“Cara Rose Gold” Stephanie Wrobel Fazi Editore

 

“Mia figlia non era obbligata a testimoniare contro di me.

Ha scelto lei di farlo.

È stata colpa di Rose Gold se sono andata in prigione, ma non me la prendo solo con lei.

Se dobbiamo proprio puntare il dito, il mio è diretto al pubblico ministero e alla sua fantasìa smisurata, alla giuria credulona e ai cronisti assetati di sangue.

Tutti a invocare giustizia.”

Un incipit diretto che anticipa risvolti inaspettati.

La scrittura è folgorante, arriva a raffiche con l’impeto di un fiume in piena.

Due tempi storici: il prima e il dopo.

Il numero due torna nella rappresentazione dei personaggi e non è casuale questa scelta.

“Cara Rose Gold”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Donatella Rizzati, ha un andamento circolare e nel cerchio sono imprigionate le due protagoniste.

Patty e Rose Gold, madre e figlia, riprendono segmenti della tragedia greca, la arricchiscono con interperprerazioni psicoanalitiche e inscenano  uno spettacolo contemporaneo.

Cinque anni di galera per abuso di minore e nessun pentimento.

Le attenzioni esasperate sono frutto di un sentimento malsano, governato dalla paura di perdere l’unico affetto.

Ascolteremo la ricostruzione della giovane e resteremo sbalorditi dal sangue freddo e dalla lucidità della sua mente.

Episodi che scandiscono diciotto anni di condizionamento fisico e mentale.

Arriva il tempo della resa dei conti che potrebbe essere scambiato per perdono.

Alla scarcerazione Patty viene ospitata nella casa dell’infanzia proprio da colei che dovrebbe odiarla.

Fin da subito qualcosa non quadra nella convivenza ma sarebbe un errore voler sintetizzare un canovaccio così ricco di sorprese.

Stephanie Wrobel scrive un thriller raffinatissimo, costringe il lettore a seguirla nei meandri paludosi dell’affettività.

Scardina la visione di una maternità perfetta mostrandone il lato oscuro.

Ci chiede e si chiede chi è vittima e chi è carnefice.

Invita a rianalizzare il concetto di perdono e in questa decostruzione della cultura cattolica offre altre verità dolorose, taglienti, intransigenti.

Un corpo a corpo dove a dominare non è l’istinto ma la ragione.

Una scelta azzardata e riuscita che certamente ci permette di cambiare prospettiva rispetto al Male.

Non un’entità astratta ma una presenza che può annidarsi nel cuore di tutti.

Da leggere per comprendere quali giochi perversi si possano nascondere nella mente.

 

“La violenza del mio amore” Dario Levantino Fazi Editore

 

“Brancaccio è quello che è.

Ma è il nostro quartiere.

È una colata di cemento senza criterio.

A casermoni vecchi e crepati si alternano casupole di pochi piani, diroccate e abusive.

I pochi negozi non hanno insegne, fuori espongono pezzi di scatolone coi prezzi scritti a pennarello; macchine distrutte e probabilmente rubate invadono i marciapiedi su cui si affacciano balconi tutti arruginiti.”

Se nelle precedenti prove letterarie di Dario Levantino Palermo era protagonista e si mostrava come una vecchia signora logorata dai conflitti,  in “La violenza del mio amore”, pubblicato da Fazi Editore la prospettiva narrativa evolve.

La città fa da sfondo ad un disagio sociale, ne è silenziosa complice, ma sa anche essere poetica.

“Palermo, per colori, è una cassata siciliana la domenica in pasticceria dopo la messa…

È il rito che genera incanto e seduzione.

Le pale di fico verdeggiano sui cigli delle strade, i mandarini tempestano le campagne di pioggia arancione, i fiori di zagara seminano il bianco nei cortli in centro, le cupole rosse dei monumenti incendiano i tramonti.”

Emergono i personaggi e la scelta della prima persona singolare accentua la credibilità del costrutto.

Rosario sa essere interprete di un proletariato schiacciato dalla prepotenza mafiosa.

La società e la scuola vorrebbero classificarlo tra i perdenti sottovalutando il potenziale affettivo del giovane.

Anna è il sogno e il rifugio sicuro e la vita che porta in grembo suggella un’idea di famiglia che resiste.

La scrittura è lineare, colloquiale, sintetica.

Nell’essenzialità della prosa la figura del sacerdote buono e della madre permettono allo scrittore uno spazio intimo.

Si percepisce il bisogno di segnare un confine tra bene e male in un territorio che è dominato dalla malavita.

Poche parole dialettali differenziano il romanzo e lo purificano da regionalismi ormai abusati.

Convincente il finale perché non scontato.

Mentre cala il sipario succede qualcosa che disorienta il lettore.

Gli ricorda che “nei luoghi della nostra espiazione ci serve sempre un fiore reciso a guardia del dolore.”

“I fantasmi di una vita” Hilary Mantel Fazi Editore

 

“Scrivere del proprio passato è come vagare a tentoni per casa con tutte le lampadine fulminate, allungando una mano in cerca di punti di riferimento.

Localizzi l’imperturbabile armadio, e appena lo tocchi la porta ti si spalanca sulla grotta di tenebre del suo interno.”

Hilary Mantel ricompone i passaggi fondamentali della sua esistenza con gradualità.

É come se volesse rimettere a posto tasselli mancanti e partendo dall’infanzia sceglie una narrazione purificata da ogni sentimentalismo.

Descrive luoghi e parenti inquadrando l’immagine da un punto distante.

Si percepisce subito che è in atto un meccanismo di difesa che esploderà nella parte finale del memoriale.

Sono fondamentali le case che ha abitato, descritte con dovizia di particolari e in questo esercizio ci si accorge che le mura, le stanze, le ombre e le luci parlano un loro linguaggio autonomo.

Sono testimoni di un prima, infestate da presenze che non si possono cancellare.

Tra queste il padre che esce di scena lasciando spazio ad un altro uomo.

“Sono abituata a vedere quello che non esiste.”

In questa frase si sintetizza una sensibilità vivace e vigile.

Niente sfugge alla ragazzina e all’adolescente che memorizza episodi e introietta dolore che si trasformerà in somatizzazione.

Il corpo risponde in maniera esasperata ma sono anni in cui ci si occupa poco della psiche dei figli.

Accanto allo sviluppo della trama c’è un altro percorso più letterario.

L’autrice parla a sè stessa e al lettore, confida le sue perplessità nell’affrontare la pagina bianca.

“Chissà perchè scrivere produce tanta ansia..

Un tempo ero convinta che l’autobiografia fosse una forma di debolezza, e forse lo penso ancora.

Ma, se uno è debole, credo sia anche puerile fingere il contrario.”

Ci si chiede se “I fantasmi di una vita”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Susanna Basso, possa essere considerato una confessione.

Torna spesso come un peso “la colpa”, mai specificata.

“Volevo un’anima immacolata, un’anima circonfusa di luce, come una finestra pulita ma aperta.”

Pagine struggenti in compagnia della depressione, la lotta per uscire dalla “terra fradicia e scura nel cuore di un bosco ceduo.”

Cambia lo stile e il ritmo, si mostra la donna china su sè stessa.

“Quello che avrei voluto nella vita era una possibilità.”

Chi conosce le opere di Hilary Mantel sa che il sogno si è avverato, la possibilità si è trasformata in letteratura e nessuno potrà mai cancellarla.

Un romanzo intenso da leggere come il diario di un’amica che ha voluto regalarci se stessa.

 

“Ricordo di un’isola” Ana María Matute Fazi Editore

 

“Ma noi eravamo su un’altra isola.

E su quest’isola, a quanto pareva, eravamo come perduti, circondati dal terrore azzurro del mare e, soprattutto, dal silenzio.

Non passavano navi al largo delle nostre coste, non si vedeva nè si udiva nulla: nient’altro che il respiro del mare.”

La scrittura della spagnola Ana María Matute si sviluppa attraverso percezioni.

Immagini dai colori aggressivi, il rumore inquietante del vento, il profumo conturbante dei fiori, il ribollire delle acque.

C’è una materialità che è fisica, invadente, penetrante.

Si respira un’atmosfera di continua attesa mentre tutto appare fermo sulla linea di un ipotetico orizzonte.

La distanza con la terraferma fa presagire scenari difficili da decifrare.

“Ricordo di un’isola”, pubblicato da Fazi Editore, primo di una trilogia, tradotto da Maria Nicola, non delinea un genere narrativo.

Ha una struttura cangiante, molto malleabile.

A farci da guida è Matia, adolescente problematica, sempre in bilico tra la voglia di conoscere e la paura di scoprire verità inaccettabili.

Inseparabile compagno è il cugino Borja, figura complicata, certamente dominante.

Il dominio psicologico sarà una delle tracce da seguire.

“Borja aveva quindici anni e io quattordici, ed eravamo costretti a stare là.

Ci annoiavamo e ci esasperavamo in egual misura, nella calma oleosa, nell’ipocrita pace dell’isola.”

La figura della nonna è destabilizzante, anaffettiva, ossessionata da un odio inspiegabile.

Sullo sfondo la guerra civile e la difficoltà a comprendere da che parte stare.

Tra interrogativi e la tenacia nel non lasciarsi avvolgere dalla malinconia la nostra protagonista prova ad interpretare il suo tempo.

“La terra pareva dondolarsi dolcemente, serpeggiando verso la spiaggia come una corteccia in movimento.

Veniva quasi il mal di mare a guardarla.

Sembrava formare delle onde di un tono avana o grigio.

Più lontano, crescevano degli alberi di una nudità desolante.”

Lo straniante senso di abbandono al solitario e necessario cammino verso l’età adulta si trasforma in poetica dell’ascolto, in desiderio di entrare all’interno dei misteri.

Un incontro può incendiare il cuore ma forse è solo l’illusione che si traveste e danza cercando di irretire in un cerchio magico irreale.

L’autrice mostra un mondo carico di intrighi e menzogne.

Chi si salverà?

Un abbraccio suggella il patto di chi insieme ha affrontato gli spigoli e le crepe di un’infanzia piena di enigmi.

 

 

 

“Blu” Giorgia Tribuiani Fazi Editore

 

Ripetizione delle frasi, lampi di immagini, frasi sussurrate, schegge di ricordi.

Colori annacquati, figure sbiadite, geometrie mentali.

Sovrapposizione di pensieri, scivolose cadute.

Una matita e mille occhi pronti a giudicarti.

Madre amorevole e invasiva nella solitudine di una casa senza uomini.

Padre solo il fine settimana insieme a una famiglia che scava una distanza.

Aule affollate da presenze ostili, sguardi di adolescenti che sanno solo giudicare.

“Blu”, pubblicato da Fazi Editore è la contorsione mentale di un’adolescente e va letto come si osservano gli schizzi abbozzati su carta.

Salta ogni logica in una struttura narrativa che diffida dalla trama.

Ci sono cocci sparsi di una personalità che non sa trovare il suo equilibrio.

Sbanda in cerca di una via di uscita, ma qualcosa la incatena ad una condizione di sottomissione.

Costruisce un ritmo numerico come fosse un talismano e si perde nel bosco fitto dei desideri inappagati.

Chiede perdono per colpe che solo lei immagina, giganteschi fardelli di un prima solo accennato.

Giorgia Tribuiani è brava nel creare la sospensione emotiva, a trasformare il linguaggio in musiche dissonanti.

Racconta il malessere di crescere e nello sdoppiamento continuo della protagonista prova ad identificare l’ambivalenza dell’esistenza.

In un mondo sconfinato Ginevra detta Blu è isola abbandonata, montagna difficile da scalare.

Gli altri sono solo ombre che non potranno riempire la fame d’amore.

Solo l’arte è sollievo perché è la purezza del tratto che si può liberare da inutili fardelli.

È un modo per riempire di spazi infiniti di un’inadeguatezza che fa accelerare i battiti.

È la performance che sporca il corpo di terra e quest’atto estremo mostra la colpa.

È acqua che ripulisce e placa, è colore che marchia come fuoco.

Nella simbologia spinta bisogna trovare il senso di un disagio e forse solo l’attrazione per colei che rappresenta il Peccato porterà redenzione.

Incipit tratto da “Un requiem tedesco” Philip Kerr Fazi Editore

 

 

 

“Era una giornata fredda e bellissima, di quelle che puoi apprezzare meglio se hai un fuoco da attizzare e un cane da accarezzare. Io non avevo né l’uno né l’altro, e del resto allora di combustibile in giro non ce n’era e i cani non mi sono mai piaciuti granché.

Ma grazie alla coperta imbottita che mi ero avvolto attorno alle gambe ero al caldo, e mi stavo giusto congratulando con me stesso per il fatto di riuscire a lavorare da casa – il salotto fungeva anche da ufficio – quando bussarono a ciò che rimaneva della porta d’ingresso.

Imprecai e mi alzai dal divano.

«Ci vorrà solo un minuto», urlai attraverso la porta, «non se ne vada». Girai la chiave nella serratura, tirando la grossa maniglia di ottone.

«È meglio che spinga dalla sua parte», gridai ancora.

Avvertii uno scalpiccio sul pianerottolo e poi una pressione sull’altro lato della porta. Finalmente, con un cigolio, si aprì.

Era un uomo alto di circa sessant’anni.

Con i suoi zigomi pronunciati, il naso corto e sottile, i favoriti fuori moda e l’espressione corrucciata, mi fece venire in mente un vecchio babbuino incattivito.

«Credo di essermi stirato qualcosa…», borbottò, massaggiandosi una spalla.

«Mi dispiace», dissi, facendomi da parte per lasciarlo entrare.

«L’edificio è malridotto. La porta avrebbe bisogno di essere riassestata, ma ovviamente non si trovano gli attrezzi». Lo guidai in salotto.

«Ma nel complesso non va così male. Abbiamo vetri nuovi e sembra che il tetto resista alla pioggia. Si sieda».

Gli indicai l’unica poltrona e ripresi il mio posto sul divano.

L’uomo posò la borsa, si tolse la bombetta e si sedette sospirando esausto.

“Riviera” Valentino Ronchi Fazi Editore

 

“Era stato il nonno, Martino Gorlich a pensare alla villa, comperare il terreno, farla tirar su.”

Tre generazioni in un romanzo dai colori tenui.

Piccoli dipinti naif compongono “Riviera”, pubblicato da Fazi Editore.

Il canale con il suo mormorio lento e la pace di un luogo distante dalla frenesia della metropoli.

Milano è solo una virgola che resta fuori dalla narrazione.

In questo angolo di mondo sorto alla fine del Settecento come residenza patrizia tutto scorre con la compostezza misurata di una quotidianità semplice.

Un nucleo familiare capace di convivere nella gioiosa partecipazione alle piccole gioie dell’esistenza.

Marianna e la madre Rosanna con la loro bellezza discreta illuminano la narrazione e nelle loro movenze si percepisce una danza antica, dignitosa.

Amano i loro compagni con quella tenerezza spontanea fatta di una gestualità elegante, d’altri tempi.

“Un inizio di primavera scese sulla città.

Un vento caldo asciugò l’inverno, scendendo sulla scuola elementare e sul piazzale, sul quartiere tutto e sulla villa.

In Riviera, si vedevano i primi fiori spontanei ai bordi delle strade e sugli argini e mettevano fuori la testa i primi solitari camminatori, adatti alla periferia.”

Il poeta e scrittore Valentino Ronchi riesce a trasformare la scrittura in dipinto, a regalare tanta pace.

Anche quando la vita impone pozze di dolore, la parola mantiene un equilibrio emotivo.

Una ruota dove ognuno ha il suo tempo, breve o lungo, sempre coerente.

C’è una frase che dà senso allo scorrere quieto dei giorni.

“Io voglio essere quella che sono stata.”

Essere soffio che ravviva l’esistenza, farfalla che vola rasente ai muri della normalità.

Accettarsi e accettare, imparare e sorridere, correre e rallentare, offrire il viso al sole.

E nel finale che non ci aspettiamo cala il silenzio creando un’attesa.

La storia non può concludersi perché chi resta ha la gioia di tener viva la memoria e ancora dai balconi della villa potremo immaginare i nostri personaggi che insieme ci insegnano la loro filosofia.

“Nella vita bisogna avere il meno di paure possibili.”

“Quello che non sai” Susy Galluzzo Fazi Editore

“Quello che non sai”, pubblicato da Fazi Editore, ha una struttura circolare con un’andatura che va avanti e indietro su un nastro spazio temporale.

La scrittura ha una semplicità formale che nasconde qualcosa di indecifrabile.

Segnali che arrivano come gocce di sangue rappreso nell’apparizione di una figura dai contorni sfocati.

Si ha la sensazione che Susy Galluzzo voglia prendere tempo, decelerare il corso dei pensieri.

Mettere a confronto l’identità di madre e di figlia non è facile.

Nella ricerca esasperata di due modi di amare si percepisce la frattura interiore della protagonista.

Donna sempre in bilico tra essere e non essere.

Essere per gli altri, annullarsi e fare spazio, dilatarsi per permettere alla sua creatura di invadere ogni spazio.

Subire l’adolescenza della sua ragazzina come una stilettata, imparare a farsi da parte.

Non trovare le parole per accorciare le distanze, sentire che la corda sta per spezzarsi.

L’unica luce è la pace in una casa dove il ricordo si fa pungente.

Scrivere a colei che l’ha partorita, sperando di farla tornare in vita.

E una colpa antica emerge e ferisce e scombina il presente.

L’autrice pur raccontando una storia privata ci offre l’occasione per rivedere il ruolo del femminile.

Non ha timore ad intaccare il tabù del sentimento a tutti i costi.

Deve trovare uno spiraglio che possa ridare dignità.

Le pagine trovano un ritmo che crea vertigine, è tempo delle scelte.

Ammettere il fallimento e comprendere che amare significa lasciar andare.

Ricominciare, uscire da un groviglio di passioni ossessive e continuare un dialogo che nessuno potrà mai interrompere.

Coraggioso e struggente è come un fiore che per tanto tempo non ha avuto attenzioni.

Quando fiorisce ha i colori del cielo in un giorno di primavera.

 

 

“Cuori vuoti” Juli Zeh Fazi Editore

“Braunschweig è perfetta per Britta perché qui in qualche modo si passa inosservati.

Una mediocrità ben concepita, la possibilità di cavarsela con discrezione.

Britta vuole un’esistenza pacifica per sé e per la sua famiglia, vuole svolgere il proprio lavoro e avere responsabilità, ma solo per le cose che riesce a comprendere.

Perché dovrebbe sentirsi responsabile per tutto il resto?

Oggigiorno nessuno sa più di cosa essere a favore o contro.”

“Cuori vuoti”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Madeira Giacci, è un intreccio di specchi che deformandosi costruiscono una trama sorprendente.

Nulla è come appare mentre si delineano le nebulose di un tempo incerto, capriccioso e burlone.

Ambientato in una Germania che sta cercando stabilità, il romanzo ha evidenti tratti distopici che sfumano rappresentando un presente ipotetico.

Siamo nel 2025, i venti della Storia aleggiano come corvi che si nutrono dei resti di una civiltà disillusa.

“Da anni nessuno sa più cosa pensare.”

La Bellezza non ha più spazio in un contesto di disorientamento generalizzato.

La politica non riesce a dare risposte convincenti creando un vuoto di valori e di interessi.

Bisogna cogliere questo spaesamento emotivo prima di addentrarsi nel costrutto ideativo molto raffinato.

Il “Ponte”, struttura ideata da Britta e Babak, “iracheno grosso, gay e nerd, è una risposta all’aumento di suicidi.

“Paura del futuro.

Burnout.

Fine della separazione dei ruoli.

Seconda crisi finanziaria.

Disgregazione dell’Europa.

Indifferenza nei confronti delle classi più deboli.

Maggiore discriminazione verso gli emarginati.

Cattiva alimentazione.

Solitudine.

Scarso movimento.

Decadenza.

Senso di colpa.

Il fallimento dei genitori degli anni Novanta nell’educare i figli.”

La capacità di sintesi di Juli Zeh lascia esterrefatti.

Analisi lucidissima che ha bisogno di una svolta creativa.

Il testo si trasforma in una Spy story dove Bene e Male sono divisi da una linea sottilissima.

Tra algoritmi, personaggi ambigui, uno strano attentato di matrice ignota, tutti sono in trappola.

“Nella società globalizzata non è più possibile scappare da nessuna parte perché tutto è ovunque.”

Da leggere per ricordare sempre che “soltanto dopo aver compiuto una scelta si può dire cosa è giusto e sbagliato”.

 

 

 

 

 

“Storia della nostra scomparsa”Jing Jing Lee Fazi Editore

“Tutto iniziò nel primo mese del calendario lunare.

Dicevano che fosse nata di notte, proprio il peggior momento per venire al mondo.

Questa è la storia”

Già nell’incipit la giovane Jing Jing Lee mostra la volontà di partire dalle origini e in questa necessità si coglie il bisogno di liberarsi dal groviglio di eventi che hanno segnato Singapore.

Il titolo del romanzo, “Storia della nostra scomparsa”, edito da Fazi, non è solo anticipazione ma anche allegoria di una lacerazione profonda.

Non esserci, ridursi ad un nulla, subire una violenza che non conosce pietà, farsi pietra e nascondere le lacrime.

“Mia madre faceva il giro del villaggio per raccogliere la biancheria, io andavo tutte le mattine al mercato con un cesto di uova e patate dolci.”

La scrittura densa di dettagli e poi una frase che scompaggina il tessuto narrativo.

“Erano le quattro del mattino.

La guerra era cominciata.”

Ad alleggerire la tensione il fruscio della pioggia e un nuovo personaggi, Kevin, testimone del presente.

Due tempi storici che sembrano lontani.

Il timore del buio, un buio che ha la consistenza di una violazione, sembra il timbro che accomuna le due storie. Bisogna attendere mentre si sfilacciano alternandosi due narrazioni

Fango, paura, pennacchi di fumo, risciò capovolti e il silenzio, unica difesa in un mondo che non ha più certezze.

Un girone d’inferno mentre il corpo è depredato, umiliato da uno, due, più soldati e resta il rosso, putrefatta ferita di una purezza rubata.

La delicatezza delle parole misurate, l’uso di pochi aggettivi sono una speranza, un piccolo raggio di sole.

“Tutti quei momenti della mia vita, insieme alle donne che dormivano e soffrivano accanto a me, un giorno sarebbero svaniti nel nulla.

Gli uomini tornarono ad essere dei corpi senza faccia”.

La colpa di essere femmina, il peso di un peccato che non si può più espiare.

Difficile dimenticare ma forse.. si può ritrovare una via di uscita.

Quando presente e passato riusciranno a congiungersi il dolore fiorirà trasformando i ricordi in piccoli fiori e al tramonto due figure cammineranno tenendosi per mano.