“Riso nero” Sherwood Anderson Elliott Edizioni

 

“Datemi la parola

Che la mia gola e le mie labbra carezzino le parole delle vostre labbra

Datemi la parola

Datemi tre parole, una dozzina, un centinaio di parole, una storia.

Datemi una parola.”

Storia di una fuga e di una ricerca.

“Riso nero”, pubblicato da Elliott Edizioni nella traduzione di Cesare Pavese, stupisce per l’attualità della lingua e dei contenuti.

John Stockton è l’uomo scontento, avvilito da una quotidianità borghese, annoiato da una cultura appiattita.

Abbandona tutto e si spoglia della sua vera identità.

Cambia nome in Bruce Dudley e questo atto provoca una metamorfosi lenta.

È come se ci si trovasse ai due poli estremi ed è difficile raggiungere un punto d’incontro.

“I giorni passano

Sono troppo uguali, i giorni.

Un’esperienza immaginaria non è lo stesso di una subíta in realtà, ma qualcosa è.”

Una scrittura pittorica, espressiva, innovativa.

Si scoperchiano verità insostenibili, si urla alla menzogna, si cerca di varcare i limiti imposti.

“Non so abbastanza per costruire la mia casa

Nessun uomo ne sa abbastanza per costruire la sua casa.”

Sherwood Anderson racconta un’America diversa, pronta a confrontarsi con nuove libertà.

Propone una femminilità passionale, disinibita, carnale.

Non cerca un modello letterario da imitare, prova nuove strategie linguistiche che alleggeriscono la trama molto intensa.

Esplora “il canto nell’intimo”, cerca “il centro della vita, il centro creatore”, ricorda che “il passato è un’ombra che svanisce.”