un romanzo che ci lascerà inchiodati alla pagina.

Il protagonista, patriarca di una famiglia numerosa e strampalata, riesce ad affrontare anche gli eventi più complicati con ironia graffiante.

Sa di essere arrivato al capolinea e invece di disperarsi scrive “Le mie preghiere sciocche”.

“I fiori di campo dopo un acquazzone

Il cuore si apre e ne cadono fuori dei piccoli semi luccicanti”.

La sorpresa di scoprire quella parte di sé che aveva sempre rinnegato, affannato ad essere un uomo retto.

“Invitò ogni ricordo a tornare a lui e a rivestirlo di bellezza.”

Ogni giorno, ogni ora, ora secondo diventano preziosi per riannodare insieme episodi del passato.

L’amore per Perla, i contrasti con il fratellastro, il legame instabile con il padre sono mattoni di una casa costruita con fatica.

Una pellicola dove le immagini hanno il colore della nostalgia.

Il protagonista rende omaggio alle tradizioni del popolo messicano, in antitesi al desiderio di essere Il perfetto americano.

Luis Alberto Urrea riesce a rendere con pochi tocchi magistrali la conflittualità dell’emigrato, sempre in bilico tra due culture.

Una saga familiare dove ogni personaggio cerca di farsi accettare e nel raccontarsi mostra le crepe di un’esistenza che li ha segnati.

È presente la morte come “una transizione”, un cambiamento di prospettiva.

“Morire è come prendere un treno per Chicago.

Ci sono milioni di ferrovie e i treni corrono per tutta la notte.

Qualcuno fa tante fermate panoramiche e qualcuno è diretto.”

Un romanzo che con scioltezza passa da un racconto individuale alla storia di un popolo migrante.

“All’epoca il confine era diverso.

Non c’erano muri.

Non c’erano droni, non c’erano torri con gli infrarossi”.

Analisi di un altro tempo che non nasconde le difficoltà di inserimento, la continua ricerca di adattamento.

Nella festa che unisce il clan si può leggere la metafora di uomini e donne che hanno conquistato una libertà che nessuno potrà cancellare.

 

“Quello era il premio: rendersi conto, alla fine, che valeva la pena combattere per ogni minuto con ogni goccia di sangue e di grinta.”

Una lezione che difficilmente si cancellerà.

 

 

 

“Le gratitudini” Delphine De Vigan Einaudi

“Senza il linguaggio cosa resta”?

Michka e il tempo che la sfiora lasciando svuotata.

Corpo abbracciato dalla vecchiaia, presenza che invade gli spazi senza chiedere permesso.

La gestualità lenta e il bisogno di abbandonare la casa e affidarsi alle cure in una residenza per anziani.

“Ha tenuto qualche libro, gli album di fotografie, una trentina di lettere, le carte che la burocrazia impone di conservare.”

“Le gratitudini”, pubblicato da Einaudi, è la poesia della vita che si aggrappa a poche certezze.

Battaglia impari per fermare lo strazio di fonemi che si confondono e si accumulano in frasi disarticolate.

Non luogo che si anima di presenze e di ricordi, di sussurri e  tenerezze, di rimbalzi nel passato e sottrazioni.

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Riorganizzarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

Piccole cose che scompaiono assorbite dall’Io che non ha più certezze.

Lottare per lasciare in superficie il bene ricevuto.

Guardare oltre il finito, cercare nell’indefinito senso e colore.

L’amore di Marie è il fiore consolatorio, la mano che accarezza ripercorrendo un affetto che dura da sempre.

Figura che ricorda un angelo per la leggerezza e la grazia, per la dolcezza di un silenzio e di un’attesa.

L’umanità di Jèrôme mostra il vero volto della condivisione, fatta di piccole, impercettibili attenzioni.

Delphine De Vigan regala una scrittura tersa, densa di dialoghi e di emozioni.

Canta la canzone della resistenza del corpo e della mente.

I fili che uniscono “Le fedeltà invisibili” a questa nuova prova narrativa si percepiscono nell’intreccio delle relazioni, nell’emozione di un legame ritrovato, nella sofferenza che sboccia come rosa nel deserto contemporaneo.

Come si misura la gratitudine? Nel libro la strada da percorrere.

 

 

 

Agenda Letteraria del 25 febbraio 2020

 

 

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

 

Delphine De Vigan “Le gratitudini” Einaudi

“I conti con l’oste” Tommaso Melilli Einaudi

“Potrei dirvi che sono tornata perché avevo promesse da mantenere, ma forse è perché nessuno mi ha chiesto di restare”

Le parole di Joan Didion, scelte come esergo di “I conti con l’oste”, pubblicato da Einaudi, è una delle tante chiavi di lettura di un testo utile, originale e divertente.

Tommaso Melilli torna dalla Francia dove è chef e ci propone un intrigante viaggio alla scoperta di una Italia insolita.

Con lui incontreremo osti, vivremo all’interno delle cucine, scopriremo i segreti di piatti che amiamo o che non conosciamo.

Sentiamo la passione e la creatività di tanti ristoratori, percepiamo il bisogno di sperimentazione e la necessità del confronto.

Un libro di ricette? L’autore riesce a coniugare la Cucina con la Cultura.

“Si può cercare di scoprire cose nuove e lontane, che nessuno, o pochi, hanno mai assaggiato e lo si può fare verso il passato, perché la cucina antica è una scatola chiusa di cui nessuno di noi ha la chiave: non possiamo aprirla, ma solo scuoterla e muoverla, e ascoltando attentamente i rumori cercare di intuire cosa c’è dentro.

Che cosa significhi cercare nel presente sto ancora cercando di capirlo.”

Racconta un paese che sa esaltare il sapore mantenendo il rapporto con il proprio vissuto.

Rende omaggio a una Natura che regala erbe e profumi.

Mostra le nostre contraddizioni, evidenzia l’ancestrale legame con il cibo.

Parla di famiglie e di condivisioni, di campagne e di città, di ricordi e di pezzi mancanti.

Una mappa sentimentale nel tentativo di non disperdere nulla.

La memoria diventa transfer che ritrovare e ritrovarsi.

 

 

 

 

Agenda Letteraria del 23 febbraio 2020

 

 

 

“La tradizione non esiste: c’è solo la ricerca.

Si può cercare di scoprire cose nuove e lontane, che nessuno, o pochi, hanno mai assaggiato e lo si può fare verso il passato, perché la cucina antica è una scatola chiusa di cui nessuno di noi ha la chiave: non possiamo aprirla, ma solo scuoterla e muoverla, e ascoltando attentamente i rumori cercare di intuire cosa c’è dentro.

Che cosa significhi cercare nel presente sto ancora cercando di capirlo.”

 

Tommaso Melilli “I conti con l’oste Ritorno al paese delle tovaglie a quadretti” Einaudi

Intervista a Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

 

Si può educare all’amore?

“Platone parlava di educazione all’eros: un viaggio graduale ed appagante che dalla bellezza fisica porta al bello in sé, e dunque al bene.
Noi avevamo l’inserto di Cioè e dei modelli molto tradizionali che ci educavano a tutto, fuorché all’amore. Così ci siamo improvvisate, e ora ci ritroviamo con il cuore nella rotula destra.”

 

 

Sono bellissime le “Puntualizzazioni amorose”, come nascono?

“Sono frammenti, alla Barthes, che mi piaceva tenere così, come fossero delle piccole illuminazioni dentro il caos dell’amore.”

 

 

Come raccontare il desiderio?

“Il desiderio è il motore dell’amore, perché è mancanza, canzoni in loop, Sturm und Drang, fogli inzuppati di lacrime, struggimento.”

 

Cosa ci insegna Eloisa?

“Eloisa vuole diventare la ragazza più colta della Francia, e invece si ritrova a essere la ragazza più innamorata della Francia, come qualunque sedicenne. Ma è amore vero il suo e, nonostante tutte le traversie, rimarrà fedele a quello che aveva provato. Ostinata, cocciuta, terrà aperta la ferita della sofferenza per ricordarsi chi è davvero lei.”

 

Si continua a credere nel principe azzurro?

“Credere nel principe azzurro – ovvero un concetto ideale – è una fregatura. Niente potrà bastare. L’amore, invece, è sentirsi se stessi all’interno di una relazione, se se stessi comprende alcune qualità e molti difetti, e le qualità sono spinte all’estremo e i difetti ben tollerati.”

 

Lou era una seduttrice, perché ha scelto di introdurla nella narrazione?

“Come non si può inserire la seduzione – gioco tra autentico e artificiale – all’interno del discorso amoroso? Lou voleva e non voleva, si concedeva e non si concedeva; solo di una cosa era certa: voler mantenere a tutti i costi la sua libertà, “osare tutto e non aver bisogno di niente”.

 

 

La vita amorosa di Simone de Beauvoir è pretesto per lanciare un messaggio?

“Simone è anticonformista, indipendente, finanche scandalosa, ma incline all’innamoramento. Stipula un patto con Sartre, fa promesse a Algren, definisce Lanzmann il suo “destino”. Sono cose che si fanno, e si dicono, quando si è innamorati, credendo di mettersi al riparo da istinti razionali e piccolo borghesi, quali la gelosia, il possesso, il controllo ossessivo dei like che lui fa alle altre.”

 

 

Come si può gestire l’assenza dell’amato?

“L’amato è sempre assente: è l’oggetto trascendente, impalpabile; un oggetto che sfugge sempre. Questa è la fatica amorosa, aver sempre più a che fare col vuoto che col pieno.”

 

 

Quanto si è divertita a scrivere “C’era una volta l’amore”?

“Molto. A forza di leggere biografie ed epistolari delle filosofe, sono diventate delle “amiche”, così contemporanee e così simili a noi. Si disperano, sono cocciute, amano profondamente. Divertenti, e consolatorie.”

 

 

Quanto si identifica nel suo personaggio?

“C’è solo una donna che vive il ciclo universale dell’amore: inizio, svolgimento, fine, e ancora inizio. Non c’è alcun pericolo: lei continuerà, e noi continueremo, a innamorarci ancora.”

 

 

Una definizione dell’innamoramento?

“Un meraviglioso stato di delirio. Accende le lucine quando sorride, propaga attorno onde elettromagnetiche, fa i fuochi d’artificio dentro la testa.”

 

 

Delle tre figure maschili presenti nel testo quale sceglie?

“Scelgo, con indulgenza, Abelardo: ambizioso, mitomane e piagnucolone. Non sa quali parole scegliere né quali argomenti addurre per placare la passione di Eloisa, ormai rinchiusa in convento. È “confuso”, è stato Dio a scegliere questo destino per loro, le dice, lui non ne può niente.”

 

È riuscita a conciliare l’attualità con la filosofia, quale cammino ha intrapreso?

“La storia che volevo raccontare – quella di una donna che ripercorre le tappe dell’amore, e prova a illuminarne il senso – ha trovato la sua chiave nella filosofia. La filosofia scandaglia il reale, senza ridurne la complessità.”

 

 

Cosa è per lei la parola scritta?

“La parola scritta comporta fatica. Ginzburg diceva: “Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca.”
Mi piace stancarmi, ripensare ossessivamente a una frase, farmi visitare da immagini, trascorrere ore sulla scelta di un vocabolo.”

 

 

Cosa manca oggi alle donne per percorrere il cammino della consapevolezza?

“Dovremmo fare a meno di fingere di stare bene quando stiamo malissimo. Perché lo dice la società: la donna deve essere forte, pancia in dentro e tette in fuori.
Questa dittatura della positività passa sopra persone e corna e sentimenti perché non ha tempo da perdere; deve vincere, andare avanti, essere disumana.”

 

Tre aggettivi per descrivere il suo libro

“Agro, dolce, sensuale.”

 

 

Progetti futuri?

“Continuare a faticare con le parole.”

“Nemici miei La pervasiva rabbia quotidiana” Nicoletta Gosio Einaudi

“La rabbia, l’aggressività è nell’aria: la respiriamo, la avvertiamo, la condanniamo, ne soffriamo tutti.”

Cosa sta succedendo?

Perché vediamo ovunque pericolosi aggressori?

Esistono forme d’amore che non includono la sottomissione e la prevaricazione?

Quando il linguaggio ha perduto purezza diventando sempre più frequentemente turpiloquio?

Il Super – io sociale e quello individuale non sono più in sintonia?

“Nemici miei La pervasiva rabbia quotidiana”, pubblicato da Einaudi, è un prezioso saggio che con competenza va alle radici dei cambiamenti culturali e sociali offrendo infinite occasioni di riflessione.

“Coabitiamo, viviamo in relazione con gli altri, quegli altri necessari per costruire il mondo e divenire ciò che siamo, in costante precario equilibrio tra esigenze contrapposte di appartenenza e distinzione”

Si è creato un confine interiore che ci impedisce di interagire serenamente e sempre più spesso “trascorriamo le giornate in campi di battaglia, fra incontri deludenti.”

Tragica è l’assuefazione a vivere in perenne conflitto con chi ci circonda.

La psichiatra e psicoterapeuta Nicoletta Gosio, con un linguaggio chiaro ma articolato, mostra quanto le dinamiche psichiche di proiezione interiore si spostino verso l’esterno.

Si rifiuta quella parte di sé afflitta da “sensi di colpa, vergogna, invidia, angosce abbandoniche”.

La resistenza ad assumersi responsabilità porta a cercare capri espiatori, a difendere le proprie idee senza preoccuparsi di rielaborarle con spirito critico.

Il pericoloso egocentrismo, la  necessità di presidiare la propria immagine alimentano narcisismi, acuiscono le insoddisfazioni, innalzano muraglie.

L’autrice nella valutazione di visioni soggettive e oggettive mantiene un profilo professionale e ci accompagna paziente a vivere e ad accettare la nostra vulnerabilità.

Parla di amore e di famiglia, di bigotte costruzioni mentali nei contronti del migrante, di falsate valutazioni nell’ambito lavorativo.

Il testo ci offre gli strumenti per metterci al lavoro, ricominciando a comprenderci e ad amarci.

 

“Insegnami la tempesta” Emanuela Canepa Einaudi Stile Libero

“Quand’è che le cose con Matilde avevano cominciato a peggiorare?

Emma se l’era chiesto spesso, ma l’origine del disagio le sfuggiva.

Sapeva solo che sempre più di frequente le capitava di sentirsi inutile.

Una madre superflua.”

Due figure e un’increspatura affannosa che prende corpo, cresce come un malsano nemico lasciando entrambe su due sponde opposte.

La percezione di distanza si costruisce tra le mura di un silenzio dilagante, uno sfregio affettivo, un marchio che ha i colori cangianti della rabbia.

“Insegnami la tempesta”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è la sensazione che si fa scrittura.

Immagine riflessa di una privazione a lungo trattenuta tra le maglie del non detto.

È la maternità genuflessa in un atto di abbandono, come una promessa mancata.

Adolescenza spigolosa dove i perché si confondono lasciando una gestualità intirizzita.

Il nostro tempo si stigmatizza feroce, aggressivo nella simbologia di una bufera che allaga e distrugge.

Roma sta a guardare trasferendo il suo caos e le sue disarmonie nel chiuso di una casa.

Prigione che non concede scampo, ingorgo di frasi smozzicate e di frammenti di verità.

Cocci di vetro affilati che feriscono e allontanano.

Emanuela Canepa ribalta ruoli avvizziti da modelli ormai poco credibili, elabora uno schema che percorre un cammino in salita.

Un romanzo pensato, articolato in più risvolti, curato nella forma.

Pur nella diversità si coglie un legame con “L’animale femmina”. Rivediamo tratti di quella consapevolezza graduale raggiunta da Rosita.

Per la scrittrice fondamentale è trovare non una strada, ma la propria strada.

Una ricerca all’ultimo sangue, senza sconti a sé stessi.

Irene è baricentro di un destino che capriccioso scompagina le carte.

Voce che arriva da lontano, coscienza che prova ad assolvere, corpo che sa accogliere e ascoltare.

E nella “Vocazione” di Caravaggio si concentra un segnale che trasfigura il testo, lo illumina di una luce accecante, lo spinge verso una svolta decisiva.

“La libertà di essere totale.

La libertà di non coincidere con niente, di non essere definita da nulla.”

 

 

Un volano che spinge in alto, verso mete che conoscono la pace.

Lo scivolamento lento di due anime che provano a conoscersi

 

Intervista a Lorenzo Marone, autore di Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

@CasaLettori dialoga con Lorenzo Marone, autore di “Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

“Inventario di un cuore in allarme”, un titolo che incuriosisce. Cosa l’ha ispirata?

“La voglia di parlare di paure, fragilità, imperfezione, il desiderio di condividere il mio sentire. Parlo di me, ma in verità amplio lo sguardo a quelli che sono temi molto importanti nella società di oggi. C’è bisogno di questo, di partire da sé per poi saper leggere meglio ciò che accade intorno.”

 

Il libro si differenzia dalle precedenti prove narrative, il bisogno di ascoltare quella parte di sé nascosta?

“Questo libro è una ricerca, la mia personale ricerca di un modo di stare al mondo, di sentirmi utile per me e per chi mi è intorno, una forma di accettazione di ciò che siamo, dei nostri limiti di esseri umani, in un tempo nel quale si tende alla perfezione, alla crescita personale esasperata, al successo, all’onniscienza.”

 

Quanto è difficile mostrare le proprie paure?

“Io non lo trovo particolarmente difficile, però mi rendo conto che per molti lo è, che molti faticano ad aprirsi, a restare in ascolto di sé, e questo è un bel problema.”

 

“Coltivate il dubbio”, il filo conduttore della narrazione?

“Sì, e la curiosità, abbiamo bisogno di nuove generazioni di curiosi, avidi di conoscenza, coraggiosi.”

 

Ordine e caos, quale prevale?

“È tutto caos, e prima lo si capisce, prima si campa meglio.”

 

Ha dato corpo e voce all’ipocondria, un atto liberatorio?

“Per certi versi sì, anche se mi sono esposto parecchio.”

 

È la felicità ad intimorire o l’idea della sua effimera presenza?

“La felicità fa paura, perciò non ci fermiamo mai ad ascoltarci, per non sentirla, diceva Bufalino.”

 

Cosa le è mancato nell’infanzia?

“Ho avuto molti vuoti da colmare.”

 

Che approccio psicologico seguire per rimarginare le ferite?

“Ho fatto tanta terapia, ma l’ipocondria è un qualcosa con la quale alla fine devi convivere, volente o nolente. Di certo so per esperienza personale che gli psicofarmaci servono a poco.”

 

Napoli è poco presente, si è trasformata in uno stato d’animo?

“Napoli mi ha insegnato l’ironia, siamo una terra che da sempre combatte l’ipocondria con la profonda leggerezza.”

 

Come è riuscito ad intrecciare letteratura e filosofia?

“Sono un uomo curioso.”

 

La natura immutabile e la spiritualità, quali relazioni?

“Credo, ma faccio molta fatica. Sono un uomo spirituale, e la natura in ogni sua forma mi lascia stupefatto.”

 

È molto coraggiosa la consapevolezza della propria imperfezione, come immagina la reazione dei lettori?

“Non so, alcuni ci si identificheranno, altri probabilmente lo prenderanno come lo sfogo di un pazzo; ma non si parla di me qui, si parla di morte per parlare di vita, di tempo, di caos, destino, scelte.”

 

Non manca un sarcasmo pungente nei confronti delle cure palliative.

“Il cervello è una sfoglia di cipolla, diceva mio nonno.”

 

“La vita, una solitaria oasi nel nulla”, la scrittura riesce a colmare i vuoti?

“In parte, a volte è un aiuto prezioso.”

 

Quanto è cambiato come uomo dopo la stesura del libro?

“Sono lo stesso di sempre.”

 

Un messaggio a chi la leggerà?

“Fate buon uso del tempo.”

 

Progetti futuri?

“Sto scrivendo il nuovo romanzo.”