“L’ultima diva” Flaminia Marinaro Fazi Editore

 

“Sentirsi invisibile la umiliava.

Avrebbe preferito non esserci, piuttosto che fare da comparsa.”

Elena fin da subito mostra carattere e spiccata determinazione.

L’incontro con Eduardo Scarpetta, lo sfarzo dei salotti, la prospettiva di uscire dalla dimensione di invisibilità.

Il nome d’arte suggella la rinnovata nascita per una giovane che conosce la monotona normalità.

Grazie a Salvatore Di Giacomo passa dalla recitazione in teatro all’attualità del momento: il cinema muto.

“L’ultima diva”, pubblicato da Fazi Editore è la storia romanzata di Francesca Bertini.

Nasce da un’accurata ricerca storiografica e dal desiderio di non far cadere nell’oblio un Mito.

Perché Francesca rappresentò ciò che tante avrebbero voluto essere, diventò icona di una bellezza audace.

E seppe essere spregiudicata e coraggiosa, pronta a sfidare il suo tempo.

Un tempo di splendore e di gloria, di fermento culturale ma non ancora pronto ad una evoluzione dei ruoli.

La protagonista imparò l’arte della recitazione, si immedesimò nelle parti assegnate, riuscì a scindere se stessa dal personaggio interpretato.

Scandalizzò e fu ammirata, odiata, invidiata.

Aveva un suo carisma che nasceva spontaneo e una voglia di vivere irrefrenabile.

Fu amata e amò con il corpo e con la mente.

Intuiva sempre quando una relazione stava per finire, quando doveva mollare gli ormeggi e quando doveva frenare l’impazienza.

Era sanguigna, esplosiva, testarda.

“Durante le riprese, Francesca passò dalla recitazione alla regia come se nulla fosse.

Era una perfezionista, e se una scena non la convinceva la ripeteva all’infinito.”

Seppe domare la sconfitta e tenere testa alle avversarie, guardare in faccia le contrarietà, accogliere le novità e concedersi la riflessione.

Conobbe uomini e donne illustri ma non modificò mai la propria personalità.

Il romanzo affascina perché è una ricostruzione che ha il sapore del passato, una scrittura che trascina.

È avventuroso e romantico, ricco di dettagli storici e di rimandi cinematografici.

Parla della guerra senza cedimenti, mantenendo obiettività e onestà.

Narra la fine di sogno con tenerezza.

Siamo grati alla giornalista Flaminia Marinaro per averci donato i suoi ricordi di “zia Checca”.

 

 

“Paese infinito” Patricia Engel Fazi Editore

 

Vincitore del New American Voices Award 2021, finalista all’Andrew Carnegie Medal 2022, “Paese infinito”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Enrica Budetta, scuote le coscienze e non lascia indifferenti.

Primo personaggio che appare sulla scena è Talia, una ragazzina ribelle.

Rinchiusa in riformatorio ha come unico obiettivo la fuga.

Vuole ricongiungersi con la famiglia, sente che quel nucleo è casa.

Difficile definirne la personalità se prima non si conoscono i precedenti storici.

Il romanzo con un brillante guizzo temporale ci porta indietro nel tempo e ci permette di conoscere i genitori di questa giovane problematica.

Si entra nel pieno della narrazione e la storia che ascolteremo risuonerà come monito anche dopo aver riposto il libro su uno scaffale della nostra libreria.

Continuerà a chiamarci con quel suo titolo suadente ed incisivo.

Mauro ed Elena sono costretti a scappare in America, intuiscono che la Colombia può offrire loro solo violenza.

Li aspetta una dura realtà.

“Qui saremo stranieri sempre.”

Parole che stigmatizzano la condizione di migliaia e migliaia di esseri umani.

Senza diritti e senza speranze, naufraghi in una terra ostile.

Patricia Engel ci fa vivere l’aria pesante dell’esiliato, con un prima che scolora e un dopo dalle tinte scure.

“L’asilo politico era una possibilità altrettanto labile.

Provenire da un posto che i gringos bollavano sistematicamente come una trappola mortale non significava che potessero dimostrare che nel loro paese correvano dei rischi senza avere una storia di minacce documentata.

I pericoli connessi alla povertà non contavano: valevano solo se era a rischio l’incolumità fisica e bisognava essere in grado di dimostrarlo.”

I lavori precari, il timore di essere rimpatriati, la difficoltà di coniugare correttamente la nuova lingua.

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle si aggiunge una ulteriore, terribile discriminazione.

Vengono considerati potenziali terroristi.

“In tutte le guerre erano gli innocenti a pagare, ma in quell’offensiva americana tutti gli stranieri potevano essere percepiti come il nemico.”

La nascita dei figli e le continue difficoltà iniziano a lacerare la coppia tanto affiatata, mostrano le divergenze nell’affrontare il quotidiano.

C’è un elemento che distingue questa storia da tante che parlano di migrazioni.

Ci accendono i riflettori sulle seconde generazioni, sui figli che nati nel “paradiso dei diritti” dovrebbero integrarsi.

È qui che si aprono le crepe che difficilmente si argineranno.

Sono questi giovani a pagare il prezzo più alto, dissociati e mai accettati.

Forse c’è una speranza:

“L’amore si accompagna sempre ai fallimenti, alle richieste di scuse per qualche mancanza.

L’unico rimedio è la compassione.”

Una storia densa che ci aiuta a capire che:

“Non esistono nazioni o cittadinanze; sono solo territori disegnati su una mappa, lì dove dovrebbe esserci la famiglia, dove dovrebbe esserci l’amore, il paese infinito.”

 

 

 

 

 

“Magnificat” Sonia Aggio Fazi Editore

 

“E ancora più a lungo camminerai per sfuggire al fiume, illudendoti che basti distogliere lo sguardo dalla sua superficie scintillante, ignorando gli argini interrati che calpesti, le vene di sabbia che ti avvolgono.

Ovunque andrai, lo porterai con te.”

La potenza misteriosa dell’acqua, il gorgoglio tumultuoso, l’instabilità degli argini: la Natura  esprime la sua forza, fa sentire la sua voce e nel turbinio della tempesta lancia messaggi che solo pochi possono decifrare.

Riprendendo antiche leggende legate al Po Sonia Aggio scrive un romanzo conturbante.

Alla sua prima prova letteraria mostra competenza storica del Polesine, fantasia spiccata e un linguaggio molto legato ai suoni e ai colori.

Dal campo di grano, alle sfumature del cielo, ai sanguigni tramonti il territorio scandisce una mappa che non conosce limiti spaziali.

“Magnificat”, pubblicato da Fazi Editore, crea assuefazione.

È tanto forte la tensione emotiva che il lettore segue il flusso narrativo come irretito.

Due ragazze in un piccolo Borgo, Nilde introversa e timida, Norma “selvatica, infelice, disperatamente bella.”

Entrambe hanno subito un forte trauma: la morte delle mamme durante i bombardamenti sui ponti del Po.

Mentre la prima cerca nel ricamo quell’equilibrio che è stato frantumato, Norma inizia a comportarsi in maniera strana.

Passa le notti fuori casa, torna ferita e con gli occhi sgranati.

Qualcosa di soprannaturale sta accadendo, ne possiamo cogliere segnali mentre l’atmosfera si tinge di mistero.

È difficile decifrare l’angoscia vissuta dalla giovane ma si intuisce che sacro e profano stanno attraversando il testo.

La scomparsa di una ragazzina, il corpo ritrovato senza vita, il dolore di una comunità e sospetti che diventano macigni.

L’autrice ha grande abilità nel far rivivere l’alluvione del fiume, una montagna che devasta e distrugge mentre si tenta di fuggire.

E le grida delle bestie, la follia di una forza sovrumana.

In questo contesto niente è più certo, solo confusione mentre il legame tra le cugine subisce un arretramento.

Chi si salva e chi si sacrifica in nome di strani e inquietanti inviti che sconvolgono la mente.

Si può naufragare quando il passato non viene metabolizzato, quando la mitologia prende il sopravvento e la ragiona si inabissa nei vortici profondi di un dolore sconfinato.

Forse avverrà il miracolo e “vicino e lontano, passato e presente” potranno ricongiungersi.

Un finale aperto che fa immaginare presenze in una vertigine di suggestioni.

“Mariti e mogli” Ivy Compton Burnett Fazi Editore

 

“L’unione di tragedia e commedia è superiore alla sola tragedia.

E dietro il comico si cela spesso il tragico.”

Ivi Compton Burnett ha il pregio di saper manipolare gli aspetti tragici dell’esistenza riuscendo a trarne riflessi ironici.

Mettere a nudo con spietata ferocia il suo tempo è arte che distingue la scrittrice.

Una donna che ha sempre sfidato le regole rigide della società anglosassone con una scrittura che ha come obiettivo lo svelamento.

Sembra che le sue opere abbiano attinto tanto da eventi autobiografici e se così fosse certamente ha fatto un dono a sé stessa prima che ai suoi lettori.

Si è liberata di fantasmi affettivi ed è riuscita a sorriderne anche se amaramente.

Arriva finalmente in Italia “Mariti e mogli” grazie a Fazi Editore.

Una nota di merito per la traduttrice Maniela Francescon che è riuscita brillantemente a restituirci un testo godibile e molto fluido.

Nonostante siano tanti i personaggi non ci si perde perché l’attenzione principale è incentrata su una famiglia.

Su questa ruotano altre storie e non sempre servono da corollario.

Quello che colpisce è la bravura nel descrivere una comunità che pur nelle diversità sembra coesa.

Ma anche questo è uno strano specchio dove non sempre quello che appare è quello che è.

Si ha la sensazione che protagonista sia Harriet Haslam, madre rigorosa, convinta che il futuro dei figli sia una sua responsabilità.

Sono proprio loro a deluderla scegliendo strade che lei non approva.

A nulla vale la figura accomodante del marito, personaggio che appare fuori dal contesto.

Non riesce a comprendere le ansie e i tormenti della donna ma quel che è più grave è che Harriet é estranea a sè stessa.

Vittima di insonnia cronica si distrugge in un lavorio mentale che non porta da nessuna parte.

Se da un lato disturba questa continua ingerenza nell’esistenza della famiglia è pur vero che sentiamo un moto di pietas.

Fondamentalmente è delusa dal nucleo familiare ed è l’unica a palesare tale disagio.

La trama ha una struttura alternata e permette di addentrarsi nella psiche di tutti.

Ma la posta in gioco è molto alta e più si va avanti nella lettura è più si ha la certezza che è in arrivo un colpo di scena che cambierà prospettiva al romanzo.

Interessante è il distacco della prole e in questa sottolineatura si legge la necessità di evidenziare le differenze generazionali.

Un testo che ancora una volta fa scricchiolare il matrimonio, ne mostra ombre e segreti, si compiace di questa operazione di destrutturazione.

La scrittrice ci provoca e lo fa con intelligenza.

Sta a noi sventare macchinazioni e segreti, veleni e maldicenze.

Mentre i riflettori si spengono quello che conta per tutti è insabbiare la verità.

Da leggere per imparare a diffidare degli agnelli che possono trasformarsi in lupi.

“Una famiglia moderna” Helga Flatland Fazi Editore

 

 

“Una famiglia moderna”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Alessandro Storti, non è solo un romanzo piacevole, brillante, strutturato con intelligenza.

È un esercizio utilissimo per comprendere il nostro modo di relazionarci con la famiglia di origine.

Se abbiamo tagliato il cordone ombelicale e riusciamo ad avere una autonomia interiore, se siamo vincolati nelle nostre scelte da presenze genitoriali che invadono gli spazi mentali, se riusciamo a concepirci come entità singole: vi pare poco?

Al settantesimo compleanno del padre una frase scatena turbolenze.

“Abbiamo deciso di separarci…

Non vediamo più un futuro insieme.”

Come è possibile che dopo  una lunga vita insieme si decida di interrompere la convivenza?

Per Liv, Ellen e Håkon è un duro colpo che farà traballare le loro sicurezze.

Helga Flatland è geniale nel mettere in scena uno psicodramma a puntate.

Non anticipa nulla ma permette ai personaggi di narrarsi capitolo dopo capitolo.

Emerge una diversa narrazione dell’infanzia e in questi 3 racconti si nota quanto sia fragile un bambino e come, pur nelle stesse condizioni esteriori, subisca gli adulti.

Questo è un primo tassello al quale si aggiungono le esperienze successive.

Liv è felicemente sposata, si occupa con appresione dei figli, è realizzata nel lavoro.

Cosa succede nella sua mente quando quel rapporto che credeva indissolubile si sfalda?

Helen è sempre stata autonoma, con Simon sta bene ma un tarlo la devasta.

Vorrebbe un figlio che non arriva.

Håkon è stato molto coccolato, sarà questa iperprotezione ad averlo reso avido di libertà?

“Ci sono troppe ombre che incombono, troppe cose a cui bisognerebbe dar voce.”

La scrittrice sa illuminare gli angoli bui, tradurli in parole con un linguaggio che sa essere tenero, intransigente e ironico.

Mentre seguiamo l’evoluzione della storia sentiamo che qualcosa è cambiata per sempre.

Ci si chiede se a creare stati d’animo altalenanti sia la consapevolezza che nulla dura all’infinito o la paura di perdere consuetudini consolidate.

Eccellente la scrittura, ben modulate le voci, interessante lo studio di una cultura affettiva che si sta evolvendo.

Nell’inciampo dei protagonisti ci ritroviamo e siamo grati all’autrice che ci ha regalato un testo interattivo.

Una splendida seduta di psicoanalisi da non perdersi.

 

“Sarò breve” Francesco Muzzopappa Fazi Editore

 

 

“A quanto pare, sono morto.

Se state leggendo queste righe, infatti, é probabile che la mia anima sia già in volo tra i satelliti, al di là della stratosfera.”

Un incipit d’effetto, costruito ad arte.

Ogni frase di “Sarò breve”, pubblicato da Fazi Editore, è studiata a tavolino con l’obiettivo di scatenare ilarità.

Ma attenzione: dietro una commedia spassosa e irriverente si nascondono profonde verità.

A narrare partendo dall’infanzia è Ennio Rovere.

Nato in Basilicata in una famiglia povera e anaffettiva decide di saltare il fosso.

Si trasferisce a Monza e da ragazzotto senza esperienza si trasforma in imprenditore.

Ha esaudito il desiderio di costruire mobili in stile “Chippendale.”

Un matrimonio, una figlia, un divorzio, alterne fortune affrontate sempre a testa alta.

Quando sente che è giunta l’ora pareggia i conti con il passato.

Lo fa con intelligenza mettendo in luce le ombre di coloro che gli sono stati vicini.

Non c’è cattiveria o rimpianto ma il gusto di dimostrare che nonostante i tanti imprevisti è caduto sempre in piedi.

Francesco Muzzopappa ha un suo stile, coinciso, tagliente, comico.

La battuta è spontanea e sincera ma in questa rappresentazione sardonica della realtà riesce a raccontare un’epoca.

Le trasformazioni sociali, la nascita delle prime industrie, i sacrifici e le passioni.

I cambiamenti culturali, i sogni che si frantumano, gli amori che sfioriscono, i capricci di una generazione che non si accontenta.

“La più grande invenzione della vita non è il fuoco o la pennicillina, ma la moglie comprensiva.”

Frase sibillina che riesce ad incuriosire.

Basta continuare la lettura per comprenderne il senso.

Tutto si svela come in un film dai colori accesi.

Lo scrittore racconta l’italiano medio, non un eroe o un santo.

Ed è questa la particolarità del romanzo: saper cogliere le sfumature di un vissuto normale cercando di mettere a fuoco il sogno di un migrante.

Cosa resta? Il coraggio di accettare la fine che è un nuovo inizio se hai saputo tracciare orme sulla roccia.

“Una giornata cominciata male” Michele Navarra Fazi Editore

 

Un thriller giudiziario scritto con la competenza di chi è avvocato penalista.

Intreccio perfetto e interessanti risvolti giuridici.

Linguaggio lineare, cura nei dettagli, raffinata analisi psicologica dei personaggi.

Dialoghi veloci e scelta di location che aggiungono una bellezza intrinseca al romanzo.

Non è solo questo il pregio di “Una giornata cominciata male”, pubblicato da Fazi Editore.

Non è facile dopo aver ideato una tipologia seriale riuscire ad attrarre il lettore introducendo elementi innovativi.

Avevamo conosciuto l’avvocato Alessandro Gordiani in “Solo Dio è innocente” e in “Nella tana del serpente”.

Ne avevamo apprezzato l’umanità e la rara dote dell’ascolto, la capacità di non farsi distrarre da elementi fuorvianti.

In questa nuova prova letteraria emerge il suo lato più intimo e nascosto.

La titubanza nel concedersi una pausa alla routine familare, la formulazione di pensieri che investono la sfera affettiva, il voler essere certo di non fare passi falsi lo rendono ancora più affascinante e intrigante.

Il nostro protagonista si trova a difendere Federico Santini, accusato della morte dell’amante Claudia.

Tante le prove a carico dell’indiziato e a complicare la situazione una amnesia legata all’assunzione di una droga.

Viene descritto un uomo egoista e senza scrupoli, innamorato di una donna più giovane o forse semplicemente di ciò che questa rappresenta.

È la giovinezza, il capriccio, l’esuberanza e la trasgressione.

Accanto all’omicidio si affianca un’altro evento luttuoso che sembra marginale.

Ma nella scrittura di Michele Navarra niente è affidato al caso e i cerchi narrativi tenderanno ad incontrarsi.

Già queste considerazioni e una buona dose di suspance basterebbero a definire l’ottima riuscita del testo.

C’è un elemento che si aggancia al nostro presente e riesce a scuotere le coscienze.

Una giovane africana costretta a prostituirsi entra in scena e traccia un filo rosso indelebile.

Non è solo la sua storia a commuovere ma il suo modo di muoversi in bilico tra voglia di onestà e desiderio di abbandonare le catene di una condizione insopportabile.

C’è molta attenzione nel tracciare i rapporti di coppia.

Una visione lucida e tristemente attuale.

Il finale?

Chiedete troppo, una cosa è certa.

Le colpe prima o poi si pagano.

Complimenti all’autore.

 

“Storia del figlio” Marie Hélène Lafon Fazi Editore

 

È sorprendente la capacità di Marie Hélène Lafon di giocare con il tempo.

Salti da un periodo storico ad un altro mentre si dipana una trama che ha il sapore delle saghe familiari.

“Storia del figlio”, vincitore del prestigioso premio Renaudot, arriva in Italia grazie a Fazi Editore.

Non un solo protagonista ma tanti interpreti che insieme riescono a raccontare un secolo.

Ci si accorge che la cronologia non è essenziale quando si vuole far luce sulle infinite sfaccettature della personalità.

Ha un ruolo determinante la famiglia che sa accogliere e preservare i segreti, rispettare i tempi altrui, accogliere.

Sarà Hélène a prendersi cura del figlio della sorella Gabrielle.

Due donne così diverse: l’una legata al focolare, l’altra inquieta, che ha lasciato la piccola città di provincia per trasferirsi a Parigi.

Un amore travolgente con un ragazzo più giovane e una gravidanza.

Andrè cresce sapendo di avere un padre fantasma ma non fa mai domande.

Rispetta il silenzio della madre pur sentendo che prima o poi dovrà riempire il vuoto che sente dentro.

La scrittrice ribalta la visione delle relazioni familiari, mostra che esistono legami forti indipendemente dalle origini genetiche.

Nel tracciare la figura di Gabrielle ha il coraggio di mettere in scena la rottura di un certo modo di essere femmina.

Riabilita tutte coloro che scelgono senza rimpianti, amano con passione e sanno fare un passo indietro quando il desiderio si affievolisce.

Nelle pagine iniziali introduce un evento doloroso e lo fa con parole pacate.

È un modo per ricordarci che esistono nelle nostre genealogie fratture che dobbiamo accettare e conservare.

Che la memoria è sacra e che la nostra vita è legata a quella dei nostri avi.

Si va avanti nella certezza che “domani è un altro giorno.”

E Paul, il padre naturale?

Saprà mai di quel figlio o continuerà ad essere un eterno Peter Pan?

A voi il piacere di scoprirlo ma, vi avviso, le sorprese saranno tante.

Un’autrice audace, pronta a scardinare le regole del romanzo contemporaneo proponendo una tessitura alternativa.

I tasselli che propone creano un disegno variegato, fluido, intrigante.

I sentimenti vanno intuiti e mai esposti.

È la rappresentazione di una società che riesce a sovvertire la morale dei bempensanti.

Libero, arioso, costruito con grande acume, riesce a trasmetterci tanta pace e la voglia di indagare sui misteri che certamente aleggiano nel nostro passato.

 

“Per sempre altrove” Barbara Cagni Fazi Editore

 

“Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa.

Gli immigrati venivano smistati come tanti animali.

Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America.”

L’esergo di “Per sempre altrove”, pubblicato da Fazi Editore, tratto dagli scritti di Bartolomeo Vanzetti, non è scelto a caso.

In poche, incisive battute anticipa lo spaesamento che ci coglierà leggendo il romanzo.

Una storia che ci appartiene anche se tendiamo a dimenticarla.

L’esodo di migliaia di poveretti che, costretti dalla povertà, cercano fortuna altrove.

E quell’Altrove è Terra di speranza, di sogni cullati a lungo nelle fredde notti invernali.

È un Paradiso di opportunità, una specie di chimera.

Si parte con poche cose, valigia leggera e cuore soffocato dai pensieri.

Si lasciano case gelide, un paese rattrappito su se stesso, due bar, strade che sono trazzere, vicoli stretti e volti amati.

Che la meta sia la Svizzera o la “Merica” poco cambia.

Schiene rotte nelle fabbriche, tuguri dove passare poche ore, una lingua sconosciuta.

Ma ciò che ferisce è l’ostilità di chi ti considera inferiore.

Ed ecco che si apre una voragine nella mente e nel corpo.

Berta è simbolo di questa tragica realtà.

Ad un certo punto si inceppa, non sa più riconoscersi, crolla.

Tornata in famiglia è una bambola di pezza, lo sguardo vuoto, perso ad inseguire fantasmi inesistenti.

Voce narrante è la sorella, una ragazzina di dieci anni.

La forza del testo sta nella spontaneità di questa splendida protagonista.

A lei toccherà il compito di comprendere cosa è successo, quali eventi traumatici hanno devastato quella giovane donna.

“Doveva essere stato duro per Berta, lá in Svizzera.

Così timida e riservata, che arrossiva se qualcuno le rivolgeva la parola.

Lá, da sola, in mezzo a gente che non conosceva, senza l’affetto dei suoi cari.

Gli svizzeri trattavano gli immigrati come animali, e di certo non avevano fatto sconti a mia sorella.”

Accanto ad una denuncia forte di un evidente razzismo, quasi a bilanciare la cruda realtà, un altro scenario arriva a consolarci.

È il senso di comunità e di appartenenza, la solidarietà tra donne.

Nella semplicità dei gesti si condivide la difficoltà.

Tante le figure da ricordare e tra queste Gilda, massacrata di botte dal marito.

Altro simbolo di una condizione di schiavitù.

Barbara Cagni, al suo esordio letterario, offre un quadro della condizione femminile.

Scrive un affresco sociale ambientando la narrazione negli anni Cinquanta.

Anni che dovrebbero essere preludio di cambiamento e forse celato tra le pagine c’è il desiderio di riscatto.

La scrittura è articolata e brillante, fluisce con scioltezza nei dialoghi e nelle accurate descrizioni.

Ci racconta di arrivi e di partenze, di coraggio e resistenza.

Da leggere per non dimenticare chi eravamo.