“Per sempre altrove” Barbara Cagni Fazi Editore

 

“Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa.

Gli immigrati venivano smistati come tanti animali.

Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America.”

L’esergo di “Per sempre altrove”, pubblicato da Fazi Editore, tratto dagli scritti di Bartolomeo Vanzetti, non è scelto a caso.

In poche, incisive battute anticipa lo spaesamento che ci coglierà leggendo il romanzo.

Una storia che ci appartiene anche se tendiamo a dimenticarla.

L’esodo di migliaia di poveretti che, costretti dalla povertà, cercano fortuna altrove.

E quell’Altrove è Terra di speranza, di sogni cullati a lungo nelle fredde notti invernali.

È un Paradiso di opportunità, una specie di chimera.

Si parte con poche cose, valigia leggera e cuore soffocato dai pensieri.

Si lasciano case gelide, un paese rattrappito su se stesso, due bar, strade che sono trazzere, vicoli stretti e volti amati.

Che la meta sia la Svizzera o la “Merica” poco cambia.

Schiene rotte nelle fabbriche, tuguri dove passare poche ore, una lingua sconosciuta.

Ma ciò che ferisce è l’ostilità di chi ti considera inferiore.

Ed ecco che si apre una voragine nella mente e nel corpo.

Berta è simbolo di questa tragica realtà.

Ad un certo punto si inceppa, non sa più riconoscersi, crolla.

Tornata in famiglia è una bambola di pezza, lo sguardo vuoto, perso ad inseguire fantasmi inesistenti.

Voce narrante è la sorella, una ragazzina di dieci anni.

La forza del testo sta nella spontaneità di questa splendida protagonista.

A lei toccherà il compito di comprendere cosa è successo, quali eventi traumatici hanno devastato quella giovane donna.

“Doveva essere stato duro per Berta, lá in Svizzera.

Così timida e riservata, che arrossiva se qualcuno le rivolgeva la parola.

Lá, da sola, in mezzo a gente che non conosceva, senza l’affetto dei suoi cari.

Gli svizzeri trattavano gli immigrati come animali, e di certo non avevano fatto sconti a mia sorella.”

Accanto ad una denuncia forte di un evidente razzismo, quasi a bilanciare la cruda realtà, un altro scenario arriva a consolarci.

È il senso di comunità e di appartenenza, la solidarietà tra donne.

Nella semplicità dei gesti si condivide la difficoltà.

Tante le figure da ricordare e tra queste Gilda, massacrata di botte dal marito.

Altro simbolo di una condizione di schiavitù.

Barbara Cagni, al suo esordio letterario, offre un quadro della condizione femminile.

Scrive un affresco sociale ambientando la narrazione negli anni Cinquanta.

Anni che dovrebbero essere preludio di cambiamento e forse celato tra le pagine c’è il desiderio di riscatto.

La scrittura è articolata e brillante, fluisce con scioltezza nei dialoghi e nelle accurate descrizioni.

Ci racconta di arrivi e di partenze, di coraggio e resistenza.

Da leggere per non dimenticare chi eravamo.

“Dentro la vita” Luciana Boccardi Fazi Editore

 

 

Come dimenticare lo stile e la poetica di “La signorina Crovato”?

Una rivisitazione storica densa e soffusa da una rara grazia nella composizione di eventi dolorosi.

“Dentro la vita”, sempre pubblicato da Fazi Editore, ha accordi differenti e certamente può essere definito romanzo di costume.

Continua ad affiorare l’immagine di Venezia ma cambiano le prospettive di osservazione.

Non solo i paesaggi che incantano, le atmosfere che ricordano fiabe antiche.

La città è animata da uno spirito nuovo, sta risorgendo culturalmente, si sta mostrando al mondo con la sua carica di creatività esplosiva.

La Biennale diventa esperimento di catarsi, incontro di intellettuali, materia viva che vuole imporre la sua voce.

È emozionante assistere alle prove di Stravinskii “che arrivava più tardi”, accolto dall’orchestra e dai cantanti “con un silenzio fragoroso”

“Stravinskij restava immobile, ascoltando quel silenzio con la bacchetta in mano.

Poi, con uno scatto felino, la alzava, e l’orchesta obbediva al suo comando.”

Sembra di attraversare un tempo incantato dove è possibile incrociare Corrado Alvaro o Curzio Malaparte.

In questa festa di stimoli che ruolo ha la nostra Luciana?

Riservata, timida, si apre alla vita con curiosità.

È come frenata da forze invisibili che le impediscono lo scarto emozionale.

Di fronte alle avventure sentimentali dell’amica Titti resta frastornata, abituata ad un rigore affettivo che le impedisce di abbandonarsi completamente.

Le vicende familiari pesano come macigni e rendono complessa la voglia di emancipazione.

Luciana Boccardi sa dosare le sorprese e riesce a farci percepire l’attimo in cui nel cuore della protagonista qualcosa si scioglie.

“Per la prima volta mi stavo innamorando anch’io.

Non mi nascosi dietro inutili schermaglie.

Quella sera mi abbandonai al mio essere donna, che mi condusse in un altro mondo, inatteso ma sempre immaginato.

Era amore totale, finalmente.

Oppure no?”

Avrà la meglio la razionalità o la passione?

Una svolta decisiva darà una scossa ulteriore e saranno altri luoghi ad aprire itinerari intriganti.

Un ritmo lento ma intriso di episodi, una scrittura quieta, fatta di splendidi “reportage” su fatti di cronaca e una maturazione del nostro personaggio.

Un vento lieve e forse l’annuncio di un’altra avventura..

Ce lo auguriamo perché ancora una volta Luciana Boccardi non ci ha deluso.

 

“Il cane di Falcone” Dario Levantino Fazi Editore

 

Quando si parla di mafia il rischio di essere generici, banali e, cosa ancora più grave, retorici, è molto forte.

Con arguzia e tanta creatività Dario Levantino aggira l’ostacolo.

Nei suoi libri ha rappresentato una certa Sicilia, quella che fa paura a molti, che zittisce e rende involontari complici.

Lo scrittore va per la sua strada convinto che la letteratura è anche e soprattutto impegno civile.

“Il cane di Falcone”, pubblicato da Fazi Editore, riesce ad essere originale, tragico e al contempo molto divertente.

Sembra impossibile conciliare questi due estremi ma fin dalle prime pagine intuiamo che l’autore ha raggiunto un obiettivo fondamentale.

È riuscito a rappresentare la sua terra nella sua interezza, mettendo in scena l’olivo e l’olovastro, dei quali parlava Consolo.

“Cominciamo con la prima stramberia di questa storia: io sono un cane.

Si, lo so, hai vissuto una vita intera con la convinzione che i cani non possono parlare, figuriamoci se tu adesso riconoscerai che un cane può addirittura scrivere un libro.

Ma che vuoi che ti dica, il libro che tieni tra le mani l’ho scritto io, e si dá il caso che io sia un cane.”

Mi piace partire dall’incipit perché ha diverse particolarità.

Protagonista un animale che esce dagli schematismi della realtà e mostra il suo lato umano.

Una trovata spericolata ma decisamente intelligente.

Diventando voce narrante è protagonista assoluto e può permettersi di raccontarci con ironia le problematiche dell’esistenza canina.

Non solo, riesce a stemperare i momenti di più alta tensione.

Da piccolo subisce il trauma della perdita e scopre la cattiveria.

La madre viene uccisa barbaramente, un passaggio importante che farà da collante con il resto della narrazione.

Morte e Male sono i due binomi che uniscono inizio e fine.

Il cucciolo deve sopravvivere ed impara a cavarsela da solo.

Altro elemento simbolico che ci coinvolge tutti, costretti ad essere testimoni della mattanza che avverrà in Sicilia.

Ma andiamo per gradi.

È necessario prima prendere coscienza che la mafia non è un’invenzione.

“Vidi i corpi dei quattro uomini privi di vita, e capii che la mafia esisteva eccome.

Mi convinsi pure di un’altra verità: non possiamo accorgerci della mafia soltanto quando viene allo scoperto, perché le cose accadono quando sono già accadute.”

L’eccidio del giudice Rocco Chinnici e della sua scorta esce dall’oblio e diventa memoria.

Sarà l’incontro con Giovanni Falcone a dare una svolta decisiva alla trama.

Finalmente il nostro cagnolino avrà un nome, un padrone, una casa.

Imparerà le regole del vivere civile, sentirà cosa significa ricevere una carezza.

Due anime che nella diversità trovano un’intesa.

La maestria di Dario Levantino non è ancora finita.

Pagine intense dove in maniera schematica ma incisiva si traccia il quadro della gerarchia mafiosa.

Nomi, cognomi, date, perché è importante sapere.

Ci si emoziona leggendo cosa costò “la guerra contro lo Stato.”

“Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giuseppe Fava, Antonino e Stefano Saetta, Mauro Rostagno…

Erano i soldati dello Stato caduti in battaglia.

Morti fuori, vivi dentro.

Di me.”

Basterebbero queste frasi a delineare il quadro di una scrittura che parla al cuore della Nazione.

Urla la rabbia e il rimpianto, invito a continuare le battaglie iniziate dai tanti che hanno creduto nella giustizia.

Le ultime pagine sono un pugno nello stomaco, forti e nitide.

“Dal cielo nacque la luna, pianse la pioggia, caddero i sogni delle stelle avverandosi infranti.”

Come scrive Maria Falcone nella prefazione:

“L’autore ci insegna che affrontare i propri mostri e sconfiggerli è molto più facile di ciò che temiamo.”

 

 

 

“Padri” Giorgia Tribuiani Fazi Editore

 

Bussano alla porta.

Oscar Valli apre e chi trova a guardarlo confuso?

Il padre, Diego, morto quarant’anni prima.

Sembra una storia di fantascienza, un’invenzione scenografica.

Da questa idea geniale nasce “Padri”, pubblicato da Fazi Editore.

Accettare l’irreale, affrontare il rischio che si tratti di una visione e andare a fondo nel mistero.

Quell’uomo che è scomparso troppo presto gli offre una seconda possibilità.

Non è semplice imparare a conoscersi, riflettersi nel presente di una figura a lungo mitizzata.

Di inciampo è la moglie Clara che non può accettare “il barbone”.

È troppo per lei affrontare qualcosa che sfugge alla comprensione.

È una donna pratica, poco avvezza ai sogni e forse quella presenza inaspettata diventa pericolosa perché spezza la monotona quiete della vita coniugale.

È il punto interrogativo, il dubbio che non l’ha mai sfiorata.

Bisogna negare e fuggire distruggendo il precario equilibrio di una unione di forma.

A credere nel mistero e ad accettare il nonno è Gaia, nel tentativo di trovare una gestualità affettiva che le è stata negata.

“Padri”, pubblicato da Fazi Editore, mi ha spiazzata.

La trama compone ghirigori fantasiosi, sale verso consistenze indefinite, mostra riflazioni di ipotetiche suggestioni.

La somiglianza tra padre e figlio crea spaesamento e fa supporre che un’unica persona sia riuscita a sdoppiarsi.

Ma anche questa è un’illusione che intriga il lettore.

Giorgia Tribuiani sfata il mito della famiglia perfetta, scopre i punti nevralgici, individua le assenze, le negligenze, le mancanze di attenzione.

Struggente il desiderio di un abbraccio di Gaia, il bisogno di essere ascoltata.

“Comprendere è racchiudere, includere”

Volutamente il romanzo non prevede un finale scontato.

Vuole proporre un modello dove non ci sono spazi intermedi, assoluzioni o pietismi.

“La faccia di Oscar si increspò, gli occhi si strinsero, e di fronte alla lotta dei muscoli per trattenere il pianto, per la prima volta in vita sua, Gaia smise di vedere il padre e vide l’uomo.”

Sforzo complesso e necessario per accettare nel bene e nel male coloro che amiamo.

E se ognuno prende la sua strada è segno che qualcosa è cambiato.

I ruoli si sono invertiti e i figli diventano madri e padri.

Una prova letteraria matura, complessa e ben articolata.

Scrittura che sa modulare le diverse voci dando ad ognuna vitalità e personalità.

Una ulteriore chiave di lettura si trova nell’esergo tratto da “Lettera al padre” di Franz Kafka:

“Poi c’era un secondo mondo

Lontanissimo dal mio

Nel quale vivevi tu.”

 

“Infanzia” Tove Ditlevsen Fazi Editore

 

“All’infanzia non si sfugge, resta attaccata addosso come un odore.

La si sente sugli altri bambini, e ognuna ha un valore tutto suo.

Nessuno sente il proprio, perciò a volte si ha paura che sia peggiore di quello degli altri.”

Dare un volto ed una presenza tangibile ad una fase complessa dell’esistenza significa voler esorcizzarne gli effetti devastanti.

Uscire dalle limitazioni del personale e volgere lo sguardo ad una problematica universale aiuta ad attraversare i traumi, a rafforzare le difese.

È questo il senso profondo di “Infanzia”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Alessandro Storti.

Nel ritornare bambini ci si purifica dalle scorie che affollano il presente ma bisogna rivivere con spirito critico la relazione con se stessi e con gli altri.

Ricollocare in uno spazio ristretto le figure genitoriali, ricostruirne le gestualità, le parole, la collocazione all’interno della società.

Osservare le diversità che rendono la coppia instabile e volubile, avendo l’accortezza di rimanere in campo neutro.

Indossare la maschera della “stupidità” che è lasciapassare per diventare trasparente.

Farsi invisibile e impenetrabile mentre i divieti sono camicie di forza.

Provare a non giudicare entrando di soppiato nel passato dei genitori, rielaborare piccoli dettagli che non servono a giustificare.

Aiutano a non creare mostri, a non alterare l’obiettività della narrazione.

“Il tempo passava, e l’infanzia diventava piatta, sottile, cartacea.

Era stanca e logora, e nei momenti di scoramento non sembrava che sarebbe durata fino alla mia età adulta.”

Una frase che nell’incisività degli aggettivi scelti ha il coraggio di fermarsi sul bordo di un cambiamento che potrebbe non avvenire.

Crescere, come imparare a farlo?

Basta per proteggersi e per attraversare il fiume impetuoso dell’incertezza scrivere poesie, leggere romanzi per adulti, cercare amiche che hanno più esperienza?

Tanti i dilemmi e le domande che gli adulti ignorano e anche l’amore diventa pericolosa trappola che può privare della purezza.

Tove Ditlevsen, nata nel 1917, è stata affermata poetessa e la sua scrittura porta i segni di un poetare discreto, dove quello che conta è l’assonanza verbale, la maestria nella realizzazione di idealizzazioni stilistiche.

Il barlume della luna, il sogno che si espande e si trasforma in bizzarre forme, il paradosso di un timore che si fa incubo.

“Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante, e se voglio un gesto d’affetto devo cercarlo io.

Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei, per farla sorridere, per acquietare la sua rabbia.”

Si ha la sensazione che proprio alla madre sia dedicato il romanzo.

A lei e a tutte coloro che non hanno conosciuto la pace interiore.

Non ci resta che aspettare con ansia il secondo libro della Trilogia nella certezza che l’autrice riuscirà a parlarci con la sua voce limpida, il suo linguaggio lieve.

“Crescita selvaggia” Sheng Keyi Fazi Editore

 

Sheng Keyi continua a sorprenderci.

Quando nel 2019 è arrivato in libreria “Fuga di morte”, siamo stati spiazzati dal coraggio di qusta autrice.

Un testo audace e rivoluzionario, un atto d’accusa e un evidente riferimento alle proteste di Tienanmen.

Originale rivisitazione dei fatti filtrata da una spinta creatività.

“Crescita selvaggia”, pubblicato da Fazi Editore e tadotto da Federico Picerni, ribalta la scenografia e accende i riflettori sulla comunità cinese.

Sarà la famiglia Li a farci compagnia e ad una prima impressione il romanzo può essere classificato tra le saghe familiari.

“La nostra famiglia era priva della capacità di consolare gli altri, ciascuno gestiva le proprie emozioni in solitudine, ma effettivamente nessuno aveva mai perso il controllo. La luce in un mondo di menzogna non è che il neon di un obitorio.”

Lo stile è asciutto e al contempo molto descrittivo.

Ogni personaggio viene ritagliato all’interno della struttura narrativa con precisione chirurgica.

Si ottengono delle sagome delineate fisicamente e psicologicamente.

La sorella, il nonno, il padre emergono nella pagina grazie alla spontanea e divertente rappresentazione caratteriale.

Sembra che questa scenografia casalinga quieta sia una copertura, una specie di sotterfugio dialettico.

L’autrice si avvale di un’ironia tagliente per dimostrare quanto sia deplorevole la subalternità femminile.

Le figure maschili sembrano delle maschere obsolete di una sub cultura che non produce frutti.

Spettacolare la protagonista e voce narrante.

Sa cosa vuole e non si lascerà intralciare, ha compreso che la conoscenza e il sapere sono le sue uniche armi.

“Nel giro di tre mesi la mia capacità di portare avanti una vita sociale fece passi da gigante, ebbi persino un’avventura di una notte con un artista capellone.

Non mi sarei mai immaginata che anche una donna potesse vivere così.”

Emanciparsi significa mettere in pratica stili di vita impensabili per la mentalità cinese.

“È a fare i giornalisti che si scopre quanto sia storta la società.”

Affermazioni tanto forti animano il testo, danno un taglio decisamente politico.

Ma c’è dell’altro.

Credo che nella sorte toccata ai due fratelli sia scritta la vera ribellione di una donna che non ha paura delle sue idee.

Una domanda sorge spontanea: che ruolo ha il fato e come si può modificare?

A voi il piacere di trovare una risposta.

Una piccola nota: i libri di Sheng Keyi sono censurati in Cina.

Basta questa sconfortante realtà per apprezzarla e per conoscerne la qualità letteraria.

 

“Jacu” Paolo Pintacuda Fazi Editore

 

“Quello era l’ultimo settimino del secolo, vale a dire – secondo una credenza appassionata più antica del paese stesso – colui che avrebbe posseduto il dono di curare da ogni malattia, col nudo tocco delle mani.”

Scritto prima di nascere un destino che segnerà per sempre “Jacu”.

Il romanzo, pubblicato da Fazi Editore, ha il sapore di una leggenda antica circoscritta in un preciso periodo storico.

Siamo in Sicilia nel dicembre 1899 in un borgo dove il tempo si è fermato.

Scurovalle è simbologia di territorio arroccato, scabro, quasi inesistente.

È la rappresentazione della contorta anima siciliana dove convivono fede e superstizione.

È arretratezza culturale, bisbiglio che diventa chiacchiera, tragedia che si traveste da commedia.

È dicotomia tra ciò che appare e ciò che è ed è questa percezione a farci pensare al Maestro Pirandello.

Il protagonista è vittima di quello che dovrebbe essere un dono, paga le conseguenze di essere un eletto, sente di essere diverso dai coetanei e questa diversità è opprimente, nefasta.

Il modulo narrativo è inusuale e originale, interessante la presenza dello scrittore che è impegnato nella rielaborazione dei fatti.

Il testo si colora di una tessitura giornalista pur mantenendo la struttura romanzata.

Mentre seguiamo il giovane protagonista i venti di guerra tracimano un millenario silenzio, obbligano alla leva ragazzini che hanno la sola colpa di far parte di una generazione che deve servire la patria.

Il racconto è fluido e sviluppa un intreccio sempre in bilico tra vero e falso.

Ancora una volta il doppio binario ad arricchire una scenografia curata nei dettagli.

Entriamo nelle case della povera gente, ne esploriamo i timori, sentiamo la loro resa.

È la coralità di voci diluita all’interno di una scrittura classica a sorprenderci.

I personaggi sono vivi, reali, immortalati nella quotidianità.

Bellissima la figura di Vittoria, analfabeta e orgogliosa, pronta a difendere il figlio dalle cattiverie del popolo.

Più volte durante la lettura ci fermiamo e ci chiediamo chi è veramente Jacu.

È eroe senza gloria, puro di cuore, desideroso di conoscere.

È l’Ulisse di una terra che non vuole cambiare, coraggioso, impavido, capace di sfidare la morte ed arruolarsi come volontario.

Essere uno tra tanti, mescolarsi e contaminarsi

Paolo Pintacuda mostra le sue competenze di sceneggiatore, sa stare sul palcoscenico della vita.

Ci regala una favola o forse un sogno con la grazia di chi ama e conosce la sua Sicilia.

Un omaggio a chi cerca di comprendere anche l’incomprensibile.

“Sonata d’inverno” Dorothy Edwards Fazi Editore

 

Qualcosa di indefinito, come un alone sul bianco candido, attraversa il lettore.

Si intuisce un’ illuminazione che potrà squarciare l’atmosfera e si cerca tra le pagine una filosofia esistenziale che solo nel finale emergerà dalla bruma.

“Sonata d’inverno”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Francesca Frigerio, rientra nella letteratura classica inglese presentando parecchie innovazioni.

Per comprenderle bisogna inquadrare il pensiero dell’autrice.

Dorothy Edwards rappresentò la rottura con il passato, rivendicò la sua libertà intellettuale e il romanzo ne interpreta perfettamente la personalità.

Se è vero che viene descritta la staticità della società si percepisce un evidente sarcasmo.

Le chiacchiere senza senso compiuto, le riunioni nei salotti, il culto delle forme estetiche servono a sottolineare uno stile di vita senza obiettivi.

Emergono le figure femminili ed ognuna aggiunge un tassello ad un quadro alternativo della femminilità.

Eleonor con una giovinezza in sboccio, curiosa di annusare l’esistenza, impaziente di crescere.

Olivia e i suoi occhi malinconici, chiusa come un fiore selvatico quasi volesse proteggere un segreto.

Pauline irrequieta e trasgressiva, poco incline a subire la presenza invadente della madre.

Ci chiediamo cosa cercano queste tre giovani donne e in entrambe cogliamo lo spaesamento di chi non si sente in sintonia con sè stessa.

L’autrice ci offre solo pochi dettagli del travaglio interiore, dovrà essere il lettore a scavare a fondo individuando piccoli, impercettibili segnali.

In questo contesto nebuloso colpisce e certamente è elemento simbolico Mr. Arnold Nettle.

Arrivato in paese come impiegato del telegrafo, mal si adatta alla socialità.

Timido e malaticcio rappresenta il male di vivere, l’inquieta e malinconica sensibilità.

Altra identità interessante è Mr. Premiss, enigmatico studioso, sognatore e filosofo.

Divertenti le sue teorie che non portano da nessuna parte, il suo innato bisogno di essere al centro dell’attenzione.

Amori e disamori fanno da sfondo ad una commedia che si tinge di scuro.

Il non detto resta nell’aria, intrappolato dal vento e dal gelo dell’inverno.

Splendidi scorci che si rifanno al naturalismo artistico ma anche in questo caso sembrano illusorie e invitanti cartoline di un mondo sospeso.

“Qua e là si intravedeva il profondo verde degli abeti che avevano l’aria di trovarsi tra quelle sfumature di colore come eroi, che soli, potevano discendere nell’Ade da vivi.”

La musica concede tregua e crea una sorta di attesa.

E all’arrivo della primavera tutto potrà succedere.

Basta attendere fiduciosi.

 

“Cuori in trappola” Jennifer Hillier Fazi Editore

 

“Il passato ti accompagna sempre, che tu voglia pensarci o meno, che te ne assuma la responsabilità o meno.

Lo porti con te perché ti trasforma.

Puoi provare a seppellirlo e fingere che non sia mai accaduto, ma non serve.”

Geo, protagonista di “Cuori in trappola”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Giuseppe Marano, sa bene che l’oblio è impossibile.

“Perché le cose sepolte possono tornare, e ritornano.”

È una donna in carriera, felicemente fidanzata, pensa di essere immune da ciò che è accaduto quando era una ragazzina.

Quattordici anni di silenzio e rimozione vengono spazzati via quando viene ritrovato il cadavere dell’amica d’infanzia Angela Wong.

Il colpevole è l’ex fidanzato, Calvin, un mostro senza anima ma la nostra Geo non può sottrarsi alla responsabilità di essere stata presente al terribile ed efferato omicidio.

Sconterà la pena in carcere, conoscerà le dure regole del più forte, imparerà a difendersi, cercherà di resistere alla violenza, alla noia, al degrado morale.

Quando torna in libertà scopre di essere marchiata per sempre ma la cosa più tragica è che il giovane che le ha rovinato la vita è evaso ed ha perpetrato un altro terribile crimine.

Per Kaiser Brody, che svolge le indagini, sarà complicato mantenere il distacco e nel dipanarsi della trama si scopriranno tanti tasselli interessanti.

Jennifer Hillier è affermata autrice di noir psicologici e con questo romanzo mostra una eccezionale capacità nel delineare più categorie umane.

Il carnefice e la vittima sono invischiati in un’unica sostanza oleosa e sfuggente e bisogna leggere tra le righe quale legame può renderli tragicamente simili.

“Ma il rimorso?

Non se ne va mai.

Aleggia intorno a te come un cattivo odore che nessuna quantità di candeggina può eliminare.

Puoi farti una nuova vita, trovarti un nuovo amore, finire in galera per l’atrocità che hai contribuito a commettere … ma il rimorso è sempre lì, puzza come un invisibile rifiuto marcito sotto il letto che non va via per quanto tenti di pulire.”

Quando sembra che si chiariscano le numerose tracce che la scrittrice ha disseminato, un colpo di scena improvviso svela nuovi segreti e la narrazione subisce un’ulteriore evoluzione.

Affresco della giovinezza che non conosce il senso del peccato, critica aspra ad una società che non è capace di reinserire chi ha sbagliato, invito ad andare sempre al fondo del fondo di coloro che ci circondano.

Per capire cosa si annida nelle loro mente e poi forse… imparare a perdonare.

“Sorelle” Daisy Johnson Fazi Editore

 

“Mia sorella è un incendio nel bosco

Mia sorella è una nave che affonda

Mia sorella è l’ultima casa in fondo alla strada”

Luglio e Settembre unite da un vortice inquietante, immagini riflesse e sdoppiate di un legame opprimente e pericoloso.

“Sorelle”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Stefano Tummolini, si annoda su sè stesso, si concorce in una narrazione che affoga nelle acque limacciose di identità complesse.

Due sorelle e una serie di eventi che possiamo solo immaginare, un buco nero che fa intravedere l’indicibile.

Un manto scuro sottrae la verità, restano le conseguenze di qualcosa di sconvolgente.

E la fuga nella terra di nessuno è necessario bisogno di ritrovare un equilibrio.

Nella Casa dell’Accoglienza il senso di abbandono si accompagna ad una serie di immagini che sembrano uscite dal sogno ad occhi aperti di chi sente forte la dissociazione.

La madre è figura sbiadita, tormentata presenza nei giochi estremi di due adolescenti.

Daisy Johson scrive un romanzo dalle tinte forti, intrappolando il lettore nell’attesa di una rivelazione.

Mentre le due ragazzine si muovono come fossero una, prigioniere di un presente confuso, le voci e i suoni sembrano provenire da un altrove.

Non c’è spazio per la pace nella folle corsa ad inseguire se stessi.

Si hanno indizi di un prima avvolto da nebbie fitte e un padre come un marchio di fabbrica che segna e devasta.

Il tempo si frantuma in schegge che possono ferire, si sovrappongono vittime e carnefici e la scrittura si fa tesa, tagliente.

“Il dolore è una casa senza finestre e porte, dove non puoi sapere che ore sono.”

Una storia modulata con grande maestria, un incubo che assume i contorni del reale mentre si rivela ogni cosa e resta la certezza che l’infanzia può essere landa desolata.

Deve essere vissuta, attraversata, compresa.

Deve essere accolta e poi respinta.

Solo così si potrà lasciare fuori ciò che non ci appartiene più.

Da leggere cercando di assaporare lo struggimento e la paura, la poesia e la tragedia che animano il testo.