“Quello che non sai” Susy Galluzzo Fazi Editore

“Quello che non sai”, pubblicato da Fazi Editore, ha una struttura circolare con un’andatura che va avanti e indietro su un nastro spazio temporale.

La scrittura ha una semplicità formale che nasconde qualcosa di indecifrabile.

Segnali che arrivano come gocce di sangue rappreso nell’apparizione di una figura dai contorni sfocati.

Si ha la sensazione che Susy Galluzzo voglia prendere tempo, decelerare il corso dei pensieri.

Mettere a confronto l’identità di madre e di figlia non è facile.

Nella ricerca esasperata di due modi di amare si percepisce la frattura interiore della protagonista.

Donna sempre in bilico tra essere e non essere.

Essere per gli altri, annullarsi e fare spazio, dilatarsi per permettere alla sua creatura di invadere ogni spazio.

Subire l’adolescenza della sua ragazzina come una stilettata, imparare a farsi da parte.

Non trovare le parole per accorciare le distanze, sentire che la corda sta per spezzarsi.

L’unica luce è la pace in una casa dove il ricordo si fa pungente.

Scrivere a colei che l’ha partorita, sperando di farla tornare in vita.

E una colpa antica emerge e ferisce e scombina il presente.

L’autrice pur raccontando una storia privata ci offre l’occasione per rivedere il ruolo del femminile.

Non ha timore ad intaccare il tabù del sentimento a tutti i costi.

Deve trovare uno spiraglio che possa ridare dignità.

Le pagine trovano un ritmo che crea vertigine, è tempo delle scelte.

Ammettere il fallimento e comprendere che amare significa lasciar andare.

Ricominciare, uscire da un groviglio di passioni ossessive e continuare un dialogo che nessuno potrà mai interrompere.

Coraggioso e struggente è come un fiore che per tanto tempo non ha avuto attenzioni.

Quando fiorisce ha i colori del cielo in un giorno di primavera.

 

 

“Cuori vuoti” Juli Zeh Fazi Editore

“Braunschweig è perfetta per Britta perché qui in qualche modo si passa inosservati.

Una mediocrità ben concepita, la possibilità di cavarsela con discrezione.

Britta vuole un’esistenza pacifica per sé e per la sua famiglia, vuole svolgere il proprio lavoro e avere responsabilità, ma solo per le cose che riesce a comprendere.

Perché dovrebbe sentirsi responsabile per tutto il resto?

Oggigiorno nessuno sa più di cosa essere a favore o contro.”

“Cuori vuoti”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Madeira Giacci, è un intreccio di specchi che deformandosi costruiscono una trama sorprendente.

Nulla è come appare mentre si delineano le nebulose di un tempo incerto, capriccioso e burlone.

Ambientato in una Germania che sta cercando stabilità, il romanzo ha evidenti tratti distopici che sfumano rappresentando un presente ipotetico.

Siamo nel 2025, i venti della Storia aleggiano come corvi che si nutrono dei resti di una civiltà disillusa.

“Da anni nessuno sa più cosa pensare.”

La Bellezza non ha più spazio in un contesto di disorientamento generalizzato.

La politica non riesce a dare risposte convincenti creando un vuoto di valori e di interessi.

Bisogna cogliere questo spaesamento emotivo prima di addentrarsi nel costrutto ideativo molto raffinato.

Il “Ponte”, struttura ideata da Britta e Babak, “iracheno grosso, gay e nerd, è una risposta all’aumento di suicidi.

“Paura del futuro.

Burnout.

Fine della separazione dei ruoli.

Seconda crisi finanziaria.

Disgregazione dell’Europa.

Indifferenza nei confronti delle classi più deboli.

Maggiore discriminazione verso gli emarginati.

Cattiva alimentazione.

Solitudine.

Scarso movimento.

Decadenza.

Senso di colpa.

Il fallimento dei genitori degli anni Novanta nell’educare i figli.”

La capacità di sintesi di Juli Zeh lascia esterrefatti.

Analisi lucidissima che ha bisogno di una svolta creativa.

Il testo si trasforma in una Spy story dove Bene e Male sono divisi da una linea sottilissima.

Tra algoritmi, personaggi ambigui, uno strano attentato di matrice ignota, tutti sono in trappola.

“Nella società globalizzata non è più possibile scappare da nessuna parte perché tutto è ovunque.”

Da leggere per ricordare sempre che “soltanto dopo aver compiuto una scelta si può dire cosa è giusto e sbagliato”.

 

 

 

 

 

“Storia della nostra scomparsa”Jing Jing Lee Fazi Editore

“Tutto iniziò nel primo mese del calendario lunare.

Dicevano che fosse nata di notte, proprio il peggior momento per venire al mondo.

Questa è la storia”

Già nell’incipit la giovane Jing Jing Lee mostra la volontà di partire dalle origini e in questa necessità si coglie il bisogno di liberarsi dal groviglio di eventi che hanno segnato Singapore.

Il titolo del romanzo, “Storia della nostra scomparsa”, edito da Fazi, non è solo anticipazione ma anche allegoria di una lacerazione profonda.

Non esserci, ridursi ad un nulla, subire una violenza che non conosce pietà, farsi pietra e nascondere le lacrime.

“Mia madre faceva il giro del villaggio per raccogliere la biancheria, io andavo tutte le mattine al mercato con un cesto di uova e patate dolci.”

La scrittura densa di dettagli e poi una frase che scompaggina il tessuto narrativo.

“Erano le quattro del mattino.

La guerra era cominciata.”

Ad alleggerire la tensione il fruscio della pioggia e un nuovo personaggi, Kevin, testimone del presente.

Due tempi storici che sembrano lontani.

Il timore del buio, un buio che ha la consistenza di una violazione, sembra il timbro che accomuna le due storie. Bisogna attendere mentre si sfilacciano alternandosi due narrazioni

Fango, paura, pennacchi di fumo, risciò capovolti e il silenzio, unica difesa in un mondo che non ha più certezze.

Un girone d’inferno mentre il corpo è depredato, umiliato da uno, due, più soldati e resta il rosso, putrefatta ferita di una purezza rubata.

La delicatezza delle parole misurate, l’uso di pochi aggettivi sono una speranza, un piccolo raggio di sole.

“Tutti quei momenti della mia vita, insieme alle donne che dormivano e soffrivano accanto a me, un giorno sarebbero svaniti nel nulla.

Gli uomini tornarono ad essere dei corpi senza faccia”.

La colpa di essere femmina, il peso di un peccato che non si può più espiare.

Difficile dimenticare ma forse.. si può ritrovare una via di uscita.

Quando presente e passato riusciranno a congiungersi il dolore fiorirà trasformando i ricordi in piccoli fiori e al tramonto due figure cammineranno tenendosi per mano.

“Piranesi” Susanna Clarke Fazi Editore

“Studio ciò che è stato dimenticato.

Scopro ciò che è completamente scomparso.

Lavoro con le assenze, con i silenzi, con le curiose fratture fra le cose.”

L’esergo di “Piranesi”, tratto da “Il giardino segreto” di Laurence Arne – Sayler, anticipa e svela il percorso da seguire durante la lettura del romanzo pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Donatella Rizzati.

È anche avvertimento necessario.

Inutile cercare di interpretare i segni, bisogna lasciarsi andare, rimuovere i freni inibitori della razionalità ed affidarsi ad una scrittura visionaria.

La definizione di Fantasy non riesce a circoscrivere una tecnica narrativa che ha agganci metafisici.

Si entra nella sfera dell’inconscio partendo dalla descrizione di luoghi circondati da aloni di mistero.

“La Casa ha tre Livelli.

I Saloni Inferiori sono il Regno delle Maree; le loro finestre – se viste dall’altra parte del Cortile, sono grigioverdi a causa dell’incessante movimento delle acque e bianche per gli spruzzi di Schiuma.

I Saloni Inferiori forniscono nutrimento sotto forma di pesci, crostacei e vegetazione marina.

I Saloni Superiori forniscono Acqua Fresca che si diffonde nel Vestibolo sotto forma di Pioggia e scorre in Ruscelli lungo Pareti e Scalinate.

Fra questi due (perlopiù non abitabili) Livelli si trovano i Saloni di Mezzo che sono il regno degli uccelli e degli uomini.”

L’acqua è elemento che sa essere invasivo anche se necessario.

Gli spazi fanno pensare ad una struttura che nasconde un disegno arcano.

Quali chiavi per accedere a questa chimerica e labirintica “Casa”?

Chi sono gli abitanti e che ruolo hanno nell’evoluzione della trama?

Chi è L’altro?

Susanna Clarke sa ideare scenari futuribili, si diverte a confondere il lettore, a portarlo fuori strada.

Pareti infiammate, ritagli di carta, strane Statue, mappe di costellazioni: dettagli che sembrano reali.

Introduce la suspense di messaggi da decifrare.

“La ricerca nella quale tu e io ci siamo imbarcati è veramente un grande progetto.

Fondamentale.

Uno dei più importanti nella storia dell’umanità.

La conoscenza che cerchiamo non è una cosa nuova.

Molto antica.

C’è stato un tempo in cui le persone la possedevano e la utilizzavano per fare grandi cose, cose miracolose.

Avrebbero dovuto proteggerla.

Avrebbero dovuto rispettarla.

Ma non lo hanno fatto.

L’hanno abbandonata in nome di quello che chiamavano progresso.”

Parole che suonano come una sfida pesante, ingombrante.

Riportare in vita la Conoscenza, preservare la Memoria, rincorrere la Bellezza: i pilastri di una storia che intriga e ammalia.

 

 

“Cercando Beethoven” Saverio Simonelli Fazi Editore

 

“Come era possibile per la musica raccontare, e raccontare un uomo?

Come era possibile tradurre la sua vita in note?

Sì, perchè lì dentro c’era finalmente la vita, non può occasione di svago, un invito civettuolo alla danza, al corteggiamento galante, o la preghiera a un Dio lontano nel suo cielo blu.”

Saverio Simonelli non scrive solo la biografia di Beethoven, ne svela la tensione emotiva e la creatività.

Sveste il personaggio dal mito e ne restituisce l’umanità.

“Volubile, umorale, arrabbiato, misantropo.

Questo è quello che si dice di lui, quello che dice la gente, che però poi in teatro lo applaude.”

“Cercando Beethoven”, pubblicato da Fazi Editore, è un inno al misterioso potere delle note.

È la ricerca di perfezione, la modulazione di pensiero e creazione.

La riproduzione dello spettacolo della Natura che nello spartito offre con generosità effluvi armoniosi.

I tre personaggi che animano il romanzo sono rappresentazione dell’interazione tra Uomo e Arte.

Andreas e la necessità di scoprire l’arcano, Queenia e lo stupore, Wilhelm e la sperimentazione.

Entrambi inseguono l’invisibile filo che trasforma e glorifica il suono.

Si muovono con l’ardore di giovani esploratori e nelle loro gestualità ci coglie la più pura forma di desiderio.

Vivono il proprio tempo con la smania di una fisicità innocente, convinti di riuscire a penetrare nella complessità di un brano musicale.

Intuiscono che dietro “l’Eroica” c’è un mondo nascosto di suggestioni e di rimandi spirituali.

Il libro ha eleganza stilistica accompagnata dallo studio approfondito del contesto storico e intellettuale.

Vibra di passione per la Cultura, si fa ponte di sapere nel dare voce alla poetica di Novalis, Goethe, Hoffmann.

Distilla eventi realmente accaduti a costrutti fantasiosi.

Introduce elementi e segnali da interpretare.

Ha un approccio critico nei confronti di “quadriglie e inchini rococò, di parrucche e codini, di salotti principeschi, di fuochi d’artificio.”

Ha un percorso che conduce alla rivelazione e nel contempo la cela agli occhi del lettore.

Sembra il  gioco del nascondimento ed è esaltante perdersi tra le associazioni mentali e le follie di dettagli che sembrano casuali.

Insegna che ogni forma d’arte è poesia.

“Fare poesia è generare.

Ogni produzione poetica deve essere un individuo vivente.”

Finalmente la musica è espressione dei destini umani, consolando i rovesci, esaltando le passioni, recitando gli amori.

 

 

“Quel prodigio di Harriet Hume” Rebecca West Fazi Editore

“Di tutte le donne che aveva conosciuto lei era la più eterea.

Amarla era come avvolgersi in una lunga sciarpa di puro spirito.

E tuttavia, per quel che concerne l’amare, com’era umana!”

“Quel prodigio di Harriet Hume”, pubblicato da Fazi Editore, è una commedia divertente che smonta con grande intelligenza il modo di amare.

Due personaggi si cercano e si allontanano, si attraggono e si respingono.

Colpisce fin dalle prime pagine Harriet Hume perché ha un aurea misteriosa.

Del suo passato non sappiamo nulla, possiamo immaginare origini povere.

È una figura che sembra uscire dal romanzo gotico e nel suo incedere intuiamo qualcosa di speciale.

Riesce a leggere i pensieri del suo uomo e ad interpretarli con ironia.

Ama la musica, coltiva e trasmette una continua capacità di meravigliarsi.

Vive il prodigio come fosse la normalità.

Arnold Condorex è ambiguo e opportunista. Accetta il compromesso pur di raggiungere i suoi obiettivi.

“Ma un uomo deve farsi strada nel mondo!

Santo cielo, lei non lo capiva!

Un uomo deve farsi strada nel mondo!”

Rebecca West ancora una volta ha il coraggio di svelare le ipocrisie del suo tempo, gli intrighi e le manipolazioni, l’ambizione di far carriera a tutti i costi.

Ma questo è solo il primo strato del romanzo.

L’autrice non si limita a narrare un periodo storico.

Smaschera i perversi sentieri dell’animo umano e la sua protagonista è angelo e demonio, voce della coscienza e tenera amante.

È seduzione e perdizione, purezza e conoscenza.

È  ribellione alla condizione femminile di madre e moglie.

Libertà di poter esprimere la disapprovazione verso una società corrotta.

Luce nel buio di un mondo infangato dall’ossessione di primeggiare.

È il miracolo e il mistero, la saggezza e la disobbedienza, la maga e l’inquisitrice.

Un testo provocatorio e originale, dissacratorio e introspettivo.

Nel ribaltamento di ruoli del finale c’è la prova che a dominare è sempre la mente.

Tutto il resto è solo rappresentazione sbiadita della realtà.

 

 

 

“L’ultima nave per Tangeri” Kevin Barry Fazi Editore

“Nella luce umida del terminal, due irlandesi avviliti gesticolano come chi è abituato al patimento e alla sventura – sono nati per quei gesti, e li dispensano con naturalezza.

 

È notte nel vecchio porto spagnolo di Algeciras.”

 

Atmosfera spettrale, sudore di corpi, manifesti strappati, sagome in cerca di nulla.

Maurice sta cercando di ritrovare sua figlia Dilly insieme all’amico d’infanzia Charlie.

Perchè proprio in questo luogo desolato?

Tangeri è l’unica traccia da seguire e forse arriverà un traghetto.

L’attesa è spezzata da un dialogo frammentato, parole smozzicate e una stanchezza infinita.

Si ha la sensazione di assistere a una resa dei conti con il tempo che solca i volti, affatica il respiro, invade il presente.

Ricordi di folli avventure tra traffici di stupefacenti e giorni persi ad assaporare il gusto di un’esistenza disordinata.

“Parlano dell’avanzare dell’età e della morte.

Parlano di quelli che hanno incrociato e di quelli che hanno aiutato, dei loro primi amori e degli amori perduti.

Parlano dei giorni andati a Cork, e a Barcellona, e a Londra, e a Malaga, e nella città fantasma di Cadice.

Parlano dei sentimenti di quei posti.”

“L’ultima nave per Tangeri”, pubblicato da Fazi, finalista al Man Booker Prize, crea aspettativa e suspance.

Nel realismo della narrazione, nell’alternanza delle memorie, nel linguaggio espressivo si coglie la maestria di Kevin Barry.

Una malinconia sottile si intreccia al bisogno di sentirsi ancora vivi, di scacciare l’afrore delle occasioni perdute.

E c’è la donna amata, folgore nella tempesta di un’età da cavalcare, furia che entra nel sangue e incide con violenza il senso del possesso.

E la fuga e le pensioni scadenti e i giorni tramortiti da droghe e alcool.

Una generazione che non ha saputo frenare la smania della ricerca.

Ed oggi ritrovare la figlia significa capire se stessi.

Anche lei ha voluto conoscere l’ebbrezza della libertà, l’assenza di vincoli affettivi.

Un romanzo potente che indaga impietoso sulle scelte avventate, sulle illusioni smarrite.

Nel finale l’autore introduce una sorpresa, rallenta il ritmo narrativo e offre al lettore la possibilità di affacciarsi sul bordo delle relazioni complicate.

Resta il dubbio che l’immaginazione abbia sostituito la realtà ed è confortante pensare che la letteratura sappia regalarci ancora scorci poetici, voli pindarici e tanta bellezza.

 

 

 

Angolo Poetico “Poesie” Claudio Damiani Fazi Editore

 

 

 

“Dei luoghi che abbiamo amato

e abbiamo sentito come nostra patria,

restiamo cittadini per sempre,

anche dopo la morte.”

 

 

“Tu mi hai dato tutto poco a poco perché io lo capissi,

perché io capissi piano piano.

Mi hai fatto tanta paura, ma adesso non ho paura.

Questa strada è piena di fiori,

vorrei fermarmi a raccoglierne ognuno.”

 

 

“Camminare fra i tuoi fiori

addormentarmi sulla tua erba

toccare gli steli

e tenermeli accanto per tutta la notte.

Raccontarti storie di eroi antichi.

Tenerti per mano e camminare,

camminare fino al mattino.”

Incipit tratto da “Midnight sun” Stephenie Meyer Fazi Editore

 

 

“Era il momento della giornata in cui, più di tutti gli altri, desideravo di poter dormire.

Liceo.

Oppure la parola giusta era purgatorio?

Se esisteva un modo qualsiasi per espiare i miei peccati, questo, in qualche misura, doveva pur contare.

La noia era una cosa alla quale non mi abituavo mai; ogni giorno sembrava incredibilmente più monotono del

“Il grande me” Anna Giurickovic Dato Fazi Editore

 

“Io non posso vivere in questo momento, posso solo sospendere; ed è quello che sto facendo.

Organizzo il silenzio.

Dalla finestra non vedo nulla e nulla mi vede: la reciprocità del vuoto mi rende tranquilla.

Non sono in nessuna città, non mi trovo da nessuna parte

Non sto, non abito, non occupo spazio.”

Il tempo dell’attesa accanto a un padre divorato da una malattia che non perdona.

Riempire le ore inesorabili con le briciole del passato.

Dimenticare il rancore per le assenze di quell’uomo, ormai privo di forze.

Costruire un piccolo nido protettivo, offrire gesti e parole.

“Condividete le vostre ultime risa

Accarezzatevi

Toccatevi perchè non vi siete mai toccati

Allontanate la timidezza

L’imbarazzo c’entra poco con questi ultimi mesi

Questo periodo è la cerniera delle vostre vite

Apritela con delicatezza

Lasciate che i vostri lembi si separino.”

Contenere la figura paterna, trattenerla, accoglierla finalmente.

Dare voce alla purezza del sentimento, annullarsi per essere non figlia ma madre.

Anna Giurickovic Dato sa raccontare con pacata dolcezza quella fitta che ci ha trapassato.

La conosciamo e non siamo riusciti ad elaborarla, trasformarla in qualcosa che ci appartiene.

In “Il grande me” la sofferenza e la morte perdono le sembianze di spettri.

Sono nominate, esistono.

Entrano in ogni anfratto, sconfiggono la paura, diventano compagne.

Le pagine cariche di poesia e di tenerezza confortano, coccolano, aiutano a capire.

Se in “La figlia femmina” siamo rimasti sorpresi dal realismo a volte crudo dell’autrice, in questa nuova prova letteraria troviamo una nuova cifra stilistica.

La maturità di un linguaggio purificato circoscrive l’intimità della relazione, introduce elementi che, sotto forma di segreti, aprono un percorso più profondo.

Le macchie e le mancanze vanno esplorate pur continuando ad amare.