“Cecilia e le streghe” Laura Conti Fandango Libri

 

“Il silenzio d’estate è quieto e deserto, una quieta e deserta riva: a questa riva giungono le onde di ricordi accavallati e lontani, frammenti di immagini dimenticate, stranamente accostati e sovrapposti tra loro.

Questo indugio tra gli echi, questa vocazione al ricordo, risorgono immutati da un’estate all’altra: la solitudine li porta con sé.”

Milano, anni cinquanta, un’afoso agosto tinge l’aria di sfumature irreali.

Galleggiano le immagini in una nebolosa dapprima confusa, abitata da ombre.

Quando i contorni si fanno più nitidi nelle strade quasi deserte appaiono due donne e una bambina.

“Cecilia e le streghe”, pubblicato da Fandango Libri, narra l’intreccio di queste esistenze in una concatenazione che non rispetta il tempo.

Si oscilla tra la memoria e il presente forse per calibrare il carico immenso che le parole dovranno sostenere.

Si sente che c’è una difficoltà di fondo, viscerare e profonda ad entrare nel vivo nella narrazione.

Perché non sempre frasi, verbi, aggettivi restuiscono la portata di certi sentimenti estremi e dolorosi.

Cecilia ha avuto un responso crudele ed è soggiogata da questa verità che le toglie ogni speranza.

Viene dalla provincia insieme alla sua ragazzina e nell’incedere mostra uno spaesamento che non è solo geografico.

È interiore, come una lama che penetra e sdoppia la personalità, sconfigge la resistenza, crea torpore.

L’altra figura femminile, a pieno titolo coprotagonista e voce narrante, si lascia trascinare dentro questa scia di morte.

Da medico è abituata alla sofferenza ma in questa casuale relazione è la pietas a dilagare.

Rigorosa cerca di tenere in piedi quel che resta della volontà di Cecilia.

Una scrittura poetica, a tratti espressiva, molto suggestiva.

Curato il conflitto interiore che diventa presenza invadente e pericolosa.

“Quella ragazza ignorante, con un solo polmone e con l’addome invaso da metastasi, aveva scoperto da sola l’austera bellezza dello stoicismo.

Il pianto le tremava intorno alla bocca, ma era un pianto trattenuto: più volte l’avevo paragonata, dentro di me, a una creatura di fiaba, oppure a una nobile dama, oppure a un soldato coraggioso; ora scoprivo che non sapeva leggere di filosofia ma tuttavia si poteva paragonare a un filosofo dell’antichità.”

C’è una svolta nella narrazione che si riallaccia alle esperienze politiche della scrittrice, un salto in avanti e forse una rinascita.

Certo non si può fermare la tragica Morte, si può riempire di senso il tempo che resta.

Da leggere per ricordare che “la creatura viva è pur sempre libera, e quindi imprevedibile.”

“Ninna nanna delle mosche” Alessio Arena Fandango Libri

 

“Ninna nanna delle mosche”, pubblicato da Fandango Libri, è omaggio al Sud del mondo, voce di uomini e donne che sono stati cancellati dalla Storia.

È il suono aspro di arretratezza culturale abbeverata da credenze e leggende.

Dolore antico di chi conosce la ferita della migrazione.

Canto atavico di un passato che non ha intravisto splendori.

La Lucania e il suo costrutto architettonico senza vie di fuga.

Il Cile e il deserto che spegne i sogni.

Due ragazzi e un’attrazione proibita, segnata dall’allontanamento di Gregorio.

Nonostante la separazione è difficile cancellare l’amore.

Alessio Arena scrive un romanzo che va alla radice dei sentimenti.

La sua scrittura è liberatoria e catartica, soffio di rinascita, speranza di cambiamento.

Le descrizioni hanno il potere di creare una sorta di struttura parallela alla narrazione.

Lo stile classico, i riferimenti alla mitologia del volo, le frasi misurate fanno pensare ad un’epica contemporanea.

“Le parole ti hanno aiutato a sopravvivere.

Hai ricomposto il tuo corpo scrivendo.”

La forza intrinseca del linguaggio che guarisce e unisce, spezza la lontananza, riannoda il presente al passato.

La figura di Berto rappresenta il passaggio da una condizione di oppressione ad uno stato di consapevolezza nuova.

“L’amore come il nostro, quando nasce puveriello, è destinato a diventare un pugno nello stomaco…

Per stare con te sono nato e per stare con te sono andato a cercare la morte.”

Un romanzo coraggioso e denso di emozioni,  un invito a “vedere del mondo la sua parte migliore, il suo tetto infinito di stelle.”

 

“Una strada senza nome” James Baldwin Fandango Libri

 

“Come si fa a dire che la libertà si prende, non si dà, e che nessuno è libero finchè tutti non sono liberi?

E che il prezzo è alto?”

Essere neri in America, comprendere e vivere non solo il razzismo.

Sentire quelle differenze sociali e culturali che hanno creato barriere.

“Una strada senza nome”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Michele Zurlo, è una autobiografia che si incastra perfettamente nella storia del paese d’origine.

Terra dal quale si prendono le distanze per evitare di lasciarsi dirottare da affettività.

Un testo obiettivo costruito su piani storici molto delineati.

Gli anni sessanta vengono spogliati da false ideologie, si presentano nella rappresentazione degli eventi.

La morte di Malcom X come una stilettata che uccide un periodo storica.

Il viaggio in Francia e la percezione che esistono neri di serie A e di serie B.

La relazione con i compagni di giochi e quella distanza legata ad una consapevolezza diversa.

Tra le pagine si percepisce l’amarezza di chi ha lottato per l’uguaglianza e si scontra con un mondo che continua a chiudersi in sè stesso.

Polemico lo sguardo rivolto ad un’Europa che continua a volere schiavi e non uomini liberi.

Il saggio è attraversato da riferimenti letterari che servono a mostrare la discrasia tra due culture.

Da Camus a Faulkner la struttura narrativa disegna mappe geografiche e sociali legate a stereotipi difficili da estirpare.

James Baldwin parla al suo popolo, lo fa con passione come un padre amorevole.

Le sue parole arrivano a noi come un messaggio di un’attualità travolgente.

È tempo di interrogarsi sulle dinamiche comunicative tra comunità con la libertà di trovare e sperimentare linguaggi che possano unire e non dividere.

“La verità che libera i neri libererà anche i bianchi, ma questa è una verità che i bianchi trovano molto difficile da accettare.”

Un libro che dobbiamo continuare a scrivere insieme, imparando a scendere da piedistalli inesistenti.

“La città spezzata” Leonardo Palmisano Fandango Libri

 

Bari, “scabra, appuntita, arrogante”.

Si è grati a Leonardo Palmisano per averci permesso il conoscere l’anima di una città.

“La città spezzata”, pubblicato da Fandango Libri, è una mappa geografica e interiore.

È storia di un territorio che negli anni Ottanta e Novanta ha conosciuto l’invasione della criminalità organizzata.

È luogo della conoscenza della diversità, delle differenze sociali, della perdita dell’innocenza.

“A Bari, il verso giusto qual è?

In quale direzione bisogna spingere perché l’esistenza possa scampare fuori dalla miseria?”

Il Sud senza speranza e senza futuro, che “non garantisce continuità occupazionale” viene registrato attraverso le parole dei personaggi incontrati.

Nei dialoghi la scrittura ha un taglio giornalistico che mantiene tratti empatici.

“L’espansione urbana è un tratto della folle astuzia barese.

Non ha seguito il ritmo lento della pressione demografica, ma l’inarrestabile appetito dei palazzinari.

La popolazione barese non supera i 330.000 abitanti e non sembra voler crescere.

Aumentano, invece, le cubature di cemento, in periferia e in centro.”

Le osservazioni nascono dallo studio attento e scrupoloso dei dati, vengono introdotte all’interno del testo senza appesantire la compattezza narrativa.

Il racconto è composto da due parti: il positivo e il negativo ed in questa scelta si coglie l’obiettività dell’autore.

Uno sguardo che sa bilanciare le sfumature di colore restituendo un affresco di insieme composto da pennellate ben dosate.

Amore e rabbia si affrontano in una lotta che pagina dopo pagina fa intravedere la fioca luce della speranza.

 

“Lingua e essere” Kübra Gümüşay Fandango Libri

 

“Per la prima volta da quando vivevo all’estero e viaggiavo per il mondo, sentii il vuoto che si era creato.

Mi resi conto che mi mancavano le persone care: i miei genitori e i miei fratelli, i miei nonni, le zie e gli zii, le cugine e i cugini.

Gli anziani della comunità che tutte le volte mi abbracciavano stretta e mi raccontavano com’ero da bambina e quanto veloce fosse passato il tempo.

Tutte le persone che mi amavano, semplicemente.

Ero addolorata per la loro assenza.

Eppure, in fin dei conti, non erano assenti loro, lo ero io.

Io ero lontana, io vivevo in gurbet.”

Non sempre è facile tradurre una parola, restituire la profondità della sua entrinseca essenza.

“Lingua e essere”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Lavinia Azzone, mostra quanto i limiti del nostro linguaggio siano gabbie che ci impediscono di allargare gli orizzonti.

“La lingua è allo stesso tempo ricca e povera, limitata e ampia, libera e carica di pregiudizi come lo sono gli esseri umani che la utilizzano.”

Può essere arma o strumento, reprimere l’atavico impulso a conoscere o aprire le porte verso spazi infiniti.

Un saggio che sa essere poetico quando evoca il passato nella terra d’origine.

L’arabo diventa trasmigrazione del cuore, ricordo che si fa struggente.

“L’arabo accompagna la mia vita.

L’ho percepito come lingua melodiosa, in grado di calmare e di placare.”

Kübra Gümüşay sperimenta la lingua come luogo che può accogliere o costruire muri.

Fa una spietata denuncia ad un mondo che vive di stereotipi, mostra quanto sia “ridicola presunzione” voler imporre la propria prospettiva.

Tanti i riferimenti psicologici e letterari necessari a creare uno stretto legame tra i tanti argomenti trattati.

C’è competenza e saggezza nella ricerca, una visione critica mai aggressiva insieme alla testimonianza di uomini e donne incontrati nel cammino.

“Solo quando tutti potranno parlare liberi indipendentemente dall’origine, dall’etnia, dal corpo, dalla religione, dalla sessualità, dal sesso, dalla nazionalità.

Solo allora tutti potremo essere.”

 

“Creatura della notte” Hanna Gustavsson Fandango Libri

 

 

“Creatura della notte”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Samanta K. Milton Knowles, narra le inquietudini di un’adolescente.

Ne registra il quotidiano, la difficile relazione con la madre, il rapporto conflittuale con sè stessa.

La curiosità per l’oscuro mondo della sessualità diventa un’ossessione e Iggy prova a trovare risposte su Internet.

Si crea una frattura tra il reale e la finzione dei social ed è facile entrare nel territorio oscuro delle chat spinte.

Un graphic novel che apre uno spiraglio sull’insicurezza dei nostri ragazzi e sulla mancanza di riferimenti chiari.

Nelle scelte spesso avventate della protagonista notiamo una istintività che non conosce i filtri della ragione.

Il corpo e la mente giocano partite differenti creando una confusione che porta ad incontri sbagliati.

I disegni in bianco e nero sottolineano gli stati d’animo e anche il titolo accende una luce sulla discrepanza tra desiderio e curiosità.

Hanna Gustavsson mostra le sue qualità di illustratrice e vignettista.

Con frasi brevi e dialoghi essenziali compone la fotografia del nostro tempo riuscendo a regalare una storia vera.

Evidente la discrasia con gli adulti ed è questa distanza che bisogna colmare imparando ad osservare e a raccogliere anche i silenzi.

 

“Scrittura creativa per l’infanzia” Fandango Libri

 

Trovare parole in rima, comporre un “Elenco poetico”, immaginare personaggi stravaganti, imparare a ribaltare la situazione descritta in una favola.

“Scrittura creativa per l’infanzia”, pubblicato da Fandango, è un’esplosione di idee per educare il bambino a giocare con le parole.

Fargli percepire la magia del linguaggio che può essere modellato come cera, abituarlo alla musicalità della frase, spingerlo a comporre liberando la fantasia.

Il libro contiene venti schede di autori e autrici dove si evidenzia non solo la breve biografia e la sintesi delle opere.

Un’attenzione particolare è riservato allo stile e ai temi trattati.

Un’antologia originale che invita a vedere lo scrittore e la scrittrice come compagni di viaggio.

Lewis Carroll, Roald Dahl, C.S. Lewis, J. K. Rowling: solo alcuni nomi che hanno arricchito la letteratura.

Interessante è la valorizzazione della memoria, come patrimonio da custodire, l’importanza dell’incipit,  l’utilizzo di schemi concettuali.

In famiglia, a scuola, nelle ludoteche, il testo perfetto per invitare i nostri ragazzini a staccarsi dai cellulari e divertirsi ad essere maghi delle parole.

“I libri, anzichè intimorire, dovrebbero essere divertenti, emozionanti e fantastici.”

“X” Valentina Mira Fandango

“È di tabù che si parla.

E della difficoltà di romperli.

Della necessità di farlo, e di farlo ora.

Prima che siano loro a rompere noi.”

“X”, pubblicato da Fandango, è storia di una violenza subita.

Lucida, drammatica, feroce.

Voce di una giovane donna che ne rappresenta altre, troppe, silenziose vittime.

Terribile testimonianza dell’atto violento quando è impossibile e inutile reagire.

Quando l’altro diventa il mostro raccontato dalle favole infantili.

Un lui che usurpa, ruba la purezza, frantuma il corpo e lo spirito.

“Quando finisce neanche me ne accorgo.

Sono in un altro posto.

Sono fuori, nel traffico romano che non si ferma mai, neanche durante l’incubo di una notte di mezza estate.”

Uscire dal proprio corpo per non sentire umiliazione e vergogna.

Sentirsi colpevole perché così vuole una società che non perdona, giudica, offende.

Essere in una bolla dove gli altri restano fuori e le parole, i gesti non servono più.

Sono pietre che opprimono e confondono.

La solitudine diventa uno status, una necessità.

E la madre, il padre sono fantocci nel teatro di una ridicola normalità.

“E il nulla è difficile e forse noioso da spiegare – anche se, come dice una bella canzone punk, abbiamo lacrime più vere di una storia che si racconta bene.

Questa è la mia storia brutta raccontata male: i postumi del mio stupro, eccoli qui.”

E il fratello, quasi gemello, che sceglie la fuga, simboleggia la paura di chi non vuole essere infettato e coinvolto.

Valentina Mira analizza i fatti con estrema lucidità e sensibilità.

Usa una lingua cangiante, composta da tonalità differenti.

Trasforma l’abuso in macchina infernale che può travolgere tutti.

Non chiede pietà per la sua protagonista, ma l’ascolto.

Invita a non giudicare, ad accogliere ed abbracciare, ad essere madri fino in fondo.

Sa che denunciare è difficile ma è un primo passo per liberarsi da fantasmi che erodono l’anima.

Da leggere con rispetto e con amore.

Da regalare a compagni, amici, mariti e forse cambieranno le coscienze, si annulleranno comportamenti che offendono il genere femminile.

Un’utopia?

Mi piace raccogliere il sogno della scrittrice e farlo mio.

La parola è salvezza e luce.

“Piperita” Francesco Mila Fandango

Francesco Mila in “Piperita”, pubblicato da Fandango, fotografa la famiglia.

Ha una scrittura leggera anche quando mostra gli squarci di un matrimonio fallito.

Osserva la coppia con attenzione e ne registra le caratterialità.

Lucrezia e Gioacchino sono figli di un tempo diverso, vivono nella casa come appartenenti a pianeti che non possono incontrarsi.

Liti e lunghi silenzi vengono percepiti dai giovani figli come sottofondo al quale adattarsi.

Lapo ed Emma crescono cercando di sostuire l’insopportabile atmosfera familiare.

Inventano storie ed ecco che la fantasia compie il miracolo, allontana i gesti furiosi della madre, le assenze del padre.

Sembra che la narrazione scorra piana ma si intravedono tracce di un profondo dolore.

“Riprese a piangere.

La mattina, dopo averci svegliati, quando papà era già uscito.

Più tardi, tentò ancora di togliersi la vita.

Poi furono giorni confusi che col tempo ho scordato.

Ma ricordo che nostra madre piangeva, la mattina presto, che la casa era vuota e l’aria stagnava.

Di nuovo per un pò cessavano i pianti.

Ma sempre si agitava in nostra madre qualcosa.

Come un fondale di lago.”

Frasi brevi, essenziali, taglienti.

Ad alleggerire l’alito caldo del disagio scorci di luoghi e paesaggi.

Vite rallentate dai colori estivi, corpi che crescono e si modellano svegliando un’inquietudine che si propaga come veleno.

“Avrei tentato di contenere nostra madre in una sorta di scantinato mentale, insieme ai luoghi e alle persone che me la ricordavano.”

L’autore inserisce le fughe della madre con la necessità di creare un margine di attesa.

Chi è veramente questa donna incapace di trovare tregua?

Quanto i due giovani dovranno pagare l’assenza?

Le parole sono modulate in blocchi di immagini in un rincorrersi di emozioni inespresse.

Una storia di formazione che insegna a combattere i demoni del risentimento e a cercare nei libri le risposte che mancano.

“Akhenaton” Dorothy Porter Fandango Libri

 

“Sono la danza

Che imparerai

 

Sono la rupe

Da cui salterai

 

Sono il respiro dell’amante

 

Nella mia dolce mano

Ti frantumarai

 

Nel mio seno

Ti ricomporrai

 

Conoscerai me

Conoscerai Dio.”

 

“Akhenaton”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Maurizio Bartocci, ricostruisce in forma poetica l’esistenza dell’omonimo faraone.

Uomo poliedrico impose il monoteismo, mescolando il culto di Atos alla sublimazione di sè.

Dorothy Porter si stacca dalle poche notizie storiche ed edifica un poema epico molto originale.

Mostra il vero volto del potere egiziano, ne esaspera i lati bui.

“Nell’harem di mio padre

Sdraiato sui pesci di mosaico

Del pavimento

Mentre donne velate (le sue)

Mi fluttuano intorno.”

Versi che nella rappresentazione plastica creano effetti scenici.

Ridondanze linguistiche accompagnate da visioni ancestrali.

Il personaggio alterna vari stereotipi.

È vate di verità che distrugge gli idoli e a sua volta è costruttore di nuove chimere.

“Possiamo andarcene

Dalla tana dell’idolo

Solo per un momento

E fermarci nel Sole?”

Osserva la sua Ombra, se ne compiace, si muove all’interno del Fuoco.

Gioca con la propria invincibilità spezzando ogni somiglianza con la famiglia d’origine.

Alterna disprezzo ad esaltazione, follia a malinconia.

“I dirupi s’inchinano

A noi due

Il deserto dispiega

Un tappeto incastonato

Di pietre roventi.

Non posso guardarlo.”

Sfida dell’Io che vuole varcare le soglie della vulnerabilità, delirio di onnipotenza.

“Al risveglio la mia città

Luccicherà

Lungo il fiume

Come seta bagnata.

Avvolto in essa

Mi intratterrò col mio Dio.”

Tentativo di simbiosi, ricerca della perfezione.

Il testo naviga nelle acque agitate del desiderio, provoca i sensi, regala colori.

Esplicito il rimando alla contemporaneità che incespica davanti al Sacro e prova a ritoccarne i contorni.

Il fuoco e la luce attraggono e impauriscono mentre un grido strozzato risuona nel silenzio:

“Sono stanco

Ecco tutto

Sono esausto.”