“Esili nidi” Davide Minotti Nottetempo Editore

 

“In esilio un nido

Facciamo e disfiamo

Intrecciando legni nuovi

Rintracciando idiomi.”

La geografia di un presente che si sfilaccia lentamente nella parodia di una lontananza.

Case vuote, lingue senza senso, cumuli di macerie, valigie di cartone, un treno che corre lontano, un affetto che si fa ombra.

La poetica di Davide Minotti non trova pace, artiglia questo tempo pazzo e inclemente.

Lo derubrica con frasi brevi, piccole virgole che cercano spazio nell’afrore di una società che non è più comunità.

Asmara, Massawa, non luoghi dove mani incerte provano a sostenere mura cadenti.

Chi sono i figli del rimorso?

Siamo noi, fragili fuscelli incapaci di offrire una parola, un gesto, un sorriso?

Siamo noi, esuli da noi stessi senza anima e senza umanità?

L’alba che si accede dichiarando “la fiumana di corpi stanchi”, le ore lente o accelerate in attesa di qualcosa che cambierà il destino.

Nonostante la giovane età il poeta sa scandire una voce autonoma attraverso il verso mai azzardato.

Lo studio nell’accostamento dei fonemi si accompagna ad una profondità di orizzonti che all’uomo di strada volgono lo sguardo.

“Sotto tetti di legno spopolato

E travi in abbandono

Riordinare fin qui le assenze

Chiamarle col loro nome.”

“Esili nidi”, pubblicato da Nottetempo Editore, è una finestra sul mondo dimenticato da tutti.

È la pietas di chi nell’altro cerca radici comuni.

Inseguire “la cosmogonia”, fermarsi nelle sale d’attesa, aspettare chi arriva con passo pesante.

La marginalità e la droga, la migrazione e la periferia, il disamore e l’epifania di rintocchi asimmetrici.

Una poesia visiva, fiera e mai sommessa.

La malinconia è reattiva, sale sul Golgota delle passioni finite, sogna “un consesso di rivoluzione”.

È tempo di resa?

Non credo, bisogna inventare altre storie, ricominciare “imparando nuove stanze.”