Intervista ad Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

@Casalettori dialoga con Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

 

In “Insegnami la tempesta” si percepisce “un magma interiore”. Una lettura psicologica dei personaggi?

“Forse, più dei personaggi, il mio desiderio di approfondimento era diretto a indagare un vincolo incandescente, quello della maternità. Perché è una dimensione su cui pesano molti tabù. Basterebbe pensare che quando ho cominciato a raccontare in giro di voler scrivere questa storia, c’è chi ha cercato di scoraggiarmi dicendo che, non essendo madre, non ero metalmente ed emotivamente attrezzata ad affrontare il tema. Una cosa che colpisce, soprattutto perché sono certa che su nessun altro tema, nemmeno quelli davvero distantissimi dalla mia esperienza personale, avrei subito lo stesso tipo di censura. Ma è un argomento inesauribile, e pieno di cose da dire. Come tutte le dimensioni molto trattate è anche appesantito da tanti clichè. E nel tentativo di scardinarli – non sta a me dire se ci sono riuscita – c’è ancora una spazio narrativo ampio e molto fertile, che è quello che ho cercato di esplorare.”

 

 

Quale è stata la figura più difficile da delineare?

“Senz’altro Irene, la monaca di clausura. Emma, la madre, non la vede da più da vent’anni, e Matilde, la figlia, è irresistibilmente calamitata verso di lei perché intuisce in questa donna uno scarto dalla norma che è lo stesso verso cui anche lei si sente attratta. Ma la la dimensione della fede per me è stata difficile da praticare narrativamente, e infatti in parte l’ho lasciata in ombra. La scelta di Irene – che di questi tempi costituisce davvero lo scandalo per eccellenza, la scelta incomprensibile – è una virata di assoluta libertà, ed questo è soprattutto l’aspetto che ho approfondito.”

 

 

Nella conflittualità madre figlia quanto pesa il non detto?

Non posso parlare in assoluto, non foss’altro perché ogni famiglia fa storia a sé, ma fra Emma e Matilde pesa senz’altro moltissimo. C’è in Emma l’obbligo morale a tacere tutto ciò che non sente conforme al suo ruolo di madre. Ma Matilde percepisce il peso di questo silenzio, e non fa nulla per ridimensionare la trincea che questo scava tra loro due.”

 

Che ruolo hanno le figure maschili?

“Se si eccettua il padre di Emma, ci sono solo due uomini importanti, che sono volutamente molto simili. Fausto, il padre adottivo di Matilde, ed Eugenio, il ragazzo di cui Matilde resta incinta. Sono entrambi uomini saldi ma dolci, presenti ma pronti a fare un passo indietro. E nel decidere se restare o allontanarsi, così come in molte altre dimensioni davvero importanti della loro vita, Emma e Matilde faranno scelte opposte.”

 

 

La verità ristabilisce l’ordine delle cose o sono necessari ulteriori passaggi?

“Non sono a mio agio con il costrutto della verità nelle relazioni. È un termine fulgido e rischioso, proprio perché ammantato di tutte le virtù e perciò più difficile mettere in discussione. Oltretutto, per definizione, è una parola molto sbilanciata verso una certa sfumatura astratta di oggettività. Ma nelle relazioni ci sono tante verità quante sono le persone in gioco, e allora l’unica speranza di coinciliazione, più che la verità, è semmai l’onestà emotiva, che non ha altra pretesa che dichiarare se stessa. Essere sempre onesti su quello che si prova, anche quando apparentemente questo mette in discussione il nostro ruolo. È un grande atto di coraggio, ma anche l’unico in grado di salvare le relazioni sul lungo periodo.”

 

 

Attraverso Matilde ha voluto raccontare il nostro tempo confuso?

“Devo essere onesta: no. Cerco di tenermi lontana dall’idea di lanciare un messaggio, specie se di portata universale. Non mi pare compito dello scrittore. Un giorno mi è venuta in mente questa famiglia, niente di più normale: madre, figlia, padre. Il mio unico obiettivo era di studiarne le reazioni di fronte a una provocazione importante, e raccontarne le vicende nel modo più trasparente possibile, dal centro esatto della storia, equidistante da tutti, e senza prendere le parti di nessuno.”

 

Caravaggio e la ricerca di spiritualità?

“Scegliere le tele di S.Luigi dei Francesi dedicate alla conversione e al martirio di S.Matteo è stato forse frutto più della volontà di rendere omaggio alla mia città, Roma, e al pittore che ne ha rappresentato meglio il cuore nero e senza pace. Che poi la sua pittura si presti straordinariamente bene a raccontare il lato tempestoso della fede, quello che rovescia e le certezze e annichilisce ogni punto di riferimento, è chiaro a chiunque lo conosca e lo ami. E certamente, in questo senso, era molto funzionale alla storia.”

Torna spesso la parola sacrificio, quale legame con la punizione del sé?

“Nella vita di Emma il legame è esplicito. Ogni patimento è il risultato del senso di inadeguatezza. Chi sbaglia, chi non è all’altezza, deve soffrire, e non per questo smetterà di pagare. Ci sono solo due brevi istanti nella vita di Emma in cui lei si illude di poter avere un’altra vita: l’incontro con Irene e la nascita di Matilde. Ma in entrambi i casi tutto le si rivolterà contro.”

 

La sua è una parola molto poetica, quanto tempo ha impiegato nell’elaborazione del testo?

“Moltissimo, è la cosa a cui tengo di più. Le riscritture sono sempre numerose, e non mi soddisfano mai. Che poi è anche la ragione per cui non mi rileggo. Provo un’invidia indicibile per gli scrittori che sono capaci di dire: ho scritto un bel romanzo. A me pare sempre tutto perfettibile, e soprattutto molto lontano dalla perfezione.”

 

In cosa si differenzia questa nuova prova narrativa da “L’animale femmina”?

“Come dicevo prima, non credo di tenere in grande considerazione l’aspetto riflessivo nel momento in cui comincio a scrivere. Quello arriva in un secondo momento. All’inizo si presenta l’urgenza di una storia, che è sgangherata, e non si tiene bene sulle gambe. Quindi c’è l’esigenza di darle struttura, solidità. Infine, quando lo scheletro è pronto, quella di scriverla nel modo migliore possibile. Ho fatto questo sia per il primo romanzo che per il secondo. In entrambi i casi la mia necessità è stata soprattutto essere fedele ai personaggi. Non mi sono mai preoccupata di riflettere sulle differenze tra un romanzo e l’altro. A cose fatta mi pare di poter dire che in questa storia ho cercato di gestire una coreografia di personaggi più ampia, mentre l’impianto di quello precedente era forse più classico e teatrale.”

 

 

La sua definizione di libertà travalica il reale. Una visione trascendentale?

“Trascendentale mi pare un aggettivo molto appropriato. È così. Nulla ha senso nella vita se non rimane acceso il nostro desiderio di muoverci tendendo liberamente al desiderio.”

 

 

Quanto l’hanno cambiata Emma, Irene, Matilde?

“Credo di aver scritto questa storia anche per chiudere i conti con la mia esperienza di maternità, che non c’è stata, e per mia scelta. Direi che mi hanno aiutato soprattutto in questo. Mi mancavano delle risposte, e se ora le ho trovate, è per merito loro.”

 

 

Programmi futuri?

“Sono cinque anni che scrivo ininterrottamente, tra il primo romanzo e il secondo non c’è stata soluzione di continuità. I miei programmi prevedono uno stacco totale. Ho bisogno di capire dove voglio andare, cosa voglio scrivere. E per far questo devo leggere, leggere moltissimo.”

“Insegnami la tempesta” Emanuela Canepa Einaudi Stile Libero

“Quand’è che le cose con Matilde avevano cominciato a peggiorare?

Emma se l’era chiesto spesso, ma l’origine del disagio le sfuggiva.

Sapeva solo che sempre più di frequente le capitava di sentirsi inutile.

Una madre superflua.”

Due figure e un’increspatura affannosa che prende corpo, cresce come un malsano nemico lasciando entrambe su due sponde opposte.

La percezione di distanza si costruisce tra le mura di un silenzio dilagante, uno sfregio affettivo, un marchio che ha i colori cangianti della rabbia.

“Insegnami la tempesta”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è la sensazione che si fa scrittura.

Immagine riflessa di una privazione a lungo trattenuta tra le maglie del non detto.

È la maternità genuflessa in un atto di abbandono, come una promessa mancata.

Adolescenza spigolosa dove i perché si confondono lasciando una gestualità intirizzita.

Il nostro tempo si stigmatizza feroce, aggressivo nella simbologia di una bufera che allaga e distrugge.

Roma sta a guardare trasferendo il suo caos e le sue disarmonie nel chiuso di una casa.

Prigione che non concede scampo, ingorgo di frasi smozzicate e di frammenti di verità.

Cocci di vetro affilati che feriscono e allontanano.

Emanuela Canepa ribalta ruoli avvizziti da modelli ormai poco credibili, elabora uno schema che percorre un cammino in salita.

Un romanzo pensato, articolato in più risvolti, curato nella forma.

Pur nella diversità si coglie un legame con “L’animale femmina”. Rivediamo tratti di quella consapevolezza graduale raggiunta da Rosita.

Per la scrittrice fondamentale è trovare non una strada, ma la propria strada.

Una ricerca all’ultimo sangue, senza sconti a sé stessi.

Irene è baricentro di un destino che capriccioso scompagina le carte.

Voce che arriva da lontano, coscienza che prova ad assolvere, corpo che sa accogliere e ascoltare.

E nella “Vocazione” di Caravaggio si concentra un segnale che trasfigura il testo, lo illumina di una luce accecante, lo spinge verso una svolta decisiva.

“La libertà di essere totale.

La libertà di non coincidere con niente, di non essere definita da nulla.”

 

 

Un volano che spinge in alto, verso mete che conoscono la pace.

Lo scivolamento lento di due anime che provano a conoscersi