“Diciotto anni e dieci giorni” Fabio Bartolomei Edizioni e/o

 

“Sono un trio inattaccabile, un incastro collaudato di ruoli. Karimah è a suo agio nella parte del caso umano, della musulmana a rischio emarginazione; Camilla e soprattutto Lucrezia si crogiolano nella parte delle maestre di vita.”

Ragazze figlie di questo tempo tecnologico dove un selfie mostra quello che vorresti essere.

Dove conta il numero di like per sentirti appagato e una festa per credere di avere amici.

Fabio Bartolomei in “Diciotto anni e dieci giorni”, pubblicato da Edizioni e/o si accosta ad una generazione che conosciamo poco.

Li incontriamo per strada sempre appesi ad un cellulare, in branco e mai soli.

Il nostro sguardo è sfuggente, convinti che non ci riguardi cosa pensano, se hanno sogni, prospettive, speranze.

Il libro ci permette di ascoltarli e di comprendere quel mondo che punta molto all’apparire.

Al compimento del diciottesimo anno i genitori di Camilla spariscono, lasciando poche righe che frettolosamente racconta la fine di una storia di coppia.

“Dentro quella casa non c’è mai stata una scenata, mai un urlo, mai un piatto rotto.

Sempre silenzio assoluto.

E pace.”

Cosa è successo ad una famiglia tanto “normale”?

Il primo dei tanti interrogativi che la giovane dovrà porsi, lei che è sempre vissuta nell’ambiente ovattato delle certezze.

“Camilla godeva dell’autonomia di un adulto ma senza quel tedioso strascico di incombenze e responsabilità che non l’aveva mai affascinata granchè.

Una vita da sogno.”

Bisogna affrontare la realtà e in questa nuova condizione di “abbandonata” la protagonista vive tante avventure che le mostrano i lati bui della società che la circonda.

Scopre che un profilo Facebook può nascondere allarmanti verità, che si possono scattare foto per realizzare un reportage, che un centro sociale è luogo di aggregazione e di confronto.

Il racconto è molto fluido, veloce, capace di restituire scorci di un’affettività contraffatta.

Ci si chiede se stiamo permettendo ai nostri ragazzi di disperdere valori come fossero inutili ingombri.

Quanto siamo stati e siamo assenti nella formazione culturale e sociale, quale ruolo hanno le figure genitoriali.

In questo momento storico nel quale la Cultura è stata relegata nello spazio delle futilità, leggere questo libro è un giro di boa.

È la certezza che siamo ancora in tempo a cambiare rotta.

 

“Morti ma senza esagerare” Fabio Bartolomei Edizioni e/o

“Morti ma senza esagerare”, pubblicato da Edizioni e/o, è la prima delle quattro storie della “Quadrilogia della famiglia”.

Un racconto breve intriso di dolcezza dove anche i sogni impossibili si avverano.

Vera si è staccata presto dall’amore vischioso dei genitori, ha preferito camminare con le proprie gambe, certa di essersi scrollata di dosso un’affettività ripetitiva.

Alla morte improvvisa e inaspettata delle figure parentali crollano le resistenze.

Capire cosa l’ha spinta ad allontanarsi, ricordare ogni gesto amorevole.

Fabio Bartolomei ha la genialità di inventare un imprevisto che trasforma la commedia in un misterioso fantasy.

Nello sviluppo del meccanismo di elaborazione del lutto padre e madre tornano ad essere reali.

È il paradosso dell’amore che sfida i perimetri dell’Aldilà.

È la delicata ricomposizione di un trio affettivo che nelle gestualità quotidiana riannoda i sentimenti.

Quelle attenzioni date per scontate, a volte invasive, acquistano il sapore della geniunità.

Le raccomandazioni, gli abbracci, le premure mostrano il volto luminoso del concedersi.

Le pagine scorrono mentre si sente il bisogno di vivere quell’esperienza surreale, si ricordano i sorrisi non ricambiati, le parole dimenticate.

Ci si accorge che il nucleo originario terrà sempre una fiaccola accesa.

Che l’assenza si può nutrire di memorie, che esiste un patrimonio indissolubile.

Tra risate e lacrime l’autore assolve la famiglia, le concede qualche ingerenza, la coccola e la protegge da una società che è disgregante, incapace di fortificare le proprie radici.