“Exfanzia” Valerio Magrelli Einaudi Editore

 

“Quando il dolore tracima,

Allora, contro l’acqua, serve fuoco.

E il pianto è questo:

Merca, marchio rovente, fumo

Che sale dalla pelle a sigillare

(Per quanto?) la ferita.”

Valerio Magrelli incide solchi profondi nell’animo del lettore.

Non ricorre a metafore, sceglie il complicato intreccio di fonemi.

A questi dà spessore, li fa risuonare creando un effetto plastico immediato.

Il suo è un vocabolario ricco e vi attinge perché la poesia è sperimentazione, incontro e scontro di suoni.

La sua ultima prova letteraria, “Exfanzia”, pubblicato da Einaudi Editore, è equilibrismo sulle corde del tempo.

L’infanzia è come meteora che appare e scompare lasciando una scia malinconica.

La consapevolezza di dover abbandonare quel prima tanto caro costringe a riorientare il percorso.

“Mi sento così impaurito e solo al mondo

Che perdo gli oggetti, ad uno ad uno.

Per farmi ritrovare da qualcuno?

O alleggerisco il carico

Per non andare a fondo?”

La solitudine diventa ricerca di quella verità troppo difficile da accettare.

È la filosofia della vita, il canto dell’uomo che alle tenebre deve dare un valore.

Cercare l’assoluzione alla propria assenza in questo mondo dove “le bombe e i camion sulla folla” tracciano la follia collettiva.

Torna spesso l’accenno all’essere “solo” e si ha la tentazione di interpretarne il senso.

Credo invece che la poetica di Magrelli vada ascoltata con devozione.

Possiamo considerarla una preghiera, un inno, un viaggio nell’inconscio.

Sempre più in profondità, in quelle grotte dove stalattiti luccicanti rappresentano la memoria.

Il ricordo di amici scomparsi o “perfetti estranei”, le scale infinite che forse non portano a niente, la voglia di fermarsi e riprendere fiato.

Ma il verso incalza, si fa prepotente bisogno di narrare.

La narrazione è centrale mantenendo sempre la coerenza stilistica della struttura lirica.

E le maschere che “non somigliano a nulla” sono fantasiosi disegni della mente o reali visioni della nostra contemporaneità?

Essere in gabbia e cercare il sole: è questa la letteratura, quella che non si chiude in recinti narcisistici.

La paura che il linguaggio entri nel pantano dell’incomprensione e l’incertezza di fronte al proprio ruolo di poeta.

Serve ancora scrivere?

La risposta è affermativa e vi invito a fermarvi su ogni frase, a sentirne il calore, l’amarezza, la rabbia.

Imparando a distinguere etica e cultura, a lasciar sfumare il mondo “accanto alla persona che si ama”, a sentirsi sconosciuti e capaci di rinascere, ad accettare le distanze, a “sorridere all’infinita crudeltà della vita.”