“Dentro la sala degli specchi” Liv Strömquist Fandango Libri

 

“Ci affidiamo ancora di più ai modelli perché ci aiutano a indirizzare i nostri desideri verso determinate cose.

Quindi: adesso viviamo in un’epoca in cui il desiderio mimetico si è intensificato, è completamente libero e illimitato, come conseguenza della dissoluzione di tutti i divieti.”

Nasce così la “rivalità mimetica” e il modello diventa un ostacolo.

Come reazione a catena siamo invischiati nel meccanismo della competizione.

Cosa resta del nostro Io?

Quanta autonomia ha, come si vede?

“Dentro la sala degli specchi”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Samanta K. Milton Knowles, è un graphic novel divertente e istruttivo.

Ideale per chi vuole svincolarsi da standard imposti, sta provando a costruire in maniera autonoma il proprio Ego, non si sente adeguato, ha un’immagine distorta del corpo.

Cosa ci ha portato a considerare la bellezza come pilastro fondamentale della società?

È preoccupante la scissione tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere e ancora più allarmante la dissociazione che sta avvenendo tra ciò che postiamo sui social e la nostra anima.

Liv Strömquist é una delle più note fumettiste svedesi, ha una verve tagliente e provocatoria.

Usa molto i colori e le sue linee si inseguono sulla carta.

Abbiamo quindi due rappresentazioni: quella grafica e quella parlata.

La vignetta illustra il concetto e autorevoli sociologi, storici, filosofi sono voci fuori campo, come coscienze amiche che mostrano la giusta direzione.

Dalla principessa Sissi a Giacobbe, a Rachele e Lia: un excursus che unisce il prima e il dopo.

Un testo gradevolissimo, spregiudicato che ha il coraggio di mostrare i punti deboli di una sub cultura capitalista dove la donna purtroppo torna ad essere oggetto del desiderio.

Per vincere la paura di essere diversi, per imparare ad essere autentici.

Buona lettura!

“Non ci lasceremo mai” Federica Tuzi Fandango Libri

 

E io?

Che cosa volevo io?

Ero in viaggio da quasi un anno, sballottata qua e là come una pallina di un flipper.

Avevo provato ad essere tutto quello che non ero.”

Alessandra e la voglia di sperimentare.

La difficoltà ad accettarsi, le maglie strette di un corpo che vorresti diverso, una famiglia che non comprende.

Un processo per “adescamento e plagio di minori” e la fuga in America.

“Non ci lasceremo mai”, pubblicato da Fandango Libri, è una corda di violino spezzata.

Quella corda che la società preferisce non vedere, disturberebbe l’unanime sinfonia di altri strumenti perfetti.

Nel viaggio della giovane protagonista si percepisce un bisogno fortissimo.

Trovare un’identità, scoprirsi e ricomporsi.

La strada diventa maestra di vita, gli incontri occasioni per conoscere il vero volto di una terra complessa e varia.

“Che cosa ci facevo negli Stati Uniti?

Provavo ad imitare Japhy, il vagabondo del Dharma, l’eroe di Kerouac che componeva haiku mentre si arrampicava sui sentieri innevati delle montagne californiane.

Di lui mi piaceva tutto: gli scarponi pesanti, i movimenti leggeri, quella fiducia nella vita che gli faceva conquistare il mondo, e le ragazze soprattutto.”

Un’avventura che esplora il continente della diversità senza timore e senza pregiudizi, sapendo che “bisogna andare”.

Il cammino é pellegrinaggio che sfida le paure.

Ogni tappa è un nuovo tassello nel grande mosaico della conoscenza.

La cosa più importante è misurarsi con le emozioni, comprendere che sono come le onde del mare.

Calme, impetuose, scostanti.

Suggestive le descrizioni:

“Sembrava che a New York esistessero solo due categorie: corpi distrutti dai fasti food oppure fit models da copertina, agili come gazzelle, che chiacchieravano mentre correvano senza neppure un po’ di fiatone.”

Federica Tuzi riesce a coniugare la sua esperienza professionale di performer, sceneggiatrice e film – maker.

Ha una scrittura decisa e visiva, non trascura i dettagli ed è attenta a registrare i sentimenti.

Racconta l’amore come una scossa elettrica ma ha il coraggio di mostrarne i lati complessi.

I suoi personaggi hanno un’anima, si incontrano, cedono agli altri parti di se, mettono insieme esperienze.

Non sono eroi, a volte sono solo sbandati.

Un romanzo denso di immagini con un finale che emoziona.

C’è sempre tempo per tornare e ritrovare la propria casa.

 

“Primo amore e altri affanni” Harold Brodkey Fandango Libri

 

 

Come definire “Primo amore e altri affanni”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Grazia Rattazzi Zambelli?

Una mappa dei sentimenti nelle varie fasi dell’esistenza, la leggerezza di una descrizione che deve comunicare, la purezza di una scrittura che non si ripiega su sè stessa.

Una raccolta di racconti dove l’America è presente nella sua complessità.

È la lussuosa residenza dei ricchi, è la strada abbandonata della periferia.

È il guizzo di chi osserva e non comprende la suddivisione in ceti.

È l’adolescente che non ha mai vissuto l’infanzia e trova la forza di inventarsela.

È il padre malato, ingombro e peso, la madre dalla bellezza sbiadita.

“Nella primavera dei miei sedici anni, quello che più desideravo al mondo era di riuscire ad essere qualcuno, da grande.

Non sapevo che ci potesse essere altro modo per farsi amare.”

Frasi spiazzanti che vanno assaporate e inserite in un contesto che travalica il libro.

Un filo conduttore potrebbe essere la dilatazione del sè.

Cosa appare allo specchio? Chi è l’Io se riferito agli altri?

“Sapevo che avrei superato la prova della mia giovinezza e sarei stato perdonato.”

Tra salite e discese si snodano le esistenze mentre il tempo inverte la sua rotta, con i suoi ingranaggi modifica i lineamenti, affina le sensibilità, esclude o include attraverso un gioco che sembra casuale.

Ma non c’è niente di casuale nella scrittura di questo maestro della letteratura americana.

I riferimenti alla Poesia Metafisica e all’amore platonico offrono una possibile ulteriore interpretazione.

Ci si chiede quanto gli strumenti educativi e le conoscenze filosofiche possano influire sul nostro modo di amare.

L’autore ci invita a mettere in discussione il modello preconfezionato, ad aprirci all’esperienza.

Nelle storie di Laura si intersecano desiderio e senso di colpa, inadeguatezza e speranza.

L’apice è stato raggiunto e dell’amore continueremo a balbettare il senso.

Viverlo all’ombra di quei palpiti che ci rendono vivi.

 

“Il mio solo tormento” Rajab Abuhweish Fandango Libri

 

“Il mio solo tormento

Il campo di El – Agheila

La prigionia della mia tribù

La lontananza dal mio paese.”

Versi dolorosissimi che ci costringono a fare i conti con la Storia.

Una storia che ci riguarda, sotterrata da un oblio colpevole.

Il campo di concentramento di El – Angheila in Libia fu la vergognosa macchia indelebile del governo fascista.

Leggere “Il mio solo tormento”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto Mario Eleno e Manuela Mosè significa accettare di scendere nei labirinti di un passato che non deve essere dimenticato.

Essere consapevoli che quella sofferenza avrebbe potuto essere evitata, comprendere i guasti di un colonialismo selvaggio.

“Il mio solo tormento

La promiscuità nel campo

La ristrettezza dei viveri

E la perdita dei nostri cavalli

sauri dai riflessi bronzei

dolci e valorosi

ineguagliabili nella battaglia”

Non serve la punteggiatura, bastano le parole che si ripetono come una nenia che denuncia e ricorda.

È rimasto solo questo, l’esile voce di un prigioniero.

La nostalgia per i luoghi amati, la rabbia per i troppi uomini che hanno provato a resistere e sono morti, la mortificazione della sottomissione, la perdita della dignità.

Trattati come bestie, costretti a lavori forzati, indeboliti nelle membra ma lucidi, troppo lucidi.

“Il mio solo tormento

Il supplizio inflitto alle nostre figlie

I loro corpi esposti nudi

Giovani sfortunate

Per loro neanche un giorno di tregua”

Rajab Abuhweish unisce i ricordi strazianti con una scrittura cadenzata.

Voce nata nel deserto che urla il vuoto dello spirito.

“Il mio solo tormento

L’impotenza

Il castigo

Di subire la vita

E non di viverla.”

Libro prezioso da far leggere nelle scuole per ricordare che nessuno può impossessarsi della libertà altrui.

 

“Cecilia e le streghe” Laura Conti Fandango Libri

 

“Il silenzio d’estate è quieto e deserto, una quieta e deserta riva: a questa riva giungono le onde di ricordi accavallati e lontani, frammenti di immagini dimenticate, stranamente accostati e sovrapposti tra loro.

Questo indugio tra gli echi, questa vocazione al ricordo, risorgono immutati da un’estate all’altra: la solitudine li porta con sé.”

Milano, anni cinquanta, un’afoso agosto tinge l’aria di sfumature irreali.

Galleggiano le immagini in una nebolosa dapprima confusa, abitata da ombre.

Quando i contorni si fanno più nitidi nelle strade quasi deserte appaiono due donne e una bambina.

“Cecilia e le streghe”, pubblicato da Fandango Libri, narra l’intreccio di queste esistenze in una concatenazione che non rispetta il tempo.

Si oscilla tra la memoria e il presente forse per calibrare il carico immenso che le parole dovranno sostenere.

Si sente che c’è una difficoltà di fondo, viscerare e profonda ad entrare nel vivo nella narrazione.

Perché non sempre frasi, verbi, aggettivi restuiscono la portata di certi sentimenti estremi e dolorosi.

Cecilia ha avuto un responso crudele ed è soggiogata da questa verità che le toglie ogni speranza.

Viene dalla provincia insieme alla sua ragazzina e nell’incedere mostra uno spaesamento che non è solo geografico.

È interiore, come una lama che penetra e sdoppia la personalità, sconfigge la resistenza, crea torpore.

L’altra figura femminile, a pieno titolo coprotagonista e voce narrante, si lascia trascinare dentro questa scia di morte.

Da medico è abituata alla sofferenza ma in questa casuale relazione è la pietas a dilagare.

Rigorosa cerca di tenere in piedi quel che resta della volontà di Cecilia.

Una scrittura poetica, a tratti espressiva, molto suggestiva.

Curato il conflitto interiore che diventa presenza invadente e pericolosa.

“Quella ragazza ignorante, con un solo polmone e con l’addome invaso da metastasi, aveva scoperto da sola l’austera bellezza dello stoicismo.

Il pianto le tremava intorno alla bocca, ma era un pianto trattenuto: più volte l’avevo paragonata, dentro di me, a una creatura di fiaba, oppure a una nobile dama, oppure a un soldato coraggioso; ora scoprivo che non sapeva leggere di filosofia ma tuttavia si poteva paragonare a un filosofo dell’antichità.”

C’è una svolta nella narrazione che si riallaccia alle esperienze politiche della scrittrice, un salto in avanti e forse una rinascita.

Certo non si può fermare la tragica Morte, si può riempire di senso il tempo che resta.

Da leggere per ricordare che “la creatura viva è pur sempre libera, e quindi imprevedibile.”

“Ninna nanna delle mosche” Alessio Arena Fandango Libri

 

“Ninna nanna delle mosche”, pubblicato da Fandango Libri, è omaggio al Sud del mondo, voce di uomini e donne che sono stati cancellati dalla Storia.

È il suono aspro di arretratezza culturale abbeverata da credenze e leggende.

Dolore antico di chi conosce la ferita della migrazione.

Canto atavico di un passato che non ha intravisto splendori.

La Lucania e il suo costrutto architettonico senza vie di fuga.

Il Cile e il deserto che spegne i sogni.

Due ragazzi e un’attrazione proibita, segnata dall’allontanamento di Gregorio.

Nonostante la separazione è difficile cancellare l’amore.

Alessio Arena scrive un romanzo che va alla radice dei sentimenti.

La sua scrittura è liberatoria e catartica, soffio di rinascita, speranza di cambiamento.

Le descrizioni hanno il potere di creare una sorta di struttura parallela alla narrazione.

Lo stile classico, i riferimenti alla mitologia del volo, le frasi misurate fanno pensare ad un’epica contemporanea.

“Le parole ti hanno aiutato a sopravvivere.

Hai ricomposto il tuo corpo scrivendo.”

La forza intrinseca del linguaggio che guarisce e unisce, spezza la lontananza, riannoda il presente al passato.

La figura di Berto rappresenta il passaggio da una condizione di oppressione ad uno stato di consapevolezza nuova.

“L’amore come il nostro, quando nasce puveriello, è destinato a diventare un pugno nello stomaco…

Per stare con te sono nato e per stare con te sono andato a cercare la morte.”

Un romanzo coraggioso e denso di emozioni,  un invito a “vedere del mondo la sua parte migliore, il suo tetto infinito di stelle.”

 

“Una strada senza nome” James Baldwin Fandango Libri

 

“Come si fa a dire che la libertà si prende, non si dà, e che nessuno è libero finchè tutti non sono liberi?

E che il prezzo è alto?”

Essere neri in America, comprendere e vivere non solo il razzismo.

Sentire quelle differenze sociali e culturali che hanno creato barriere.

“Una strada senza nome”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Michele Zurlo, è una autobiografia che si incastra perfettamente nella storia del paese d’origine.

Terra dal quale si prendono le distanze per evitare di lasciarsi dirottare da affettività.

Un testo obiettivo costruito su piani storici molto delineati.

Gli anni sessanta vengono spogliati da false ideologie, si presentano nella rappresentazione degli eventi.

La morte di Malcom X come una stilettata che uccide un periodo storica.

Il viaggio in Francia e la percezione che esistono neri di serie A e di serie B.

La relazione con i compagni di giochi e quella distanza legata ad una consapevolezza diversa.

Tra le pagine si percepisce l’amarezza di chi ha lottato per l’uguaglianza e si scontra con un mondo che continua a chiudersi in sè stesso.

Polemico lo sguardo rivolto ad un’Europa che continua a volere schiavi e non uomini liberi.

Il saggio è attraversato da riferimenti letterari che servono a mostrare la discrasia tra due culture.

Da Camus a Faulkner la struttura narrativa disegna mappe geografiche e sociali legate a stereotipi difficili da estirpare.

James Baldwin parla al suo popolo, lo fa con passione come un padre amorevole.

Le sue parole arrivano a noi come un messaggio di un’attualità travolgente.

È tempo di interrogarsi sulle dinamiche comunicative tra comunità con la libertà di trovare e sperimentare linguaggi che possano unire e non dividere.

“La verità che libera i neri libererà anche i bianchi, ma questa è una verità che i bianchi trovano molto difficile da accettare.”

Un libro che dobbiamo continuare a scrivere insieme, imparando a scendere da piedistalli inesistenti.

“La città spezzata” Leonardo Palmisano Fandango Libri

 

Bari, “scabra, appuntita, arrogante”.

Si è grati a Leonardo Palmisano per averci permesso il conoscere l’anima di una città.

“La città spezzata”, pubblicato da Fandango Libri, è una mappa geografica e interiore.

È storia di un territorio che negli anni Ottanta e Novanta ha conosciuto l’invasione della criminalità organizzata.

È luogo della conoscenza della diversità, delle differenze sociali, della perdita dell’innocenza.

“A Bari, il verso giusto qual è?

In quale direzione bisogna spingere perché l’esistenza possa scampare fuori dalla miseria?”

Il Sud senza speranza e senza futuro, che “non garantisce continuità occupazionale” viene registrato attraverso le parole dei personaggi incontrati.

Nei dialoghi la scrittura ha un taglio giornalistico che mantiene tratti empatici.

“L’espansione urbana è un tratto della folle astuzia barese.

Non ha seguito il ritmo lento della pressione demografica, ma l’inarrestabile appetito dei palazzinari.

La popolazione barese non supera i 330.000 abitanti e non sembra voler crescere.

Aumentano, invece, le cubature di cemento, in periferia e in centro.”

Le osservazioni nascono dallo studio attento e scrupoloso dei dati, vengono introdotte all’interno del testo senza appesantire la compattezza narrativa.

Il racconto è composto da due parti: il positivo e il negativo ed in questa scelta si coglie l’obiettività dell’autore.

Uno sguardo che sa bilanciare le sfumature di colore restituendo un affresco di insieme composto da pennellate ben dosate.

Amore e rabbia si affrontano in una lotta che pagina dopo pagina fa intravedere la fioca luce della speranza.

 

“Lingua e essere” Kübra Gümüşay Fandango Libri

 

“Per la prima volta da quando vivevo all’estero e viaggiavo per il mondo, sentii il vuoto che si era creato.

Mi resi conto che mi mancavano le persone care: i miei genitori e i miei fratelli, i miei nonni, le zie e gli zii, le cugine e i cugini.

Gli anziani della comunità che tutte le volte mi abbracciavano stretta e mi raccontavano com’ero da bambina e quanto veloce fosse passato il tempo.

Tutte le persone che mi amavano, semplicemente.

Ero addolorata per la loro assenza.

Eppure, in fin dei conti, non erano assenti loro, lo ero io.

Io ero lontana, io vivevo in gurbet.”

Non sempre è facile tradurre una parola, restituire la profondità della sua entrinseca essenza.

“Lingua e essere”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Lavinia Azzone, mostra quanto i limiti del nostro linguaggio siano gabbie che ci impediscono di allargare gli orizzonti.

“La lingua è allo stesso tempo ricca e povera, limitata e ampia, libera e carica di pregiudizi come lo sono gli esseri umani che la utilizzano.”

Può essere arma o strumento, reprimere l’atavico impulso a conoscere o aprire le porte verso spazi infiniti.

Un saggio che sa essere poetico quando evoca il passato nella terra d’origine.

L’arabo diventa trasmigrazione del cuore, ricordo che si fa struggente.

“L’arabo accompagna la mia vita.

L’ho percepito come lingua melodiosa, in grado di calmare e di placare.”

Kübra Gümüşay sperimenta la lingua come luogo che può accogliere o costruire muri.

Fa una spietata denuncia ad un mondo che vive di stereotipi, mostra quanto sia “ridicola presunzione” voler imporre la propria prospettiva.

Tanti i riferimenti psicologici e letterari necessari a creare uno stretto legame tra i tanti argomenti trattati.

C’è competenza e saggezza nella ricerca, una visione critica mai aggressiva insieme alla testimonianza di uomini e donne incontrati nel cammino.

“Solo quando tutti potranno parlare liberi indipendentemente dall’origine, dall’etnia, dal corpo, dalla religione, dalla sessualità, dal sesso, dalla nazionalità.

Solo allora tutti potremo essere.”