“Contare le sedie” Ester Armanino Einaudi Editore

“Non saprei dire se, crescendo, sia stata io a esiliare la vera me in quel regno ormai stretto o se piuttosto sia stata lei a perdere interesse per la mia vita in grande.

Fatto sta che ritrovarla mi suscita sempre emozioni.”

Una narrazione che incede per capitoli e in ognuno si svela la personalità della protagonista.

Un gioco ad incastro di esperienze, ricordi, amori finiti.

Uno schema non rigido ma flessibile, attento a fermare l’attimo perchè nell’istante in cui il tempo si ferma si coglie ogni sfumatura.

“Contare le sedie”, pubblicato da Einaudi Editore, è diario intimo, confessione, ricerca di quel nucleo emozionale che rende l’esistenza unica e irripetibile.

È la consapevolezza che le parole vanno protette e salvaguardate  dalla ruggine dell’oblio, perché fanno parte di un patrimonio prezioso.

Ricompongono voci, suoni, schegge dolorose.

Cercano quel baricentro dove “le forze di riannodano e si annullano, e dopo il nostro sistema è pienamente calmo e sicuro.”

Il bisogno di stupirsi con un santino e la storia misteriosa in bilico tra sacro e profano.

La scelta di “abbracciare il danno, di non vergognarci delle ferite, di dare valore alle cicatrici”.

La capacità di percepire nel timbro di una voce il non detto, la voglia folle di scegliere sempre l’unità e non la disgregazione.

Ester Armanino inchioda alla pagina non solo per la forma eccellente.

Sa intrattenere un dialogo con sè stessa serrato, senza pause, senza accomodamenti.

Racconta le cadute, le vertigini e la mancanza.

La madre è il vuoto che nessuno potrà riempire, il respiro affettuoso di chi sa abbracciare senza possedere, il sorriso aperto della speranza.

“Ho scoperto un recinto dentro di me.

Il dolore non può avere un recinto.

Così sollevo il gancio, lo libero.”

L’immagine rarefatta di un sentimento viene manipolata, schematizzata e riprodotta su uno schermo che sa dosare luci e ombre.

Nel romanzo ognuno trova piccoli segnali che lo riportano al sè bambino, che illuminano la nostalgia e la malinconia.

È come se insieme all’autrice si camminasse su un sentiero che non finisce mai.

È eterno e ci appartiene, dobbiamo soltanto imparare a cogliere i fiori del nostro passato e spargere a piene mani i semi della nostra rinascita.

Solo così forse ci sentiremo “grandi”, affrancati finalmente dal peso gravoso delle infinite sale di attese che abbiamo abitato.

Troveremo certamente quello spazio “che nei regolamenti edilizi viene definito accessorio: non ci transitiamo mai a lungo, però ce lo ricordiamo per sempre.”